I DUBBI DEI NON CREDENTI
IL DIO NASCOSTO
Figure del sacro tra arte e filosofia
CREDENTI E NON CREDENTI IN DUBBIO
Dinanzi al tempo, alla maturità, all’oltre
di Duccio Demetrio
1. Un incontro di sensibilità tra le ore della vita
Il tempo, la sua filosofia, è al centro di ogni riflessione sulla vita e sulla vita adulta in particolare. Se accedervi significa prendere coscienza del suo modificarsi rispetto agli anni precedenti, delle sue regole e necessità, ciò indica l’esistenza di molte culture del tempo già speso e da spendere, da recuperare-se ritenuto perduto-da rincorrere.
Scrisse decenni fa Jean Guitton: “Le ore si succedono senza posa: amo avvertirle nel loro trascorrere quasi impercettibile e ciò mi conforta. Poichè il semplice avanzare del tempo, anche quando sembra vuoto e senza immagini, è un’esperienza dolcissima per me. E’ questo il tempo puro dell’abbandono, dell’attesa. E’ il tempo che matura gli esseri viventi, che fanno crescere i semi nella terra e nello spirito; che rendono la speranza più viva, che attenua la morsa del dolore.
Più ci si incammina nella vita, più il bisogno di profondità aumenta. Verso le cose, le persone, ciò che si ama ed anche verso noi stessi, che rimaniamo tuttavia sempre un poco sconosciuti ai nostri occhi ”(1).Il filosofo francese pubblicò queste righe nel 1966, dopo anni di annotazioni , di appunti, di memorie sparse.Da quattro, come unico laico invitato, partecipava alla prima sessione del Concilio Vaticano II. In queste pagine ritroviamo alcuni dei suoi scritti più lirici dedicati al tema del tempo, la citazione ne è uno degli esempi più belli. L’ispira l’ambivalente concezione, ma in sé compatibile per la coscienza che non teme antinomie e paradossi, che abita la sensibilità del cristiano pienamente consapevole della sua tradizione e delle sue origini. Il tempo è, da un lato, richiamo alla nostra storia biografica, assolutamente unica e nostra, condivisa con gli altri ma mai ad essi interamente attribuita. Il credente sa che ogni suo gesto dipende da lui o da lei; si astiene dall’incolpare e, se anche ciò si legittimasse, comunque la sua responsabilità e il suo arbitrio non verrebbero meno. Dall’altro, chi crede, ama la vita oltre la contingenza e pertanto cerca in essa quanto di meno la renda temporanea e sfuggente. Vi cerca i segni e gli indizi di quanto è più semplice ed essenziale: nelle cose umane e nella natura. Quando questa sensibilità appartiene anche al non credente, ci imbattiamo nella manifestazione più autentica del sentimento di essere, di stare, di fare per il mondo e per quell’atomo di coscienza mortale cui sa di appartenere, per un tempo scandito dalle stagioni della propria esistenza ovvero nella giostra sincronica delle circostanze variabili.
Nel tempo infatti apparteniamo al mondo e non può che essere così; il coinvolgerci nei suoi problemi (letteralmente il “ruotare”, l’involvere, in essi) è un obbligo che travalica la sfera soltanto privata; non è dato mai sottrarsi a quanto ci viene chiesto come cittadini, si trattasse soltanto di pregare per le sue sorti. Ma, nel soffermarsi a considerare che cosa il tempo sia, il credente è anche sollecitato come Guitton ci invita a considerare ad adottare una più sottile sua analisi. E ’ il terzo viatico che ha a disposizione il credente per percepire ancor più in che cosa esso consista. Per coglierne gli echi enigmatici e remoti, irriducibili alla categoria esclusiva della durata, dell’usufrutto delle ore e dei giorni pur ben spesi. Ed anche in questo il non credente non è da meno; anzi, nella storia del pensiero lo ha anticipato, quando svuotato il mondo da ogni divinità,non più reputata reggitrice delle vicende umane, si determinò a cercare in se stesso sia che cosa il tempo fosse, sia come rappresentarlo nei linguaggi della filosofia, della scienza, della poetica del vivere.
Il tempo, allora per entrambe le sensibilità e le concezioni esistenziali, è innanzitutto occasione di cambiamento, azione, movimento, e, nondimeno, un’occasione contemplativa, calma, restituita al tempo come se l’umano si facesse da parte accettandone le regole anche crudeli. Con tale disposizione ci è dato percepire l’essere che siamo nella nostalgia per la nostra temporaneità non mondana ma essenziale.
Qui le strade divergono: l’una vaga oltre i confini della morte individuale, biografica, della temporalità nell’attesa della rinascita; l’altra invita il viandante a rallentare i propri passi per centellinare quanto il trascorrere dei giorni e delle opere gli offre. Questa si sottrae alla staticità ieratica che appartiene al mistico che non cerca il più umano, bensì l’ancor più divino con la prima via.
Per ritrovarsi più intensamente nel proprio, più rallentato e silente divenire, il non credente non così intento a esaurire in tutta fretta il tempo i tempi di vita che gli si offrono e che conquista, è un poeta del tempo certo più malinconico. Ma non meno intento alla sacralizzazione di quanto, per lui, non è ordinato né da dei, né da un Dio unico. Goccia dopo goccia, grano dopo grano cadono verso il basso i minuti: il cristiano, e chiunque ami l’una e l’altra eco temporale, cerca di entrare in essi immaginandoli sentieri di eternità in moto. Il cristiano colloca tutto questo nella attesa visionaria della fine di ogni tempo; nella aspettativa della salvezza verso la cui apoteosi conclusiva (al tramonto assoluto dei tempi biografici e del tempo) ci si incammina, senza mancare di dare il proprio contributo alle trasformazioni che la vita di Cristo ispira. Dedicandosi alla attuazione dei precetti evangelici, nella acclamazione delle loro virtù; godendone persino, quando ciò, per merito nostro e aiuto, intercessione divina ci sia concesso. Nel tempo, ancora, ci si può redimere guardandosi alle spalle, per riscattare le ore mal spese (il cristiano ha una acuta concezione autobiografica della sua esistenza); nel tempo ci si deve dimenticare dei tempi sprecati e offesi per poter ricominciare. Quando il perdonare o cercare il perdono non significa dimenticare, ma imparare a superare il male commesso senza scordarne il possibile ritorno. Il cristiano fa del tempo un’opportunità per partecipare e contribuire al riscatto del genere umano, alla sua redenzione; trae nondimeno godimento dalla sua imponderabilità ultima, esercitando attenzione interiore e cura per le fragili cose. Gli fornisce più di un’occasione per poetare l’esperienza che va vivendo, per concentrarsi di più sulle immagini “belle” nel loro fuggevole moto, nella connessione cercata tra saggezza antica, precristiana, e la saggezza della Fede.
Erano anni di grandi mutamenti quelli in cui Guitton scriveva e meditava sul tempo e le sue diverse versioni. Avrebbero inciso indelebilmente nella storia della Chiesa cattolica postconciliare e, di questi, egli con profetismo ispirato spesso ci riferisce nelle sue altre note critiche che qui non ci interessa citare, tranne questa. Quando scrisse di mostrarsi preoccupato e incuriosito nei confronti di un “nuovo”ateismo emergente che riteneva stesse diventando più “humaniste et savant”.Più in gara con valori di cui, a lungo, la Chiesa sembrava essere stata l’unica detentrice. Più astuto, se si vuole.
L’ateo, più sapiente e più umanista, che si profilava all’orizzonte di fine secolo e millennio gli dovette sembrare temibile non più per ideologia, per marxismo o per scienticismo radicale; piuttosto per ben altre concezioni laiciste, certo meno anticlericali però non meno insidiose.
Le degenerazioni consumistiche, edonistiche, neopagane dei credenti irriflessivi e “per caso”lo irritavano più di quelle di chi avrebbe voluto-sbarazzandosi di Dio-edificare nella fallacia poi confermatasi almeno una società più giusta. Dal momento che l’umanesimo e la sapienza senza Dio non avrebbero che potuto degenerare nel materialismo, pur assai meno rozzo e “tentato” persino da aneliti “quasi”spirituali, seppur di natura immanente, senza spiritualità altra.
Aveva ragione Guitton, le filosofie degli “increduli”convinti si sarebbero rese ancor più dedite alla ricerca di verità che rendono superfluo il credere e ancor più ateistiche-seppur meno aggressive e persecutorie- nel ritenere che, della vita, ben poco potesse essere ricondotto a un qualche ordine sovrannaturale rassicurante e definitivo. Ad un tempo diverso da quello scandito dalle successioni: quanto mai preziosi agli effetti dell’accumulo di ricchezza, del miglioramento delle tecniche di sopravvivenza e di sterminio. La coscienza dei profani, affetti da amore per l’immanenza del qui ed ora, ha sempre sofferto del difetto di una mancanza di visionarietà che non fosse quella dell’ideologia del progresso, ancora assai vivace quando Guitton scrisse quelle note. Una coscienza povera nondimeno di una poetica dell’esistere che colloca il poeta, pur non credente, oltre la contingenza.Il filosofo guardava a questa nuova specie di ateicità con interesse, seppur con apprensione e un poco di compatimento per la nuova illusione di costoro.
2. Adultità o maturità questioni filosofiche
Quanto scritto da Guitton ci pone inoltre dinanzi ad un distinguo, che non può essere taciuto, tra il concetto di adultità e il concetto di maturità. Per questa rivista così importante ogni volta da problematizzare. Ci si può dire difatti sempre maturi, una volta che si sia entrati nel tempo degli anni adulti? Le due nozioni sono intercambiabili?E’ quanto discuteremo tra breve, prima però voglio ragionare sull’accidentalità di questo incontro con le parole del teologo. Il quale oltre alle osservazioni sulle non del tutto contrapponibili concezioni di temporalità, già nella citazione, rinvia a nozioni di maturità di tipo etico che ci convincono e non poco. Anche in questo l’incontro tra un credente e un ateo che guarda alla filosofia cristiana con attenzioni scevre da ogni intento pragmatico e politico in senso deteriore, sembra possibile. Necessariamente si diventa adulti, si è costretti ad accettarne le regole, ma spesso per caso, e in sordina, si diventa maturi: dipende da incontri eccentrici, da incidenti imprevisti pur gravi che ti pongono dinanzi a svolte sul piano della riflessione e del pensiero che tutt’al più pensavi di rinviare ad un tempo post-adulto, senile e ormai rinunciatario. Se l’età adulta è l’esito e il risultato perseguito della parte mondana di noi; se l’iniziazione lenta ad essa sancisce l’adempiersi della nostra crescita biologica, sociale, affettiva in quanto contributo dovuto all’appartenenza alla specie e alla storicità del nostro esserci, la maturità è nozione che occorre trattare in altro modo. E’ la ricerca perenne di una qualità morale che può prescindere dal buon esercizio dell’adultità raggiunta e praticata. Questa non è sufficiente a salvarci se le è estranea, quasi o del tutto, la convinzione che quel che si va attuando debba travalicare gli oneri richiesti all’età di mezzo e riguardare ben altro: ad esempio, la tensione verso qualcosa che non è riducibile ad un tempo storico cui si è contribuito, capace di acquietarci. Se l’età adulta, da che mondo e mondo, è simbolo di un potere e di una supremazia raggiunta o per lo meno accreditamento da parte degli altri delle funzioni socialmente richieste ad un adulto; la maturità è aspirazione al miglioramento non delle ricchezze o delle potestà terrene, bensì di quelle intellettuali, sapienziali e appunto etiche seppur non di carattere sociale e contingente. Connesse con quanto appunto possa dislocare la ricerca di sé in una altra dimensione autoconoscitiva appunto di carattere o religioso o filosofico. In tal forma la maturità non si darà mai come automaticamente coincidente con quanto ci si aspetti un adulto sappia fare, dare, insegnare. Poichè essa si disegna in altro modo nella vita individuale: è espressione di un sempre più elevato livello di consapevolezza, che possa oltrepassare ogni mera conquista accreditata, pur lodevole e pregevole. Se l’adultità è prima o poi una condizione nella quale ci si trova coinvolti e che si persegue per trarne utile e vantaggi, qualche tranquillità e beneficio; la maturità si espone al disequilibrio e persino una fede-sempre per la visione cristiana-non è sufficiente a tranquillizzare l’animo. Quella cristiana non è mai stata una fede assolutamente incondizionata; l’affidarsi a Dio che è segno di una maturità raggiunta non è mai stato esente, come per altro nell’ebraismo, da dubbi ed incertezze da parte del credente; ciò ha configurato una nozione di soggetto che discute con Dio e le sue manifestazioni non sempre comprensibili, che protesta rispetto a quel che gli tocca vedere e sopportare. Alla fine del dibattimento ne uscirà sempre sconfitto, ma ciò non eviterà che quel suo interrogare, quel suo anche ribellarsi alla incomprensibilità dei disegni dell’Onnipotente, verrà ad assumere i caratteri di un tratto delle qualità di una specie di maturità umana. Tra impegno nel finito e gusto per l’istante in dissolvenza, il cristiano sa che le stagioni della vita, come ogni sapiente d’occidente o d’oriente, sono transeunti e che le maturità della donna o dell’uomo sono una conquista morale che costa impegno e rinuncia, non tanto un approdo certo e rassicurante. Dal momento che, come dice Guitton con tanti altri seppur da punti di vista differenti: “restiamo sempre un poco sconosciuti a noi stessi”.Soltanto rispecchiandoci nella Parola di Dio possiamo compiutamente ri-conoscerci. Ogni cristiano sa che le proprie forze sono insufficienti, se il divino non parla di noi e ci parla , accreditando la nostra piena maturità.
L’ateo humaniste et savant, dal canto suo, sa che il tempo , per lui non della attesa della salvezza ma del miglioramento delle condizioni di vita per sé e per gli altri.
Jean Guitton e tanti altri con lui che reputano adulto chi è in cammino verso la realizzazione di sé guidato dalla certezza, e talvolta dall’arroganza, della fede; che preferisce dimenticare quanto “male”vi possa essere nel suo accreditato modello di bene. In una coincidenza quindi tra le due nozioni. Mentre per noi si può anche essere adulti dai tratti e dalle movenze ingenue e stigmatizzate da altri adulti e comunque possessori di una maturità non accettabile dal senso comune. Non sei di conseguenza maturo se obbedisci alle convenzioni sociali più accreditate e nobilitate da questa o da quella cultura, lo sei innanzitutto per quanto di meno temporalmente segnato dalle cronologie degli anni adulti, sei in grado di offrire a te stesso. Rispetto alla crescita, al miglioramento, al perfezionamento persino del tuo vivere con pienezza. Non per gli affari, per la famiglia, per tutte le buone cose che devi saper fare e far fare agli altri; ma per quello che ti forma e costruisce come individuo che coltiva il proprio animus nascosto. Se l’adultità è il mondo delle cose visibili e che vanno ostentate fino allo spasmo per trovare approvazione in icone poi sempre uguali a se stesse (potere, autorevolezza, prestanza, magistralità..), la maturità non ha altro dominio che l’invisibile, il riposto, il celato, tutto quanto esige ben più fatica e tempo per la sua coltivazione assolutamente inutile. Ne consegue che se mutevoli sono le fisionomie della parte di noi in cerca delle sue maturità definitive irraggiungibili; più statiche e iterative risultano le nostre conformazioni adulte. Possono, come avviene, mutare anche rapidamente i costumi, le mode, le contingente funzionali del nostro essere adulti e adulti; più lenta invece è la genesi delle fisionomie assunte da quanto reputiamo essere maturo in noi, quindi più vero, più assolutamente e inequivocabilmente nostro. Non spendibile, anzi, vero luogo della gratuità e del dono fatto a noi stessi e agli altri, i quali potranno apprezzarci o disprezzarci per la nostra adultità mancata, fallimentare, perduta nulla conoscendo del travaglio della nostra ricerca di una maturità che ci salvi per il fatto stesso che si esprime nel dolore del pensiero, nello sconcerto e nell’annichilimento dinanzi alla tragicità del vivere.
3. Di volta in volta autentici
L’interrogarci su chi si sia come adulti, tentando di declinarci in ogni motivo e torsione conoscitiva, è tragitto che appartiene dunque a chiunque non viva la vita soltanto come l’aspettativa di un dopo rinunciando ad interrogarla, ad agire in essa. E’, più che nel famoso qui ed ora, nel “di volta in volta” che si sperimenta la nostra voglia di approfondimento di quel che noi appariamo a noi stessi e gli altri a noi. Nell’occasione temporale di un presente attento non tanto a godere del bruciante ed effimero attimo, quanto piuttosto dell’offerta che le cose, le persone, gli eventi ci rivolgono approfittando del loro proporsi a noi. La ricerca delle verità dei viventi non coincide sempre infatti con l’esigenza di pervenire ad una qualche loro individuazione metafisica. E’ sufficiente dedicarsi alla natura delle più varie esistenze per coglierne la biograficità loro e nostra, per quel che valgono: quando entrano di peso o sommessamente nella nostra esperienza. Quando siamo noi a cercarle e ad appropriarcene.
La cosa adulta (l’adultità che ormai ci appartiene, che vagheggiamo, che già si allontana da noi) che cosa è se non quell’insieme composito di ore, di giorni, di anni spesi nel tentare di vivere con più autenticità?
In un’ accezione del tempo vissuto autenticamente(quel tempo che più ci rende autoi, più noi stessi) che Martin Heidegger così definì:”L’autenticità dell’esserci è ciò che costituisce la sua possibilità d’essere estrema. L’esserci è determinato in modo primario da questa estrema possibilità dell’esserci…”Che è rintracciabile soltanto quando mi accingo a ricercare il mio “essere prima che sia giunto alla fine”.”Nel mio esistere, infatti, io sono sempre ancora in cammino. Rimane sempre qualcosa che non è ancora arrivato alla fine….L’esserci, compreso nella sua estrema possibilità d’essere, è il tempo stesso, e non è nel tempo…questo significa che il fenomeno fondamentale del tempo è il futuro”(2).Quanto più l’età cronologica decresce, tanto più si accresce lo spessore delle possibilità di essere più autenticamente, non tanto più adulti, quanto più maturi interiormente. Più autentici. Si tratta di una possibilità non di una sicurezza: il decadere delle forze e delle beltà, delle tradizionali potestà adulte faticosamente raggiunte e con ogni artificio ostacolate nel loro inesorabile corrompersi, può-ma non è detto-essere compensato e ricompensato da un aumento di ben altre facoltà. Nella concezione di Guitton intravista nell’accrescersi appunto della sapienzialità e della saggezza.
Le fisionomie mature attengono all’ordine della mutevolezza pertanto; si adattano alla ricerca di uno dei tratti maturi in continua possibile volvibilità e metamorfosi; mentre all’opposto, se vogliamo assegnare alle conformazioni del nostro essere adulti un ‘immagine, non potremmo che ricorrere alla fissità e staticità dell’icona.
Come tutte le icone esse aspirano alla visibilità, al plauso, al riscontro sociale, alla devozione; mentre le fisionomie sono qualche cosa di più di quanto possa apparire agli occhi. Rinviano a dimensioni segrete, non traducibili in gesti pienamente visibili. Si suole attribuire a questo e a quella l’uno o l’altro comportamento definendolo maturo o viceversa immaturo se ritenuto riprovevole per le convenzioni comuni. Ma in realtà ciò avviene poiché associamo adultità a maturità(la visibilità all’invisibilità).Puoi essere diventano adulto, agire da adulto scandendo ognuna delle icone richieste socialmente, senza che ti si richieda un lasciapassare di maturità nel senso di quella autenticità di cui sia Guitton che Heidegger ci hanno detto. Puoi chiudere la tua vita all’insegna dell’adultità raggiunta e oltrepassata senza che qualcuno, e tu per primo, ti abbia mai interrogato sullo stato delle fisionomie della tua maturità, la cui vicenda non è sancita dalle tappe del tempo storico, dalle necessità e dalle prove del tempo adulto. Puoi essere un ottimo adulto dalla pessima maturità. Per fortuna questa è invisibile, indicibile, non coincide con un codice morale di cui devi dar conto. E’ questa una materia troppo delicata e nascosta; troppo affidata al travaglio dell’esperienza interiore che non conosce arresti di sorta, che non può essere scambiata con nessuna moneta.
Dal che, l’autenticità nostra non può che essere mutevole; non possono che essere cangianti le fisionomie che soltanto a noi è dato vagliare. Non con il metro dell’apprezzamento, piuttosto con la percezione di un pathos interiore che ci dice o non dice che siamo ancora in cammino verso qualcosa che non sappiamo. Che non è questa una modesta cura della propria anima o delle proprie afflizioni, è una sorta semmai di ascesi verso una comprensione del tempo che oltrepassa la mera storicità contingente. Tutto questo non può che essere il nostro precorrerci, immaginando di poter emergere qualche altra volta ancora di più, rispetto allo stato di coscienza precedente: per dirci, per comprenderci, per intensamente sentirci ancora più in stato vivente’autenticità ci appare quando acquisiamo consapevolezza del nostro andare “di volta in volta”, in un’acuirsi dell’attenzione per le cose vissute e in trasformazione continua ed eventuale.(3) In quell’incomunicabile intrico di ragioni ed emozioni mutanti, in una congerie di fisionomie che non cogli mai subito, ma che immagini e ricordi. Perchè quando ti interroghi su una di esse, questa è già diventata altra. Se l’essenza delle cose è il loro mutarsi in altro, persino nel loro contrario, sono le cose stesse in metamorfosi che dobbiamo anticipare, accompagnare nel loro farsi rompersi, ed anche congedare.
Per questo mi sono soffermato sulle suggestioni sia di Guitton, sia di Heidegger (così lontani, così avvicinabili) per progredire in profondità: di volta in-volta sostando su fisionomie già diverse dal prima e dal poi, nel mentre le osservi e le ragioni .
Più umano, più sapiente, più maturo nella fede o nel suo silenzio si avverte chi ha ormai coscienza che il tempo deve includere anche il non tempo; che la vita ha bisogno del nulla per riedificarsi a spese del suo contrario; che l’età adulta, nelle sue scansioni dettate da altri, può essere o diventare anche un’età matura se la pienezza è questa. Non l’apoteosi del successo, non del potere, non del riconoscimento, quanto, semmai, la non curanza per tutto questo. Nella scoperta che tutto ciò fu dono della sorte, aiuto altrui, certo anche qualche fatica e che il pensiero maturo, intessuto di tutti gli oltre che impediscono alla volgarità, alla prosa dei giorni, al soverchio impegno mondano, è proprio questo.
L’oltre non è affatto, così, l’anticipazione o il seguito di qualcosa; non preannuncia nulla di quello che potrebbe ancora venire, è l’invito a custodire più che a disperdere quel poco che si è amato e ci ha amato; è il sospetto verso ogni tentazione ad abbandonarsi al dolce richiamo dell’Altrove, ai suoi cori. Non ha cattedrali, nè riposte celle da cercare chi sente, e non per la prima volta (perché appunto è questo un non tempo che gli altri intreccia), l’oltre, perché i suoi silenzi già l’abitarono.
Ma quando in ripetuti momenti di un’intera vita ci è stato dato accorgerci che la maturità non era là dove ne stavamo vestendo le spoglie adulte?Con i panni stesi alla bellemeglio, per apparir perfetti e inamidati nelle tante finzioni della vita adulta sociale e nondimeno in quella personale. Quando, allora?
…lo capiamo
semmai
a qualche rara svolta
del cammino:e poi però si perde
di nuovo il senso ed il perché,
ma la corsa ci trascina,
la traiettoria
non esita o si placa
a nessun segno
fallace di vittoria (3)
E allora, forse, scopriremo anche noi di essere diventati l’humaniste et savant, paventato da Jean Guitton, e che se a Cesare va offerta la propria adultità, non proprio al Dio sconosciuto, ma alla fatica di non aver mai smesso di pensare, di ricordare, di riflettere, di dubitare e di cercare va immolata la maturità delle nostre radici, che ha alimentato della prima la nostra visibilità e, della seconda, il vagare in profondità, seppur al buio.
Note
1. J.Guitton, Livre d’Heures, Fayard, Paris 1966, p.11
2. M.Heidegger, Il concetto di tempo, trad.it. Adelphi, Milano, pp. 35,36,48
3. M.Luzi, Per natura. 3., in Dottrina dell’estremo principiante, Milano, Garzanti, 2004, pag. 37
*Duccio Demetrio è professore ordinario di Filosofia dell’educazione e di Teorie e pratiche autobiografiche all’Università degli studi di Milano-Bicocca. E’ fondatore e direttore della rivista Adultità (ed.Guerini) e della Libera Università dell’autobiografia di Anghiari (www.lua.it). E’ autore di opere dedicate alla formazione nel corso della vita, alla narrazione come metodo introspettivo, alla storia dei sentimenti.
Fra le più note: Raccontarsi (Cortina, 1996); Elogio dell’immaturità (Cortina, 1998); L’educazione interiore (Rcs, 2000); Autoanalisi per non pazienti (Cortina, 2003); Filosofia del camminare (Cortina, 2005); in uscita a novembre 2007, La vita schiva. Il sentimento e le virtù della timidezza, Cortina.
Per ogni corrispondenza duccio.demetrio@unimib.it