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Storia e destino





Martedì 23 settembre 2008

Presentazione del libro
Storia e destino (Einaudi)
di Aldo Schiavone

Interventi di Edoardo Boncinelli, Fulvio Papi, Carlo Sini, Aldo Schiavone

PAPI

Se si conviene sul fatto che ogni lettura è al tempo stesso un’interpretazione, si potrebbe considerare “Storia e destino” come un libro che si colloca tra passato e futuro, e che sottende una seria critica all’umanesimo, e in particolare alla visione del divenire. Il divenire, infatti, è concepito non solo come prassi (per esempio come la intende il marxismo), ma come effetto dello svilluppo evolutivo delle tecnologie. Per questo l’impatto tra l’elemento naturale e quello artificiale risulta costitutivo della centralità dell’uomo nell’esperienza del mondo. E’ in questo senso che si può parlare di biopolitica, biopotere, biotecnologie: si tratta di lemmi relativamente recenti la cui origine - linguistica, ma anche concettuale - è certamente debitrice di varie teorie tecnogenetiche, quelle che considerano la tecnica come co-elemento costitutivo del processo di evoluzione dello stesso homo sapiens (sapiens).
In un simile quadro, “Storia e destino” porta alla luce ciò che sembra essere in gioco in una prospettiva più o meno ravvicinata, e comunque già adesso intravista in presenza di un dominio della tecnica (o, meglio, della tecnoscienza) per certi versi invasivo: nientemeno che un mutamento del sostrato biologico dell’essere umano. Ciò che si prospetta è qualcosa di culturalmente inedito, ovvero che si inscrive in un orizzonte culturale del tutto altro.
Come sempre, però, è il mercato che decide. Il mercato seleziona le scoperte scientifiche e le innovazioni tecnologiche e le socializza, o meglio, conferisce loro la socialità della merce. E su questo il libro, altamente problematico, ci aiuta a riflettere.

BONCINELLI

Questo libro appare moderatamente ottimista, e oltretutto pieno di importanti nozioni (non ingannino le poche pagine). In un tempo come il nostro, in cui vige la rimozione del passato e la non fiducia nel futuro, e non si fa altro che vivere nel presente, è da chiedersi se noi, genere umano, a fronte della storia del mondo, non stiamo vergognosamente bene.
Lo sviluppo dell’uomo si è prodotto attraverso tre fasi cruciali: la rivoluzione agricola; la rivoluzione industriale; la rivoluzione scientifica e tecnica. Noi stiamo oggi vivendo quest’ultima fase. Chiaramente non è in gioco nessuna ipotesi di diversità biologica, e tuttavia siamo alla vigiglia di qualcosa di assolutamente inedito: l’intervento sul patrimonio genetico. Fin da ora, cioè, si prospetta la possibilità di un intervento sui geni e l’opportunità di una modifica del genoma.
Qui si apre un orizzonte di grandi problematiche: come li vogliamo gli uomini? quali scelte si devono fare? In tal senso questo libro si presenta come un buon strumento, o addiritura come un notevole manuale.

SINI

I temi affrontati dal saggio di Schiavone sono presentati indubbiamente in un quadro sintetico lucido e problematico. Tuttavia si impongono una serie di interrogativi, tanto più dopo l’intervento di Boncinelli, che alla fine lascia forse qualche residuo di confusione sul genoma e sui suoi effetti.
Quindi è il caso di mettere sul terreno una serie di domande.
Sull’uso della parola “storia”: che significa la parola “storia”? in quale orizzonte si inscrive?
Sulla biologia come base materiale: materiale come e in che senso? Che significa dire: “la biologia è differente dalla storia”?
Siamo di fronte a grandi e seri problemi. Uno sguardo alla storia passata certifica che la prassi umana ha modellato la mente dell’uomo. Evidentemente oggi siamo di fronte a una crisi della coscienza storica, almeno come veniva intesa nella prospettiva hegeliana. Si affaccia, anzi, un altro tipo di memoria. E qui riprendono le domande.
Dobbiamo considerare il database come il dogma? Non bisognerebbe spiegare come le tecnologie incidono sulla natura umana? Che cos’è l’umanesimo oggi, in questo intreccio di storia e biologia, intesa come base materiale? Qui sembra che il libro non colga i nodi problematici reali. Da dove si guarda il mondo per descrivere la natura umana: forse dall’alto e da un punto esterno al mondo stesso?
I problemi sono enormi, e sono globali, e non si dividono in filoni specialistici.

SCHIAVONE

Un libro dovrebbe difendersi da solo, e la discussione dovrebbe vertere sulle prospettive. E tuttavia alle critiche, specie se poste in forma problematica, si devono risposte.
Sulla questione della storia. Fino all’inizio del ‘900 si è avuta una visione dell’universo come qualcosa di statico, poi la scienza avanzata – fisica relativistica, meccanica quantistica, eccetera – ha cambiato totalmente una tale immagine. Da allora si sa che l’universo si modifica continuamente, vale a dire che il tempo dell’universo comprende il mutamento continuo, non sulla base di leggi ma di probabilità. Secondo la meccanica quantistica, ad esempio, la caduta dei gravi avviene in quel determinato modo non secondo una legge immutabile ma, appunto, per probabilità, sia pur in numero altissimo.
La storicità dell’universo consiste in questo continuo mutamento. Al tempo di Buffon si pensava che l’universo avesse 6000 anni. Invece per Darwin erano già passati milioni di anni di evoluzione lentissima. Qui Darwin sbagliava per difetto: l’evoluzione è piena di eventi continui, quindi di anni densi di storia.
Questa è la storia secondo il libro in questione e secondo il suo autore. Noi da 40.000 anni siamo dentro questo movimento di storia della vita. Non sappiamo se la vita è unica o se si è ripetuta infinite volte, ma se è unica, l’antropocentrismo e da recuperare
Secondo punto: la progressione dell’intelligenza umana. Si pensi alla storia della tecnica, che si può comprendere in 30.000 anni. Per circa 20.000 anni non avviene quasi nulla, poi, da 8000 anni in qua, si produce un’improvvisa accelerazione nell’evoluzione tecnologica, che si velocizza ulteriormente negli ultimi 200 anni, tra la prima alla seconda rivoluzione industriale. Nel ‘900 infine assistiamo a un ipervelocizzazione parossistica.
Ora, è indubbio che l’eventuale mutamento genetico costituirebbe il superamento del limite biologico dell’intelligenza. Tutto ciò pone domande enormi: chi scieglie? di chi sono le scelte di fronte a un tale mutamento radicale, reso possibile da una potenza enorme (che forse, però, non arriverà fino al mutamento del genoma)?
Questo scenario ci costringe a cambiare tutti gli strumenti categoriali. Per esempio, il concetto di uguaglianza: che fine farà quando verrà modificato il patrimonio genetico, e ci si muoverà oltre la specie? Bisognerà sottrarre la tecnica alla sua totale sussunzione nella forma-merce e nella forma-denaro.
Ma come?

 
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