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Parte del problema o parte della soluzione?

 

Ottobre 2007

 

PARTE DEL PROBLEMA O PARTE DELLA SOLUZIONE?

 

La scienza e le sfide globali

Conversazione con Telmo Pievani

Casa della Cultura. Certamente questo ciclo di incontri sul tema della scienza e delle sfide globali mette in gioco anche il rapporto scienza-politica, un nodo tematico che oggi sembra ineludibile. Sei d’accordo? E se sei daccordo, vorresti aggiungere qualche riflessione?

Pievani.  L’idea intorno alla quale abbiamo provato a lavorare è proprio questa: capire quale può essere il ruolo della scienza quando si discute al livello politico e sociale di quelle che una volta si chiamavano le grandi questioni ambientali, anche se una tale definizione appare un po’ riduttiva, perchè si tratta di questioni strettamente legate ai problemi della distribuzione delle risorse, alle disuguaglianze e quindi ai nodi sociali. In certo qual modo è un tentativo di uscire dallo schema apocalittici-scettici che ci portiamo ancora dietro, soprattutto in Italia. Per esempio, a Venezia al convegno sull’energia tenuto dalla fondazione Veronesi, un metereologo inglese (non di secondo piano) ha  negato che il riscaldamento globale dipenda dalle attività umane e ha accusato di propagandismo più o meno tutti presenti. Si è scatenata una grande polemica tra alcuni dei cosiddetti “scettici” e altri che prospettavano scenari quasi apocalittici. Si tratta di uno schema vecchio, che non funziona, e che si sta cercando di superare. Si sta proponendo, ad esempio, un “ambientalismo scientifico”: teoria  che ha almeno un pregio interessante, perchè si presenta come un’ipotesi finalizzata alla costruzione di un movimento fortemente basato sulle conoscenze scientifiche. Un movimento che accetti le emergenze ambientali e proponga soluzioni scientificamente e tecnologicamente forti. E’ una proposta riformista: si tratterebbe di “liberare” l’ambientalismo da un atteggiamento antiscientifico ancora molto forte in certi settori italiani. Un’altra idea forte è quella di interdipendenza: un tentativo di superare il ragionamento a “compartimenti stagni” (ogm, buco dell’ozono, riscaldamento globale, eccetera). Si tratta di problemi interconnessi. Come è stato detto, se si interviene in modo prioritario su uno di tali nodi, si possono avere effetti perversi  su altri  nodi connessi. Per esempio, il nesso ogm-povertà, oppure il nesso ogm-disuguaglianze: si tratta di un tema cruciale. Se si aboliscono gli ogm  si possono togliere possibilità alimentari a certe popolazioni; d’altro canto tali ogm possono presentare rischi ambientali non certo da ignorare. In questo caso sorge un conflitto tra un’esigenza di tipo sociale e una di tipo ambientale.

CdC. C’è una domanda immediata, però: chi produce gli organismi geneticamente modificati? La risposta la sanno tutti: le grandi multinazionali agroalimentari. Dunque, quando si parla di ogm, è in gioco non solo la loro ipotetica nocività, ma ovviamente anche la logica del profitto di queste “company”, americane e non. Allora non si può ignorare che questa logica può prevalere - come prevale di fatto - sugli eventuali benefici che gli ogm possono indurre in termini di riduzione della fame, o anche solo della povertà, nelle grandi aree del mondo. Ad esempio, come considerare il processo delle sementi sterili, quelle che non si possono più utilizzare per la nuova semina e che i contadini del terzo mondo sono costretti a ricomprare dagli stessi produttori impoverendosi sempre più?

Pievani. Ecco un tema molto interessante. Perchè le sementi sono sterili? Se si guarda il lato sociale del problema, si tratta di un’ingiustizia mostruosa: il contadino deve ricomprare ogni anno le nuove sementi, per esempio dalla Monsanto. Però, c’e un altro lato della cosa, ed è un lato paradossalmente ambientalista: le sementi sono state  rese sterili per contrastare uno dei pericoili maggiori degli ogm, i quali, se messi in campo aperto, si disseminano nelle coltivazioni limitrofe contaminandole, come fa ad esempio la soia. Si tratta proprio di un gioco paradossale: una necessità sacrosanta come quella di preservare dalla contaminazione scatena un enorme problema sociale.

CdC. Un problema che però si aggiunge a un’altra “rapina” delle multinazionali, quella che consiste nello sfruttamento della sapienza agroalimentare millenaria dei contadini, la quale viene espropriata e poi brevettata e privatizzata.

Pievani. Certo: la cosiddetta “biopirateria”.

CdC. Appunto. Qui però è in ballo la scienza, ma balza in primo piano anche la politica, anzi, si tratta di un problema “globale”, di politica planetaria. Intanto c’è un interrogativo forte che dovremmo avanzare: di fronte al  deterioramento evidente dell’orbe terracqueo, non è forse necessario ripensare e magari ri-declinare l’attuale  paradigma dello sviluppo? E come si pone nei confronti  di questo modello di sviluppo la scienza stessa, che non solo è chiamata a mettere a fuoco il divenire della crisi ecologica, ma anche a fornire strumenti di conoscenza per affrontarla? 

Pievani. Se si sceglie di dire no agli ogm si fa una scelta radicale, magari discutibile ma in ogni caso chiara, vedi ad esempio l’attuale campagna di Mario Capanna. In questo caso però si corre un rischio: quello di considerare gli ogm in sè un pericolo, precludendosi la possibilità di conoscere fino in fondo i loro effetti reali. Ora, l’insulina, proprio quel farmaco che contrasta il diabete, è esattamente un ogm, fatto da certi batteri dentro i quali vengono immessi dei geni che portano a produrre insulina, appunto. Nessuno di noi si sognerebbe mai di dire no all’insulina perchè si tratta di un ogm, anzi la consideriamo una grande conquista. Voglio dire, con questo, che le critiche agli ogm devono essere sempre argomentate. L’aspetto economico è forse il più importante. Per esempio, il fatto che gli  ogm siano gestiti in regime di monopolio, specie nei paesi del terzo mondo, è inaccettabile. In Ecuador, dove sono stato di recente, c’è una monocultura incredibile di banane e di cacao. Qui prevale l’interesse economico delle grandi compagnie che schiacciano i coltivatori più piccoli, i quali di solito usano varianti preziosissime al fine della limitazione dei danni  arrecati  da eventuali parassiti. Le compagnie usufruiscono di tali varianti senza riconoscere nulla ai piccoli coltivatori. Un altro aspetto importante è quello della diversità. Il vero rischio che presentano gli ogm è la loro tendenza all’uniformità delle coltivazioni: grandi piantagioni tutte uguali, grandi rendimenti. Questo è un rischio obiettivo, perchè più una popolazione biologica è uniforme, più è vulnerabile: se una piantagione viene distrutta da un’epidemia bisogna ripartire da capo.

Qui faccio un esempio. Il quotidiano “Il Sole 24 Ore” pubblica una mezza pagina contro la campagna anti-ogm di Mario Capanna, nella quale uno storico della medicina   va giù pesante: Capanna è una caricatura malriuscita di Jeremy Rifkin, un antiscientista d’accatto, eccetera. Costui invita dunque a smetterla con queste campagne, perchè è ormai certo - dice lui - che gli ogm non comportano nessun tipo di rischio. Mario Capanna risponde con la solita abilità,  prendendosi anche lui una mezza pagina dello stesso giornale, dimostrando a questo signore che nel mondo si discute - eccome - di ogm, e smontandogli tutto il meccanismo ideologico e filoscientista. Però a sua volta Capanna usa degli argomenti discutibili, per esempio affermando che gli ogm distruggerebbero tutta la diversità biologica dei prodotti tipici italiani, cosa tutta da dimostrare, e che in altri paesi non è avvenuta. Un dialogo surreale, basato su argomenti dogmatici e ideologici. Un modo sbagliato di impostare il dibattito, sia dal punto di vista della scienza, che deve motivare certe posizioni avverse,  sia dal punto di vista degli anti-ogm,  che peraltro si stanno configurando come un grande movimento plurale a rete.

CdC. Insomma, tu dici che bisognerebbe uscire da queste dimensioni ideologiche contrapposte per andare a verificare concretamente le cose su basi scientifiche, e possibilmente in una assoluta autonomia della scienza, svincolata da possibili condizionamenti e interessi economico-politici.

Pievani. La cosa interessante è che tutto questo dibattito avviene all’interno della sinistra. Si tratta di due sinistre che non si capiscono. Secondo me un leader di un grande partito ad ambizione maggioritaria - sto parlando proprio di Veltroni - invece di  cercare mediazioni più o meno alte tra le sinistre, farebbe un gesto clamoroso se proponesse in prima persona un singolo pacchetto di soluzioni  per certi problemi specifici.

CdC. Bisognerebbe, però, che ci fosse una minima base di certezza scientifica, per esempio sugli effetti degli ogm. Dato che oggi ci sono posizioni contrapposte, cioè non c’è alcuna certezza, nessun leader può ancora fare questo.

Pievani. Però in altri paesi si mettono a punto dei protocolli, si nominano commissioni indipendenti, che vengono ascoltate, dopo di che si prendono decisioni e si fanno proposte. Mentre da noi non ci sono decisioni nè prospettive. Non si sceglie.

Vorrei dire una cosa a proprosito dell’autonomia della scienza, tema che riguarda anche i limiti della scienza stessa. Faccio una domanda retorica: è possibile che nella sinistra italiana questi famosi limiti della scienza non possano essere discussi e costituiti se non a partire da un’etica forte  di tipo confessionale? La cosa è tanto più assurda se si tiene presente che in tantissimi paesi del mondo appare scontato che la scienza possa avere dei limiti. Però - grazie a certo integralismo cattolico, rafforzato dalla divisione tra le due sinistre - è anche assurdo che da noi sia impossibile dibattere laicamente e prendere decisioni.  

 
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