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Casa della Cultura

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Il discorso pubblico e la libertà della persone.
Il senso (e il piacere) di essere laici.




Seminario introdotto da STEFANO RODOTA’ e LAURA BALBO

Casa della Cultura affollata, molti gli interventi previsti. Tema quanto mai attuale, anzi, piuttosto cogente. Ferruccio Capelli argomenta le ragioni del seminario e presenta Stefano Rodotà e Laura Balbo.
Rodotà esordisce sottolineando il “piacere di essere laici”, così come è indicato nel titolo: un modo per evocare un pensiero che fa perno sul dialogo, sul confronto e sullo scambio di saperi, lungi da ogni forma di presunzione o di autosufficienza supponente. Laicità attiva, non statica, significa infatti considerazione e accettazione dell’altro. Bisogna andare oltre Voltaire,  concependo lo “spazio pubblico” così come è posto nella Costituzione, cioè come luogo della democrazia. La dimensione laica è costitutiva della dimensione democratica: proprio per questo non si può cancellare il lato oppositivo della laicità, perche oggi essa si misura su un terreno assai allargato, segnato dai progressi della scienza che investono la dimensione stessa dell’umano.
Di fronte a questo passaggio non è più sufficiente attenersi al solo Concordato, ma è necessario interrogarsi sul ruolo della religione nella sfera pubblica, in una fase storica che vede un grande aumento delle povertà,  in presenza delle quali la religione stessa assume sempre più il ruolo di un rifugio, di un riparo. Siamo nel gioco di una nuova conflittualità innestata dal tentativo della chiesa di ristrutturare lo spazio pubblico su scala europea. Non  caso la proprosa di inserire nella Carta fondante dell’Europa un rimando esplicito alle “radici cristiane” è stato respinto: una pretesa – improponibile - di imporre la cristianità in funzione identitaria.
Rodotà insiste: oggi il Concordato non è più sufficiente. Anzi, è tanto più insufficiente quanto più le encicliche papali si pongono come sostitutive della prima parte della Costituzione, ossia tendono con tutta evidenza a sostituirsi allo spazio pubblico sociale inteso come spazio democratico, le cui regole devono essere accettate da tutti e in cui nessuna religione può essere privilegiata.
E’ bene non dimenticare che in nessun caso la libertà personale può essere violata (articolo 32 della Costituzione, ultime due righe): non si tratta di un’aberrazione individualista, ma di una dichiarazione che ha alle spalle la tragedia storica appena vissuta dai costituenti: il nazismo, che non solo ha sterminato,  ma praticato la sperimentazione sui corpi. Il rispetto del corpo è una delle chiavi delle questioni bioetiche, e non è un caso che alcune sentenze esemplari in materia siano state pronunciate da giudici donne, in controtendenza rispetto a una precettistica che avanza cavalcando il tema della coscienza individuale, e che vorrebbe allargare all’infinito l’obiezione di coscienza facendo leva sul codice deontologico.
Ma nessun codice deontologico – conclude Rodotà - può violare la legge, per esempio la 140. Piuttosto, bisogna dire no all’obiezione dei medici ma anche a quella dei parlamentari. Infatti, è il politicismo la maggior causa delle difficoltà di dialogo tra laici e cattolici.
Anche per Laura Balbo centrale è il rimando allo spazio pubblico sociale in quanto ineludibile luogo di contestualizzazione della laicità, che va pensata al di fuori di ogni pressione religiosa. Pensata sociologicamente, in un orizzonte che vede i soggetti come attori sociali presenti nello spazio pubblico, cioè agenti in una modernità riflessiva post-tradizionale. Per Balbo – che si rifà a Anthony Giddens – dobbiamo sciegliere come vivere, liberi da ogni agenzia di controllo; prendere responsabilità, essere attivi in una prospettiva di apprendimento permanente. In chiusura, Balbo si richiama a Bourdieu: esserci in un mondo così complicato può essere una fortuna, tuttavia  senza eludere le lotte per imporre visioni del mondo.
Ma è giustificato quel “piacere di essere laici” richiamato da Rodotà nella sua introduzione? Oppure, al contrario,  c’è poco da compiacersi, perché il laico ha perso la sua capacità critca?  Questa è la provocazione che getta nello stagno Pietro Adamo, all’apertura del dibattito: il laico appare oggi incapace di affrontare la chiesa là dove è necessario, cioè sul terreno di un monopolio ecclesiastico dell’etica patentemente rivendicato. Una tale pretesa secondo Susanna Camusso rivela tuttaltro che una forma di provincialismo della chiesa cattolica, bensì il suo cosiddetto multiculturalismo.
Bisogna essere consapevoli che ogni avanzamento pubblico della religione significa un passo indietro della laicità. Stiamo infatti assistendo a un complessivo ridisegno delle religioni monoteiste, guidato dalla stessa chiesa cattolica (anche a causa dell’indebolimento della sua presa di fondo), che produce una rincorsa fondamentalista generale, nel solco della quale il multiculturalismo non fa che nascondere un drammatico slittamento del diritto universale. Ciò che viene alla luce è quanto il fondamentalismo si intreccia con l’integralismo maschile, rivelando come il vero punto di incontro tra le religioni consista nell’essere contro il corpo della donna.
La chiesa, certo, fa il suo mestiere, sostiene Valerio Pocar, e tocca ai laici far prevalere il carattere privato delle religioni, come privato è lo spazio della laicità. Le religioni devono rappresentare un’opinione come le altre: nessun privilegio deve essere riservato a una sola opinione, quindi neppure a quella della chiesa cattolica. Più che il sempiterno Voltaire, bisognerebbe rivendicare il pensiero di John Steward Mills. Sono i laici, infatti,  che devono recuperare il loro orgoglio, rifiutando l’ingerenza nella sfera privata da parte della chiesa.
Al proposito Aurelio Mancuso si chiede: chi sono i mandanti delle violenze contro i gay e le donne? Non basta la difesa della laicità, ma bisogna difendersi concretamente. E ancora: perché la politica e la cultura laiche sono così deboli? dove sono i partiti di sinistra? dove sono i laici cattolici? Domande pesanti, che portano alla constazione di come ci sia oggi un attacco al cuore dello stato da parte della chiesa.             
Stefano Levi Della Torre, intanto, mette in gioco subito una citazione di Montaigne: nulla è creduto più fermamente di ciò che non si sa. Per Levi Della Torre bisogna riprendere la critica alla religione, al fenomeno religioso, cioè proprio a “ciò che non si sa”. Assistiamo oggi a un paradossale rovesciamento linguistico: la critica della religione viene bollata come intolleranza, o addirittra come persecuzione della religione stessa. Si finge di ignorare il dogma della infallibilità della chiesa pronunciato da Pio IX, cioè si vuole nascondere il fatto inconfutabile che la chiesa pontifica dall’alto, e quindi non ammette alcuna critica. Non caso viene bollato da Papa Ratzinger ogni relativismo: infatti esso rappresenta un atteggiamento di cautela e di modestia nella ricerca del vero, contro ogni dogmatismo. Al contrario, oggi assistiamo a un’allenaza tra dogmatismo e scetticismo. Detto in altro modo: una convergenza tra assolutismo teologico e ateismo devoto: una cosa che sta penetrando anche nella sinistra.     
Il dibattito continua.

 
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