Materiali di un dibattito sulla libertà di stampa
alla Casa della Cultura, 1 marzo 1947
estratti da
Sulla libertà di stampa
1945 – 1947
Milano 2005, Fondazione Corriere della Sera
Introduzione
IL DIBATTITO SULLA LIBERTÀ DI STAMPA
di Angelo Varni
La proprietà e la libertà di stampa: questo il tema del dibattito organizzato alla Casa della cultura di Milano il 1° marzo 1947, sotto la presidenza di Mario Borsa d apochi mesi non più direttore del Corriere della Sera, nell’intento di orientare le schede che l’Assemblea Costituente si accingeva a definire per ricostruire quegli spazi di libera maturazione dell’opinione pubblica soppressi da un ventennio di “veline”. Era, dunque, già presente in una simile prospettiva la linea ispiratrice della discussione che avrebbe portato alla formulazone dell’art. 21 della Carta Costituzionale, decisamente orientata a fissare le garanzie volte ad impedire il ripetersi nel nascente ordinamento repubblicano dei pesanti limiti alle possibilità di espressione imposte durante il fascismo. Senza poter troppo preoccuparsi, quindi, di precisare più ampi principi di libertà “in positivo”, come quella, in particolare, di essere informati e l’altra, riflessiva, di informarsi, vale a dire di cercare di ricercare e acquisire notizie, magari non diffuse spontaneamente.
Ciò che, invece, interessava – e borsa lo dichiara espressamente avviando il confronto – era stabilire un’adeguata metodologia di vigilanza e di controllo sulle forme di proprietà, sì da impedire uno strapotere diverso rispetto alle modalità di intervento precedenti, ma ugualmente lesivo dell’autonomia di espressione di tutti i segmenti della società. Ecco, allora il contrapporsi delle varie posizioni in materia di fonti di finanziamento, di pubblicità, di nazionalizzazione delle tipografie, di rapporto tra la stampa indipendente e quella di partito, di ruolo dei giornalisti, fino al problema decisivo del delicato equilibrio tra funzione in qualche modo pubblica del giornalismo ed esigenze dell’imprenditoria privata.
Del resto Borsa, quando ancora era alla guida del quotidiano di Via Solforino, aveva già esplicitamente sottolineato le sue posizioni di fondo nell’articolo del dicembre 1945 Libertà di stampa: una sorta di inno a una democrazia da affidare alla spontanea dialettica degli organi di informazione, sempre correlata, comunque al senso di dovere e di responsabilità del giornalista, cui competeva la formazione dei cittadini, delle loro coscienze, del loro grado di appartenenza civica. Mentre, nel contempo, occorreva ridare ai giornalisti di tutti i paesi europei (e l’articolo Ritornare al “Bureau” lo chiedeva in modo esplicito) la consapevolezza della loro “missione”, del loro impegno ad abbandonare i limiti di opportunismo e di compromissoria soggezione del più recente passato, per aiutare le popolazioni del Vecchio Continente, stremate dagli sconvolgimenti del conflitto, a ritrovarsi sul comune terreno della solidarietà e dell’armonia fra entità statali e sezionali differenti.
Cosi, quando l’argomento fu ripreso nel successivo dibattito del 18 aprile, pochi giorni dopo l’accordo nell’Assemblea sul testo costituzionale, non essere tra gli interlocutori sostanziali obiezioni di principio, se non la constatazione di un’oggettiva genericità in tema di controllo dei finanziamenti e il prevalere dello scontro partitico, in quei mesi durante i quali stava precisandosi la svolta decisiva del quadro politico del paese sotto l’incalzare delle esigenze delle spaccature, in via di netta definizione, della situazione internazionale.
Uno scontro, però, che pare non aver compromesso una sorta di diffusa acquisita consapevolezza di dover essere partecipi dei termini fondanti della repubblica democratica, attraverso il fervido e genuino apporto dei propri ideali e delle proprie esperienze, senza particolari ostentazioni di superiorità intellettuali da far valere o di enfasi con cui sottolineare il proprio specifico contributo. Così a Roma nella solennità formale del lavoro costituente; come a Milano in quell’”officina delle idee” in tumultuoso movimento che fu nei primi anni postbellici la Casa della cultura di via Filodrammatici al numero5. Là dove, fin dal suo costituirsi nella primavera del 1946, si ritrovano alcuni dei più bei nomi dell’intellettualità milanese (da Borsa, appunto ad Adolfo Tito, da Alberto Mondadori a Riccardo Malipiero, da Gaetano Baldacci a Elio Vittorini, da Raffaele De Grada a Antonio Banfi, fra gli altri, con il presidente Ferruccio Parri), uniti, tanto, dal comune impulso da far nascere delle ceneri dell’Italia in “camicia nera” una società nuova capace di suscitare ed accogliere i fermenti autonomi finalmente liberi di sprigionarsi “dal basso”; qanto di caratterizzare gli auspicati mutamenti proprio in termini di elaborazione culturale, nella certezza che solo in tal modo sarebbe stato possibile per l’Italia affrontare il futuro via via liberandosi dal fardello del suo oscuro passato. “Casa”, dunque, anche nel senso fisico del termine, di gran parte del ricchissimo associazionismo intrecciatesi nella realtà milanese, come del Fronte della cultura ispirato dall’impegno diretto del magistero razionalistico di Antonio Banfi ormai rivolto alla ricerca di concrete sintesi tra astrattezze teoriche ed esperienze della vita pratica; o dell’Università popolare e dell’Istituto di studi filosofici; oppure di iniziative nel campo della dimensione teatrale e cinematografica; senza chiudersi agli studi di architettura o di economia ed ancor meno all’ispirazione di Altiero Spinelli coagulata nel Movimento federalista europeo. Era nei suoi locali, tra l’altro, che il gruppo raccolto da Vittorini attorno al “Politecnico” sovente si incontrava per stabilire le proposte della rivista fino alla sua forzata chiusura del dicembre 1947. Mentre ampio spazio si cercava di dare ai rapporti con il mondo d’oltralpe, chiamando a svolgere conferenze Paul Eluard non meno di Jean-Paul Sartre.
È significativo che una simile attività (non certo l’unica nel pullulare delle iniziative del periodo fatto di riviste che nascevano, di libri che si dibattevano pubblicamente, di editori che aggiornavano i loro cataloghi, di ricerche di un nuovo linguaggio teatrale culminato nella straordinaria esperienza del Piccolo Teatro fondato da Giorgio Strehler e Paolo Grassi) fosse sostenuta tenacemente dal sindaco Antonio Greppi, a capo di una giunta unitaria dei maggiori partiti del Cln capace di durare fino ai primi mesi del 1949, addirittura superando il violentissimo scontro del 18 aprile 1948. Quasi a voler testimoniare nei fatti, fino all’ultimo di un’Italia decisamente collocate senza possibilità di ulteriori mediazioni dietro linee di confine contrapposte, che le ragioni del dialogo costruttivo sul terreno della cultura e su quello dell’azione politica si sostenevano reciprocamente ed erano in grado di consentire un comune programma di messa a punto dell’avvenire. Già, perché sul piano delle scelte amministrative l’alleanza a Palazzo Marino aveva saputo affrontare i continui sussulti e le ricorrenti tensioni fra i partiti riuscendo a dare risposte positive e sostanzialmente omogenee alle urgenze di una città soffocata dalle distruzioni materiali della guerra, dei problemi di approvvigionamento alimentare e più in generale di pesanti carenze di ordine ai più elementari bisogni della vita quotidiana della popolazione, in presenza di una dilagante disoccupazione valutabile attorno alle centomila unità.
Per altro il dibattito romano alla Costituente avveniva – va ricordato – a pochi mesi dalla rottura dell’unità del Partito socialista, a poche settimane dalla controversa approvazione dell’inserimento dei Patti Lateranensi nella Carta costituzionale, durante la difficile esperienza dell’ultimo “tripartito” di coalizione “resistenziale” e prima dell’estromissione di comunisti e socialisti dal governo De Gasperi. Nel pieno, cioè, di tutte le tensioni politiche interne ed internazionali del periodo e sullo sfondo di una dilagante crisi economica che sembrava impedire al Paese di imboccare il cammino della ricostruzione. Tanto più che in materia di libertà di informazione – e certo per motivi difformi – sembrava prevalere nel mondo cattolico come in quello della sinistra una sorta di prudente esigenza di controllo dall’alto, una diffidenza verso il libero mercato delle notizie, che certo scontava il timore per la lunga, forzata impreparazione dell’opinione pubblica ammutolita dal “ventennio”; ma che pure aveva radici più lontane affondate in una storia del nostro Paese sempre segnata da una modernizzazione ritardata e quindi dalla costante esigenza fatta propria, a torto o a ragione, dai gruppi dirigenti di proporsi come formatori ed educatori delle masse da “portare dentro” alle nuove stagioni della politica: così era stato per l’Italia degli Stati napoleonici, per quella risorgimentale, per le successive stagioni dell’unità nazionale e in quel momento per l’affiorante sistema repubblicano. Il timore, in definitiva, di licenze e abusi provocati da un malinteso senso di libertà finì per accomunare chi paventava attacchi ai tradizionali fondamenti religiosi e morali, con quanti erano preoccupati del prevalere di forze socio-economiche dal forte potere monopolistico e quindi disponibili a favorire avventure magari contrarie agli aspetti democratici faticosamente raggiunti. E così si previde, da un lato, la possibilità del sequestro da parte dell’autorità giudiziaria e pure degli organi di polizia nei casi di assoluta urgenza; e dall’altro, la ricerca dei finanziatori, con anche un’attenzione particolare per la violazione delle norme contrarie al buon costume. Di più fu difficile ottenere in quella difficile temperie politica, lasciando ad una auspicata e prevista legge sulla stampa il compito di definire le diverse fattispecie da garantire e, all’opposto, da sanzionare nell’esercizio della libera manifestazione del pensiero costituzionalmente tutelata. E soprattutto al successivo evolversi delle sensibilità collettive nel continuo confronto con i reali rapporti di forze dispiegati nella società e con le trasformazioni via via intervenute nell’utilizzo dei mezzi tecnici impiegati per diffondere l’informazione. Mutamenti spesso imponenti , ma che nulla tolgono all’attualità non appannata di quell’antico dibattito del 1947, la dove si avvertiva quale diritto e dovere etico e civile affermare senza mezzi termini la necessità di garantire a tutti la partecipazione alla nascita di una libera opinione pubblica come sostanza stessa della democrazia.
NOTA EDITORIALE
di Andrea Moroni
I documenti che si pubblicano sono conservati presso l’Archivio Storico del Corriere della Sera, sezione Carteggio, fasc. 163: Mario Borsa. Si tratta della trascrizione di due dibattiti svoltisi a Milano il 1° marzo e il 18 aprile 1947, ossia in concomitanza con la discussione in Assemblea Costituente sull’articolo riguardante la libertà di stampa.
A questi due documenti si è ritenuto opportuno affiancare due articoli sull’argomento pubblicati dal “Corriere” rispettivamente il 19 dicembre 1945 e il 12 aprile 1946, entrambi a firma di Mario Borsa.
Mario Borsa fu tra i primi protagonisti della rinascita del “Corriere della Sera” dopo il 25 aprile nonché delle vicende politiche e giornalistiche di quegli anni. La sua designazione alla guida del principale giornale italiano era stato oggetto di lunghe trattative e discussioni già durante la guerra di liberazione. Ostili alla sua designazione si erano mostrati i rappresentanti della proprietà, più propensi a rivolgersi al liberal conservatore Ettore Janni, già direttore durante i 45 giorni badogliani. Il Cln si era espresso in maggioranza favorevole ad una soppressione del giornale quale simbolo rilevante di una necessaria discontinuità con il passato. Ma Borsa poteva contare su di una riconosciuta professionalità, sui suoi legami con il mondo della liberal democrazia azionista e sulla volontà degli Alleati di affermare una realtà dell’informazione non solo dominata dagli organi di partito, ma aperta ai contributi dei tradizionali giornali indipendenti. E così, dopo l’effimera apparizione il 26 aprile 1945 del “Nuovo Corriere” subito soppresso dal Cnl, il quotidiano poté riprendere le pubblicazioni il 22 maggio successivo, modificando, però la testata in “Corriere d’Informazione”. Sarà solo il 7 maggio dell’anno seguente che comparirà nelle edicole il nuovo “Corriere della Sera”, che sottolineò la continuità con la precedente testata anche nella numerazione, uscendo come primo numero del settantaduesimo anno di vita. Il “Corriere d’Informazione” continuò come edizione del pomeriggio. Il girnale tornava così a utilizzare a pieno regime il suo potenziale produttivo, come più volte lo stesso Borsa aveva auspicato di fronte al Cnl e agli Alleati.
Nel frattempo, all’indomani del 25 aprile, la gestione economica del “Corriere della Sera” era stata commissariato e i proprietari, i fratelli Crespi, sospesi fino al chiarimento delle loro responsabilità nei confronti del passato regime. Al principio del 1946 la gestione commissariale terminò e i Crespi rientrarono a tutti gli effetti nella proprietà del giornale e non tardarono a riportarlo su binari ritenuti più omogenei alle tradizionali posizioni della testata. Fu allora che Borsa – tra l’altro apertamente favorevole alla causa repubblicana nel referendun del 2 giugno – rassegnò le dimissioni. L’8 agosto gli subentò un antico collaboratore di Albertini, certamente più moderato, Guglielmo Emanuel.
DIBATTITO DEL 1° MARZO 1947
ALLA CASA DELLA CULTURA
BORSA1. Spiega che si tratta di precisare i termini della questione ed avviare quindi la discussione. La questione è quella della proprietà della stampa e quindi della libertà di stampa. È indiscutibile che ciascuno può scrivere ciò che vuole; è discutibile se chiunque sia libero di far scrivere ciò che vuole. Si tratta dei giornali cosiddetti indipendenti iquali, per seguire i loro interessi commerciali, non sempre hanno seguito l’interesse del Paese. Nella presente situazione sociale l’interesse commerciale è più che evidente quando si tratti di smerciare cose utili alla vita materiale del Paese, ma la questione è differente quando si tratta di cose che si rivolgono alla vita morale del Paese, cioè all’opinione pubblica. Ci si domanda se sia il caso di trovare una forma di vigilanza e di controllo della stampa e, dato che questa necessità sia riconosciuta, di vedere con quali mezzi essa può venire esercitata.
Borsa ricorda quanto è stato fatto in Francia dopo la Liberazione; i termini più generali in cui la questione è stata sollevata in Inghilterra; le proposte fatte negli Stati Uniti d’America per limitare gli abusi della stampa “gialla”; ed afferma che in Italia fortunatamente la situazione è di gran lunga migliore di quella inglese o nord-americana. Tuttavia anche qui noi abbiamo forti organismi giornalistici che si dicono indipendenti e per i quali si domanda appunto una forma di vigilanza e di controllo. Però quando si viene all’atto pratico e, cioè, ai mezzi di applicazione della vigilanza, i pareri sono molto diversi. Alcuni credono che la funzione di vigilanza e controllo potrà essere esercitata dai Consigli di gestione quando saranno diventati legge; però egli dubita assai che sia questa la via buona, perchè i Consigli di Gestione dovranno essere rappresentati dei lavoratori ma anche della direzione e della proprietà. Non si vede quindi come i Consigli potrebbero esercitare quella vigilanza e quel controllo che sono sollecitati. Vi sono poi le Commissioni interne, che qualche volta cercano di far valere la loro voce. Però, personalmente, Borsa non è favorevole alle Commissioni interne per l’esercizio di questa particolare missione, perché le Commissioni interne sono composte da elementi appartenenti e dipendenti dal giornale. Può darsi che esse agiscano con tutta lealtà, ma potrebbe darsi che qualche volta l’interesse personale finisca per impedire l’esercizio di tale attività. Sono state fatte altre proposte: per esempio, quella di frazionare la proprietà. Poiché si teme che un giornale appartenente ad un gruppo o ad un proprietario possa far valere interessi particolari, si è proposto, per esempio, di lasciare una parte all’attuale proprietario ed un’altra parte, la maggiore, affidata ad istituti pubblici: banche, casse di risparmia, istituti di previdenza, ecc. In tal modo, la proprietà così frazionata non verrebbe più a pesare direttamente sul giornale. Si è anche proposto di nominare una Commissione in cui siano rappresentati il Governo, i giornalisti, i tipografi, la federazione industriale; la Commissione che dovrebbe scegliere il direttore, il quale dovrebbe dipendere da essa. Si è parlato anche di nazionalizzare la stampa. Borsa fa però osservare che la nazionalizzazione della stampa finirebbe per mettere questa alla mercè del Governo. Infine è stato proposto di abolire la stampa indipendente, nel senso non di abolire i giornali indipendenti ma di obbligare questi ultimi a dichiararsi organi dell’uno o dell’altro partito. L’argomento che si mette avanti è questo: che per il grosso del pubblico un giornale indipendente ha più peso di un giornale di partito. La constatazione non è vera, ma che da questo si debba passare all’abolizione dei giornali indipendenti, a borsa non pare sia bene. La discussione di oggi deve quindi servire a vedere se è possibile trovare una forma di vigilanza e di controllo che rispetti la libertà di stampa.
SIMONAZZI2. Bora è arrivato alla conclusione che il problema si presenta di soluzione difficile specialmente perché non pare sia possibile trovare una forma che, risolvendo il problema, non intacchi il principio della libertà di stampa. È certo che ogni limitazione della proprietà comporta limitazione della libertà. Posto in questi termini, il problema è forse uno solo: bisogna scinderlo in due parti , separando quella astratta e polemica da quella concreta, quale si presenta a noi sotto l’impressione della degenerazione di certa stampa, che ha urtato il senso morale della totalità dei cittadini.
La Francia si è limitata a risolvere la parte concreta: cioè ha colpito duramente tutti coloro che si erano resi colpevoli di collaborazione col nemico o col Governo che aveva collaborato, ed ha trascurato il resto del problema. Con ciò si proiettta già un anticipo di soluzione generale, perché quanto è accaduto dal 1943 in poi rappresenta un monito, un presidio per l’avvenire. Insomma, proprietà, direttori e redattori di giornali, in un domani, dopo quanto è accaduto in Francia, sanno che potrebbero essere chiamati a rispondere dell’opera loro ed eventualmente a pagare. Ma forse si può fare qualcosa di più, se non molto. Per esempio potrebbe essere utile limitare l’estensione di certi organismi giornalistici. Quando si stabilisse che un determinato organismo finanziario non può possedere o controllare più di un quotidiano e si aggiungesse la pubblicità dei bilanci a quella specie di controllo che è esercitato dall’opinione pubblica, si arriverebbe ad una soluzione di qualche efficacia. Altro provvedimento che potrebbe essere utile, anche se non di facile attuazione, sarebbe la configurazione del reato di alto tradimento per quei proprietari o direttori o giornali che accettassero sovvenzioni dall’estero. Infine, si potrebbe con un legge dichiarare reato di azione pubblica (perseguibile da una magistratura speciale) l’alterazione cosciente e persistente di fatti o notizie. L’azione potrebbe essere promossa dal magistrato o dal cittadino. Non si tratta di pena di morte o di fucilazione: una sentenza che bolli di falso o di sistematica falsificazione della realtà di un determinato giornale e che fosse obbligatoriamente pubblicata da tutti, colpirebbe col discredito il giornale responsabile nel modo più efficace. Si è detto anche di accentuare la figura ed il prestigio del direttore dandogli anche di fronte ai proprietari una certa indipendenza. Qui però il problema riguarda la coscienza del direttore. Se questi si lascia corrompere, non c’è più rimedio possibile.
D’AMBROSIO3. Altro aspetto del problema è che l’evoluzione capitalistica che ha portato alla formazione dei grandi “trust” di stampa, rende non soltanto possibile l’esistenza di una stampa a grande tiratura (che per la sua stessa potenza può riuscire di nocumento agli interessi della comunità), ma anche difficile e qualche volta impossibile l’esercizio della stampa da parte dei gruppi veramente indipendenti o dei gruppi di partito. Questo stato di disagio si sente particolarmente oggi nel dopoguerra, per la scarsità delle tipografie, la deficienza di corrente, l’approvvigionamento della carta, ecc. Oggi è molto difficile a chi voglia fare della stampa veramente indipendente trovare i mezzi tecnici necessari. Si tende a porre in uno stato di soggezione la stampa che non può legarsi agli interessi dei grandi “trust” non soltanto all’estero ma anche in Italia. Inoltre, i servizi di pubblicità oggi prendono la prominenza; le grandi imprese di pubblicità impongono ai giornali indirizzi precisi da seguire. Sottrarsi a questi giornali o non accettarli vuol dire anche il boicottaggio di quelle tipografie che dovrebbero stampare giornali. Si rende così impossibile la realizzazione del principio astratto della libertà di opinione. Perché una cosa è la libertà di opinione ed altra cosa è la possibilità di portare la propria opinione a conoscenza del pubblico. Il principio della libertà di opinione è dunque limitato dalla presenza della proprietà privata in forma di “trust”. L’unico rimedio per uscire da questa situazione, pur con tutti i suoi inconvenienti, è la nazionalizzazione. Non è possibile l’esistenza di una stampa libera fino a quando non si potrà ottenere che le tipografie siano a disposizione di tutti quanti indistintamente chiedono di stampare un giornale. A tutto ciò si può arrivare soltanto portando la proprietà delle tipografie all’intera nazione, all’intera collettività. Ci sono naturalmente inconvenienti e pericoli, ma quello cui accennava Borsa sembra inesistente. L’asservimento al Governo potrebbe esistere in un regime a tipo dittatoriale, quando ogni libertà fosse soppressa, non in un regime democratico dove ci sia pluralità di partiti, siano ammesse le discussioni, esista un Parlamento cui portare le proteste contro abusi. In un regime veramente democratico non può sussistere identità tra nazionalizzazione e governo. La stessa vita breve dei regimi democratici dà la garanzia che questo non potrebbe operare in favore degli uni o degli altri. Altro pericolo è di fare delle imprese nazionalizzate organi burocratici, ma si tratterebbe di deviazioni, cioè di difetti non intrinseci non sostanziali e che potrebbero essere combattuti pur rimanendo sempre sul terreno della nazionalizzazione. Esiste attualmente nel Nord Italia questa condizione: giornali di partito o giornali indipendenti sono ospiti di tipografie private. Esiste la possibilità che da un momento all’altro questi giornali possano essere sfrattati a pro di altri disposti ad offrire contratti più vantaggiosi. Questa situazione è generale per quasi tutti i giornali di Milano. Bisognerebbe fosse adottata una disposizione vietante lo sfratto anche al termine dei contratti in corso delle tipografie private similmente a quanto è stato fatto per le locazioni degli immobili urbani.
LOMBARDI4. Borsa si è dichiarato contrario alla nazionalizzazione dei giornali, ma non a quella delle grandi aziende tipografiche. Lombardi pensa che quello identificato da Borsa sia un pericolo reale, ma ritiene che la nazionalizzazione dei complessi tipografici come mezzo strumentale indispensabile sia opportuna. Si dichiara d’accordo con D’Ambrosio limitatamente ai mezzi tecnici. Quanto alla pubblicità, fa presente che i giornali a forte tiratura non hanno bisogno di finanziamenti per due ragioni: perché hanno una forte tiratura appunto per la loro reale o presunta indipendenza e perché questo loro carattere attira la pubblicità. Quindi un controllo sulla pubblicità finirebbe per essere irrilevante, ove non si trovasse il modo di rimediare a questa disparità. Una forma opportuna per stabilire condizioni di parità potrebbe essere quella di limitare il quantitativo di pubblicità per tali giornali convogliando la residua verso i giornali di partito. In tal modo il controllo sul finanziamento reale dei giornali sarebbe più facile, anche perché si potrebbe sciorinare di fronte al pubblico le reali fonti di finanziamento della stampa indipendente.
BORSA. Ritiene che tutti siano d’accordo sull’opportunità di fare qualcosa.
Il guaio comincia quando si tratta di concretare. Pensa che sarebbe forse opportuno nominare una commissione di giornalisti e di giuristi incaricata di studiare la questione e di formulare un progetto di legge per la discussione in Parlamento.
MELLONI5. Afferma che la stampa indipendente non esiste. “Quella che noi conosciamo come stampa indipendente finisce per essere anch’essa una stampa di partito, dei partiti che non ci piacciono.” La stampa di proprietà privata è dei partiti conservatori. Si tratta di proprietari che appartengono più o meno dichiaratamente a partiti conservatori. Facciamo il caso del “Corriere della Sera”: esso non è meno indipendente da un’idea politica di “Milano-Sera”6! Come spesso accade, nella forza popolare c’è il numero, ma manca la forza economica. In definitiva si verifica ogni giorno quel che è l’aspetto economico dello Stato. I liberali sono pochi e ricchi, icomunisti, socialisti, democristiani sono molti e poverissimi (si ride). Se si dovesse arrivare ad un controllo della stampa bisognerebbe essere d’accordo tutti. Ad un certo momento la possibilità offerta da un proprietario di giornali è immensa, soprattutto quando ci si trova di fronte ad una situazione di fatto preesistente. In verità, qualche volta mi domando se non è ripugnante affrontare questo argomento, perché io dovrei essere capace, o qualcuno al posto mio, di fare un giornale tale che finisca, a poco a poco, per avere una diffusione maggiore di quella della concorrenza. Ad un certo punto questo problema non ce lo porremmo più se riuscissimo ad interessare o persuadere i lettori italiani che le questioni politiche affrontate dai partiti sono molti più importanti, ed è giusto e doveroso che esse siano esaminate nei giornali che dei partiti sono la voce. In questo momento gli italiani si orienterebbero verso una stampa francamente tendenziosa, che è personalmente quella che preferisco. Afferma che a suo parere non esistono giornali che non siano di interesse collettivo.
MAZZALI7. Il principio della proprietà privata e dell’iniziativa privata è andato a cozzare con gli interessi della collettività. Quella stessa società che rese possibile l’attuazione di questi due principi è in crisi. Come si può rendere possibile allora la manifestazione alla libertà di stampa senza aggiungere alle conclusioni estreme? Il giornale è un prodotto, Ora, come nelle fabbriche il diritto del capitale è controllato e limitato nelle sue manifestazioni, così il giornale deve essere limitato e controllato da chi partecipa al progresso produttivo (operai, impiegati, giornalisti), all’esterno controllato dai rappresentanti del Governo. Questo in attesa che il giornale venga dato finalmente ai giornalisti.
DE LUCA8. Quel che conta è assicurare ad un giornale i mezzi per vivere. La nazionalizzazione non risolve affatto il problema di dar vita a dei giornali.
BALDACCI9. Ritiene non essere vero che non vi siano giornali indipendenti. Ricorda che durante il periodo clandestino a questo proposito ebbe una polemica proprio col dott. Borsa. Piuttosto, essi sono rari ed è difficile che possano mantenere al loro interno una posizione demcratica. Difficile ma possibile. Si potrebbero citare esempi di giornali indipendenti che riferiscono obiettivamente delle notizie per poi criticarle da un certo punto di vista. Si può convenire con Melloni di ritenere che spesso si tratta di un punto di vista conservatore o almeno avente di mira la conservazione. Quindi tutto sta nel vedere se sia possibile a determinati giornali, detti indipendenti riferire obiettivamente le notizie. Che cosa può avvenire se un redattore riferisce obiettivamente quanto viene a sua conoscenza? Può avvenire che si prendano dei provvedimenti nei suoi riguardi. In questi casi tutto dipende dal direttore, cioè dalla sua personalità, e dalla possibilità di tenere il direttore fuori dalla ingerenza della proprietà sul suo operato. In Italia abbiamo dei precedenti albertiniani ed altri. A questo proposito io sarei del parere di fare una doppia proposta. Primo: che quando la proprietà del giornale abbia deciso di scegliere un direttore, a parte tutte le altre questioni, a parte tutte le altre questioni (è da presumere che la proprietà si sarà accertata di tutte le qualità, soprattutto morali, della persona prescelta), il direttore scelto abbia la possibilità di esercitare il proprio mandato senza ingerenze per un determinato limite di tempo, a meno che non sorgano nel frattempo problemi particolari, quali una rapida caduta della tiratura, questioni tecniche, ecc. ecc. Secondo: durante il periodo fascista, molti proprietari di giornali, per garantirsi verso il direttore politico, nominato dal Ministero della Cultura Popolare, hanno creato la figura del direttore amministrativo, figura che non esisteva, per esempio, negli anni precedenti la prima guerra, durante i quali c’era soltanto un amministratore, mentre di tutte le questioni editoriali, fino alla campagna degli abbonamenti, si occupava il direttore. Io penserei opportuno un ritorno alla figura del direttore editoriale, in modo che quella dell’amministratore ritorni ad essere più decisamente tecnica, limitando così le sue continue ingerenze e influenze sul direttore editoriale. Terzo argomento che mi pare importante e tipicamente italiano: la moralizzazione del giornalismo. Non si tratta né di procedere ad epurazioni massive né di fare quanto si è fatto in Francia. M in Italia esistono tre, quattro, cinque, sei persone che dovrebbero essere eliminate dall’attività giornalistica, mentre nessuna di esse ha avuto il pudore di tacere. Questo ha comportato e comporta tutt’oggi una situazione penosa, situazione che non è tanto penosa a Milano quanto a Roma.
BUSETTO10. È possibile accettare tanto la tesi Melloni, quanto quella Baldacci. Ma egli pensa che un aspetto della questione non sia stato sufficientemente rilevato e cioè l’aspetto commerciale. Poiché il giornale è una merce che si vende ed è soggetto alla legge della concorrenza sul mercato: il giornale meglio fatto – si dice – è più venduto; il giornale peggio fatto è meno venduto. Posta in questi termini, la questione dà questione ad illazioni superficiali. So per conoscenza che nella nostra città ci sono dei giornali fatti anche meglio del “Corriere della Sera” e che pure hanno tiratura molto limitata. Giocano nella diffusione infiniti elementi di tradizione, di conservatorismo del lettore, più che del proprietario. Giocano elementi di organizzazione interna del giornale medesimo. In realtà, poi se si guarda ai due gruppi contrapposti dei giornali politici e indipendenti, si noterà come i primi, per forza di cose, dovevano avere un “handicap” iniziale, perché è evidente che il giornale politico è letto e sarà letto in misura maggiore o minore da quanti aderiscono ad una determinata corrente politica.
Inoltre gli stessi giornali politici hanno dei limiti alla loro attività professionale appunto perché, oltre a dover informare i propri lettori e compagni di fede dei fatti interpretati secondo la loro ideologia, hanno anche l’obbligo di prendere posizione politica di fronte a tutta l’opinione pubblica sacrificando a ciò una parte del loro spazio: articoli di fondo, servizi, fotografie, comunicati dei partiti, discorsi degli oratori dei partiti, ecc. Questa situazione pesa e peserà in eterno sulla diffusione dei giornali politici e li metterà sempre in condizioni di inferiorità rispetto ai giornali più o meno indipendenti. D’altra parte, quale è la situazione reale, concreta? Prima della caduta del regime fascista, esistevano poche decine di giornali: alcuni grossi complessi industriali, più una serie a diffusione regionale o provinciale, finanziata dal cosiddetto Ente Stampa. Oggi ci sono oltre 170 quotidiano. Evidentemente, pur ammettendo che ci sia stato un incremento nella lettura dei giornali, l’aumento del numero dei lettori non è proporzionato all’aumento del numero dei giornali. Quindi, in senso economico, il mercato si è ristretto e si è ristretto soprattutto a danno delle grandi imprese editoriali che, pur mantenendo ancora un’ottima tiratura, hanno visto tagliare larghe fette dei loro lettori a beneficio di altri giornali, e soprattutto di quelli politici. Per i fratelli Crespi11, il giornale ha due aspetti: avrà l’aspetto politico, ma anche l’aspetto commerciale. I fratelli Crespi, oltre che per motivi ideologici, certamente per motivi commerciali, hanno interesse a monopolizzare il mercato, come hanno questo interesse i grandi produttori di qualsiasi merce in qualsiasi settore della produzione. Naturalmente sono essi, e tutti gli altri che si trovano nella stessa situazione, nelle condizioni più favorevoli. Io so che ogni qualvolta si è discusso del prezzo dei giornali, l’opposizione è stata fatta da parte degli organi politici in generale (tranne qualcuno), che nell’aumento del prezzo, vedevano una minaccia alla diffusione del giornale stesso per un principio economico molto facilmente comprensibile. I rappresentanti dei grandi complessi editoriali si sono invece battuti perché l’aumento del prezzo del giornale fosse il massimo possibile. Oggi si vendono i giornali a sei lire. I grandi complessi industriali potrebbero vendere il giornale dalle quattro alle cinque lire. Sono proprio questi complessi che, se si ponessero sul terreno della libera concorrenza, potrebbero, ribassando il prezzo, mettere in cattive condizioni gli altri, perché hanno ammortizzato gli impianti, i capitali investiti; perché il costo della loro produzione è molto inferiore rispetto al costo degli altri. E allora, da questa disamina, appare una contraddizione: perché costoro intendono aumentare i prezzi quando potrebbero, secondo la legge comune, battere la concorrenza? Perché diminuire il prezzo non significa riconquistare tutta quella parte dei lettori che si è persa, in quanto che essa parte che si è persa non per ragioni economiche, ma per ragioni ideologiche. È molto più comodo invece, date le grandi riserve finanziarie che stanno dietro questi complessi, esasperare la situazione nella speranza di uccidere la concorrenza. A questo punto sarà possibile stabilire il prezzo che si vuole, cioè il prezzo del regime di monopolio. Sembra al Busetto che in regime di democrazia che sia questo il pericolo più grave, più grave persino dell’uso che si fa della libertà di stampa. Egli richiama l’attenzione su questo aspetto di oppressione economica che si tenta di fare nei confronti dei giornali soprattutto politici. Si tratta di un problema di costi e di tipografia, nonché di mezzi tecnici. Il guaio è purtroppo che nel nostro Paese siamo veramente in una fase di transizione, per cui molte volte ci si spaventa delle parole che, nella concezione degli individui, non hanno ancora assunto un contenuto concreto. Dobbiamo domandarci: la funzione della stampa è pubblica o no? Riconosciamo alla stampa il carattere di pubblica utilità? Se le risposte ad entrambe le domande sono positive dobbiamo riconoscere che la stampa ha il diritto di esistere in tutte le sue manifestazioni. Ma allora è evidente che i cittadini hanno il diritto di esprimere la loro opinione in tutti i sensi e nello stesso tempo di accogliere le opinioni formulate da chi meglio sa farlo in rapporto a determinare correnti politiche e nello stesso tempo di esercitare un controllo ed una critica sull’opinione degli altri. In altri termini, si tratta di questo: in una Stato veramente democratico, se esistono dei diritti costituzionali per i cittadini, deve essere garantita ai cittadini non solo l’esistenza del diritto, ma anche la possibilità di esercitarlo. Con che noi arriviamo quindi al problema della nazionalizzazione dei mezzi tecnici per stampare il giornale. Si tratta di organizzare queste aziende secondo criteri industriali ineccepibili, con capi ed esecutori che diano tutte le garanzie di buon funzionamento economico, con esclusione di interferenze da parte di interessi privati, Noi pensiamo alla necessità che ad un certo momento, nel suo proprio interesse, la collettività si addossi determinate passività e se le distribuisca, perché, parlando di nazionalizzazione, noi non abbiamo nessuna intenzione di mettere i giornali in condizioni di parità. Si possono benissimo organizzare i mezzi tecnici della stampa indipendentemente dalla proprietà giornalistica che si riversa sul complesso del giornale. Non si tratta di instaurare il controllo dei giornali di natura politica sui giornali di natura indipendente. Tutti si devono battere secondo i loro mezzi professionali tentando di accaparrarsi una maggior parte di pubblico attraverso perfezionamenti tecnici, attraverso l’uso di diversi caratteri, attraverso i diversi modi di impaginazione, ecc. Non può essere ammissibile che il capitale, preso nella sua espressione pura e semplice, possa condurre ad una concorrenza a base di colpi bassi verso le più modeste entità finanziarie di altri giornali, per costringerli a morire di inedia, come purtroppo ne sono già morti.
MAGLIANO12. Afferma che i giornali indipendenti non esistono. Il “Corriere della Sera” non è affatto indipendente, perché ha un determinato indirizzo; così il ”Corriere Lombardo”. Concorda quindi con Melloni. Afferma che poi non si può adottare una qualsiasi soluzione di nazionalizzazione o di intervento dello Stato nell’ambito delle tipografie, a meno che questa soluzione o questo intervento siano in linea con le soluzioni generali della vita sociale ed economica del Paese.
IL DIRETTORE DELLA R.A.I.13 Propone la nazionalizzazione della R.A.I., poiché ritiene che la radio sia paragonabile ad una tipografia.
UNO DEL PUBBLICO. Avanza due proposte: la pubblicazione di un giornale di Stato (a quattro, sei, otto pagine) nel quale ogni partito disponga di un certo spazio, oppure di un solo giornale per ogni partito.