Estratti da
Sinistra Light
di Ferruccio Capelli
Il populismo mediatico
La vita publica è profondamente cambiata: il suo centro si è spostato nei media. Il sistema politico ne esce indebolito e trasformato. Gli esempi di ingerenze indirette o dirette dei media ormai abbondano in tanti parti del mondo: si pensi per esempio alla scelta del candidato socialista alle presidenziali francesi. Essa è stata largamente determinata dalla predisposizione dei media a sostenere il “sorriso di Segolène Royal”: l’immagine seducente di Segolène ha spiazzato gli altri candidati e reso irrilevante ogni confronto di merito.
Chi detiene la proprietà e il controllo dei mezzi di informazione può agevolmente imporre il suo gioco, perfino trasformarsi in protagonista politico in prima persona. È ormai lungo l’elenco dei signori dei media che tentano di lanciarsi nella competizione elettorale, si tratti degli Stati Uniti, dei paesi sudamericani o di quelli asiatici. Ma con ogni probabilità l’invasione di campo meglio riuscita e più gravida di conseguenze la stiamo sperimentando proprio qui in Italia, dove ha portato all’emersione e al consolidamento di nuovi soggetti politici: Forza Italia, il primo partito del paese e forza trainante della coalizione di centrodestra, è un’emanazione diretta del monopolista televisivo.
La destra italiana, dopo l’emersione della leadership di Berlusconi, si è ridefinita nelle forme di un nuovo populismo mediatico. Esso si basa sul rapporto diretto tra il leader, che controlla i mezzi di informazione, e l’opinione pubblica. Vi ritroviamo alcuni tratti classici del populismo: la seduzione degli elettori attraverso l’esibizione della ricchezza e della celebrità mondana, il ricorso spregiudicato a promesse alluvionali, l’invenzione del nemico e l’appello a mobilitarsi contro di esso. Poggiandosi su questa ardita innovazione la destra italiana ha ripreso vigore, è riuscita ad alimentare le sue radici storiche più profonde e a dare voce, incanalare e rappresentare umori, pulsioni e interessi diffusi. Essa, soprattutto, forte dell’immensa concentrazione di potere mediatico nelle mani del suo leader, riesce a scandire l’agenda della vita pubblica: i temi e le questioni su cui ruota il dibattito pubblico, il clima complessivo della discussione nel paese, portano inesorabilmente il segno del populismo mediatico. Gli altri soggetti in campo possono decidere di cavalcare gli stessi temi, oppure tentare di limarli e smorzarli: è sempre più improbabile invece che trovino la forza di cambiare l’agenda.
L’irruzione del populismo mediatico sulla scena politica ha innescato una ridefinizione complessiva degli schieramenti politici. La destra ne è uscita rafforzata: gli interessi che essa rappresenta e i suoi valori di riferimento sono emersi prepotentemente nella vita pubblica italiana. La sinistra invece, costretta a fare i conti con il sistema di dominanza mediatica e con le nuove ondate populiste, si è indebolita nella rappresentanza sociale e ha perso il filo del suo discorso ideale.
Una sinistra “light”?
L’invasione crescente della scena da parte dei media ha scosso assetti fondamentali della sinistra italiana. Essa, tradizionalmente strutturata in partiti di massa e con una rappresentanza ben definita del mondo del lavoro, nel nuovo sistema politico ha smarrito il suo radicamento. Le sue strutture organizzate si sono fatte sempre più esili. Il suo riferimento sociale è sempre più incerto: essa è alla ricerca perenne dell’elettore medio, del cittadino fotografato dai sondaggi e amplificato da giornali e telegiornali. Inoltre, sotto la pressione omologatrice dei media, la sinistra italiana ha smontato il suo frame storico e ha tagliato le radici con il suo patrimonio di valori storici e ideali: essa si è traformata in una forza d’opinione con un profilo ideale e valoriale caratterizzato da un vago sincretismo. La sinistra, senza radici e rappresentanza, è diventata incerta, evanescente, quasi indefinibile nei suoi tratti di fondo. Nella sinistra italiana vi è una sensazione diffusa di smarrimento.
La crisi a sinistra è profonda: da qui la suggestione del rifacimento radicale, del ribaltamento del modello, del “nuovo” a ogni costo. Nella società liquida della “seconda modernità”, segnata dal peso determinante dei media, la sinistra, viene ipotizzato, dovrebbe svincolarsi da rappresentanze sociali definite e da vincoli valoriali troppo rigidi: entrambi rischiano di essere solo un appesantimento inutile, una bardatura del passato. Le difficoltà del radicamento e i contorni sempre più indefiniti della narrazione sembrano spingere verso una “sinistra light”, nel duplice senso di leggera e brillante, una sinistra pensata per competere al meglio dentro il sistema a dominanza mediatica. La sinistra leggera può ritagliarsi spazi di movimento nel sistema ingombrato dai media, deve esibire velocità e prontezza delle scelte senza troppe preoccupazioni per la loro coerenza, cerca di partecipare a quel movimento di innovazione rapida e vorticosa che sembra caratterizzare la nostra società. Essa nello stesso tempo deve essere anche brillante, sedurre e attrarre il cittadino - spettatore, incantare con messaggi rapidi e distinguibili dentro il ritmo vorticoso del chiacchericcio e del rumore mediatico.
L’operazione Partito Democratico, con l’accento “nuovista” che la caratterizza, trova spiegazione dentro questo orizzonte. Le primissime iniziative hanno rivelato proprio questo gusto del movimento rapido e leggero e la ricerca del tocco brillante e seducente. La scelta di individuare il segretario del nuovo partito attraverso elezioni primarie aveva in sè proprio questi tratti di leggerezza e di brillantezza. Esa ha reso possibile una forma di partecipazione “leggera” che non richiede militanza e impegno di lunga lena e nel contempo è riuscita a bucare il rumore mediatico, a starci dentro, a farsi sentire.
Per una ricerca “ inattuale”
Non si può escludere, anzi nella situazione attuale è perfino auspicabile che questa dimensione light possa rivelarsi una risorsa per la sinistra italiana: essa potrebbe facilitare la competizione con il populismo mediatico e rendere così meno impervi i prossimi passaggi elettorali. È inesorabile però che nel medio e lungo periodo riemergano domande sociali e interrogativi culturali più di fondo. I grandi nodi della rappresentanza sociale, della rielaborazione dei valori della sinistra e della loro differenziazione da quelli della destra, della ricostruzione del pensiero critico sono destinati a riaffiorare con prepotenza. La pressione mediatica e l’omologazione culturale sono oggi particolarmente raffinate e potenti, ma i processi sociali, i sentimenti dei cittadini, la vita non sono mai completamente comprimibili. La sinistra, anche quella che oggi appare rinchiusa dentro un orizzonte light, ha bisogno di ritrovare la motivazione, i luoghi, gli strumenti per guardare al di là della pressione contingente e per affrontare con uno sguardo in profondità i nodi di questa epoca di “grande trasformazione”.
Oggi, se ci si ferma alla superficie, si può avere l’impressione che lo schiacciamento sul tempo presente, l’ansia dell’innovazione a qualunque costo, il gusto per l’evento spettacolarizzato chiudano gli spazi a una riflessione più pacata e approfondita, a interrogativi e ragionamenti complessi, alla problematizzazione del pensiero egemonico. La dominanza del sistema mediatico altera e impoverisce il respiro e il ritmo del pensiero e quindi svilisce anche la cultura politica, schiaccia gli interrogativi dentro il tempo presente, spinge la produzione delle idee verso la superficialità, la transitorietà, la spettacolarizzazione esasperata. La vita culturale sembra avere imboccato una inesorabile biforcazione: da un lato uno specialismo sempre più esasperato e dall’altro l’evento spettacolarizzato. Eppure, se si guarda più in profondità e se ci si libera dall’ansia del consenso mediatico, si può cogliere quanto profonda sia la domanda di riflessioni pacate e approfondite e quanto diffuso sia il bisogno di riprodurre e rimettere in circolo il pensiero critico.
Questa è la convinzione maturata in questi ultimi anni nella attività di direzione della Casa della Cultura di Milano, nel confronto quotidiano con una rete assai vasta di studiosi e con un pubblico partecipante e esigente. La attività e la programmazione della Casa della Cultura appaiono oggi probabilmente controcorrente: lo stile classico con cui vengono scelti gli argomenti da proporre alla discussione e le modalità con cui viene organizzato il confronto possono, forse, apparire perfino un po’ demodé. In effetti la Casa della Cultura contrappone alla logica dell’evento spettacolare il gusto per il confronto pacato e approfondito e l’utilizzo di un linguaggio non urlato. L’ansia per l’attualità e per la contingenza cede il posto, nella programmazione dell’istituto milanese, alla ricerca di una temporalità più ampia nella quale si intreccino presente, passato e futuro. Invece di assecondare il pensiero dominante si cerca, ostinatamente, di sviluppare il gusto della ricerca problematica e approfondita e di tessere almeno i frammenti di un’altra narrazione.
Sono, con ogni probabilità, scelte “inattuali”, ma proprio per questa ragione suscitano attenzione e alimentano la partecipazione. C’è una domanda diffusa e profonda, che non trova luoghi dove indirizzarsi e canali per esprimersi, di ricerca e di dibattito che fuoriescano dalla gabbia mediatica e si differenzino dalla logica della banalità spettacolare. C’è il bisogno di tanti cittadini di dotarsi di strumenti per fronteggiare l’omologazione dilagante e per comprendere e criticare il pensiero dominante. Si tratta di un compito fondamentale per quanti desiderano tornare a ragionare sul medio e lungo periodo e sentono il compito urgente di riattivare il pensiero critico, di ricostruire un’altra cornice e di ridare voce e rappresentanza a tante energie che oggi appaiono frantumate e disperse in mille rivoli.
(Ferruccio Capelli, Sinistra light, Milano 2008, Guerini e Associati)