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Sinistra light





Giovedì 15 maggio 2008

Presentazione del libro

Sinistra light
di Ferruccio Capelli

Dialogo dell’autore con Roberto Escobar, Giorgio Grossi, Fulvio Papi

Secondo Fulvio Papi, si potrebbe definire questo libro con poche parole sintetiche: un’analisi acuta delle forme della comunicazione pubblica oggi dominante; oppure, detto in altro modo, una messa a nudo del processo di putrefazione del “nuovo” linguaggio della politica (essendo il “vecchio” linguaggio sepolto nelle biblioteche).
Invero, si tratta di un viaggio in quello che viene chiamato esemplarmente il populismo mediatico. Un’incursione nei meandri del nulla (denso peraltro di foschi scenari imponderabili) che attanaglia in forme virali e devastanti il “politico” e il “pubblico”. Un attraversamento dell’horror vacui in cui fluttuano ormai la parola mediatica, l’ordine del discorso e la stessa dimensione simbolica.
Compiendo questa sorta di “discesa agli inferi”, nel ventre di un senso comune e di un qualunquismo melmosi per lo più travestiti da “grande informazione”, l’autore – sempre secondo Papi - si carica, incredibilmente, di un ruolo ormai divenuto inattuale, quello dell’intellettuale non-riconciliato con il proprio tempo: una figura dantan, considerata ormai antidiluviana, di cui, al contrario, proprio il tempo presente fa sentire un acuto bisogno.
In breve, come sostiene Giorgio Grossi, questo libro è da considerare come una cassetta degli attrezzi per la sinistra (in generale) da utilizzare per porsi qualche domanda, e fare i conti con questo il linguaggio e con le molte questioni da esso mai nominate, per esempio, il tema della democrazia. E’ compiuta, la democrazia in quest’era di populismo mediatico, in questo pantano segnato dal dominio di strumenti della comunicazione per lo più al servizio dei (o quanto meno ricattati dai) poteri dominanti?
E’ bene non ignorare, comunque, i tratti particolari che caratterizzano questo populismo mediatico. Innanzitutto, una leadership di tipo bonapartista, la cui peculiarità consiste nel porre il leader in rapporto diretto con i suoi elettori. Si può dire che essa è fondata su una specie di fideismo di massa, ovvero su una sorta di superstizione in cui la massa stessa si identifica con il leader. Si tratta certo di un effetto non secondario della mediatizzazione globale, nell’orizzonte della quale abbiamo assistito, più o meno impotenti, al crollo di partiti proprio nella loro funzione primaria di mediazione delle idee politico-sociali.
In tale orizzonte, la diffusione di Internet ha prodotto una non lieve crisi del giornalismo cartaceo (e in breve tempo anche la parallela “esplosione” di una comunicazione on line dalle caratteristiche spesso incontrollabili e inaffidabili), che oggi sembra in preda al panico di fronte a ogni forma di diversità, o anche di semplice diversificazione delle idee. Conseguentemente il dibattito pubblico odierno ha assunto le forme della caricatura. Si tratta di forme dello spettacolo, del puro intrattenimento, nelle quali la sinistra è rimasta totalmente intrappolata, finendo per rimanere al tempo stesso omologata.
Visto da un altro lato – afferma Roberto Escobar - il populismo si configura come forma di riduzione radicale della complessità del sociale, ricondotta al gioco del punto e della sfera, dove il primo rappresenta il leader, e la seconda il popolo. E’ necessario rendersi conto che si tratta di una sorta di totalitarismo in forma nuova. Esso deve manipolare la comunicazione e procedere alla riduzione del linguaggio al minimo comun denominatore, cioè a spingere il linguaggio verso il punto più basso. E deve trovare un collante: non negli interessi dei vari gruppi sociali, ma nell’odio. L’odio, si sa, è il più sicuro dei sentimenti politici. Esso rappresenta il più potente mezzo di deviazione del conflitto (si ricordi che di tutto ciò i nazisti erano perfettamente consapevoli), tanto più se inscritto in un panorama che vede come prospettiva ravvicinata il dominio di due ideologie: l’una, notoriamente neoliberistica, l’altra, che potremmo chiamare etnistica.
Entro questo quadro, diciamo neo-totalitario, la domanda che viene posta è la seguente: chi possiamo odiare? Su questo terreno certamente ha vinto Umberto Bossi, che prima è riuscito a imporre l’odio per i meridionali, per i “terroni”, poi – adesso - quello per gli “stranieri”, gli extracomunitari, i migranti in genere. Noi, invece, dobbiamo porci un’altra domanda: dove è finita la sinistra?
Già, dove è finita? A parere di Ferruccio Capelli, fin da ottobre si poteva intuire il risultato delle recenti elezioni. Con una sinistra light non è possibile reggere l’urto di un populismo mediatico che sembra ormai occupare tutta la scena. Occorrono, al contrario, un radicamento sociale e una presa sul territorio. In assenza di questi, le ondate di destra non trovano nessun ostacolo, anzi, sembrano provocare, come unica reazione, una generale omologazione delle idee. E, infatti, di fronte ai pogrom di questi giorni stiamo “ascoltando” un assordante silenzio della sinistra.
Questo è il punto di fondo: che la sinistra sembra incapace di pensare qualcosa di diverso rispetto alle classi dominanti (si vedano le reazioni del tutto inette verso le posizioni di un Giavazzi, che spaccia il neoliberismo come una cosa di sinistra, o di un Tremonti, che vorrebbe quasi spacciarsi per un no-global).
Perciò è necessario riprendere in mano i “fondamentali” della sinistra, rilanciando una forte discussione collettiva.

 
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