Giovedì 5 marzo 2009
Stefano Levi Della Torre, Valerio Onida
Legalità e accoglienza versus razzismo e paura
LEVI DELLA TORRE
Ci si potrebbe richiamare al vecchio Brecht, per esempio a “L’anima buona di Sezuan”, un’opera che mette in gioco il tema del punto di vista. In questo caso, il punto di vista sui “poveri”, che spesso si identica con il senso comune. Esso qui da noi recita così: i poveri danno fastidio. Poichè si tratta di un punto di vista unico, esso diventa normativo.
Capire perché in Italia non c’è nessuna molteplicità di punti di vista significa anche capire i processi innescati dal berlusconismo, e soprattutto dalla sua “figura”. Una delle ragioni, se non la principale, per le quali Berlusconi ottiene tanti consensi risiede nel suo rappresentare l’apoteosi di quell’italietta, socievole e al tempo stesso asociale, maestra nell’arte d’arrangiarsi, quasi una categoria sociologica. Un paese dove regna l’irresponsabilità pubblica strettamente intrecciata all’interesse privato, fatto di lobby, di cordate, di conventicole, eccetera. In questo senso, la normativa intorno alle ronde dei cittadini è un monumento a tale arte d’arrangiarsi, perché si mostra esemplarmente come un modello di privatizzazione di Stato.
L’ammaliamento che Berlusconi esercita su un così gran numero di persone riposa soprattutto sul binomio presunzione-infantilismo. Se il primo corno del binomio, la presunzione, suscita anche un senso di sicurezza, il secondo, l’infantilismo, suscita soprattutto un indulgente senso materno. Si può dire che siamo in presenza di una sorta di tipologia hitleriana, che rischia di rivelarsi un momento del processo di fascistizzazione dell’Italia d’oggi, i cui tratti particolari consistono nell’invenzione della destra con forti collusioni populiste (vedi l’esempio di Napoleone III e di Mussolini).
In un tale quadro, la crisi della sinistra si presenta come crisi del liberalismo borghese, che si manifesta come affermazione non del liberalismo ma del liberismo più sfrenato. Lo stesso razzismo si rivela come necessità del rapporto masse-potere, con i corollari storicamente ben noti: aristocrazia del sangue, patria, suolo. Si costituiscono così forme di razzismo materno (jus sanguinis, jus solis), di razzismo biologico, e - oggi - di razzismo culturale. D’altra parte, la guerra è uno degli altri attributi del fascismo (con relativa retorica patriottica), come lo è la demagogia delle grandi opere (oggi il ponte sullo stretto di Messina), che in genere rappresentano una sorta di guerra di rapina al territorio, ovvero un colossale trasferimento di soldi pubblici ai privati (per non dire accumulazione privata e di classe).
Nel dopoguerra in Italia con l’emigrazione dal Sud c’è stato questo gioco di razzismo (si ricordino gli avvisi: “non si affitta ai meridionali”) e integrazione mediante il lavoro, la scolarizzazione, e anche la leva militare (e naturalmente la Tv). Oggi, invece, a leva obbligatoria finita, abbiamo la scuola sotto attacco e un lavoro frantumato, fonte di atomizzazione sociale, mentre un’altra e diversa immigrazione avviene senza alcun passaggio integrativo. Anzi, la concorrenza tra i lavori e tra i territori si evidenzia come suo tratto specifico, generatore di conflitti.
Quanto ai diritti di cittadinanza, oggi entra in conflitto ciò che sta a loro stesso fondamento, cioè l’identità tra essere umano e essere cittadino. Conseguenza: la negazione dei diritti di cittadinanza coincide con la negazione dei diritti umani, cosa evidenziata esemplarmente da quella norma proposta dalla Lega Nord che invita i medici a denunciare i migranti “clandestini” che si presentino per essere curati. Viene in chiaro, su questo terreno, come il tema del corpo sia oggi centrale, e come la socializzazione del corpo sia una forma embrionale del fascismo Il razzismo, peraltro, è costitutivamente maniaco del corpo, vuole sempre sottrarre il corpo alla potestà dei singoli individui, poiché esso appartiene alla comunità. Su questo terreno razzismo e fondamentalismo religioso, indipendentemente dalle singole volontà, si tengono: attacco al corpo delle donne (legge 40), indisponibilità della vita in quanto appartenente a dio, eccetera.
ONIDA
Da dove nasce il tema del razzismo? Nasce nella società o nel diritto? C’è un dato contradditorio: le leggi antirazziste ci sono e sono vigenti, e tuttavia rigurgiti xenofobi e razzisti emergono con evidenza, e si alimentano sulle differenze linguistiche, su quelle somatiche, e altro (si ricordino le forme di razzismo a Milano e Torino negli anni ’60). Il razzismo, insomma, nasce nel tessuto sociale.
Sul terreno del diritto, la dichiarazione che tutti gli uomini sono uguali rappresenta l’origine del costituzionalismo. D’altro canto, l’origine della cittadinanza risale alla Rivoluzione Francese in quanto principio ugualitario. Ovvero: tutti i cittadini sono uguali contro ogni discriminazione.
Ma rispetto allo straniero, sussiste una discriminazione legale: non essendo egli cittadino, è fuori dalla cittadinanza. Secondo l’Articolo 16 del nostro codice civile (Disposizioni preliminari), lo straniero è ammesso alla cittadinanza sulla base della reciprocità con il paese d’origine. Ma oggi questa norma è superata dal diritto internazionale di nuova fase, che intende la reciprocità non solo fra gli Stati ma tra i cittadini; e questo a partire dalla Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo del 1948, che considera i diritti come universali, cioè per tutti, indipendentemente dalle nazioni (con conseguente divieto di discriminazione). Questi diritti sono a pieno titolo nella nostra Costituzione (Art. 16). Però, da noi lo straniero non ha il pieno diritto al territorio (a parte l’asilo), poiché lo stato regola l’immigrazione. Inoltre, lo straniero non è titolare di nessun diritto politico, mentre i diritti civili e sociali devono essere riconosciuti.
Bisognerebbe chiedersi cosa fare di fronte a tensioni che mettono in pericolo l’acquisizione dei diritti. C’è infatti un arretramento di civiltà giuridica di fronte alle inaccettabili aggravanti della pena per gli stranieri irregolari. Altro grave arretramento: le limitazioni all’esercizio dei culti religiosi, specie per l’islam (opposizione alle moschee, eccetera). Ma ancora più grave è la discriminazione sul territorio e sui diritti politici.
Riguardo al territorio, non si può non rendersi conto che gli immigrati ci sono, sono presenti, né ignorare che la liberta di immigrazione è affermata nella Dichiarazione del ‘48 come un diritto delle persone. Si tratta semmai di affrontare il problema dell’accoglienza. E’ necessario superare il concetto di cittadinanza, che appare ormai inadeguato, come mostrano le spinte protezionistiche delle classi lavoratrici europee (vedi Inghilterra) contro i principi portanti dell’Europa.
Quanto ai diritti politici, sussiste il divieto di partecipare al voto, cioè alle decisioni politiche stesse, come se tale diritto fosse ancora riservato agli appartenenti a una comunità di sangue, a esclusione di chi – anche se straniero - vive in Italia. Si tratta di un divieto antidemocratico, contro il quale la sinistra dovrebbe condurre una battaglia, per estendere il diritto di voto agli stranieri residenti.