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La solitudine di Berlinguer






LA SOLITUDINE DI BERLINGUER.
Governo, etica e politica. Dal “no” a Mosca alla “questione morale”

di Adriano Guerra


ne discutono con l’autore Ferruccio Capelli, Gianni Cernetti, Sergio Romano

Capelli

Circa dieci anni fa Vittorio Foa sollevò il problema del silenzio dei comunisti, ovvero il fatto che una grande politica tradizione culturale si fosse eclissata dalla scena italiana. Su Berlinguer in particolare si sono susseguite svariate pubblicazioni, con Guerra sempre presente prima con “comunismo-comunismi” e ora con questo libro.
La Casa della Cultura si è sempre interessata a questo problema, poiché il rinnegamento del passato comunista è sintomo di fragilità intellettuale.
La storia non si esorcizza ma si elabora, e la storia del PCI è una storia importante. Berlinguer è un nodo cruciale del problema ma il dibattito è forse ancora troppo appassionato.
Berlinguer si è trovato alla guida del PCI in un periodo storico complesso, vale a dire a cavallo della svolta liberista (Thatcher, Reagan), ed è stato l’ultimo leader del PCI il quale mandato si concluda all’interno della guerra fredda.
La domanda sottilmente revisionista su perché Berlinguer non abbia messo in atto in Italia cambiamenti simili al disgelo in Russia è un errore poiché pur essendo morto da poco, Berlinguer è vissuto troppo presto.
Le valutazioni sulla sua figura si dividono tra condanna posteriore e nostalgia, ma Guerra sfugge a queste facili interpretazioni.
Guerra parla del carattere del leader, della sua rimpianta sobrietà e malinconia, cui si unisce la solitudine politica nell’ultima fase che vide il partito diviso sui grandi nodi della politica interna. Berlinguer si poneva problemi politici e metapolitici in anticipo sui tempi.
Per Guerra Berlinguer è stato un leader sconfitto di una sconfitta dignitosa, la cui fine ha lasciato i semi per un futuro che nessuno ha colto. Berlinguer alla sua morte consegna un partito in piedi. Il tracollo verrà dopo e altri saranno i protagonisti.

Gianni Cervetti

Il libro di guerra è complesso. Il tema principale, la biografia del leader, si intreccia a più ampie considerazioni sulla politica interna e internazionale, sulla vicenda Moro, sui rapporti Italia-Usa e quelli Italia-Urss. L’impianto narrativo è sì ben articolato che, anziché lasciare gli elementi accessori sullo sfondo, si può parlare di vero e proprio intreccio.
È un libro controcorrente: mentre la prima repubblica è detta repubblica dei partiti, partiti al cui capo ci fossero sì figure prominenti ma le quali formazioni politiche seguissero percorsi, per così dire, inerziali, nel libro di Guerra Berlinguer sovrasta il PCI. Anche per questo l’opera è particolarmente interessante, in quanto invita a ridiscutere sulla politica italiana del periodo: si può parlare di solitudine di Berlinguer o si tratta piuttosto di cambiamenti decisi dal partito nel suo complesso?
Il libro induce a riflettere sul compromesso storico. In prospettiva si vede un limite. Non si trattò di opportunismo, ma bensì dell’ incapacità dei dirigenti comunisti di distinguere tra due piani: l’azione per la difesa dello stato democratico e il piano di governo. A causa di questa confusione il PCI, ben oltre il sostegno alla democrazia, finì per sostenere l’ azione di governo della DC.
In politica esterna, fatti salvi i coraggiosi tentativi, Berlinguer non ha fatto forse abbastanza. Se il “comunismo democratico” di Berlinguer è da considerarsi una semplice innovazione del vecchio sistema comunista, questo è probabilmente il simbolo del non sufficiente coraggio di bilingue nella trasformazione del partito.

Sergio Romano

Impegnato per motivi diplomatici a Bruxelles e a Mosca negli anni ’80, Romano da questi osservatori privilegiati registrò le reazioni internazionali all’evoluzione del Pci in quegli anni.
I partiti della sinistra europea venivano allora valutati sulla base della posizione sugli euromissili. A questo proposito è bene notare che sebbene Berlinguer abbia fatto del suo meglio per marcare le distanze dall’Urss, questi sforzi siano stati visti come poco rilevanti sia da Bruxelles, che ancora percepiva il PCI come appiattito sulla politica estera sovietica, che da Mosca, laddove nonostante tutto il PCI era ancora ritenuto un partito fratello; la parte del libro in cui si parla delle leve mosse da Mosca all’interno del PCI per bloccare la politica di Berlinguer è veritiera ma è doveroso ricordare che l’Urss decise di non farne ricorso massicciamente.
L’errore politico più vistoso e gravido di conseguenze fu il continuo tentativo di Berlinguer di trovare per il suo partito un approdo diverso dalla socialdemocrazia: il PCI a cavallo del 1980 riflette tutte le criticità dell’ eurocomunismo, ovvero proporsi come “terza posizione” rispetto a comunismo e socialdemocrazia senza differenziarsi chiaramente da almeno una delle alternative.
Il liberismo degli anni ottanta ha segnato un’ evoluzione del capitalismo ma a tutt’oggi, nonostante la grave crisi economica degli ultimi due anni, non sono realistiche posizioni politiche alternative all’ economia di mercato. Berlinguer non l’aveva capito e lo dimostro platealmente parlando di austerità alle soglie del boom economico degli anni ’80.

Guerra

Il nucleo centrale del libro, vale a dire il ritratto di Berlinguer e del suo compito di portata storica, è stato accettato dai relatori.
Berlinguer porta il PCI dall’opposizione permanente al governo, e per raggiungere questo risultato il partito ha dovuto occidentalizzarsi, modificare radicalmente i rapporti con l’Urss e dotarsi di una politica di governo di lungo respiro. Questo obiettivo è stato raggiunto, certo, per merito del partito nel suo insieme, ma sarebbe stato impensabile senza la guida di Berlinguer.
In risposta alla polemica di Cervetti sulla collegialità del cambiamento del PCI, tutte le fonti indicano che le scelte intraprese dal PCI nel segno dell’occidentalizzazione, pur approvate dal partito nel suo insieme, sono sempre state effettuate con atto di Berlinguer: dal viaggio a Mosca nel ‘69 che si concluse con la mancata firma dei documenti alle critiche mosse alla politica estera del PCUS fino allo stesso compromesso storico anticipato da tre articoli su “Rinascita” firmati dallo stesso Berlinguer la storia mostra gli snodi focali della politica di occidentalizzazione del PCI come frutto di iniziative personali di Berlinguer. È stato seguito ma come conducente. All’ interno del PCI non solo gli oppositori ma anche i moderati auspicavano il gradualismo, una politica di piccoli passi mentre Berlinguer seguiva altri tempi e bruciava le tappe.
È stato detto qualcosa sull’attualità di Berlinguer: se oggi si cerca un filo rosso nel passato sulla necessità di una diversa politica, di una riforma morale, di un sistema internazionale che affronti crisi economica ed emergenza ambientale, Berlinguer può essere un punto di riferimento.
Lungi dalla necessità di liquidare frettolosamente l’eredità del PCI di Berlinguer come è stato fatto alla Bolognina, la politica grande leader comunista può essere fonte di ispirazione per il futuro.
In risposta a Romano: sul piano formale l’ atteggiamento degli Usa non è cambiato ma quando il PCI è entrato nell’area di governo l’ opinione statunitense è stata marginale. Diversamente dal 47 il PCI non è stato marginalizzato da ingerenze straniere, ma ha deciso autonomamente di concludere il compromesso storico. L’obiettivo storico di PCI, la fine della lunga marcia attraverso le istituzioni, è stato dunque raggiunto.

(abstract raccolto da Federico Tenca Montini)

 
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