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Esiste ancora l'idea di progresso?





21 maggio 2007

 

Fulvio Papi, Salvatore Veca

Esiste ancora l’idea di progresso?

 

 

FULVIO PAPI

 

In quest’era della precarietà, dell’insicurezza e del rischio, proviamo a interrogarci sulle origini dell’idea di “progresso”, che esprime un certo sentimento della vita indubbiamente legato all’immagine dell’Occidente. Essa nasce prima della stessa idea di civiltà, che si forma solo agli inizi dell’Ottocento. La sua pensabilità, peraltro, si rende possibile appena un po’ dopo la scoperta dell’America. Lo testimonia il dibattito sull’appartenenza (o non appartenenza) degli indigeni americani al genere umano che si svolge nel ‘500 in Europa. In quel dibattito c’era chi considerava gli indigeni non uomini, chi li considerava uomini come tutti gli altri, e chi infine sosteneva che fossero, sì, uomini, ma che la loro umanità - per così dire - si sarebbe manifestata col tempo (beninteso, attraverso il progressivo avvicinamento alla civiltà).

E’ nel ‘700, in ogni caso, che la pensabilità dell’idea di progresso diventa qualcosa di comune nella cultura europea. Si possono distinguere due  correnti, o linee di pensiero:

- la linea inglese, che origina in Bacone, e  comprende Locke, Smith e Ricardo, in cui l’idea del progresso è intesa soprattutto come sviluppo economico e sociale;

la linea francese, in cui la medesima idea è intesa soprattutto nel senso dell’arricchimento culturale (si pensi a Condorcet), quindi dello sviluppo della conoscenza, delle leggi, della scrittura, della stampa, eccetera.

Va da sé che questi due filoni si influenzano l’un l’altro, e alla fine si fondono. Così l’idea del progresso diviene, per così dire, maggioritaria poggiando su alcuni elementi cruciali, quali lo sviluppo delle forze produttive, l’avanzata della scienza e della tecnica, e - non ultima - l’espansione della felicità pubblica (quest’ultima certo non misurabile con i criteri della ragione economico-strumentale). Si tratta di una visione del progresso come di un processo naturale, certo e irreversibile.

Già allora, naturalmente, esistevano posizioni di critica e perfino di rigetto dell’idea stessa, che tuttavia rimanevano minoritarie (è ben noto il caso di Leopardi, con la sua amara ironia sulle “magnifiche sorti e progressive”). Nondimeno il punto di vista critico si approfondisce soprattutto quando arriva a mettere in luce la grande genericità dell’idea, rivendicando un ancoraggio specifico dell’analisi. Per esempio, quando si parla del progresso della classe operaia inglese, non si può disgiungerlo dal contemporaneo regresso delle colonie. Di fatto irrompono nel pensiero progressista i concetti di limite e di relatività .

Oggi il limite dell’idea di progresso appare del tutto evidente nell’immagine del globale, cioè nel processo di globalizzazione. Il progresso non riguarda per nulla larghissime zone del pianeta, dove  addirittura il termine stesso - “progresso” - non è neppure traducibile, e dove perfino parole per noi consuete come “conflitto”, “solitudine”, “dominio”, hanno poco senso. Noi viviamo il mondo circostante (Umwelt) come esperienza, e i nostri giudizi non possono che essere relativi. Ogni idea assoluta e totalizzante finisce invece per produrre gravi contraddizioni.

Come se ne esce? Innanzitutto rigettando le favole tecnologiche, quelle che promettono la salvezza per tutti. Contro l’assolutismo tecnocratico è bene ricordare che il pensabile non è il possibile. Si tratta di affrontare i problemi alla nostra portata, avendo consapevolezza, semmai, che proprio di qui - dall’incapacità di affrontare i problemi - si origina la cosiddetta crisi della politica.

 

SALVATORE VECA

 

Dobbiamo essere capaci di traghettare qualcosa alle nuove generazioni, e però si tratta di capire che cosa. In tema di idea del progresso, sono da riprendere tutti i punti messi in gioco da Fulvio Papi, aggiungendo tuttavia che si potrebbe considerare il progresso non in sé, ma come un giudizio rispetto a qualche cosa.

E’ bene, giunti a questo punto, gettare un occhio sugli incontri passati.

Si inizia con una discussione tra Massimo Salvadori e Michele Salvati sul tema dell’eredità della sinistra, dove uno sguardo viene altresì indirizzato (soprattutto da Salvadori) sull’attualità della questione sociale, riproposta in dimensioni globali. Si può constatare fin da questo primo incontro un certo schema metodologico, che consiste sia  in un approccio descrittivo, sia in una rilevazione di linee normative, cui non mancano, naturalmente, momenti di valutazione e di giudizio. Tale metodo appare chiaro nella discussione tra Luciano Eusebi e Stefano Rodotà sul tema della libertà e dignità della persona, così come in tutte le discussioni seguenti: Maurizio Ferrara e Chiara Saraceno sul tema dei diritti sociali e del welfare, Valerio Onida e Gianfranco Pasquino sulle trasformazioni della democrazia, Enzo Balboni e Gian Enrico Rusconi su religione e politica, Alessandro Colombo e Danilo Zolo su globalizzazione, diritto internazionale e multilateralismo, per arrivare, infine, alla relazione di Carmen Leccardi su differenza e differenze di genere.

E’ bene, quindi, interrogarsi sull’idea del progresso seguendo lo stesso metodo degli incontri. E’ così che ci si può imbattere nell’assolutizzazione dell’idea, nell’Idea che diventa Assoluto tra ‘700 e ‘800 (va da sé: qui entra in gioco Hegel). Il programma scientifico di Marx è inscritto in questo spirito del tempo: sviluppo delle forze produttive, teorie delle soglie e degli stadi, teleologia e filosofia della storia.

Tutta questa visione vacilla nella seconda metà del ‘900. Crolla l’idea dello sviluppo progressivo e lineare, sorgono domande sul mutamento, sul fondamento dello sviluppo stesso, e ci si interroga sulla crisi del sapere scientifico. Si incrina quella visione che giudica ex post come positiva  ogni nuova teoria. Una visione che, peraltro, richiama immediatamente un giudizio positivo su ogni nuova tecnologia (ogni tecnologia deve intendersi come superata e resa obsoleta da una tecnologia superiore).

Oggi si potrebbe assumere un atteggiamento mediante il quale l’idea del progresso risulti, per così dire, bilanciata. Si tratta di guardare alla distanza dal male, e non a una meta oppure a un bene,  intesi come un

a priori. Guardare, cioè, al progresso come distanza dal passato, non come una meta futura. Certamente sussiste una difficoltà del pensiero filosofico nell’affrontare la crisi dell’idea del progresso: esso si pone come esterno al giudizio, come non partecipante, ma così rinuncia al giudizio stesso.

 
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