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Il testo che vi proponiamo in questa rubrica è tratto dagli interventi di Livia Turcoe CEm Ozdemi, parlamentare tedesco, nel corso del dibattito "Movimenti migratori tra xenofobia e difficile integrazione" alla Casa della Cultura nel marzo 2002.
L'opinione di Laura Balbo
La situazione dei paesi europei è decisamente peggiorata in questi ultimi tempi. Heider aveva preoccupato ed ora non se ne parla più, ma anche i paesi nordici - la Danimarca, la Svezia, la Norvegia - così spesso all'avanguardia, danno testimonianze preoccupanti. Il quadro europeo è qualcosa di cui dobbiamo tenere conto. È anche in parte una spiegazione del perché il governo attuale si senta legittimato a fare certe esternazioni.
Mettiamoci in testa che siamo una società fortemente discriminatoria e che questo dato ci accompagnerà per alcuni anni: dobbiamo attrezzarci per un duro, lento percorso di negoziazione delle differenze, di difficilissima convivenza.
Dobbiamo attrezzarci anche in modo poco ottimista, molto realistico, però capace di lavorare giorno per giorno con gli strumenti a disposizione.
Non nascondiamoci le difficoltà.
Facciamo una politica con gli emigranti. Una politica che non sia miope e inefficace.
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di Livia Turco e Cem Ozdemir
a cura di Agnese Bertello
Due nazioni e due politiche per l'immigrazione a confronto. Un dibattito aperto per delineare una rispostapolitica all'immigrazione che tenga conto della realtà dei fatti, dei sentimenti della gente comune,ma non dimentichi i diritti. Una buona proposta politica per l'immigrazione deve evitare di scadere nel populismo e deve essere cosapevole che l'integrazione costa.
Livia Turco
In Italia registriamo uno scarto molto forte tra quello che è il dibattito pubblico e i processi della realtà economica, sociale e anche culturale. Il male che ha fatto più danni in Italia, soprattutto in materia di politica dell'immigrazione, è l'ideologizzazione della realtà; l'esito di questa ideologizzazione è l'impossibilità di un confronto franco, concreto - pur dentro forze diverse -, l'impossibilità di un buon governo del fenomeno migratorio, di una politica aperta nei confronti dell'immigrazione.
Immigrazione e mercato del lavoro
Qual è il problema che in questo momento connota la questione immigrazione?
Potrebbe essere sintetizzato così: tutti i dati dicono che l'economia, il mercato del lavoro, soprattutto alcune parti dell'economia del nostro paese - il nord-est, il centro, la Lombardia, Milano, hanno sempre più bisogno di immigrati. La presenza e la domanda di immigrati non è concorrente con quella degli italiani; non a caso il radicamento degli immigrati in Italia in questi tre anni è continuato. Cito il caso più emblematico: in Veneto un operaio su 5 è immigrato. Per non parlare di altri settori come ad esempio il lavoro domestico. La composizione demografica del nostro paese vede l'Italia tra i paesi che avranno più bisogno di immigrati per compensare il calo delle nascite: a fronte di queste necessità, varie parti della società reagiscono con atteggiamenti più o meno esplicitamente ostili. L'economia li vuole, la società no. Non è un caso che proprio nel nord-est, cioè proprio la realtà che più chiede immigrati, sia anche la realtà d'Italia in cui l'ostilità da parte dei cittadini è più forte.
In questo contesto, il ministro Bossi porta avanti con grande determinazione una tesi - quella del lavoratore ospite - che riporta indietro le lancette dell'orologio del nostro paese di qualche decennio. Secondo questa tesi, gli immigrati devono venire solo ed esclusivamente per lavoro, devono rimanere il tempo strettamente necessario e poi se ne devono andare via. Si ripropone un'immagine che credevamo di aver dimenticato, un'immagine che fa parte della storia di questo paese: quella dell'immigrato con la valigia sempre in mano, sempre pronto a partire.
La paura dell'immigrato
La politica ha un ruolo fondamentale. La politica, una buona politica, dovrebbe prendere in carico le paure degli italiani e dimostrarne l'infondatezza, rasserenare gli animi, ma in Italia, purtroppo, oggi non sta prevalendo una buona politica. È la politica che ha vinto - e io credo che nella vittoria del centro-destra la paura degli immigrati abbia contato molto - e che incentiva questa paura per avvallare un'opzione ideologica: immigrati pochi. La politica che, sulla base di un approccio tutto ideologico, ha voluto cambiare la legge esistente.
La contraddizione è che sempre più immigrati verranno comunque in Italia, la tendenza non può essere frenata, e questa politica dimostra un alto tasso di irresponsabilità.
Si tratta poi di una paura immotivata: non soltanto per il fatto che in Italia il tasso di immigrazione è il più basso in Europa - anche se è trasformata nel giro di soli 20 anni da paese di emigranti a paese d'immigrazione - e siamo ben lungi dal parlare di "invasione", ma anche perché le caratteristiche del fenomeno dovrebbero rasserenare molto. C'è assimilazione, c'è una significativa presenza di donne, fin dall'inizio - e questo è indice e fattore di integrazione -, c'è una grande presenza di famiglie, di bambini, ci sono processi spontanei di integrazione sociale.
Immigrazione e criminalità
Sicuramente ci sono due aspetti che hanno contato molto anche nell'uso politico dell'immigrazione: il primo è l'identificazione tra immigrazione e criminalità. In Italia una buona politica dell'immigrazione ha come punto fermo una forte azione di contrasto della clandestinità, ma soprattutto un intervento efficace per contrastare la piccola criminalità. Il senso comune di ostilità nei confronti dell'altro, il senso comune per cui "l'immigrato delinque" deriva da casi di microcriminalità e non dalla grande criminalità che sta dietro al traffico dell'immigrazione clandestina. Sicuramente questo è un punto su cui bisogna insistere molto, non soltanto dal punto di vista dell'efficacia e dei risultati, ma anche come messaggio culturale. Il paradosso della legge in vigore è che sebbene questa legge sia tra le più severe che l'Italia abbia avuto in fatto di immigrazione clandestina, viene percepita dall'opinione pubblica come la legge delle sanatorie.
I dati del Viminale confermano che da quando è in vigore la legge il numero di espulsioni, non soltanto di intimazioni, è passato dal 20 al 60%. Il ministro Scajola, dovendo rispondere ad un'interrogazione parlamentare sui risultati del contrasto all'immigrazione clandestina, ha vantato 60.000 espulsioni in 6 mesi, quindi confermandone la validità. Il perché vogliano ora cambiarla rimane misterioso.
Diventare cittadini italiani
L'Italia è oggi il paese europeo con la Legge sulla cittadinanza in assoluto più ostile agli immigrati. Cito questo dato perché ci aiuta a capire il nostro paese. La legge sulla cittadinanza è stata modificata nel 1991: si tratta dunque di una legge recente, pensata per gli italiani all'estero, costruita avendo in mente gli immigrati come presenza occasionale e transitoria, se è vero che per acquisire la cittadinanza in Italia bisogna risiede ininterrottamente per 10 anni e poi inoltrare formale domande al ministero degli Interni senza che sia precisato se e da chi e entro quanto tempo arriverà risposta a questa domanda. È anche una legge che ha dei pregiudizi nei confronti dei bambini e dei minori. Prevede infatti che un bambino che nasce in Italia possa acquisire la cittadinanza soltanto se vive ininterrottamente per 18 anni sul suolo italiano, trascorsi i quali dovrà comunque fare la stessa trafila. La riforma della cittadinanza per la Germania è stata un grande passaggio ed è un peccato che abbia avuto così poca eco da noi. Uno dei miei più grandi rammarichi è di aver preparato una legge di riforma della cittadinanza che non sono riuscita a portare in parlamento perché sembrava così radicale e così trasgressiva rispetto al senso comune del nostro paese, questo per dire come il tema dell'immigrazione si sconti nel nostro paese con un dato culturale che è segnato da chiusura. Val la pena sottolineare anche che la nostra amministrazione incide pesantemente sulla vita degli immigrati.
Diritti e doveri
Col governo di centro-sinistra avevamo costruito una nuova legge sull'immigrazione, la prima organica in materia, partendo proprio dalla necessità di un dialogo, di un confronto, e abbiamo fatto una legge che credo resterà un capo saldo in Europa soprattutto per quanto riguarda la politica dei diritti degli immigrati. Posso raccontare la passione, posso testimoniare anche della grande fatica e della profonda amarezza nel vedere che punti cruciali di quella legge, nonostante la volontà politica, non si siano potuti realizzare.
La legge si propone di favorire un ingresso regolare - quindi si basa sulle quote -, sulla forte facilitazione dell'ingresso per lavoro, individuando anche strumenti innovativi che forse non ci sono in molti paesi europei, come la possibilità di far venire in Italia una persona quando ancora non ha trovato lavoro per ricerca di lavoro, attivando la catena del lavoro. È una legge che prevede un modello di integrazione che si basa sul rispetto della dignità della persona - l'immigrato come cittadino, portatore di diritti e doveri - sull'integrità della persona, sulle pari opportunità, sulla non discriminazione e sulla convinzione che sia possibile in futuro un incontro positivo, relazioni positive tra italiani e immigrati: una legge che per la prima volta introduce il concetto dei diritti e doveri degli immigrati.
La legislazione europea
Dall'Unione Europea dovrebbe essere in arrivo un poderoso documento, un insieme di direttive, un corpo legislativo organico che affronta proprio tutti gli aspetti dell'ingresso degli immigrati e dell'integrazione con l'obiettivo di definire degli standard: lo considero un aspetto molto importante. Il testo, che ho già visto, sia per quanto riguarda l'ingresso per lavoro, sia per quanto riguarda i ricongiungimenti familiari, sia per quanto riguarda i diritti dell'infanzia, è assolutamente in sintonia, anzi vorrei dire è proprio identico in alcuni passaggi alla nostra legge. Questo a conferma dell'assurdità della situazione in Italia: la legge europea si richiama a quella italiana, il parlamento italiano procede per la sua modifica. La legge italiana è in alcuni passaggi ancora più aperta: è più generosa sul ricongiungimento familiare, per esempio, perché prevede che il ricongiungimento coinvolga figli, coniuge, genitori, ma anche parenti entro il terzo grado che sono inabili al lavoro secondo la legge italiana. Io mi auguro questo insieme di direttive venga presto approvato.
Cem Ozdemir
I miei genitori sono immigrati nella Repubblica Federale negli anni Sessanta, in base ad alcuni accordi di assunzione che regolavano l'accesso degli immigrati nel paese. Io appartengo alla cosiddetta seconda generazione di migranti.
In Germania ho frequentato una normale scuola; fino alla IV elementare in tedesco avevo il voto quasi peggiore che si potesse avere. Se si pensa che oggi guadagno la mia pagnotta usando la lingua tedesca, penso che i miei maestri, qualora fossero passati a miglior vita, si rivolterebbero nella tomba. In prima elementare, avevo una maestra che durante un colloquio con i genitori aveva detto a mia madre che sarebbe stato meglio non promuovermi: "tanto per Cem promosso o no è la stessa cosa, verrà comunque rispedito in Turchia". Ho incontrato questa maestra di nuovo nel 1994: mi stavo recando da mia madre per festeggiare la mia recente elezione al Bundestag; lei nel frattempo aveva traslocato e viveva nella stessa strada dei miei genitori. Vedendomi, scese in strada, pose un braccio sulla mia spalla e disse: "Ah Cem, l'ho sempre saputo che avresti fatto strada." L'ho ringraziata sentitamente e le ho detto che certamente senza il suo sostegno non avrei saputo cosa fare - probabilmente ora sarei un senzatetto o uno spacciatore, come tutti i turchi del resto.
Vita da parlamentare
Quando fui eletto la cosa venne ripresa dai maggiori mezzi di comunicazione; si trattava di una vera e propria cesura in Germania: per la prima volta non veniva eletto qualcuno che si chiamava Hans o Gustav o Eberhard o Josef. Il mio nome, Cem, non suona proprio tipicamente tedesco. Gli occhi erano puntati su di me, tutti mi scrutavano un po' con occhi d'Argo: molti pensavano che sarei arrivato sul Tappeto Volante, magari col mio narghilè con un po' di hashish e forse con una sciabola con la quale circoncidere i deputati uomini del Parlamento o con un sacco pieno di chador da distribuire alle parlamentari affinché si coprissero o si aspettavano di vedermi arrivare col rosario di grani e gli altri utensili abituali che i Turchi si portano generalmente appresso.
Più di recente, nel 1998, in occasione delle ultime elezioni al Bundestag, una mia ex tirocinante è diventata deputata, sempre del mio gruppo parlamentare, e la notizia è passata quasi inosservata. Voglio dire, in questi quattro anni, nella prima legislatura, abbiamo già fatto un piccolo passo avanti verso la normalità. E questo è senz'altro qualcosa di molto positivo, ciò che in fondo ho sempre voluto. La mia origine diviene sempre meno importante. Non siamo ancora giunti al punto che questo fatto sia irrilevante, ci vorrà ancora una generazione o anche più, ma comunque la rilevanza di questo aspetto biografico è diminuita.
La prossima cesura si avrà quando anche i cristiano-democratici avranno in parlamento un deputato di religione, poniamo, mussulmana. Questa sarebbe una cesura storica. O quando la prima persona di origine turca e fede musulmana diventerà Ministro o Segretario di Stato. Anche questa sarebbe una cesura storica. Sono piuttosto certo che si tratta solo di una questione di tempo e che si verificherà ancora in questa generazione.
Vorrei che si arrivasse un giorno, in ambito parlamentare, a non dare più peso all'origine, alla provenienza: vorrei che le persone di origine non tedesca non avessero più la sensazione, come ancora oggi, che io sia il loro deputato semplicemente perché io stesso sono di origine non tedesca, vorrei che nella loro circoscrizione elettorale si rivolgessero al loro deputato, a prescindere dal partito, dicendogli "tu sei o Lei è il mio deputato". E vorrei d'altro canto che qualcuno di origine greca, italiana, spagnola o appunto tedesca doc, venisse da me, nella mia circoscrizione del Baden-Württemberg, dicendo: "Signor Özdemir, questa è la mia richiesta, per favore si impegni per portarla avanti in Parlamento".
La paura verso l'immigrato
In Germania è stata svolta un'indagine che abbraccia il periodo dalla creazione della Repubblica nel 1949 ad oggi. Secondo questa indagine la percentuale di atteggiamenti o sentimenti antisemiti, razzisti e xenofobi è rimasta inalterata. Si tratta all'incirca del 10 - 15% della popolazione. Il 10 - 15% della popolazione tedesca ha tendenze più o meno antisemite, razzistiche e xenofobe. Espresso in cifre assolute questo dato è ancora più terribile. Io non credo, però, che questo 10 - 15% sia il problema: è grave, è terribile, ci si può, ci si deve arrabbiare, ma credo che in questo senso la società tedesca non sia né migliore né peggiore delle altre. Il vero problema è la risposta politica. Quando i partiti democratici per raggiungere o coinvolgere questo 10 - 15% fanno del populismo o cedono alla pressione di questo 10 - 15%: allora è la democrazia ad avere un problema. E questa è in fondo la sfida di fronte alla quale si trovano tutte le società europee: quante concessioni facciamo per questo 10 - 15% dei nostri Paesi, che ha idee più o meno antisemite e razziste?
È importante prendere sul serio i timori della gente, senza trasformarsi in populisti. Ne consegue che dobbiamo occuparci dell'istruzione, ne consegue che siamo proprio noi a dover combattere la disoccupazione, ne consegue anche che dobbiamo occuparci in particolar modo dei migranti che vivono già qui perché sono loro ad essere colpiti in misura maggiore dalla disoccupazione. Questo è secondo me un punto molto importante. Ma ne consegue anche che se la politica ha il dovere di ascoltare ciò che dice la gente, non deve dire soltanto le cose che fanno piacere alla gente. Sono due cose diverse, che fanno la distinzione tra un partito disposto a guidare e un partito che si lascia soltanto trascinare.
Mercato del lavoro e pregiudizi
Come ho già detto, i miei genitori sono arrivati in Germania negli anni Sessanta sulla base di precisi contratti di lavoro. Accordi dello stesso tipo esistevano anche con gli immigrati italiani, e sono di poco precedenti, all'incirca verso la metà degli anni Cinquanta. Quest'anno abbiamo celebrato il 40° anniversario dell'inizio della migrazione dalla Turchia alla Repubblica Federale. In realtà, però non è corretto parlare di quaranta anni di migrazione: i primi decenni sono stati decenni caratterizzati dal fatto che le persone avevano intenzione di tornare nel Paese da cui erano partite esse stesse o i loro antenati. In fondo, solo a partire dagli anni Ottanta si è diffusa l'idea di rimanere, di continuare a vivere in Germania; a conferma di ciò, basti sapere che oggi la stragrande maggioranza degli immigrati vuole anche essere sepolta dove ha vissuto, e dove vivranno i nipoti: in Germania.
È interessante soffermarsi un attimo sui termini usati per definire l'immigrato e succedutisi nel tempo: per molto tempo, siamo stati chiamati Gastarbeiter - letteralmente "lavoratori ospiti". Tale concetto è una contraddizione in termini, perché un ospite non lavora 30, 40 anni e soprattutto non rimane per 30, 40 anni in un paese: un ospite prima o poi se ne va. Constatata l'inadeguatezza del termine, si è passati a Auslaender, "straniero". Ma anche questa definizione non è del tutto appropriata, in quanto è naturale chiedersi fino a quale generazione si rimane stranieri. I figli degli immigrati e i loro nipoti possono essere ancora considerati tali?
Un altro pregiudizio molto resistente in Germania è quello che vede in concorrenza per l'ottenimento di un posto di lavoro l'immigrato e il cittadino tedesco. Secondo un'indagine per ogni posto di lavoro da noi creato nel settore informatico con il cosiddetto regime della green-card sono stati creati in media altri 2,5 posti di lavoro. La green-card è stata istituita per persone provenienti dall'Europa dell'est, dall'India e da altri Paesi perché possano lavorare in Germania per cinque anni nel settore dell'alta tecnologia. In altri termini, un lavoratore immigrato, da noi chiamato e proveniente dai paesi che ho citato, non ha tolto un posto di lavoro ai tedeschi, ma al contrario ne ha creati in media altri 2,5. Ciononostante, dati alla mano, ho poche possibilità di convincere di ciò un tedesco disoccupato. Perché il tedesco disoccupato - e penso che in Italia, in Francia, in Gran Bretagna la situazione non sia diversa - parte dal presupposto che l'immigrato molto più qualificato di lui sia un suo concorrente.
Metter su famiglia e diventare cittadino tedesco
L'Italia è stata in passato un Paese molto importante nel portare avanti l'armonizzazione europea in materia di politica d'asilo, di immigrazione e di integrazione. Noi in Germania abbiamo sempre guardato con una certa invidia all'Italia soprattutto in materia di Diritto Familiare relativamente agli immigrati. Da noi, per esempio, l'età per il ricongiungimento dei minori è stata abbassata a 16 anni. Bisogna dire che, a questo proposito, non c'è una linea comune in Europa: per l'Austria il limite sono i sedici anni, per altri paesi i 18 anni. In Germania, la discussione è piuttosto accesa, e temo che non ce la faremo ad innalzare l'età entro la quale può avvenire il ricongiungimento ai 18 anni, se ce la faremo, sarà probabilmente solo per per quei minori che entrano in Germania insieme alla famiglia o per coloro che possiedono conoscenze della lingua tedesca. In Germania, per lo più si punta al ribasso: dai 16 ai 14, perfino ai 12 anni. C'è stata perfino la richiesta di abbassare l'età ai 6 anni. Una volta dissi scherzando che si potrebbe stabilire come termine i sei mesi d'età, considerando anche la gravidanza. La situazione rasenta l'assurdo.
Abbiamo però fatto una riforma importante: il 1 gennaio 2000 abbiamo modificato la legge che regola il diritto di cittadinanza. È stata questa una cesura molto importante per la Germania: secondo me in tal modo è stato rimosso uno dei principali ostacoli alla modernizzazione in direzione europea. L'abbiamo fatto con un certo ritardo, rispetto ad altri paesi europei, ma meglio tardi che mai, perché d'ora in poi i figli degli immigrati saranno cittadini tedeschi. È certo che questo tra venti, trent'anni comporterà un notevole cambiamento di prospettiva in Germania.
La legislazione nazionale deve tenere conto anche di quella europea e questo a volte crea qualche contraddizione. In Europa la legge elettorale comunale si basa sulla reciprocità. Nella Repubblica Federale abbiamo accolto questo elemento solo dopo esservi stati costretti da Bruxelles. Come se non bastasse, l'abbiamo accolta solo per i cittadini UE - ovvero per circa un terzo dei 7,3 milioni di non tedeschi che vivono tra di noi. I Tre quarti dei cittadini non tedeschi che vivono in Germania, provengono da Paesi Terzi. Immaginatevi dunque una donna turca che vive da 40 anni in Germania e una famiglia italiana che ci viva da tre mesi. I membri di quest'ultima, dopo tre mesi di residenza in Germania, godono del diritto d'elezione comunale, la donna turca non godrà di questo diritto neppure dopo 40 anni, anche se paga regolarmente le sue tasse.
Il dialogo religioso
Credo che la società tedesca stia per accettare e capire che la questione non è più "se" vogliamo convivere con i musulmani ma soltanto "come": come convivere con i mussulmani?. E la domanda più interessante sarà: ce la faranno le nostre società europee a consentire che qualcuno dica "sono un cittadino tedesco leale, ma non sono battezzato, non sono cristiano, sono musulmano"? Lo consentiranno le nostre società? Offriremo ai musulmani la possibilità di diventare cittadini leali riconoscendosi al contempo in un'altra religione? Domande impegnative che si riverberano nella vita quotidiana: per esempio, l'insegnamento religioso. Come forse saprete, in Germania non abbiamo un laicismo "puro", piuttosto abbiamo il secolarismo, che è in parte qualcosa di diverso. Lo Stato tedesco riscuote l'imposta sul culto per le confessioni cristiane. Il problema è che oggi in Germania ci sono anche 3 milioni e mezzo di persone che si professano mussulmane che hanno diritto allo stesso trattamento. La nostra Costituzione riconosce però solo le chiese ufficiali cristiane. Nelle nostre scuole è previsto l'insegnamento religioso evangelico e cattolico; ora ci si chiede ci dovrà essere anche un insegnamento religioso musulmano? E in caso affermativo: chi ne sarà responsabile? Finora in Germania erano esclusivamente gli Stati di provenienza, cioè gli Stati da cui provengono gli immigrati, ad essere responsabili del soddisfacimento dei bisogni religiosi. Io, come mussulmano, lo ritengo sbagliato. Io le mie tasse non le pago in Turchia, ma in Germania. Se ho dei bisogni religiosi - personalmente non ne ho ma altri ne hanno - vorrei che ne fosse responsabile il Ministero dell'Istruzione tedesco e non quello turco. Non l'Arabia Saudita, non l'Iran, non la Turchia sono responsabili per i musulmani in Germania, ma esclusivamente la Repubblica Federale. Far comprendere questo sarà il compito degli anni a venire.
L'Islam non ha un interlocutore legittimato a parlare per i cattolici o i protestanti. In nessun modo possono essere istituiti confronti tra l'Islam e il cristianesimo: la struttura di una chiesa ufficiale come quella cattolica con una storia bimillenaria, con istanze democraticamente legittimate non esiste nell'Islam, non può esistere, dal momento che la teologia dell'Islam non lo prevede. Quindi le nostre società, volenti o nolenti, devono farsi venire in mente nuove soluzioni per l'Islam. Io consiglierei di incontrarsi con i vertici islamici - ma anche a tal proposito va detto che solo pochissimi musulmani sono organizzati in associazioni musulmane - e anche con le facoltà teologiche dei grandi Paesi musulmani per mettere a punto dei concetti comuni volti a organizzare la convivenza. Ma starei molto attento nel voler trasferire la struttura delle chiese cristiane all'Islam. I musulmani provengono da vari Paesi, appartengono a diverse confessioni, parlano in parte diverse lingue, hanno differenti orientamenti, differenti scuole di diritto. Se le nostre società cercheranno di costringere i musulmani sotto un unico tetto non si imporranno i moderati, ma in caso di dubbio piuttosto coloro che non vogliamo si impongano. Questo lo ripeto sempre anche in Germania, ma ho l'impressione che tutti i miei colleghi tedeschi abbiano lo stesso "speechwriter", perché tutti i partiti sostengono sempre che i musulmani dovrebbero associarsi, fondare una confederazione e io metto sempre in guardia ritenendo questa posizione molto ingenua. Questa sarebbe una costruzione trasferita dalla chiesa cattolica, da quella evangelica all'Islam e non potrebbe funzionare perché, come ho già detto, l'Islam ha un'altra struttura.
Il nuovo progetto di legge
Ora che abbiamo esaminato un po' tutti gli elementi del quadro, anche quelli più problematici e contradditori, e definito quella che è la situazione in Germania, vorrei illustravi velocemente la legge cui stiamo in questo periodo lavorando.
Abbiamo un Ministro degli Interni molto ambizioso, un Ministro degli Interni socialdemocratico che si è prefisso di compiere la riforma del secolo e di entrare nei libri di storia. Infatti ha presentato una proposta che mira a rinnovare l'intero diritto d'asilo, l'intera politica sull'immigrazione, l'intero diritto degli stranieri, tutto ciò che ha a che fare con l'integrazione. E tutto questo in pochissimo tempo. Per l'ultima legge sono stati necessari cinque, sei anni di consultazioni e il nostro Ministro lo vorrebbe fare in pochi mesi - questo per darvi un'idea di quanto siamo sotto pressione al momento.
I cristiano-democratici vorrebbero che la legge portasse il titolo: la limitazione dell'immigrazione. Noi invece vogliamo parlare di gestione dell'immigrazione. E come potete ben immaginare, si tratta di due filosofie differenti.
Ora illustrerò brevemente cosa mira a disciplinare questa legge:
1. Introduzione del sistema a punti. L'immigrazione verrà regolata attraverso un sistema a punti, come già avviene in Canada. L'immigrazione a partire dal 2010 verrà portata avanti in termini aggressivi - ma lo diciamo con la massima prudenza. Perché il 2010? Perché in base a tutti dati a partire dal 2010 lo sviluppo demografico cambierà drammaticamente in Germania. Sono previste anche altre vie per l'ingresso di personale altamente qualificato al quale vorremo consentire l'immigrazione, ma questi sono ancora dettagli sui quali si sta discutendo al momento.
2. Asilo politico. Obiettivo principale della legge è quello di ridurre - drasticamente - i tempi delle procedure. Noi Verdi vogliamo far attenzione o abbiamo cercato di far attenzione a che questo non penalizzi il richiedente asilo. Vorremmo anche fare in modo che la legge sull'asilo politico si estendesse anche a coloro che sono perseguitati da entità, organismi, spesso terroristici, ma non dallo Stato.
3. Integrazione. Si tratta forse della rivoluzione più importante, perché in effetti finora in Germania manca una politica d'integrazione in senso stretto. Per gli Aussiedler, gli immigrati di etnia tedesca trasferitisi dalla Russia, ci sono dei corsi di lingua; per circa sei mesi hanno diritto all'apprendimento del tedesco, ad aiuti per l'integrazione. Viene concesso loro l'ingresso in Germania se possono dimostrare di avere antenati tedeschi, risalendo nel tempo fino a Caterina la Grande; in questo caso hanno diritto alla cittadinanza tedesca. La questione linguistica per noi come vedete è fondamentale ed è attualmente oggetto di aspre discussioni. In questo progetto di legge abbiamo disciplinato per la prima volta che tutti coloro che arrivano in Germania devono imparare il tedesco e devono anche seguire una specie di corso d'integrazione. In questo caso, abbiamo seguito la strada segnata dell'Olanda (come vedete non si inventa quasi nulla e molto si impara guardandosi attorno, facendo proprie le migliori proposte per l'immigrazione adottate dagli altri paesi europei).
Il grosso problema, e non vi svelo nessun segreto, sono i soldi. Corsi di lingua e orientamento costano una somma incredibile di denaro. Se in futuro vogliamo offrire a tutti questo insegnamento, abbiamo calcolato che occorrerebbero circa 500 milioni di euro. E il nostro Ministro delle Finanze ha già detto di non avere questi soldi. E ora la domanda è: chi pagherà per i corsi di lingua? La proposta è che i progetti siano finanziati per metà dallo Stato e per metà dai Laender. La mia grossa preoccupazione è, però, che i corsi di lingua per i nuovi arrivati vengano per così dire giocati contro i corsi di lingua per coloro che già si trovano nel Paese. Ho cioè paura che i corsi di lingua per coloro che arrivano in Germania vengano strumentalizzati a scapito di quelli previsti per le persone che vivono già nel Paese, la generazione dei miei genitori che vorrebbe anche imparare il tedesco. Ma dal momento che i soldi non bastano temo che un gruppo venga giocato contro l'altro e questo è un problema molto grosso.
Vorrei far presente un'altra contraddizione. È stato concordato che i cittadini UE immigrati in Germania, in linea di principio, non potranno usufruire dei corsi di lingua. Si parte infatti dal presupposto che i cittadini dell'Unione Europea riusciranno comunque a farsi capire. Ma sulla base di indagini svolte sappiamo che sono soprattutto i bambini turchi e quelli italiani che incontrano i maggiori problemi nelle scuole tedesche. Solo che i bambini italiani, in quanto cittadini dell'Unione Europea, entrando in Germania, non avranno diritto all'insegnamento linguistico. La ragione è che la legge europea non consentirebbe di infliggere sanzioni ai bambini italiani in caso di non frequentazione del corso. I bambini turchi e le famiglie turche invece possono essere sanzionati e quindi sembra abbiano diritto all'insegnamento. Dunque se uno non può essere punito non ha neanche diritto a partecipare ai corsi di lingua.
Conclusioni
La politica deve avere le idee chiare: l'integrazione costa molto. Ma si tratta di denaro ben investito; ogni marco o ogni euro che investiamo nell'integrazione è denaro che risparmiamo sotto forma di indennità di disoccupazione, di risocializzazione per la gente che finisce in carcere. E capire queste cose, anche dirle come uomo politico, è incredibilmente difficile. |