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Salvador Allende, l’esperienza cilena e il sogno di uno statista a cent’anni dalla sua nascita e a 35 anni dal golpe militare in Cile





Giovedì 11 settembre 2008

CONVEGNO organizzato in collaborazione con CGIL di Milano e Associazione Cile Lombardia

Chiunque abbia memoria personale dell’enorme effetto generato dal golpe militare cileno in tutti i paesi democratici del mondo, non può non ricordare come tale effetto abbia avuto un riverbero particolarmente acuto in Italia. A 35 anni di distanza da quel traumatico evento si può anzi dire che da noi il “ricordo” sia ancora ben vivo, almeno nel popolo della sinistra. Forse come nel Cile stesso, dove si fa ancora sentire la pestifera eredità pinochettista che non ha del tutto smesso di ammorbarne il tessuto sociale e di condizionarne il quadro politico, pur mutato in senso democratico.
A convegno inoltrato, le ragioni di questa peculiare reattività nostrana rispetto a quell’evento esiziale vengono squadernate da Ferruccio Capelli con un intervento tanto breve quanto puntuale. In primo luogo Capelli richiama la somiglianza del sistema dei partiti: una destra, una democrazia cristiana, un partito comunista, un partito socialista, una sinistra radicale (rappresentata dal Mir). In secondo luogo, la frattura della società cilena, che si rifrange nel quadro politico: comunisti, socialisti e Mir nel governo di Unidad Popular, una democrazia cristiana ambigua e in bilico tra appoggio e boicottaggio, un’opposizione di destra reazionaria e con pulsioni golpiste. E poi – non da ultimo - la durezza dello scontro di classe, le domande sociali senza risposta, il clima di rottura, di violenza latente. Somiglianze, come si sa, forse più di forma che di sostanza, dato il diverso spessore della struttura economico-sociale cilena rispetto a quella italiana.
E’ un fatto, però, che in Italia l’impressione prodotta dal golpe cileno assume tonalità drammatiche non riscontrabili in altri paesi, ed è certo uno dei motivi di fondo che nella seconda metà degli anni Settanta sono alla base del passaggio alla lotta armata di una parte del movimento giovanile, come afferma Capelli. Si tratta di un’area certo minoritaria, che fallisce clamorosamente nel tentativo di trascinare la stessa galassia antagonista al di fuori della cornice democratica, malgrado l’evento cileno in Italia piombi nel pieno di un conflitto sociale in cui la contestazione di massa e le conquiste delle lotte operaie (aumenti salariali, organizzazione del lavoro, statuto dei lavoratori, consigli di fabbrica, 150 ore) sono già insidiate da quella che è stata chiamata la “strategia della tensione” (a partire da Piazza Fontana, nel ’69), mentre anche in casa nostra serpeggiano palpabili umori reazionari eversivi (per la verità, già abortiti nel 1964 con il generale De Lorenzo, e poi reiterati con il tentato – e parimenti abortito - golpe Borghese).
Poco prima, la comunicazione dello storico Luciano Aguzzi, incentrata sulla figura di Salvador Allende suscita vivaci proteste in sala, dove sono presenti cileni esuli, ma anche italo-cileni della seconda generazione. Comunicazione peraltro densa e problematica, quella del prof. Aguzzi, e giustamente impietosa nel rilevare la grandezza e i limiti di Allende, e gli errori, le divisioni, le ingenuità, i settarismi e i moderatismi che hanno paralizzato quasi subito l’azione del suo governo, mostrando, neppure tanto in controluce, il punto dolente di Unidad Popular: il progressivo scollamento dalla sua base. Aguzzi conclude però con un’affermazione sorprendente: non ci sono responsabilità dirette da parte degli Usa nel golpe del ’73. I documenti non esistono, sostiene, e sembra un’affermazione un po’ bizzarra, che pare sottovalutare - nientemeno - i servizi segreti americani, in particolare la CIA (un po’ come lo storico Melograni, che nega l’esistenza di prove intorno al finanziamento del fascismo da parte degli industriali italiani, poiché non esistono ricevute di pagamento..).
Però appare difficile negare l’esistenza del Plan Condor messo in piedi segretamente per eliminare gli oppositori delle varie giunte militari, già pronto subito dopo il golpe cileno, e magari ignorare la Scuola delle Americhe dell’esercito Usa, che addestrava sistematicamente gli aguzzini golpisti latino-americani alla tortura. Lo chiarisce implicitamente, del resto, l’intervento dell’avvocato Giancarlo Maniga, impegnato nella lotta per la “restituzione” dei diritti negati agli scomparsi in Cile, che informa dell’estradizione (firmata dal giudice spagnolo Baltazar Garzon) e della detenzione in Italia di uno di questi famigerati Condor di Pinochet, Alfonso Podlech, assassino e torturatore di “desaparecidos”, tra i quali alcuni cittadini italiani.
I malumori della sala, comunque, mostrano che la ferita cilena qui in Italia brucia ancora. E fanno anche capire che il cosiddetto popolo della sinistra non è ancora del tutto anestetizzato. Quel popolo che ha “risvegliato” da un’illusione fasulla il regista italo-cileno Johnny Dell’Orto, di famiglia benestante, in Italia per scelta e non per fuga, il quale credeva – sono parole sue – che il Cile coincidesse con i giardini del barrio alto di Santiago, finché la sinistra milanese non gli ha aperto gli occhi.

 
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