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Oggi un filosofo




Presentazione del libro:

Oggi un filosofo
di FULVIO PAPI

Interventi di SILVANA BORUTTI, ROCCO RONCHI, e dell’AUTORE

Coordina FERRUCCIO CAPELLI

BORUTTI

Fulvio Papi lo dice a pag. 91 del suo libro: se in Grecia i filosofi conducevano una vita diversa rispetto agli altri cittadini, questo non vale per i filosofi in generale. Infatti non esiste nessuna “essenza” del filosofo. Una vocazione filosofica non può essere concepita in “astratto”, ma semmai legata alla contingenza: un filosofo, non i filosofi, e in questo si intuisce, certo, un tocco di autobiografia, un sé filosofico persuaso.
E infatti le due parole chiave che secondo Papi distinguono oggi il filosofo sono la persuasione e la contingenza. Detto in un altro modo: si tratta di distinguere il fare filosofia (persuasione) dal singolo filosofo (contingenza).
La persuasione è intesa come presa di parola che declina una antropologia umanista, e che percepisce l’impegno in se stesso come impegno etico (che si identifica poi con la persuasione di sé) mediante il quale sviluppa temi come la “scelta”, la “comunità”, la “verità”. Il sé persuaso ha la capacità mnemonica per scegliere (non in senso sartriano), per interrogarsi, per una comunità di senso. Insomma: il dovere della verità.
Passando più direttamente al tema della contingenza, essa chiama in gioco la gettatezza del filosofo. E’ in questo essere gettato che nasce la passione della realtà. Nasce da un dolore, da una lacuna, da una frattura, esse stesse forme scaturite dalla contingenza. Qui nasce il filosofo e il suo pensiero finito.
Resta un ultimo dato, ovvero il rapporto di Papi con la scrittura: rapporto intenso, che ognuno dei suoi lettori conosce bene.

ROCCHI

Oggi un filosofo: in un certo senso si tratta di un titolo paratattico. L’accento cade subito sull’incipit, su quell’oggi che rimanda un senso di drammatizzazione, un istante storico enfatizzato. Oggi, infatti siamo di fronte a un problema costitutivo in quanto tale: un problema di verità. Un problema – vale a dire – che inerisce alla tradizione dell’universalità della filosofia. Ne va, insomma, della filosofia e anche della pedagogia. E’ del tutto evidenze che oggi la filosofia si marginalizza diventando una sorta di merce. Quel titolo sembra un dito puntato su qualcuno: ci sono dei filosofi ma non più i filosofi. Papi è “un” filosofo che non pone una domanda sui filosofi oggi, su cosa essi facciano. Ma i filosofi si basano sul fondamento della filosofia. Parlano in nome dell’Assoluto, dell’Eterno, di Dio, anche quando sono morti. Questa filosofia va in crisi, e tende a trasformarsi in antropologia filosofica, sfera in cui proprio la filosofia si riduce a una sorta di genere del discorso. A margine verrebbe da chiedersi se l’Assoluto non esista più.
In ogni caso, se tale è il titolo, così disincantato, del libro di Papi, interroghiamoci intorno alla sua proposta, che sembra essere questa: il filosofo assoluto è ormai fuori corso. Una costruzione del soggetto e del fare filosofico (come ultima frontiera), può sorgere ormai dalla contingenza, che oggi chiede di rivolgersi con intenzionalità filosofica ai saperi positivi (alla scienza, alla tecnica, eccetera).

PAPI

I due relatori si sono mostrati lettori attenti tanto d’aver messo in luce nodi tematici di cui neppure io ero consapevole. Ascoltandoli, sembra che forse il lavoro filosofico non sia arrivato al suo termine, e sorge anche il timore di non essere capace di terminarlo, soprattutto riguardo a quel tema che da Rocchi è stato definito della “metafisica contingente”.
Comunque qui è stato colto molto bene quale sia il mio oggetto filosofico, l’oggetto appunto di “un” filosofo” oggi che riflette intorno alla decadenza dell’uomo occidentale, e vorrebbe cercare di ricostruire questa figura, che indubbiamente è presente nelle varie scienze positive (psicologia, psicoanalisi, economia, pedagogia, eccetera). E tuttavia queste scienze positive che parlano oggi all’uomo occidentale, sono certo forme di sapere che portano alla conoscenza ma nello stesso tempo la inibiscono e la sottraggono a una elaborazione ulteriore di senso. Il lavoro filosofico consiste - attraverso un’interpretazione appropriata di queste sfere positive emergenti – proprio nella ricerca di una direzione di senso. Intesa in tale accezione, si può certo parlare di una metafisica della contingenza, ma non siamo affatto alla fine della metafisicità del lavoro filosofico. Anzi, si può dire che questa metafisica della contingenza ci accompagna nel nostro vivere la pluralità delle cose: il lavoro, il tempo, i desideri lo spettacolo (come lo intendeva Debord). Io credo che il lavoro che ci troviamo davanti sia questo: non un elenco di nodi problematici, ma una loro esplorazione in profondità.
Non si tratta certo di un lavoro facile, e qui si potrebbe fare una mossa filosofica marxiana (occorre averlo letto di persona, Marx, non semplicemente citato per luoghi comuni, come fanno ormai troppi). In sette-otto pagine degli studi preparatori del Capitale (si tratta dei Grundrisse), di difficilissima lettura, Marx dimostra che lo sviluppo della scienza e della tecnica e del macchinismo diviene progressivamente centrale per la produzione. Ebbene, Marx sostiene che in questo tipo di società tutto tende a diventare capitale fisso. Ma forse questa tesi appariva a lui stesso problematica, e infatti Marx non l‘ha inserita nel Capitale. Io non farò questa mossa marxiana, ma ciò non esime nessuno dal rendersi conto che i temi cruciali dell’oggi sono sempre più interni al sistema produttivo.

 
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