Martedì 20 gennaio 2009
Arnaldo Bagnasco, Beppe Berta, Franco Cassano
Italia: Nord e Sud. Dove sta la questione?
BAGNASCO
Anzitutto, bisogna distinguere tra Questione Settentrionale e Questione del Nord: la prima si pone come speculare, ovvero come una questione “storica” di riflesso a quella del Sud; la seconda si pone in opposizione alla Questione Meridionale. Si tratterebbe, in questo secondo caso, di una questione specifica del Nord, indipendente dall’altra.
In via preliminare, bisogna però chiedersi cosa sia il Nord in quanto entità, e in cosa consista, in senso proprio, tale Questione del Nord. Essa va considerata come questione nuova, nata nel corso dei mutamenti del capitalismo attuale, e ciò significa che per capirla pienamente bisogna guardarla globalmente. In altre parole, per cogliere il Nord bisogna uscire dal Nord stesso. Si tratta in ogni modo di una questione complicata, che rifiuta ogni semplificazione, e che non può certo essere messa a fuoco a partire dall’idea del nemico esterno inteso in funzione di compattamento.
Dunque, è necessario partire dalla cosiddetta globalizzazione. E’ tuttavia un dato inconfutabile che questa globalizzazione produce molteplici forme di regionalizzazione (territoriali e spaziali). Si generano diversità tra economie legate ai flussi della valorizzazione, le quali richiedono politiche specifiche e radicate appunto nello spazio-territorio. In un simile quadro, si registrano crisi e difficoltà da parte degli stati nazionali, nel mentre, però, nuove regioni economiche si formano con l’incrociarsi di flussi su scala di varia grandezza (regioni, province, comuni, eccetera). Si costituisce, cioè, un amalgama di economia e società in cerca di rappresentanza politica (di forma politica).
Siamo di fronte a citta-regioni globali - variante di quelle che sono state definite Global City – dai caratteri policentrici e multispecialistici. Possiamo dire che il Nord d’Italia è una di queste regioni globali, i cui giocano competizione locale e cooperazione. Tuttavia, un tale amalgama richiede una politica mirata: in primo luogo, una visione aperta, duttile e mobile; in secondo luogo, grandi investimenti garantiti dalla politica stessa, non importa se centralizzata o decentralizzata. Serve uno sguardo europeo nell’amministrazione dei territori, contro la polarizzazione.
Se il Nord d’Italia è questo, bisogna dire che in ciò consiste la suddetta Questione del Nord. Intanto, si tratta di un territorio con 24 milioni di abitanti difficile da omogeneizzare, disseminato di piccole e medie imprese, e in sostanza poco conosciuto perché mai pensato globalmente. Un territorio dove si incrociano grovigli di problemi: assenza di città globali, tecnologia non molto avanzata, scarsa esperienza di governance dei sistemi locali, il tutto incrociato con il nodo del governo nazionale.
Per questo la Questione del Nord esiste indipendentemente dalla questione meridionale.
BERTA
La Questone del Nord, al contrario della Questione Meridionale, è un temine maligno, entrato nel linguaggio comune come puro elemento di propaganda. E’ quindi il caso di provare a rovesciare il punto di vista.
Cos’è il Nord? Una costruzione storica e culturale inventata dalla Lega e accettata dagli altri soggetti politici in modo subalterno. All’epoca del cosiddetto “boom economico”, il Nord coincideva con il triangolo industriale (Milano Torino Genova), segnato dallo stretto nesso fabbrica-lavoro-società tipico del fordismo, durato grosso modo dal 1955 al 1980.
Da allora, il Nord si è scomposto.
Milano ha perso completamente il suo tratto di città industriale. E’ da chiedersi cosa sia diventata. Città del terziario? Città della moda? E’ stato un passaggio volutamente non dichiarato? Oppure inconsapevolmente subito? In realtà è diventata un curioso missaggio di vecchio e nuovo. Genova è stata flagellata dalla crisi dell’industria pubblica, e ha finito per riscoprire la sua vocazione portuale. Torino ha invece mantenuto il suo carattere di città industriale fin quando ha potuto (cioè fino ad ora).
E intanto il “Nord” ha “scoperto” il Nordest ed è diventato un’altra cosa. Oggi non sussistono più differenze tra Nordest e Nordovest, perché entrambi sono cambiati. Non esistono più grandi imprese, ma semmai medie, e naturalmente piccole e piccolissime. Oggi il tratto specifico del Nord appare piuttosto quel continuum urbano diseguale e confuso che si avvolge intorno a un modello centrale costituito dalla città (con relativo spopolamento delle campagne): un territorio unificato in negativo dalle cosiddette infrastrutture.
In questo “paesaggio” la carenza della politica si mostra a chiare lettere, con il suo vecchio linguaggio da anni Cinquanta, di cui Berlusconi è l’esempio più vistoso. Il Nord sembra incapace di un punto di vista condiviso: si veda il caso Malpensa come esempio clamoroso di non unificazione; e si veda anche l’illusione di autosufficienza di una città come Milano
In fondo, la Questione del Nord rivela in controluce un problema più profondo che riguarda il governo dei territori.
CASSANO
E’ forse necessario introdurre nel discorso qualche elemento di più forte drammatizzazione. Quando esisteva ancora il PCI, la questione meridionale, la questione femminile, eccetera, si ponevano sempre in quanto trasversali alla questione di classe. Di fatto, oggi tra Questione del Nord e Questione Meridionale esiste un nesso conflittuale: si crede che la seconda non esista più, causa il mutamento di paradigma degli ultimi trent’anni.
La Questione Meridionale, come si sa, nasce con lo Stato unitario, a partire dal 1870, in quanto percezione di quel dislivello tra Nord e Sud così lucidamente descritto dal Gramsci, Salvemini e tutti gli altri grandi meridionalisti. Caduto il fascismo e promulgata la Costituzione repubblicana, si hanno trent’anni di universalismo progressista (1945-1975) sulla spinta dell’art. 3 della Costituzione stessa, che fonda il principio di uguaglianza dei cittadini, e il conseguente obbligo di intervento dello Stato ai fini della rimozione delle disuguaglianze. Il modello economico e sociale - come è altrettanto noto - è quello della grande fabbrica fondista e dell’avvento dell’operaio-massa.
Questo modello cade nella seconda metà degli anni Settanta. Le trasformazioni della forma di valorizzazione del capitale e le mutazioni linguistiche stesse ridimensionano la forza della classe operaia. Gli esiti sono noti: fine dell’universalismo, rifiuto dell’intervento pubblico, avvento prepotente del paradigma neoliberista, fine della centralità della politica, decentramento produttivo. Per il Sud, in particolare, fine della Cassa del Mezzogiorno, dismissioni delle fabbriche fordiste (Bagnoli, eccetera). E’ la fine di un'intera cultura legata ai luoghi della produzione di massa.
Si tratta di una trasformazione che produce una mutazione profonda delle forme del pensiero e del linguaggio, e che investe in pieno il senso comune e al tempo stesso se ne alimenta. In breve, l’universalismo e il principio di uguaglianza assumono un senso negativo, mentre le disuguaglianze e le distanze sociali diventano un modello positivo. Si tratta del trionfo della “filosofia” costitutiva del liberismo vincente, dove scompare la gerarchia e la differenza tra i luoghi – Nord e Sud – che diventano indifferenti. Entra in crisi il paese unitario, affiora il localismo, sfuma il solidarismo e si parla ormai di sfruttamento dei ricchi da parte dei poveri.
Ma cos’è l’Italia oggi: un paese dove si valorizzano i saperi, la conoscenza, il cosiddetto (impropriamente) capitale umano, oppure un paese dove il sindacalismo territoriale della Lega Nord ha reso priva di senso la lotta per l’uguaglianza? Di fatto, in Italia si è prodotta una trasformazione senza progetto: quel progetto che aveva la grande impresa e che la piccola impresa non può avere perché, appunto, vede solo “in piccolo”. Insomma, il localismo è importante, ma può anche essere fonte di problemi drammatici per il tessuto complessivo del paese, e per quello che possiamo chiamare capitale relazionale. Le spinte alla divisione territoriale possono divenire inarrestabili e i rischi di divisione e secessione molto concreti (si pensi all’ipotesi di un PD del Nord, cui seguirà immediatamente un PD del Sud)