Frammenti di un mosaico chiamato Novecento
«Saggi eretici sulla filosofia della storia» di Jan Patocka per Einaudi. Dal rapporto irrisolto tra morale e politica alla ricerca della libertà, una inquieta lettura dei temi che hanno marchiato il secolo breve
di Carlo Altini
Il Novecento continua a proiettare le proprie ombre e i propri fantasmi sul XXI secolo: troppo sconvolgente, innovativa, tragica, epica è stata infatti la sua esperienza per non avere effetti di lunga durata. Il Novecento è stato «tutto»: l'epilogo della modernità e l'inizio della globalizzazione; l'epoca dell'emancipazione e l'età delle nuove servitù; il secolo del movimento operaio e l'avvento dei totalitarismi. Progetti di interpretazione complessiva del Novecento sono dunque imprese titaniche esposte a rischi di semplificazione ideologica e concettuale. Per questo motivo sono state spesso illuminanti le interpretazioni che il pensiero filosofico ha proposto in forma di «frammento» (Walter Benjamin, ad esempio), cioè di un sapere critico che, se non riesce a spiegare sistematicamente la realtà, aiuta a comprenderla nella sua genesi e nel suo sviluppo.
La religione del progresso
Questa concezione del frammento sembra essere la chiave interpretativa attraverso cui risulta leggibile una straordinaria opera di Jan Patocka, i Saggi eretici sulla filosofia della storia (Einaudi, pp. 184, euro 17,50), curata in edizione italiana da Mauro Carbone e corredata da due scritti di Paul Ricoeur e Roman Jakobson. Pubblicati clandestinamente nel 1975 - da un autore eterodosso che sarebbe morto, nella Cecoslovacchia sovietica del 1977, sotto la mano poliziesca e repressiva di un regime feroce e irrigidito dalla nascita di Charta 77 - i Saggi contengono in verità molti «frammenti» attraverso cui è possibile rileggere le vicende del Novecento e interpretare la sua eredità per il XXI secolo: la rilettura dell'hegelo-marxismo e del positivismo, il ruolo delle scienze naturali, il significato di Husserl e di Heidegger, il rapporto tra morale e politica.
Attraverso questi frammenti Patocka offre spunti di riflessione critica in grado di illuminare le ragioni del fallimento delle grandi narrazioni (e qui il discorso vale per il marxismo come per il liberalismo, per il positivismo come per la fenomenologia) che avevano cercato di dare agli avvenimenti della modernità un rassicurante senso complessivo: il regno della libertà, le pratiche di emancipazione, la realizzazione del progresso e del benessere.
Tra le molte «eresie» disseminate da Patocka nei Saggi, una acquista un valore legato all'attuale contingenza: la relazione tra guerra e pace. Oltre a implicare una vita dispiegata verso la libertà, la radicale storicità della condizione umana comporta anche la perdita di ogni sicurezza e di ogni riparo, quindi l'assenza di ogni senso dato: la vita umana «non riposa sulla solida base della continuità delle generazioni, non è addossata alla terra oscura, ma ha quest'oscurità - e cioè la finitezza e la continua precarietà della vita - sempre davanti a sé». Il pericolo, a questo punto, consiste nel cadere nel nichilismo, cioè in una concezione della storia come «non senso», tanto più che - a partire dalla prima guerra mondiale - l'Europa vive una situazione radicalmente nuova che non è né di guerra, né di pace.
Tutte le filosofie della storia e le grandi narrazioni hanno continuato a considerare la guerra dal punto di vista della pace e ad escludere gli aspetti «notturni» dalla loro visione del «giorno». Di qui la loro incapacità di comprendere un XX secolo (ma anche il XXI) in cui la vita non può essere intesa dal punto di vista del «giorno» ma della «notte», e viceversa: sono infatti le forze del «giorno» (la politica di potenza e la produzione industriale) che inviano milioni di uomini nel regno della guerra, così come è la guerra a servirsi del «giorno» come di uno strumento di lotta.
Nel Novecento il fondamento ideologico della guerra riposa, secondo il filosofo cecoslovacco, su una convinzione tecno-scientifica secondo cui sono solo la potenza e il potere a sfuggire al nichilismo e a realizzare un senso oggettivo della realtà, altrimenti inesistente. In questo modo l'Europa è diventata un «complesso energetico» teso all'organizzazione di una nuova società del lavoro, della disciplina, della burocrazia e della produzione pianificata: il Novecento ha così condotto a «una trasvalutazione di tutti i valori nel nome della forza», la cui lezione è stata assunta in toto dagli Stati Uniti.
Governo totale
Quale può essere dunque la risposta collettiva a questa avanzata della notte voluta dalle forze del giorno? Se non una teoria, Patocka offre almeno un'indicazione, oggi eretica e fuori moda, pronunciata con coraggio: «la solidarietà tra gli scampati» che si edifica proprio nella persecuzione e nell'incertezza, là dove si è direttamente esposti alla pressione del potere. Questa solidarietà tra gli scampati è l'unico fattore in grado di dire «no» a tutte le misure di mobilitazione che mirano a eternizzare lo stato di guerra e a governare - attraverso la minaccia della morte intesa come mezzo per realizzare una servitù estrema - non solo i corpi, ma anche le anime: «l'umanità non arriverà mai alla terraferma della pace se si abbandonerà e arrenderà ai criteri della quotidianità e alle sue promesse».
Nella nostra epoca di guerre globali e di economie finanziarie planetarie, di diffuso conformismo e di esaltazione dell'individualismo edonistico, l'indicazione di Patocka - per quanto difficile da attuare in quanto richiede una forma estrema di liberazione, cioè una conversione al dovere e alla responsabilità - è già qualcosa da cui può ripartire una nuova sinistra politica.
(Da “Il manifesto” Giovedì 22 maggio 2008)
Il libro di Jan Pato?ka, Saggi eretici sulla filosofia della Storia (Einaudi 2008), di cui si tratta nel presente testo, è stato discusso giovedi 15 maggio alla Casa della Cultura di Milano da Laura Boella, Amedeo Vigorelli, e dal curatore Mauro Carbone.