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Le avventure della dialettica





LE AVVENTURE DELLA DIALETTICA
di Maurice Merleau-Ponty

(Nuova edizione italiana, con introduzione di Mauro Carbone e postfazione di Davide Scalzo)


Ne discutono Davide Scalzo e Amedeo Vigorelli. Introduce Ferruccio Capelli


CAPELLI

Si tratta come è evidente di un libro che ha sulle spalle un certo numero di anni, ma che a suo tempo – a metà degli anni Cinquanta – è stato importante in Italia soprattutto nel PSI, e in particolare nella corrente lombardiana. Non si dimentichi che si era negli anni duri della guerra fredda e che in Francia, ad esempio, durante una manifestazione era stato arrestato il dirigente comunista Duclos, con strascico di forti polemiche. E’ in quell’occasione, come è noto, che Jean-Paul Sartre pubblica su “Les temps modernes" il famoso articolo dal titolo “I comunisti e la pace”, che contiene l’invito a schierarsi o da una parte o dall’altra della barricata. E’ proprio tale articolo che produce la rottura tra Sartre e Merleau-Ponty, il quale lascia la rivista con la quale era stato fino ad allora in sintonia.
Si potrebbe dire, dunque, che Les aventures de la dialèctique è un libro che assume anche i tratti di una risposta a Sartre, pur nelle profonde riflessioni filosofiche tutt’altro che contingenti che contiene. Esso, infatti, non solo critica la prassi, comune a tutti i paesi cosiddetti comunisti, di combattere e schiacciare sempre e comunque le opposizioni borghesi, ma anche approda a quell’idea dell’a-comunismo che contiene in sé una domanda che è perfettamente piantata sulla scena ancora oggi: è possibile una sinistra non comunista?
Già una tale domanda riporta di attualità questo libro.


SCALZO

Non estranea al progetto di questa riedizione, che come si sa è stata voluta da Mauro Carbone, è l’amicizia tra Merleau-Ponty e Claude Lèvy-Strauss. Quest’ultimo aveva letto le Avventure e le aveva usate contro Sartre. Ma in sostanza, a quale scopo questa pubblicazione?
Essa si interroga sui limiti della conoscenza storica e politica, però non è un trattato, e per fortuna non fornisce soluzioni di sorta. E’, anzi, un libro denso di tensione filosofica e di riflessioni sulle scienze umane (soprattutto sui classici, tra i quali Merleau annovera anche Marx).
C’è un invito, però, in questo libro: quello di costruire una sinistra non comunista, come già è stato detto. Un invito espresso cinquant’anni fa che tuttavia rappresenta un paradosso di squisita attualità. Certo, i principi non bastano, ma non bisogna rassegnarsi. Del resto, quale è il limite del possibile? La storia è finita con il capitalismo?
Grazie anche agli articoli del compianto Guido Davide Neri (scomparso nel 2001) apparsi sulla rivista “Aut-Aut”, ci rendiamo meglio conto che Le avventure della dialettica è tutt’oggi un libro importante almeno quanto il suo volume gemello Umanesimo e terrore.


VIGORELLI


Come ricorda Merleau-Ponty, un libro è un evento immerso nel continuum della vita storica, il cui significato muta continuamente orizzonte con il lettore, anch’esso situato in questa vita storica. Fra libro e lettore vi è tutto un “intermondo” ambiguo che si tratta anzitutto di decifrare. Erano, queste, parole che in Avventure della dialettica M-P indirizzava a Sartre, ma che valgono a maggior ragione per questo suo ormai lontano testo. D’altra parte, che senso può avere oggi rileggere questo libro a vent’anni dalla caduta del Muro di Berlino che pare aver trascinato con sé comunismo, socialismo reale, la stessa dialettica marxista, e i grandi dibattiti tra gli intellettuali europei del dopoguerra?
C’è un equivoco pernicioso nell’odierna banalizzazione dell’evento del 1989, che consiste nel credere del tutto tramontati i fatti e lo stesso orizzonte di senso in cui erano inscritti. I fatti sono destinati all’oblio, mentre gli orizzonti temporali permangono e sono destinati a implicarsi l’uno con l’altro, e questo è facilmente applicabile al 1989 che è ancora in una prossimità con il nostro presente attuale. Altri fatti sono poi sopraggiunti – decisivo l’11 settembre del 2001 - a rannuvolare quell’orizzonte e a riproporci nuovi interrogativi.
Quanto all’89, in molti hanno già modificato la percezione di quell’avvenimento: alla speranza di un cambiamento radicale è subentrata una delusione, un certo rimpianto e anche in una qualche misura la nostalgia per un tempo di sofferenze ma anche di certezze. Ma i figli di quegli uomini che hanno abbattuto la ex cortina di ferro vivono in mezzo a noi, in una babele di lingue, in un cicaleccio incomprensibile di dialetti che mettono a disagio i più anziani e lasciano indifferenti e sordi i più giovani (ormai immersi in altri microcosmi comunicativi). Un contatto quotidiano che in alcuni di noi evoca l’immagine vivente della merleaupontiana “carne delle coscienze incarnate”, o l’acutezza dello sguardo sartriano (più nitido) quando richiamava la capacità di guardare il mondo “attraverso gli occhi del più sfavorito”.
Proprio tutto ciò fa di LE AVVENTURE un libro addirittura attualmente necessario, che può renderci capaci di passare dalla quotidianità alla storicità, ma in modo da non disgiungere mai quest’ultima dalla concretezza della vita e dell’esperienza, e tale da implicarci in un legame d’essere con la natura e il tempo storico.
La questione della dialettica (che sarebbe però meglio chiamare del ‘materialismo dialettico’) era il nodo cruciale del dissenso tra M-P, i comunisti e il Sartre bolscevico (che peraltro avrebbe presto ipotizzato un concetto marxiano di dialettica distante le mille leghe da quello dei comunisti stessi). Questo dissenso assume oggi altri connotati, perché al mito del “soggetto” si è venuto a sostituire il tema della interculturalità in un mondo che si pretende globalizzato. Sostituzione che non produce alcuna “unità” ma bensì conflitti, con buona pace del jurassico materialismo dialettico – più che altro Engels-hegeliano – che oggi non può suscitare altro che un moto di ilarità tragi-comica che M-P allora forse non poteva cogliere.
M-P invece si mostra capace di offrire in poche pagine un magistrale saggio di ermeneutica dell’ Etica protestante di Max Weber, colla sua significazione capitalistica della razionalità economica attraverso la pratica dell’agire strumentale. Il capitalismo non seguirebbe nessun piano prestabilito di progresso necessario rispetto al passato. La molteplicità dei suoi elementi eterogenei si rivelerebbe solo a posteriori e sembrerebbero assemblati più dal gioco di immaginazione della storia che da una volontà soggettiva.
M-P parte da Weber, perché l’unica forma di dialettica marxista compatibile con una filosofia della storia non dogmaticamente chiusa ma aderente al vissuto esistenziale, è quella consegnata al capolavoro giovanile di Lukàcs Storia e coscienza di classe che per lui supera in avanti il relativismo weberiano che finisce per richiudere il teorico all’interno di una politica dell’intelletto, con conseguente incomprensione del senso rivoluzionario del ‘17 europeo e sovietico. M-P usa qui il libro di Luckàcs contro l’”ultrabolscevismo” in ritardo di Sartre, contrapponendogli che l’idea di prassi e l’impegno politico rivoluzionario significano la capacità di “pensare in situazione” e di immettere il cogito (la coscienza esterna dell’intellettuale marxista, portatore di quella di classe) nelle impurità della contingenza storica, per rovesciarla dialetticamente.
Sappiamo come M.P abbia riempito negli anni questo luogo problematico e ambiguo con le analisi delle, strutture, con il problema della comunicazione, del linguaggio, dell’arte, dell’essere naturale e più in generale del senso; e non si trattava di problemi filosofici (come fraintende Sartre), ma del rapporto tra storia e possibilità.
C’è una bella pagina su Marx in questo libro che vale la pena di riportare perché riassume bene il significato di un umanismo che non si sublima nell’ideologia dell’oltre-uomo: “Marx non era un organicista. E’ vero che per lui è l’uomo a fare l’unità del modo, ma l’uomo è dappertutto, inscritto sui tutti i muri, in tutti gli apparecchi sociali che ha fabbricato. Gli uomini non possono vedere nulla che li circondi che non sia la loro immagine. […] Ecco perché il lampo che darà a tutto questo il suo senso decisivo non è secondo Marx un fatto provato nella coscienza di ognuno, ma va dall’una all’altra, la corrente passa, e ciò che viene chiamata presa di coscienza o rivoluzione è questo avvento di un intermondo”.


P.S. Qui, forse, per non lasciar scemare del tutto il tema delle “avventure della dialettica” (che è pur sempre lo spunto del libro) non sarebbe inutile aggiungere una postilla redazionale di ordine storico.
Merleau-Ponty, morto da qualche anno, non poteva conoscere la lunga prefazione scritta da Lukàcs nel 1967 appositamente in occasione della traduzione italiana di Storia e coscienza di Classe curata da Giovanni Piana. In quella prefazione Lukács faceva il punto su quel suo saggio del 1923 (scritto però l’anno prima) difendendone le ragioni e tuttavia sottoponendolo a un’autocritica senza reticenze. E’ noto l’oggetto di tale autocritica: l’aver identificato senza residui il processo di reificazione con il movimento dell’oggettivazione in quanto tale, rimanendo impigliato nella trama del concetto hegeliano di alienazione.
Il filosofo ungherese affermava di essersi reso conto della strada senza uscita in cui incappa l’analisi di Storia e coscienza di classe dopo la lettura dei Manoscritti del ’44 di Marx, pubblicati per la prima volta nel 1930. Una tale aporia - bisogna dire - muta probabilmente il quadro filosofico dell’opera, ma non intacca in nulla il suo merito di fondo: l’aver indirizzato lo sguardo, dopo decenni di oscuramento, sul nesso alienazione-feticismo, nodo cruciale del pensiero di Marx, completamente rimosso dall’orizzonte teorico della Seconda Internazionale, e del tutto rigettato anche dal quadro dottrinario della Terza Internazionale, che infatti aveva subito “scomunicato” il libro, accolto però con successo dal marxismo occidentale proprio a causa di quella “strada senza uscita” (come sostiene Lukàcs stesso) finendo per conferirgli un’aura del tutto imprevista.
Chissà se Merleau–Ponty di fronte a una tale autocritica si sarebbe reso conto che molto spesso Lukàcs stava parlando di Hegel e non di Marx (in particolare non della critica radicale sferrata dal giovane Marx a Hegel soprattutto nella seconda parte dei Manoscritti del ’44), e magari non avesse modificato lui stesso qualche inveterata idea sulla dialettica che non manca ne Le avventure. Lui che non conosceva il marxismo italiano più eretico che stava crescendo e forse ignorava perfino il libro “maledetto di Isaak Rubin?

 
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