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Italia-Europa. Quale agenda per la sinistra?




novembre 2008 - maggio 2009 

Italia-Europa. Quale agenda per la sinistra?
seminario a cura di Salvatore Veca

 


 

Domenica 30 novembre 2008

Antonio Cassese, Massimo D’Alema

Mondo globale: verso il multipolarismo?

D’ALEMA

E’ il caso di porsi la domanda, anche se in forma retorica: siamo di fronte a una stagione nuova, sia pure segnata da incertezze? Una grande novità, foriera di un possibile cambiamento globale, è rappresentata certamente dall’elezione di Obama alla presidenza degli Usa. Elezione purtroppo accompagnata dal precipitare virulento della crisi finanziaria in atto, che certo costituisce un’altra novità dirompente. Di fatto, siamo di fronte a un passaggio d’epoca, a un profondo mutamento economico e culturale, il cui segno principale è certamente dato dall’esaurimento del neoliberismo e del modello di globalizzazione per la verità già minato dopo l’11 settembre 2001.
Bisogna chiedersi quale direzione sta prendendo la svolta culturale che segue non solo questa crisi della globalizzazione, ma anche il fallimento dell’unilateralismo americano. Gli Stati Uniti se oggi vogliono riacquistare una credibilità devono porsi al tempo stesso il problema di conquistare soprattutto un’egemonia (magari da intendere in senso gramsciano): un’egemonia non solo politica, ma anche culturale-antropologica. E’ stata questa l’idea vincente di Obama, che si presenta ora come un leader multietnico e quindi globale. Di qui la netta contrapposIzione che è emersa tra democratici e repubblicani, segno anch’essa di una fase nuova.
E’ necessario un ritorno della politica che però deve essere declinato in modi ben diversi rispetto all’altra crisi del ‘900, appunto la Grande Crisi degli anni Trenta, che ha prodotto il New Deal negli Usa, ma anche il nazismo e lo stalinismo in Europa. La risposta politica alla crisi deve costituire un occasione per costruire una “governance” globale, in una “nuova” curvatura, però, dove la globalizzazione è da conservare in funzione antipopulista e antiprotezionistica. Non si può fermare la globalizzazione, ma bisogna coglierne le contraddizioni, che sono principalmente da individuare: 1) nel problema della sicurezza (terrorismo, criminalità globale, eccetera), da affrontare anche con la difesa dei diritti, se necessario contro gli Stati; 2) nella crescita delle disuguaglianze e delle povertà sempre più visibili ed esplosive anche nei singoli paesi; 3) nella distruzione dell’ambiente, in una progressione in cui appare inconfutabile il nesso capitalismo-crisi dell’ecosistema.
Affrontare questi problemi è un compito ineludibile della politica. La forbice che si è creata tra ricchi e poveri è ben visibile anche in Italia: i ricchi sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri, i salari sempre più bassi, con conseguente crescita del credito in funzione sostitutiva del salario: una cosiddetta “bolla” destinata necessariamente al crollo (come negli Usa). C’è un modello di sviluppo da rivedere senza cadere nelle trappole del nazionalismo e del protezionismo. C’è una tecnocrazia - quella del WTO, del FMI, eccetera - da smantellare e da sostituire con la politica. C’è da aprire il G8 ad altri paesi e rilanciare l’ONU. Bisogna insomma arrivare a un effettivo multilateralismo, e a una effettiva integrazione anche su basi regionali.
In questo quadro l’Europa non se la passa bene: si è troppo allargata per rappresentare un modello trainante. E tuttavia sarebbe grave se l’Europa mancasse all’appuntamento, e sarebbe altrettanto grave se la sinistra italiana si isolasse rispetto all’Europa.

CASSESE

In riferimento alla sinistra italiana, c’è da tentare un approfondimento di temi.
Per prima cosa, uno sguardo allo stato della comunità internazionale globale, nella quale si possono scorgere luci e ombre. Certamente brilla la luce dei diritti umani, grazie alla dichiarazione del 1948, dovuta soprattutto a Roosevelt. Non bisogna dimenticare che prima di essa sussistevano, ben distinti, il diritto di pace e il diritto di guerra, dove poteva avvenire di tutto. Oggi si profila anche il diritto di ingerenza nelle guerre civili, come stanno a dimostrare due sentenze della Corte di Strasburgo sulla Cecenia.
Ma ci sono anche dense ombre. Sul tema della pace si staglia una paradossale contraddizione proprio nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU. I Principali paesi membri del maggior organismo, quelli che dovrebbe sovrintendere alle controversie mondiali, sono anche i maggior produttori e esportatori di armi. Sono cioè i primi che perseguono i propri interessi in una comunità internazionale dove non esiste un governo centrale e che appare in preda a diversi gruppi etnici, come infetta da una sorta di “libanizzazione”. Ma anche in tema di globalizzazione i lati oscuri non mancano. La globalizzazione così come è stata finora intesa e praticata, ha messo in moto un aumento della povertà e delle migrazioni, una crisi dell’ambiente e del clima, eccetera. Si tratta di problemi drammatici e collettivi che richiedono risposte collettive.
C’è poi una domanda che non possiamo non porre e che riguarda il futuro dei diritti umani e della dignità umana. Non è possibile affidare le sorti future di tali diritti a un governo mondiale centrato solamente sugli Stati Uniti d’America. Neppure è possibile affidarsi al cosiddetto cosmopolitismo di stampo kantiano, che configura una del tutto illusoria confederazione universale di stati sovrani e pacifici. E’ necessario, piuttosto, prospettare un’integrazione di raggruppamenti regionali, il cui modello può essere anche indicato nell’Europa.
C’è anche un'altra domanda che riguarda le istituzioni tecnocratiche internazionali (appunto il WTO, il FMI, la Banca Mondiale, eccetera). E’ possibile un cambiamento di queste istituzioni? Probabilmente no. Certo non può essere l’ONU a mettere in moto una tale modifica, che richiede il voto positivo dei due terzi dell’assemblea, compresi i 5 paesi che hanno nelle proprie mani un Consiglio di Sicurezza impotente, una vera tigre di carta dove si spendono cumuli di parole inutili. Di tutte le istituzioni dell’ONU, l’unica che abbia pertinenza oggi è il Tribunale internazionale.
Venendo alla sinistra italiana, essa può avere un ruolo incisivo soprattutto nella politica estera. Bisogna però che l’Italia abbandoni il suo vuoto presenzialismo, quel voler essere sempre presente senza contare nulla, senza nessuna capacità di imporre alcuna mediazione di peso (figuriamoci un Berlusconi che vorrebbe mediare tra Obama e Putin). Invece, nell’orizzonte di un potenziamento della politica estera dell’Europa, l’Italia dovrebbe rivendicare un ruolo centrale nell’area mediterranea, lasciando perdere le sfiancanti e inconsistenti rincorse al Consiglio di Sicurezza. Dovrebbe battersi per affidare la tutela dei diritti umani non ai governi, ma agli esperti, con la creazione di organismi di controllo. Dovrebbe esportare cervelli e uomini di cultura. Portare a modello la nostra grande Carta Costituzionale. Contribuire a potenziare la società civile internazionale, sostenendone tutte le espressioni organizzate non governative (Amnesty, eccetera). Senza avere paura di commettere errori.

 
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