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Il lavoro, i lavori e la moderna questione sociale.

 

 

 

Associazione “nelmerito

Martedì 17 marzo 2008

 

RINALDO GIANOLA

intervista

PIETRO ICHINO e PAOLO NEROZZI

 

GIANOLA

Il dibattito di questa sera rappresenta un po’ le stranezze di questa campagna elettorale, perché di solito i dibattiti si fanno tra schieramenti contrapposti, mentre qui si discute tra due eminenti personaggi che sono candidati nella stessa lista, cioè il Partito Democratico. Si tratta del Professor Ichino, ben noto per i suoi editoriali sul “Corriere della sera”, solitamente capaci di suscitare contrapposizioni soprattutto con molti sindacalisti; e di Paolo Nerozzi, fino a poco fa membro della segreteria nazionale della CGIL, appunto uno di quei sindacalisti polemici con Ichino. Si tratta certo di una novità.
Vorrei però subito chiedere a Ichino le ragioni di un documento scritto in comune da Nerozzi e Ichino stesso (intitolato “Dare valore al lavoro” e del tutto condivisibile), che in sintesi sembra importante alla luce delle polemiche sorte durante la formazione delle liste del PD (l’industriale Calearo, l’operaio Boccuzzi della Tyssen Krupp, i sindacalisti Nerozzi e Passoni, il prof. Ichino, eccetera).

 

ICHINO

Le ragioni di questo documento son proprio quelle appena dette: spiegare il senso di queste candidature a un popolo di centro sinistra che ha sempre  vissuto, per esempio, la figura di Massimo Calearo come quella dell’antagonista, dell’avversario di lotte molto dure, che di colpo si trova ad essere nelle nostre stesse file. La ragione è semplice, e quel documento-manifesto già in apertura vuole dire quanto segue: tra lavoratori e imprenditori c’è un naturale contrasto di interessi sulla spartizione dei frutti del loro comune lavoro nell’impresa, e questo è ineliminabile, ed è compito del sindacato portare a composizione tale contrasto attraverso le forme del sistema di relazioni industriali, cioè il contratto collettivo (e dove è necessario il conflitto). Ma esiste un altro piano, sul quale non c’è conflitto ma convergenza di interessi.
Innnanzitutto, sul buon funzionamento delle istituzioni civili, della cultura delle regole, del sistema democratico, la lotta alla criminalità organizzata (cosa implicita in un manifesto che è incentrato sulla cultura del lavoro): su questo terreno non c’è alcun antagonismo, anzi, deve esserci una perfetta convergenza tra tutte le forze civili. In Sicilia abbiamo tra l’altro un’associazione come la Confindustria che si colloca all’avanguardia per decisione, coraggio, determinazione e nettezza nel tentativo – speriamo vincente – di isolare la mafia. Abbiamo da imparare da quello che sta facendo la confindustria in Sicilia, perché – inutile nascondersi dietro un dito – anche il sindacato ha le sue infiltrazioni mafiose, e anche altre associazioni devono riflettere a fondo su un tale esempio. Per tornare alla politica del lavoro, c’è una piena convergenza di interessi sul buon funzionamento del mercato del lavoro. L’interesse che il mercato del lavoro funzioni bene e sia un luogo dove domanda e offerta si incontrano facilmente, dove il lavoratore ha larga possibilità di scelta, è aiutato ad adattare le proprie capacità a ciò che le imprese richiedono, rappresenta un interesse perfettamente comune a entrambe le parti.
A questo proposito va detto che c’è stato un grave ritardo da parte della sinistra tradizionale nel capire questo dato e nell’impostare invece in termini di antagonismo di interessi tutta una fase della politica del mercato del lavoro. Io ricordo ancora quando nei  primi anni ottanta cercavo di avvertire che la regola del collocamento numerico non poteva andare bene ed era un ostacolo grande per l’incontro della domanda e dell’offerta di lavoro: ebbene, non solo nella sinistra, ma in tutto il movimento sindacale prevaleva l’idea che su questo piano gravasse un antagonismo di fondo, e che il collocamento numerico fosse una difesa della libertà e della dignità del lavoratore contro il cattivo padrone. Certo, c’era anche questo e ci può essere anche oggi, ma non si tratta dell’elemento centrale della questione, che è invece quella del buon funzionamento di tutto quanto porta al miglior incontro tra le parti. Lo stesso vale per il buon funzionamento del sistema economico nel suo complesso, di un sistema aperto all’innovazione.
Su questo tema, tra la sinistra tradizionale e un certo modo di intendere l’associazionismo imprenditoriale tradizionale, in realtà si era verificata una convergenza di interessi – altro che conflitto – in senso esattamento opposto a quello indicato nel manifesto in questione, cioè nel senso della cosiddetta difesa dell’italianità delle nostre aziende, la protezione del made in Italy, i dazi, insomma il protezionismo vecchia maniera, che è poi quello che abbiamo praticato e sul quale sinistra e destra devono fare un’autocritica bipartisan. Per esempio, quando abbiamo impedito agli stranieri di acquistare l’Alfa Romeo per evitare alla Fiat di avere la concorrenza in casa, oppure quando abbiamo difeso l’italianità di Antonveneta, o della Telecom a costo di ipotizzare che venisse acquistata da Berlusconi con relativi conflitti di interesse, quella stessa Telecom che l’italianissimo Tronchetti Provera ha lasciato infiltrare da un servizio segreto deviato, oppure quello che abbiamo fatto con Autostrade e con Alitalia  (di cui ancora adesso qualcuno sostiene l’acquisto da parte di Aerline, cioè da una pulce rispetto a Airfrance-KLM). Invece la sintesi avanzata degli interessi comuni porta a spalancare le porte perché entri in Italia non solo la domanda di lavoro rappresentata dagli investimenti stranieri, ma anche l’innovazione di cui essi sono capaci.
Ecco, questi sono alcuni punti sui quali noi riteniamo che non ci sia antagonismo tra questi due pezzi della società civile e del sistema economico, bensì una convergenza di interessi di cui un partito che si candida a governare un paese deve saper dare una sintesi avanzata  per cercare di far uscire il paese dalla situazione gravemente bloccata, di paralisi, in parte concettuale e intellettuale, in parte materiale, in cui si trova. Il senso del manifesto è questo: sottolineare che su questi temi bisogna lavorare insieme perché abbiamo un interesse comune, naturalmente sapendo che sulla spartizione dei frutti c’e un contrasto che va risolto da un sistema di relazioni sindacali. Sistema che peraltro oggi è in grave affanno, stenta a camminare sulle sue gambe, dipende in modo assolutamente patologico dalla politica, dal governo di turno: anche questo è un grosso problema che dovremo affrontare. Mi sembra significativo che proprio nel momento in cui la trattativa sulle norme costituzionali del sistema di relazioni industriali drammaticamente si rompe, come nei giorni scorsi, il PD su questo terreno riesca a creare con facilità un piano d’intesa non banale: se si leggono i punti del documento, si vede che non sono cose scontate, anzi, sono punti impegnativi e incisivi. Ebbene, il fatto che ciò sia stato possibile rappresenta una vittoria del PD che potrebbe creare le condizioni anche per una ripresa - su un terreno in parte diverso – anche di quella capacità del sistema di relazioni industriali di produrre accordi e guardare in avanti che sembra essersi persa negli ultimi tempi.

 

GIANOLA

Prima di passare la parola a Nerozzi volevo riferirmi a una definizione che ha usato un cronista del “Corriere della sera”, il quale descrivendo le candidature del PD ha usato questa espressione: contro il centravanti Ichino, la CGIL ha sentito la necessità di schierare lo stopper Nerozzi. Le vostre due figure, in effetti,  non devono proprio considerarsi neutre all’interno del PD, altrimenti si annacquerebbe tutto in una panacea indistinta. Chiedo allora a Nerozzi se si sente un po’ questo stopper verso Ichino.

 

NEROZZI

Mi piacerebbe di più fare il centravanti, però io penso che dobbiamo partire da una considerazione politica generale, dato che le cose non vengono mai per caso. C’è stata la crisi dell’Unione, e questo è indubbio. Due anni di governo dell’Unione hanno avuto come risultato una crisi e delle elezioni anticipate. Certo, con responsabilità intorno alle quali non ora ma a suo tempo si dovrà discutere  e riflettere. Veltroni ha fatto una scelta - ma l’ha fatta anche Bertinotti che in settembre l’ha anticipata nella rivista “Alternative per il socialismo”, e in realtà tutto risale all’atteggiamento di Rifondazione Comunista sull’accordo sindacale di luglio – Veltroni, dicevo, ha scelto di correre da solo con un’idea maggioritaria. Questo ha prodotto un certo movimento anche nel centro-destra. Quello che voglio dire, però, è che tutto ciò è avvenuto per una crisi istituzionale fortissima, per la necessità di dare risposte, e per la stessa crisi politica dell’Unione.
Ora, un partito che ha una vocazione maggioritaria tiene dentro di sé molte cose. D’altronde, l’Unione comprendeva Rossi, Turigliatto, Mastella e Della Valle, imprenditore che non permette al sindacato di entrare in fabbrica: era quindi anch’essa uno schieramento ampio. E’ ovvio che uno schieramento maggioritario deve assemblare più eperienze. L’idea del patto dei produttori – cosa che fa inorridire molti – nel nostro paese si è già affacciata altre volte, per esempio con Luciano Lama a metà degli anni Settanta - di fronte alla crisi, anch’essa istituzionale ed economica (come quella che si dice arriverà i prossimi mesi) -  e con Agnelli, che poi non trovò risposte dalla politica. Quindi, di fronte a una crisi, quest’idea non è certo nuova nella storia della sinistra. Nel documento noi non neghiamo il conflitto sociale, però, secondo me, il PD fa un’operazione importante dal punto di vista concettuale: distingue il ruolo della politica dal ruolo delle forze sociali. Ne riconosce quindi l’autonomia ma si assume in proprio la responsabilità della mediazione.
In questi anni questo non è avvenuto nella politica: qualche volta c’è stata un’intromissione delle forze sociali nella politica, ma anche della politica nelle forze sociali – basta guardare il 23 luglio e dintorni – che in qualche modo immettevano elementi innaturali nei rapporti istituzionali. Anche questo è un elemento importante, perché la politica  si assume le sue responsabilità e il suo ruolo di mediazione e poi lascia le parti sociali a svolgere il loro ruolo nella loro autonomia, nel conflitto o nell’accordo, oppure nel conflitto che poi deve generare un accordo rispetto alla spartizione dei frutti, come prima diceva Ichino.
Ma ecco un’altra considerazione. Personalmente, e non da adesso, sono stanco del rapporto amico-nemico, che è ancora un elemento che sta dentro la storia della sinistra. Quando Pietro Ichino due o tre anni fa fu attaccato da un compagno esuberante della CGIL, io lo difesi pubblicamente, perché la logica amico-nemico va superata. E’ una logica che ha fatto vasti danni nel Novecento, ed enormi nella sinistra. Su Calearo una battuta la posso fare anch’io: lui ha fatto l’accordo degli ultimi due contratti  dei metalmeccanici, mentre la Fiat, tanto osannata, non voleva farli. Il democratico e celebrato Marchionne, persona bravissima e degnissima, capace di innovazioni, non voleva farli. Bisogna anche smettere di vedere i simboli e guardare le persone. E’ ora di smetterla di demonizzare. Nella lunga tradizione del Partito Comunista emiliano posso dire che abbiamo candidato ben di peggio di Calearo negli anni Settanta e Ottanta. Guidalberto Guidi non era certo meglio di Calearo. Un grande partito di massa fa queste cose. Dopo di che è vero che noi rappresentiamo interessi diversi, ma il ruolo della mediazione politica è proprio qui.
Il documento in oggetto ha questo senso: di elevare le questioni. Non solo ci sono dei punti in cui è facilitato l’accordo, ma anche sui punti controversi è necessario trovare delle forme di mediazione. Io credo che in questa fase politica, in questo paese,  l’elemento di coesione sia importantissimo per il futuro. A me pare che il centro destra non si muove in questa direzione. Io credo anche che ritenere che la sinistra debba accettare l’elemento di minoranza, quindi di non partecipare al governo del paese,  sia una scelta grave, soprattutto in questa fase. Perché il nodo è questo. Se si guarda in profondità anche nelle questioni teoriche – e non ci si ferma solo  ai comizi -  si vede che le cose non avvengono mai per caso, hanno dietro le spalle tante elaborazioni.
Penso che nelle relazioni industriali la rottura sia falsa -  e detto tra parentesi, di fronte a un Bombassei guerriero Calearo nella nuova veste politica ha difeso le ragioni sindacali (forse è stato l’effetto del documento). Perché poi anche i ruoli contano, ed è giusto che sia così. Credo anch’io che quella rottura sia una rottura pre-elettorale. Il nodo, però, è quello di cambiare fortemente le relazioni sindacali, e di porre il problema - che oggi esiste – dell’impoverimento generale del lavoro dipendente, non più affrontabile con gli strumenti che c’erano prima del processo di globalizzazione e della frammentazione del lavoro. Noi oggi diamo risposte uguali a lavoratori che invece hanno bisogno di risposte e strumenti diversi. L’operaio delle grandi fabbriche o delle fabbriche ad alta tecnologia,  innovazione e produttività ha dei bisogni diversi dai lavoratori dei call center, delle cooperative sociali o del commercio. Lo strumento del 23 luglio nelle sua forma oggi rischia di non rispondere né all’uno né all’altro. Il tentativo che i sindacati stanno facendo, e che sicuramente nelle prossime settimane troverà una soluzione, affronta questo. C’è necessità di riflettere su queste questioni, come sul mercato del lavoro, come sulle condizioni che hanno portato a una crisi, sia del potere d’acquisto sia del potere delle persone rispetto al proprio lavoro.    
Nel documento c’è una frase che si riferisce alle libertà, intendendo la libertà delle scelte di vita. Ora, quanto a quest’ultima, si deve dire che ci sono diritti non riconosciuti, e che oggi vanno considerati. Un documento va letto integralmente, e non solo per slogan. Io e Ichino non saremo d’accordo sull’articolo 18, ma si tratta di vedere in profondità, al di là degli slogan, cosa c’è dietro.
    

 

(Trascrizione da registrazione audio delle relazioni introduttive di Pietro Ichino e Paolo Nerozzi)

 

 
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