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Lezioni di filosofia della comunicazione

 

 

Martedi 3 giugno 2008

Presentazione del libro
Lezioni di filosofia della comunicazione
di Ugo Volli (ed. Laterza)

Discussione tra Ugo Volli e Maria Bettetini, coordinata da
Ferruccio Capelli

BETTETINI

Al contrario di quella che chiamiamo “tecnica della comunicazione” (una cosa ben nota, almeno tra gli “addetti ai lavori”), una filosofia della comunicazione stessa non ha alcuna tradizione storica, ne formalizzazione teorica, in pratica non esiste. Che significa, allora, “filosofia della comunicazione”? Bisogna dire che il libro in questione si presenta come una raccolta di lezioni che semmai alludono a una “vocazione” teorica e non certo a pretese storiografiche. Si tratta di un insieme di lezioni non sistematiche che abbozzano un tentativo di impianto teorico.
E’ necessario, dunque, avanzare alcune domande, prima delle quali, però, bisogna registrare il punto di partenza, l’origine – diciamo – del discorso di Volli intorno ai nodi di una possibile filosofia della comunicazione. Un’origine che egli conclama apertamente, e che si radica nel nesso semiosi-ebraismo, ovvero nell’ermeneutica biblica. Qui si aggancia quell’idea che vede in qualche modo il dialogo come una relazione linguistica tra l’io e un altro trascendente. L’assunto aristotelico che intende l’uomo come “animale linguistico”, impone di chiedersi con chi e perché comunica tale “uomo del linguaggio”. In altre parole, se nell’essere linguistico consiste l’essenza dell’uomo, come sostiene Levinas, allora bisogna domandarsi il come e il perché, insomma indagare i fondamenti di una tale affermazione.

VOLLI

Le ragioni di questo libro risiedono principalmente in quella che si può chiamare tecnicizzazione della vita: un qualcosa di ormai assolutamente evidente. Conseguenza immediata di tale processo è la riduzione di qualunque questione a puro problema tecnico, di tecnica della comunicazione: cosa che vale anche per le questioni di ordine umanistico. Anzi, qualsiasi questione umanistica sembra oggi obbligata a misurarsi con la tecnica, a passare sotto il vaglio dei tecnici della comunicazione, un po’ come nel vecchio gioco di Alain Turing, secondo cui – come è noto – non si può distinguere l’uomo e il computer mentre comunicano stando in due stanze diverse: un gioco che con tutta evidenza suggerisce proprio l’idea che la comunicazione sia esclusivamente un problema tecnico (si veda però come a suo tempo già Enzo Paci avesse avuto buon gioco nello smontare il meccanismo turinghiano).
Certo, sussiste uno statuto della comunicazione, e tuttavia ridurre tutto alle strutture significa considerare i testi come oggetti. Così i testi diventano cose, e qualcosa nella comunicazione va decisamente perduto. In altri termini, ciò che si perde sono le ricadute della comunicazione nell’umano: niente dimensione umana in questa riduzione a cosa del discorso. Si sa che nella Grecia del V secolo anche i sofisti riducevano il discorso a tecnica del linguaggio, che poteva essere appresa da chiunque seguisse le loro lezioni (a pagamento). E si sa che Socrate reagisce alla sofistica contrapponendogli la sapienza (come dice Platone nel “Simposio”).
Insomma, bisogna dire sì alla tecnica, ma al tempo stesso bisogna andare oltre la tecnica, verso una dimensione etica e di responsabilità. Bisogna aprire spazi di discussione comune non meccanici, vale a dire non fondati sulla base di un rapporto causale, ma sulla base della ragione. In questo spazio razionale l’uomo non è una macchina linguistica ma si pone come sociale, comunica in una comunità, cioè in un rapporto interumano.

BETTETINI

A proposito di Turing, dopo cinquant’anni si capisce che la comunicazione non è solo computazione. Volli coglie quindi il bersaglio quando chiama in gioco l’istanza sofistica, che intendeva la comunicazione come pura tecnica: la centralità dei sofisti nella storia del pensiero greco oggi appare del tutto evidente, tanto che bisognerebbe non più parlare di “presocratici” ma di “presofisti”. Sono i sofisti che mettono in luce come la dialettica sia una lotta, come diálogos sia inscindibile da pólemos, cioè come il dialogo sia inscindibile dal conflitto. Dunque, per mettere in campo un’etica del dialogo bisogna anzitutto chiedersi cosa sia il dialogo con l’altro, con il diverso da sé. C’è sempre una zona oscura nell’essere dell’altro che sisottrae al rapporto dialogico, tanto che la domanda che si impone è questa: l’altro è inafferrabile? si comunica con qualcosa che in realtà ci sfugge?

VOLLI

E’ vero che nel dialogo non siamo mai completamente trasparenti, ma piuttosto ci atteggiamo, assumiamo un’espressione, una posa verso l’altro. D’altra parte, non è detto che un’apertura totale sia auspicabile: si corre il rischio, infatti, di ridiventare una macchina, ossia di perdere autonomia interiore, e insieme smarrire anche la capacità di superare gli automatismi. Il dialogo non è il momento della fusione; anzi, bisogna accettare che l’altro resti in fondo incontrollabile, vale a dire interiormente libero. Come appunto dice Levinas, l’altro è trascendente.
Tutto questo implica un’etica del dialogo, ovvero il rispetto della distanza e della differenza. Come nel dialogo tra Adamo e Dio all’inizio della Bibbia: esso implica la potenza di Dio e la libertà di Adamo. In fondo, il senso più profondo della comunicazione risiede nel mettere in comune qualcosa di proprio.

 
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