di Ferruccio Capelli
Desidero iniziare da un episodio che ha coinvolto il centro culturale che dirigo, la Casa della Cultura di Milano. La nostra sede, un sobrio scantinato nel centro di Milano, si trova a poche centinaia di metri da piazza del Duomo, in una zona che si sta riempiendo di show room della moda e del design. All’incirca tre anni fa un’importante catena commerciale dell’abbigliamento ha rilevato i negozi sovrastanti la nostra sede e, come prima cosa, ha avviato il rifacimento completo dei locali. Gli architetti della catena commerciale ci hanno contattato con una proposta non priva di funzionalità e perfino molto generosa nei nostri confronti: per ridisegnare la facciata e la vetrata del negozio erano disposti a rifare anche l’accesso alla Casa della Cultura in modo tale da dare omogeneità stilistica al complesso. Al posto dell’ingresso attuale, dall’aspetto modesto e poco visibile perchè leggermente arretrato rispetto al piano stradale, il nostro centro culturale avrebbe potuto avvalersi di una lumininosa vetrina armoniosamente inserita nel complesso commerciale.
Con non poca sorpresa e sconcerto degli architetti abbiamo risposto con un secco no: la Casa della Cultura non era interessata alla lussuosa vetrina in un continuum con il negozio di moda. Noi eravamo fermamente intenzionati a conservare la “porta rossa” che segna da sempre l’accesso alla nostra sede. Nella nostra risposta si condensavano due scelte precise: il rifiuto della omologazione e la difesa a un tempo delle radici e della particolarità di un’esperienza. In altre parole: quella “porta rossa” era diventata per noi un simbolo prezioso. Essa con il passare degli anni era andata staccandosi dalla sua funzione originaria, assumendo un valore in più: essa ormai condensa una storia e un messaggio, rievoca e e propone all’immaginario della Milano colta un luogo di discussione a un tempo intensa, rigorosa e impegnata, lontana e diversa dal chiacchericcio mediatico e dalla spettacolarizzazione dilagante. La nostra scelta quindi non ha avuto motivazioni estetiche o funzionali: noi abbiamo consapevolmente optato per un simbolo, in quanto tale denso di valore, non scambiabile.
Al fondo di questa decisione vi erano riflessioni che da tempo stavamo sviluppando: la consapevolezza che il mondo culturale e politico in cui la Casa della Cultura affonda le sue radici ha smarrito in questi anni molti, troppi dei suoi riferimenti tradizionali, rimossi o devitalizzati senza riuscire a sostituirli. Quel mondo ha, secondo noi, un bisogno acuto di riscoprire e ridefinire ancoraggi simbolici. In caso contrario la ricerca di novità assume tratti affannosi, si trascina senza bussola e non riesce mai a raggiungere punti di approdo. Questa relazione ha alle spalle proprio questa riflessione, per noi aspra e scottante.
Identità e distinzione: symbolon e diabolon
La vita pubblica, ci dice la nostra esperienza, è ricca di simboli. Una riflessione storica elementare ci consente di precisare che i simboli hanno acquisito un ruolo sempre più importante man mano che la lotta politica si è arricchita con la mobilitazione e la partecipazione dei cittadini. L’inclusione progressiva di tutta la popolazione dentro la lotta politica è stato uno dei fenonemi caratterizzanti il percorso della modernità. I cittadini fuoriuscendo dalla passività ricercavano motivazioni forti e identificazione immediata delle parti in causa.. La motivazione è stata garantita da “narrazioni” potenti ( si pensi fra tutte alla alla narrazione nazionalista, che ha accompagnato la formazione e l’apogeo degli stati nazionali europei) mentre l’identificazione è stata resa possibile proprio dalla riduzione delle narrazioni in simboli semplici, chiari, immediatamente percepibili, in grado di occupare e alimentare l’immaginario.
L’identificazione con una parte politica è sempre passata attraverso l’accettazione della sua simbologia. Il primo atto di adesione a una comunità politica, vale a dire la scelta di prendere la tessera di un partito, condensava anche materialmente questo processo di identificazione simbolica: sulla tessera infatti erano sempre tracciati gli elementi simbolici essenziali che caratterizzavano un partito. L’atto attraverso cui si entrava in una comunità politica, il momento in cui si prendeva per la prima volta la tessera comune, evocava nelle sue modalità e nel suo significato l’antico incontro tra l’ospitante e l’ospite durante il quale veniva spezzato l’anello, appunto il symbolon, e ci si impegnava reciprocamente a conservare le due parti tra loro perfettamente combacianti.
Nel simbolo si racchiude quindi un elemento essenziale dell’identità politica. Proprio per questo esso unisce e divide a un tempo: è nello stesso momento symbolon e diabolon. Esso identifica, ma anche delimita il campo di chi sceglie una parte e quindi traccia le linee di differenziazione verso chi opta per altri simboli. Ogni atto di identificazione con un simbolo politico comporta una scelta e quindi una differenziazione. Si compie un atto di adesione e nel contempo di distinzione quando si partecipa al voto scegliendo un logo, per l’appunto il simbolo elettorale; quando si partecipa a una manifestazione raccogliendosi dietro striscioni che presentano qualche segno di identificazione simbolica; quando si entra in una sede di partito inesorabilmente caratterizzata da richiami simbolici.
Vedremo però come l’identificazione con i simboli possa subire, con il passare del tempo, variazioni ancche assai significative. Lo slittamento di valore del simbolo politico può allora rivelarsi il termometro di una trasformazione profonda della politica stessa.
Nell’Italia del Novecento
Procediamo con ordine. In Italia il coinvolgimento delle masse nella lotta politica avvenne relativamente tardi rispetto ad altri paesi europei. Lo stesso Risorgimento nazionale mantenne un carattere elitario da cui era esclusa la quasi totalità delle campagne e del mondo cattolico. Solo verso la fine dell’Ottocento, con i primi passi del movimento socialista e del movimento cattolico e con le prime riforme elettorali, la situazione cominciò a cambiare. La prima guerra mondiale accelerò bruscamente, perfino brutalmente, il coinvolgimento della popolazione nella vita nazionale: ad essa seguì il fascismo che stroncò e assorbì le tensioni provocate dalla guerra. Il fascismo rappresentò il primo momento generalizzato e capillare di mobilitazione degli italiani nella vita pubblica: esso avvenne attraverso un modello originale di mobilitazione e irregimentazione autoritaria delle masse che si avvalse fin dai primi momenti di una ridondante produzione simbolica. Il culto del duce e la rievocazione delle antiche glorie dell’impero romano penetrarono in profondità nella società italiana: le piazze e le mura degli edifici furono sommersi da fasci littori, saluti romani e divise militaresche. La seconda guerra mondiale e il disastro militare che ne seguì dissolsero questa baraonda retorica: la democrazia basata sulla partecipazione libera e responsabile di tutti i cittadini cominciò il suo cammino con il ’45. Per la prima volta il corpo elettorale venne esteso alla totalità della popolazione e per la prima volta si formarono partiti di massa con dimensione realmente nazionale che competevano liberamente nella città e nelle campagne sia del Nord che del Sud del paese.
Nell’Italia del secondo dopoguerra si eclissò il tema dell’identità nazionale: dopo l’abuso fascista della retorica nazionalista essa di fatto scomparve dalla scena ( la ritroveremo solo in tempi recenti ma, come vedremo, in un contesto valoriale e sostenuta da richiami simbolici completamente diversi). La vita pubblica italiana si strutturò invece attorno a due componenti che svolgeranno un ruolo essenziale per circa cinquant’anni: il movimento operaio e il movimento cattolico.
La competizione tra di esse fu accesissima e coinvolse le strutture più profonde del paese: ovviamente essa abbisognava di una mobilitazione continua e capillare dei cittadini e non poteva che alimentarsi di una ricca e diffusissima produzione simbolica. Essa può essere ridotta ad alcuni elementi essenziali. Le forze legate al movimento operaio, per un lungo periodo senza distinzioni significative tra comunisti e socialisti, ricorsero a simboli che evocavano il lavoro, l’emancipazione dello stesso e l’idea di progresso. I simboli utilizzati, variamente composti e intrecciati, erano il sole nascente e il libro che esprimevano la scelta per il progresso; accanto ad essi la spiga di grano, la vanga del contadino e la falce e il martello che sintetizzavano l’ancoraggio al mondo del lavoro delle campagne e delle fabbriche. Il movimento cattolico dal canto suo sottolineò appartenenza religiosa e radici popolari. Lo scudo crociato racchiudeva in un solo segno molteplici significati: le radici cristiane e, all’occorrenza, lo spirito di crociata, ma anche una delle pagine più gloriose della storia nazionale, l’ascesa e la lotta dei comuni contro l’impero, la vitalità delle “cento città” italiane, un’idea di stato non centralistico.
Questo impianto simbolico, nel quale si esprimeva la competizione di due potenti narrazioni, alimentava a ogni piè sospinto identificazione e contrapposizione in termini assai forti: esso plasmò profondamente l’immaginario degli italiani, fuoriuscì dal campo della competizione strettamente politica, pervase la vita sociale e perfino quella culturale. I sindacati, che a un certo punto arriveranno ad organizzare dieci milioni di lavoratori dipendenti, si svilupparono e si differenziarono sulla base dello stesso schema, con il ricorso a una simbologia quasi identica. Altrettanto avvenne nelle campagne: mentre braccianti e mezzadri si appropriavano della simbologia del movimento operaio, i coltivatori diretti si associavano in una potentissima organizzazione cattolica che presidiava le campagne con messaggi elementari di notevole efficacia: i contadini rivedicavano a un tempo la loro dupplice identità di cristiani e di proprietari della terra e degli attrezzi del lavoro.
Qualcosa di simile avvenne anche nella vita culturale: la identificazione con conseguenti processi di differenziazione simbolica penetrò anche nell’attività culturale. Perfino le case editrici furono nettamente identificabili per appartenenza a differenti aree culturali: Einaudi e Feltrinelli vennero identificate come baluardi della cultura progressista; le Paoline e altre divennero il centro propulsore della cultura cattolica; e anche la destra, allora minoritaria, ebbe le sue case editrici come Rusconi e Longanesi.
Insomma, la società italiana del secondo dopoguerra fu attraversata da processi di identificazione simbolica che investirono, a catena, la vita politica, sociale e culturale. Questo fenomeno ebbe una brusca, ulteriore accelerazione negli anni Settanta. L’Italia aveva ormai alle spalle un’impetuosa crescita economica, nel paese si erano diffusi comportamenti e valori nuovi di libertà e protagonismo individuale. Eppure negli anni Settanta il paese riprodusse, anzi moltiplicò fino al parossismo, alcuni tratti politici dei decenni precedenti. Fu quella la stagione della grande mobilitazione politica e sociale che produsse un fenomeno di autentica esondazione della simbologia politica: i simboli politici per alcuni anni vennero tracciati dappertutto, nei luoghi di lavoro, sui muri delle città, nelle scuole e nelle università. Anche gli aspetti più semplici della vita quotidiana, compreso il look personale, trasudavano richiami politici: il giaccone e l’impermeabile, gli zoccoloni di legno e la gonna a fiori erano diventati segni di identificazione con aree di movimento o con formazioni politiche.
La svolta degli anni Ottanta
Questa esuberanza politica si interruppe bruscamente agli inizi degli anni Ottanta. Con una rapidità sorprendente la politica si ritrasse: dai muri scomparvero scritte e segni evocanti la lotta politica; il look e i vestiti si omologò alle normali variazioni delle mode; la produzione culturale cominciò a competere sul mercato con criteri puramente commerciali. Si trattò di una cesura brusca, repentina. Tra i tanti episodi emblematici di questo snodo storico ricordiamo almeno l’acquisizione della casa editrice Einaudi, il cui catalogo era un monumento della cultura progressista italiana, da parte del nascente impero mediatico di Berlusconi.
L’intensa produzione e circolazione di simboli politici si spense. Fu all’incirca in quel passaggio che i partiti cominciarono a rivedere il loro patrimonio simbolico: il processo, avviato dal partito socialista di Craxi con la sostituzione dell’iconografia tradizionale con il garofano rosso, divenne inarrestabile e impetuoso tra la caduta del muro di Berlino e la crisi politica dei primi anni Novanta, quella innescata da “Mani Pulite”. In pochi anni sparirono dalla scena o vennero relegati a nicchie minoritarie i riferimenti simbolici propri del movimento operaio e del movimento cattolico. Al loro posto subentrarono simboli presi dalla natura, prevalentemente dal mondo vegetale, quali l’ulivo, la margherita, la quercia. E ancora: l’asinello, l’arcobaleno e via dicendo. Fino all’ultima decisione, di poche settimane fa, in cui la formazione maggioritaria della sinsitra ha rinunciato anche alla bandiera rossa, primo simbolo identitario del mondo del lavoro dai lontani anni trenta dell’Ottocento.
I nuovi simboli non evocano idee e valori. Generalmente sono scelti sulla base di valutazioni di marketing: essi devono essere accattivanti e non disturbati, richiamare immagini convenzionali positive, possibilmente connesse con il benessere e la serenità. La loro insignificanza simbolica rende possibile per altro la loro rapida sostituzione, in un tourbillon talvolta perfino frenetico. Ad essi è tolta a priori la possibilità di sedimentare, di diventare solidi punti di riferimento, di acquistare almeno con il tempo significanza di valore. I simboli, per riprendere un concetto proposto a suo tempo da Edmund Husserl, vengono trasformati in semplici segnali. Essi perdono evocatività, non suscitano più emozione e identificazione, hanno solo un’utilità momentanea: essi si limitano, in quanto loghi elettorali, ad orientare gli elettori al momento del voto. Di certo attraverso di essi non si intravedono più rappresentanza sociale e grandi narrazioni.
La lunga parabola del simbolo politico, di cui avevamo colto la linea progressivamente ascendente nel corso di tutto il Novecento, sembra interrompersi bruscamente, spezzarsi, precipitare verso il basso. Il percorso è talmente netto che sembra, a prima vista, squadernarci anche una chiave interpretativa semplice e chiara. Potremmo riassumerla così: il simbolo politico ha accompagnato l’irruzione delle masse nella lotta politica durante tutto il tragitto della modernità. Esso è stato un potente strumento di identificazione che ha facilitato i processi di inclusione sociale e politica che hanno caratterizzato larga parte del Novecento europeo. Nei cruciali anni Ottanta lo scenario generale cambia: si avvia la nuova “grande trasformazione” e la modernità classica cede il passo alla “seconda modernità”. La società industriale, con la sua gabbia d’acciaio a un tempo rigida, opprimente ma anche inesorabilmente inclusiva, cede il posto alla società liquida, flessibile, senza gravità, basata sull’individuo e sulla sua autonomia, incomprimibile dentro identità stabili, insofferente verso appartenenze che si trascinino nel tempo: siamo entrati nell’epoca dell’adattamento flessibile e dell’intercambiabilità
La seconda modernità ha smontato le narrazioni e lasciato alle spalle la politica forte: la politica non progetta più, non occupa più il futuro, è schiacciata sul contingente. Resta solo la politica del giorno per giorno, debole per definizione: per essa i simboli sono superflui; bastano e avanzano semplici segnali. Il simbolo politico classico, potremmo aggiungere, circola ancora, ma è inesorabilmente assorbito in un gigantesco processo di desemantizzazione simbolica fino al punto da venire ridotto a immagine, a icona a un tempo spettacolare e/o commerciale: di esso vengono salvate le risorse estetiche del tutto svincolate dalla significanza che avevano assunto storicamente. Esempio lampante è la fortuna universale del ritratto del “Che”, accettato e usato negli ambienti più diversi senza più referenza al suo valore originario.
Altre sorgenti simboliche
Come si vede il quadro interpretativo appare semplice, chiaro, a suo modo esaustivo. Salvo una domanda: siamo del tutto certi che le cose stiano proprio così? In una recente pubblicazione italiana a cura della vostra associazione ho rintracciato il motto: “Che nessuno entri qui se crede di sapere”: a me sembra un invito salutare a problematizzare anche conclusioni che sembrano del tutto acquisite, anche quelle su cui c’è un consenso molto ampio. A me sembra, ecco il punto dove volevo arrivare, che il ragionamento sopra sviluppato, per quanto oggi generalmente accettato, presenti un punto rilevante di debolezza: nello scenario politico italiano vi sono fatti che non sono comprimibili dentro questo schema. Essi si scostano bruscamente e a me non sembra il caso di evitarli anche se suscitano molti interrogativi, alcuni anche inquietanti.
In poche parole: la cronaca politica ci costringe a notare che la produzione simbolica, spentasi nel movimento operaio e nel movimento cattolico, si è riattivata altrove. La questione, generalmente sottovalutata, merita invece di essere riflettuta molto attentamente. La politica italiana, lo si è visto più volte nel secolo scorso, ha risorse imprevedibili: essa può innescare e segnalare con anticipo fenomeni destinati a svilupparsi anche in altri paesi.
La prima cosa da richiamare è allora l’effervescenza simbolica di una formazione localistico autonomistica come la Lega Lombarda. Il nome stesso è stato scelto con un forte contenuto simbolico, per evocare una vicenda politica decisiva nella storia d’Italia, la lotta vittoriosa dei comuni lombardi contro l’impero. Essa inoltre, ecco un altro fatto sorprendente, dedica particolare impegno all’invenzione della tradizione: ha costruito di sana pianta una tradizione celtico preromana e da essa attinge una molteplicità di segni cui ricorrono i militanti durante le manifestazioni pubbliche. La Lega si spinge fino alla celebrazione annuale di un rito nel corso del quale i suoi dirigenti, recandosi alle sorgenti del fiume, celebrano il dio Po ( ovvero il fiume che attraversa la pianura lombarda ). I militanti “lombardi” inoltre esibiscono dappertutto il colore verde (cravatte verdi, fazzolette verdi nel taschino della giacca ecc) che, nel loro quadro simbolico, rappresenta l’ancoraggio alla terra e alla comunità nativa. Queste manifestazioni della Lega spesso suscitano riso e fastidio e sono liquidate sprezzantemente come folcloristiche: in realtà la Lega lombarda dimostra una sorprendente vitalità da circa vent’anni, è una formazione stabilmente inserita nell’area di governo con un alto potere di coalizione e gli argomenti che questa formazione ha messo in circolo per prima , da quelli contro le tasse a quelli di tipo xenofobo contro gli immigrati, si sono diffusi e sedimentati profondamente nel paese. Ecco allora una prima sorprendente constatazione: il populismo comunitario localistico, proprio mentre si dissolvevano le risorse simboliche delle formazioni tradizionali, ha attivato nuove sorgenti simboliche e ha generato ex novo una produzione di simboli che si è rivelata vitale e duratura.
C’è dell’altro. Nel varco aperto dalla Lega si è inserito un diverso populismo, di ben altra potenza: il populismo mediatico. Esso si è costruito attorno al monopolista televisivo e alla sua immensa potenza mediatica e ha generato un movimento politico che non può essere liquidato come un incidente di percorso transeunte: esso sta dimostrando durata nel tempo e, ancora una volta, una sorprendente capacità di produzione simbolica. Le sorgenti da cui attinge sono profondamente diverse da quelle leghiste: nessun riferimento a tradizioni storiche reali e presunte; lo sguardo è rivolto al futuro con l’invito a sognare a occhi aperti; le immagini e i modelli proposti sono presi a piene mani dal mondo dello spettacolo, soprattutto sportivo. Il simbolo di Forza Italia è la bandiera tricolore, ma essa non evoca glorie nazionali del passato quanto invece la passione popolare per la nazionale di calcio italiana, la squadra vincente per eccellenza. Il nome stesso, Forza Italia, corrisponde allo slogan urlato negli stadi durante le partite della nazionale: le analisi di marketing avevano dimostrato, al momento del lancio del partito, che era la parola d’ordine più popolare in Italia. Il colore del movimento è l’azzurro, ovvero il coloro delle rappresentative sportive nazionali italiane e i militanti di Forza Italia sono “gli azzurri” come i campioni dello sport italiano. L’inno forzista, cantato a piena voce durante le manifestazioni del partito, è una celebrazione della fiducia nel futuro, del successo, dell’intraprendenza. Il look del militante medio di Forza Italia, modellato su quello del leader, dalla cravatta all’abito, è pensato per evocare sicurezza, affermazione, ruolo, possibilmente ricchezza. Il leader stesso non perde occasione per presentare sè stesso come un modello ideale da imitare: “fate come me e potrete diventare ricchi come me” è il suo messaggio più insistente. La simbologia esibita da Forza Italia evidenzia un corpo di valori compatto e ben definito: individualismo, successo personale, ricchezza. Dietro di essi si intravede una narrazione tanto elementare quanto corposa e potente: fiducia illimitata nel mercato, priorità dell’impresa, centralità del consumo.
Come vedete, spostando il focus sui nuovi populismi che agitano e danno il segno alla vita politica italiana, siamo costretti a rimettere in discussione riflessioni e conclusioni che prima ci erano sembrate ovvie. La tendenza, che ci sembrava inarrestabile, alla desimbolizzazione della lotta politica non trova conferma in alcuni punti nodali del sistema politico: alla caduta della identificazione simbolica di molte formazioni storiche corrisponde una sorprendente produzione di simboli in movimenti e partiti nuovi. Lo spegnersi delle narrazioni novecentesche non ha portato, come in tante previsioni del post-moderno, a uno sbocco unilaterale: altre narrazioni sono apparse sulla scena, da quella comunitario localistica che inventa una sua risposta alla globalizzazione a quella, ben altrimenti potente, del primato non contrastabile del mercato. Le tendenze che intravediamo non portano in modo convergente verso la evaporazione della politica e la sua riduzione a tecnica di gestione del consenso: la politica è in crisi profonda, ma proprio la sua crisi genera risposte inedite, impreviste, alimenta movimenti e forze nuove nella società.
Slittamento di egemonia
Ragionando sulla diversa significanza e intensità simbolica ci siamo così trovati in mano alcune chiavi nuove, poco utilizzate, che possono invece aiutare a interpretare tendenze e sviluppi della vita politica italiana. Innanzitutto attraverso lo studio dei simboli politici siamo in grado di mettere a fuoco un processo profondo. Mi limito ad accennarlo: si tratta, per usare un concetto elaborato nel passato dal pensiero politico italiano, di uno slittamento di egemonia. Le forze politiche, sociali e culturali che hanno impresso il loro segno al secondo dopoguerra hanno difficoltà grandi a ripensare la loro funzione e, oggi, si limitano a galleggiare dentro le tumultuose trasformazioni della seconda modernità. L’agenda della vita pubblica, vale a dire temi e tempi della lotta politica, è scandita dai nuovi populismi. Essi monopolizzano il piano simbolico e sono in grado di occupare e agitare l’immaginario di tanti cittadini.
È tutto il sistema di valori della società italiana che sta subendo una profonda trasformazione. Per un lungo tratto storico le figure sociali di riferimento, attorno alle quali è ruotato l’immaginario sociale, sono state il mondo del lavoro, vale a dire i lavoratori organizzati, e l’uomo di cultura, il maitre a penser: oggi il gruppo sociale di riferimento è diventato il piccolo e medio imprenditore e il posto dell’uomo di cultura è stato preso dall’intrattenitore televisivo. Lo spostamento di valori è stato così intenso da ribaltare anche l’approccio a snodi decisivi della storia nazionale: in nessun paese dell’Europa occidentale, a mia conoscenza, il movimento di revisione storiografica ha avuto l’intensità e la durata registrata in Italia. Esso ha lasciato tracce profonde nella cultura diffusa: la figura del partigiano combattente è stata oscurata, sottoposta a critica aspra per avere combattuto e quindi provocato dolori e anche lutti; al suo posto è emersa la figura del fascista buono culminata nella scoperta e celebrazione mediatica di quel funzionario addetto a una ambasciata che salvò migliaia di ebrei.
Mettendo a fuoco questo passaggio di egemonia riusciamo anche a interpretare e comprendere anche alcune vicende della recentissima stagione politica, di questa tarda estate e dell’autunno: penso alla campagna contro i lavavetri immigrati e contro i Rom nella quale si sono incautamente lanciati sindaci e amministratori appartenenti alla sinistra italiana. La motivazione, esplicitata in più occasioni, è la necessità di competere con i populismi sul terreno dei populismi. I problemi evidenziati e gli argomenti usati da amministratori di sinistra e dai populismi di destra non si differenziano più: in realtà l’agenda politica e lo scenario delle idee e dei valori dominanti sono occupati dal populismo. Proprio come avevamo visto studiando l’evoluzione della significanza del simbolo politico.
I populismi e la crisi del legame sociale
La scoperta della vitalità simbolica dei populismi ci trascina verso un’ulteriore considerazione. In incontri svoltisi in Casa della Cultura a Milano e promossi in modo congiunto con la vostra associazione è stato messo a fuoco il nodo del legame sociale, della sua crisi e della sua rottura: la questione è di una tale importanza che verrà ulteriormente affrontata nei prossimi mesi. Mi chiedo, proprio seguendo il filo del ragionamento fin qui sviluppato, se l’intensità simbolica dei populismi non riveli proprio un tentativo di risposta alla rottura dei legami sociali tradizionali.
Il localismo comunitario, a ben riflettere, può essere letto come un semplificatore: dinanzi ai processi innovativi, ma anche disgreganti innescati dalla globalizzazione esso ricostruisce un quadro di certezze elementari. Il colore verde esibito in ogni salsa evoca una comunità che si pensa a un tempo come solida e tradizionale. Gli elmi con le corna e gli spadoni degli improbabili guerrieri celtici sottolineano la determinazione nella difesa del territorio da ogni diversità e invasione: l’immigrato clandestino viene proposto come la figura simbolica in negativo di chi vuole occupare il territorio portandovi culture, valori, comportanti diversi. Il populismo localistico comunitario può essere quindi interpretato come una risposta alla crisi del legame sociale attraverso un messaggio rivolto al passato.
Diverso è l’approccio del populismo mediatico. Esso accetta la sfida dell’innovazione e del cambiamento e affronta il disagio che può derivarne con una risposta tanto elementare quanto potente: la via d’uscita è il diritto al sogno. Il messaggio assume una particolare potenza in quanto passa attraverso la costruzione e la suggestione mediatica: l’invito a identificarsi con il leader e a rivendicare successo, ricchezza, consumo illimitato non vengono solo e tanto da un discorso politico, quanto invece sono alimentati dalla produzione convergente di intere reti televisive. La virtualità conferisce al sogno una potenza illimitata: gli impedimenti connessi con la realtà sono rimossi a priori. Nel mondo della realtà virtuale, anzi della virtualità reale, nulla impedisce di scegliere e di identificarsi con i modelli più semplici di successo sociale, dalle veline televisive ai calciatori di successo. L’operazione politico culturale è invasiva e raffinata a un tempo: essa alimenta l’insicurezza del presente e l’incertezza del futuro grazie a un sistema informativo che moltiplica e esaspera gli allarmi per la violenza e per la violazione della legalità; nello stesso tempo lo spettatore inquieto e stordito, privato di luoghi pubblici in cui confrontarsi razionalmente, solo dinanzi allo schermo, viene invitato a immergersi in un mondo virtuale dove la strada verso la ricchezza e il successo appare sempre spianata. Da un lato si denuncia e si esaspera la percezione di crisi del legame sociale, dall’altro se ne lascia intravedere la via d’uscita grazie ai modelli di vita che pervadono il mondo della virtualità reale. Con questa operazione a tenaglia il populismo mediatico riesce a espandere sistematicamente la sua influenza nella vita pubblica italiana.
Il valore dei propri simboli
Come si vede, attraverso la particolare angolatura del simbolo politico siamo riusciti a mettere a fuoco alcune tendenze di fondo della vita pubblica italiana. In estrema sintesi, abbiamo visto intrecciarsi movimenti diversi: accanto a processi di svalutazione del simbolo politico e di riduzione dello stesso a semplice segnale abbiamo colto ampi movimenti in controtendenza, nuove sorgenti di produzione simbolica che hanno oggi il loro epicentro dentro i nuovi populismi.
Aggiungo: si tratta di fatti che potrebbero alimentare molte riflessioni. Per quanto mi riguarda vorrei limitarmi invece a un solo cenno conclusivo. Abbiamo cominciato questa relazione ricordando la difesa della “porta rossa” della Casa della cultura: spero che quanto detto fino ad ora possa avere chiarito le ragioni profonde della nostra scelta. In quella occasione noi avevamo rifiutato un’offerta commercialmente e esteticamente brillante e conveniente e avevamo deciso di salvare la “porta rossa” di accesso alla Casa della Cultura perché eravamo e siamo consapevoli che ancoraggio e competizione simbolica hanno ancora una parte assai rilevante nella vita pubblica. Mentre l’immaginario sociale si sta riempiendo e costellando di una nuova simbologia è apparso a noi quanto meno incauto assecondare superficiali mode iconoclaste, accettare una banale omologazione, cancellare i nostri ancoraggi e liberarsi del simbolo in cui si condensa la nostra storia e il nostro messaggio.
(Testo letto in occasione del Convegno organizzato a Parigi dalla Association Lacanienne International sul tema: «Quel usages nos culture font-elle du symbol ?»)