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Dopo il crollo di Wall Street: quali regole per il mercato globalizzato





Milano, 10 febbraio 2009

NARDOZZI

Alcuni dati. La crisi finanziaria contagia direttamente l’economia reale: se nel 2007 l’aumento del Pil è stato del 5,3 %, per il 2009 le previsioni sono di un misero 0.5%. Mentre non è affatto certo che nel 2010 ci sarà una ripresa, il Fondo Monetario Mondiale non trova altro di meglio se non consigliare la solita banale “cura” a base di stimoli fiscali.
Si deve dire subito, però, che questa crisi non è il prodotto della globalizzazione, che è da considerare positiva, con la sua estensione al mondo emergente, e conseguente integrazione. In realtà essa si genera sulla base di tre ordini di cause.
La prima causa, di natura squisitamente geopolitica, prende anche un nome dal sapore mitologico: Chimerica, una fusione-contrazione dei nomi Cina e America. Si inscrive in uno scenario di crescita drogata dalle piramidi finanziarie e di grande liquidità di denaro, generato dai rapporti tra Cina e Stati Uniti e per precisi interessi reciproci: per la Cina, in crescita, in quanto investitore internazionale; per gli Usa, come consolidamento di una politica estera basata sui rapporti con i paesi ex comunisti, e obbligata a mostrare forza militare e dinamismo economico fasullo.
La seconda causa risiede nei mercati finanziari, e particolarmente nei nuovi strumenti finanziari messi in gioco senza prevenzioni sul rischio sistemico.
La terza causa origina dalle grandi banche intrecciate con i mercati finanziari, soprattutto tramite le cartolarizzazioni. Con il crollo dei cosiddetti mercati innovativi crolla anche il mercato bancario. Il che chiarisce la ragione degli interventi straordinari delle Banche Centrali.

E’ evidente come sia necessario un cambiamento, ma non a svantaggio della globalizzazione. Gli interventi dello stato, diretti e indiretti, per esempio a favore delle banche e dell’industria automobilistica, distorcono il principio della concorrenza. Migliore risultato si può ottenere con il sostegno alla domanda, sapendo però che ci sono paesi opportunisti che si fanno trainare: vedi gli Usa, con le clausole buy american, e vedi anche la Cina che può approfittarne nelle esportazioni.
Oggi Chimerica vacilla. Gli Usa non possono più far leva sui mercati finanziari, ma devono trovare qualcosa di alternativo, poichè la cosiddetta “virtù” degli stessi mercati finanziari si è rivelata miseramente fallimentare. Le banche, d’altro canto, non riescono più a nascondere il rischio, che viene brutalmente allo scoperto, tanto che molte di esse sono state salvate dell’intervento statale. Sembrerebbe piuttosto il caso di ritornare alle forme classiche del credito. Peraltro, è palpabile il rischio del nazionalismo economico, pericoloso tanto per l’economia quanto per la politica. Per questo bisogna dire no al buy american, perché sono soprattutto gli Usa che devono uscire dalla crisi con un ordinamento della finanza.

Quanto all’Italia, di fronte alle previsioni di crescita negativa fino al 2010, è di fronte a tutti la pochezza degli interventi governativi. L’avarizia di Tremonti ha le sue radici nella paura dell’aumento del debito. In realtà le vere colpe risalgono alle non-liberalizzazioni e al non-aumento dell’età pensionabile. Il problema risiede non nel debito pubblico, ma nei conflitti del governo.

SPAVENTA

Per prima cosa bisogna affermare la complessità di questa crisi, le cui cause sono macroeconomiche, microeconomiche, tecniche e ideologiche. Bisogna inoltre tenere presente la straordinarietà dello sviluppo nei paesi emancipati, e non ignorare l’aumento dell’indebitamento a livello mondiale. Detto questo, bisogna altresì evitare rischi di compiacimento (tipo: io l’avevo detto), ma anche di populismo e gattopardismo.
Si tratta, invece, di mirare alla costruzione di un mercato basato su regole e su nuove modalità di vigilanza, poiché proprio quest’ultima si è rivelata molto arretrata rispetto all’innovazione finanziaria. Infatti, la finanza è globale mentre le giurisdizioni sono locali, e questo a fronte dei difetti strutturali della vigilanza stessa, ascrivibili soprattutto agli Usa
Bisogna anche colpire l’ignoranza, quella che impedisce di capire che i “cattivi”, cioè i principali responsabili della crisi, non sono solo gli edge founds, ma anche le banche: proprio le banche producevano gli edge founds facendoli sparire dal bilancio. E’ successo che i “regolatori”, quelli che dovevano esercitare un controllo, sono stati “catturati” pienamente dall’ideologia del mercato autoregolato, non raramente finendo col sottomettersi a quelli che dovevano essere i “regolati”. Nel frattempo, si è dovuto constatare il fallimento di molti modelli matematici.

Sul piano delle prospettive, e dei relativi problemi, bisogna attrezzarsi, nel breve periodo, a “passare la nottata”, nell’attesa, però, di un nuovo assetto nel medio periodo. Con qualche perplessità bisogna puntare sul cosiddetto G20, avendo tuttavia presenti alcune questioni di fondo che riguardano 1) il perimetro della regolazione, 2) il trattamento delle attività delle banche (che le banche facciano le banche), 3) i centri off shore, che non possono continuare a non essere controllati. In ogni caso è necessario depotenziare le agenzie di rating e ripensare le Istituzioni Internazionali, possibilmente sul modello WTO, sapendo inoltre che queste regolazioni devono riguardare prima di tutto l’Europa.
Da ultimo, una notazione: il dibattito attuale su questi temi sta rivelando un profilo tra l’impossibile e l’irrilevante.

 
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