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Lunedì 7 maggio 2007
Alessandro Colombo, Danilo Zolo
Il mondo globalizzato: diritto internazionale e multilateralismo
DANILO ZOLO
In riferimento al termine “globalizzazione”, il titolo stesso di questa conferenza dovrebbe essere criticato. Mondo globalizzato, diritto internazionale, multilateralismo: si tratta di cose evanescenti, di cose che non esistono. Esiste, sì, un processo di globalizzazione, ma non un mondo globalizzato, inteso come unificato e ugualitario. Si tratta semmai di nominalismi fioriti nella retorica del “villaggio globale”. Infatti, i soli settori investiti dalla cosiddetta globalizzazione sono l’economia, la politica militare e le comunicazioni di massa.
Riguardo all’economia, si è verificato negli ultimi anni un enorme incremento della produzione, che però ha comportato una crescente polarizzazione nella distribuzione della ricchezza. Il 20% della ricchezza mondiale, che fino a pochi anni fa era nelle mani dell’8% della popolazione, oggi è nelle mani dell’1%. Si tratta di un fenomeno grave e crescente, che si verifica di pari passo con una veloce concentrazione del potere politico-militare nelle mani di un solo paese, gli Usa. Al centro di tali processi sono, appunto, gli Stati Uniti d’America, che ormai hanno pressocchè il monopolio del potere militare e informatico. Le basi militari Usa nel mondo sono ormai 850, mentre l’investimento nella spesa militare è aumentato rapidamente di 20 volte.
E’ in atto, peraltro, un disegno avanzato di militarizzazione dello spazio. Per utilizzare la terminologia messa in campo da Impero di Michael Hardt e Toni Negri - un libro per molti versi criticabile, e tuttavia ben noto e diffuso - siamo alla “costituzione imperiale del mondo”: un processo nella cui drammatica luce gli Usa appaiono “legibus soluti”, mentre tutte le grandi istituzioni mondiali vengono subordinate al cosiddetto “Washington consensus”. Il potere di veto degli Usa al consiglio di Sicurezza dell’ONU viene ormai esercitato in forma permanente, tanto da mostrare inconfutabilmente ciò che gli Usa stessi pensano di tale organismo: che è troppo democratico. Coerentemente, il governo americano dice NO al trattato di Tokyo, alla Corte Penale Internazionale, alla chiamata in giudizio dei suoi militari in un qualsiasi paese che non siano gli Usa. Istituisce, piuttosto, tribunali penali ad hoc, cioè a misura delle proprie esigenze di potere. In questo quadro, parlare di multilateralismo si rivela un pio desiderio, tanto più che la stessa gerarchia dei problemi internazionali è decisa dal governo americano.
Veniamo al caso della guerra. Si è passati da una pratica di guerra regolata da un diritto, alla guerra globale unilaterale, monoteista, ideologica e manichea, dove il bene e il male si contrappongono in modo assoluto. Qualsiasi vago concetto di “guerra giusta” è scomparso. Anzi, l’uso della forza viene giustificato ovvero considerato “giusto” in base allo scopo di diffondere e imporre al mondo i valori occidentali, e viene praticato in forma asimmetrica e ineguale, tanto che si potrebbe nominarlo solo con il ricorso a una sorta di “modello Hiroshima”.
Si può ormai stilare una casistica delle principali guerre a partire dall’ultimo decennio del secolo passato:
- la prima guerra in Iraq, cosiddetta “Desert Storm”, giustificata post festum dall’ONU. Essa ha rappresentato il più grande trauma per l’Islam, che ha “scoperto” la sua perenne incapacità di resistere all’Occidente.
- la guerra del Kossovo, voluta anche dalla sinistra italiana. Guerra illegittima e totalmente al di là della Carta dell’ONU. Guerra che nega il principio di non ingerenza negli affari di uno stato sovrano.
- la guerra in Afghanistan. Essa rappresenta una lesione profonda del diritto internazionale, in quanto scatenata in assenza di ogni prova del coinvolgimento afgano nell’attacco alle Torri Gemelle di New York.
- la seconda guerra in Iraq, quella attuale. Nella violazione del diritto internazionale, essa rappresenta l’acmè. Di più: essa costituisce l’atto di nascita di quella che si tenta di imporre al mondo come liceità della guerra preventiva, vale a dire senza nessuno scopo di difesa.
A proposito di quest’ultimo punto, è necessario affermare che il ricorso al terrorismo come giustificazione rappresenta una motivazione fasulla e falsa, dalla quale discende un’immagine altrettanto falsa del terrorismo stesso. Il terrorismo viene inteso eclusivamente come reazione fanatica, mentre invece esso rivela una visione strategica, per quanto tragica.
In ultima istanza, lo schema attuale è questo: evanescenza del diritto internazionale, violazione della carta dell’ONU, impossibilità di riforma dell’ONU stessa, violazione della Convenzione di Ginevra. La più clamorosa conferma di un tale quadro è rappresentata dal fallimento del Tribunale Internazionale (e di Carla del Ponte e Moreno Ocampo con esso).
ALESSANDRO COLOMBO
Il “multilateralismo” è una parola-simbolo dell’Europa in contrasto con gli Usa e della sinistra europea in generale, però bisognerebbe intenderlo al plurale, cioè con un preciso riferimento all’ONU, all’ UE, al WTO, alla NATO. Si tratta di istituzioni tutte in crisi, il che sta a significare crisi radicale del multilateralismo stesso, dove tutto frana e crolla.
Sostenere che la causa di tale crisi vada individuata nell’avvento di George Bush alla presidenza degli Usa costituisce certo qualcosa di vero e rappresenta una visione comune, ma si tratta di un giudizio non sufficiente. La crisi del multilateralismo non può essere attribuita solo all’inquilino della Casa Bianca, anzi, è impossibile negare che le istituzioni multilaterali fossero in crisi già prima di Bush junior. La crisi dell’ONU si accentua con la guerra nella ex Jugoslavia, quella dell’UE non riguarda gli Usa ma l’Europa in sé, e anche quella della nato viene alla luce malgrado la volontà degli statunitensi.
Sarebbe il caso di indagare intorno alle ragioni di questa crisi, mettendone in evidenza i fattori principali, che sono i seguenti:
- obsolescenza delle istituzioni multilaterali, sorte in un contesto storico diverso da quello attuale; un contesto che si presentava stabile e permanente, mentre ora non lo è più
- tensione strutturale con la distribuzione del potere, che oggi è concentrato nelle mani degli Usa, sfavorevoli a qualsiasi multilateralismo. Si tratta di un conflitto strutturale tra ONU e Usa proprio su questioni che dovrebbero essere intese come multilaterali (domandiamoci chi ha il diritto di definire il terrorismo)
- tensione tra il quadro multilaterale ereditato e i principi di legittimità più recenti, in particolare il principio della democrazia (domandiamoci chi ha il diritto di parlare a nome della comunità internazionale).
Dalla guerra del Kossovo in avanti è entrata in scena una clausola, fondata sull’illegittimità stessa di quella guerra, che appare destinata a sfasciare ogni contesto multilaterale. In base a tale clausola, non si può condurre alcun negoziato né con i palestinesi, né con gli Hezbollah, e neppure con Siria e Iran.
Come già affermato, l’esistenza di un mondo globale è illusoria. E’ certo globale l’economia, come è globale la sfera tecno-comunicativa, ma non è affatto cresciuta una globalizzazione delle relazioni politiche. In realtà, il secolo della globalizzazione compiuta sul piano politico è stato il Novecento, che ha visto Usa e Urss come attori globali che operavano ovunque con le loro alleanze (NATO e Patto di Varsavia), e imponevano, appunto, una subordinazione dei conflitti locali al globale. Il Novecento è stato il secolo delle grandi ideologie globali in conflitto. Ora, invece, domina il “pensiero unico” made in Usa.
Oggi, con la sua presenza in Afghanistan, la NATO si gioca la sopravvivenza, in uno scenario in cui solo gli Usa si affermano “globali”, al contrario dell’UE. Come fattore di unificazione globale, la grande narrazione giocata sul terrorismo ha fallito. C’è un richiamo all’universalità, ma c’è anche una inaccettabile scomposizione dei linguaggi.
Le conseguenze si mostrano piuttosto pesanti. Si può constatare una divaricazione crescente delle prospettive, mentre aumentano enormemente le differenze di potere sul piano regionale (che prima non contavano per via della guerra fredda). Ed è proprio l’emergere di tali differenze che entra in conflitto con l’universalità del “vecchio” tessuto multilaterale.
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