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Ospitiamo qui l'intervento di Heiner Geissler e Carlo Sini all'incontro "Dialogo tra civiltà e culture: multiculturalismo e laicità", organizzato dal Goethe Institut e dalla Casa della Cultura, presso la Chiesa Cristiana Protestante di Milano, il 12 marzo 2002.
Heiner Geissler è stato per molti anni ministro per i giovani, la famiglia e lo sport del governo della Repubblica Federale Tedesca e per più di 12 anni segretario generale della CDU (Partito Cristiano Democratico Tedesco).
E' anche membro della commissione per i diritti umani e gli aiuti umanitari. Per le sue visioni sulle questioni sociali è considerato un pensatore trasversale del suo partito.
Carlo Sini (Bologna, 1933) è titolare della cattedra di Filosofia Teoretica presso l'Università Statale di Milano. Collaboratore alle pagine culturali del "Corriere della Sera" e de "l'Unità". Tra le sue opere: Semiotica e filosofia (1978); Il silenzio e la parola (1989); I segni dell'anima (1989); Immagini di verità (1985); Il simbolo e l'uomo (1991); Pensare il progetto; Etica della scrittura (1992) e L'incanto del ritmo. Nel 1994 è stato nominato socio dell'Accademia dei Lincei.
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interventi di Heiner Geissler e Carlo Sini
a cura di Agnese Bertello
Si può essere tolleranti con chi manifesta intolleranza? Di una cultura si deve accettare tutto, anche gli intrinseci elementi di discriminazioni sociale e razziale? Queste le domande intorno a cui si è snodato il dibattito tra il filosofo italiano e l'ex ministro della Repubblica Federale Tedesca.
Heiner Geissler
Una politica per l'immigrazione deve partire dal presupposto che queste persone rimarranno qui, in Germania, in Italia, in Europa e che non sarà possibile buttarle fuori - non potremmo farlo neppure se tutta la NATO partecipasse a un'azione del genere - ci troviamo di fronte a una questione semplicissima: non si tratta più del problema se vogliamo convivere, ma molto più semplicemente come convivere con queste persone. E a questo punto si pone un'unica alternativa: o creiamo in Europa, nei nostri Paesi, una moderna Sparta, con tre classi di persone, gli spartiati, i periechi e gli iloti - e questo è ciò che accade attualmente in molti paesi - oppure partiamo da un'altra concezione dell'uomo, quella che si basa sull'inviolabile dignità di tutte le persone a prescindere dal luogo di nascita o dalla madrelingua. Questa è la questione centrale per la convivenza degli uomini, l'idea di uomo cui facciamo riferimento.
In uno dei suoi scritti giovanili Karl Marx ha detto, con riferimento alla questione ebraica: l'uomo in sé, come viene al mondo, non è l'uomo in senso proprio, per esserlo egli deve avere la giusta coscienza sociale e appartenere alla classe giusta. I nazisti hanno detto: deve appartenere alla razza giusta. I nazionalisti dicono alla nazione giusta. E i fondamentalisti alla religione giusta. E se ad un uomo capitava la sfortuna di appartenere alla classe, razza, nazione o religione sbagliata, veniva liquidato, finiva nelle camere a gas, veniva torturato a morte, fatto esplodere in aria o assassinato in altro modo. Succede ancora oggi.
Pertanto la questione centrale che si pone alla politica presente e futura è la seguente: su quale immagine dell'uomo basiamo la nostra politica? E non può certo trattarsi di una riproduzione di quelle immagini di cui ho appena parlato. Queste non possono essere giuste, lo dice l'esperienza, lo si riconosce quasi a priori. Deve trattarsi senz'altro del contrario. In altri termini: l'uomo come viene al mondo è l'uomo in senso proprio. A prescindere dal fatto che sia uomo o donna, giovane o vecchio. Ma ci sono spesso situazioni in cui questo principio cardine viene leso, anche nella nostra Europa occidentale: in Inghilterra le persone di età superiore a 80 anni non vengono più sottoposte a interventi di bypass, o a sostituzione dell'anca, non vengono più dializzate - in altri termini avviene una selezione in base all'età o al reddito. Io dico che, a prescindere da tutto, la dignità deve rimanere intangibile. Il Vangelo non conosce altra immagine di quella testé descritta. E questa immagine dell'uomo ha naturalmente pretesa universale, perché se noi non diamo a questa immagine la pretesa dell'universalità ricadiamo nella categorizzazione degli uomini.
I fondamenti della convivenza
La presenza numericamente importante degli immigrati in Germania ha reso il dibattito su questi temi molto vivo: gli immigrati da noi vengono chiamati stranieri, ma, in realtà, sono ormai da lungo tempo tedeschi senza passaporto tedesco. E si discute su quale sia il fondamento della convivenza. Alcuni miei amici di partito hanno parlato di una "Leitkultur", di una cultura guida, cioè quella della nazione, la cultura tedesca, ma ciò è fuori luogo in un'epoca e in uno stato che ha perduto da molto tempo la sua omogeneità, nel quale vivono quasi otto milioni di persone che non hanno appunto elementi in comune con i tedeschi "normali": non le radici, non il colore della pelle, non la religione, non le tradizioni.
E d'altronde ciò sarebbe anche in contraddizione con la costituzione, in quanto questa, salvo pochissime eccezioni, non conosce diritti tedeschi. Nella Costituzione della Repubblica Federale Tedesca si legge: "tutti hanno il diritto..."; "nessuno deve..." La Costituzione parte dai diritti dell'uomo: "tutti gli uomini sono uguali" recita l'articolo 3. In altri termini: la Costituzione non prescrive una determinata religione né una determinata cultura, ma parte dal presupposto che gli uomini sono liberi nella loro religiosità e nelle loro scelte culturali. Naturalmente è possibile affermare che accanto all'identità personale ve ne sia anche una culturale. Ma ciò non è in contraddizione con quanto dico io: l'identità culturale in senso herderiano, per esempio. Questa fonda, partendo dall'immagine dell'uomo, la pretesa universale della parità di diritti delle culture, per esempio fra la cultura islamica e quella occidentale, anche addirittura all'interno dell'apparato statale. Bisogna naturalmente fare attenzione affinché non si formino delle cosiddette società parallele, stati nello stato. Tali sviluppi, tali tendenze si registrano anche in Germania. A tal proposito bisogna porsi la domanda: quale dev'essere il principio fondamentale? Il fondamento per la pacifica convivenza? Principi che valgano per tutti.
Per un patriottismo costituzionale
Ma a questo punto si pone subito un problema: cos'hanno in comune decine di migliaia di turchi naturalizzati o il calciatore della Nazionale tedesca Gerald Asamoah, ghanese di nascita con passaporto tedesco, che è proprio nero ma cittadino tedesco; cos'hanno in comune queste persone con una nativa del Palatinato? Non certo il colore della pelle, e neanche la storia o la religione e neppure l'origine o il sangue dei loro avi - eppure sono tutti indubbiamente tedeschi, cittadini tedeschi. E di conseguenza il concetto del cittadino tedesco col significato che aveva ancora ai tempi dell'Imperatore Guglielmo, secondo il quale soltanto colui nelle cui vene scorreva il sangue tedesco dei genitori e dei nonni poteva essere cittadino tedesco, questo concetto di cittadinanza oggi non può naturalmente corrispondere più né alla realtà né al diritto.
Cattolici e protestanti devono abituarsi al fatto che in Germania, ma anche in Italia e in Francia, non suonino solo le campane delle chiese. È chiaro che se in Germania vivono tre milioni di musulmani, la seconda comunità religiosa in ordine di grandezza, essi avranno le loro moschee e quindi accanto alle campane delle chiese i muezzin potranno far udire le loro preghiere dai minareti. Molti cristiani sono preoccupati perché nei paesi islamici non vale il contrario. Sono stato nel Sudan, a El Obeid dove vive un vescovo cattolico che domenica non può leggere messa perché i mullahs delle moschee vicine dirigono gli altoparlanti a pieno volume verso la chiesa, cosicché all'interno i fedeli non possono più capire una singola parola. Ovviamente, ci sono proteste. In questo caso io dico ai miei concittadini, anche nella mia circoscrizione elettorale: non agitatevi perché voi fate lo stesso baccano a Germersheim dove abitano decine di migliaia di famiglie turche quando queste vogliono costruire una moschea. In altre parole dev'essere chiaro che una pacifica convivenza tra gli uomini è solamente possibile quando i singoli gruppi smettono di discriminarsi reciprocamente. Guerre civili, assassini e crimini si verificano in questo mondo solamente quando un gruppo etnico discrimina un altro.
E ora bisogna chiedersi: ma quali sono i principi che devono essere alla base dell'eliminazione della discriminazione e della convivenza pacifica? In breve è ciò che Dolph Sternberger e anche Habermas hanno chiamato "patriottismo costituzionale". È ciò che unisce Gerald Asamoah e Cem Özdemir, deputato al Parlamento tedesco, e Guido Westerwelle e me stesso. La convinzione comune di determinati principi fondamentali per la convivenza all'interno di uno stato. È questa la costituzione, il rispetto della costituzione che vale per tutti, a prescindere dalla loro appartenenza a comunità religiose o culturali,vale per ogni buddhista, per ogni indù, per ogni cristiano o musulmano che vive in Germania.
Tolleranza senza limiti?
Perché la convivenza culturale possa funzionare, se vogliamo che funzioni, dobbiamo riconoscere anche dei limiti. Cioè se un fondamentalista musulmano non accetta la parità di diritti per la donna o la libertà di coscienza e di religione, allora non potrà né dovrà divenire cittadino tedesco. L'imperialismo religioso dei sikh, degli indù e dei musulmani infrange i limiti della costituzione, al pari del fondamentalismo cristiano - anch'esso esiste naturalmente ed è esistito abbastanza a lungo nella storia della Chiesa. La scuola coranica non dev'essere la scuola regolare; tutti i bambini musulmani devono andare in una scuola riconosciuta dallo Stato, come i bambini cristiani e quelli buddhisti. Le sure del Corano le potranno apprendere nella scuola coranica così come i bambini cristiani imparano la Bibbia nella lezione di religione. E un musulmano di Bottrop, attraverso il regime del ricongiungimento familiare, non dovrà aprire un harem nella Ruhr, perché questa prassi viola la parità di diritti della donna. E l'infibulazione delle bambine, non importa che venga effettuata nel nome di Allah o in nome di altri riti o da parte di quale tribù, è sempre una grave lesione personale e una violazione dell'art. 2 della Costituzione.
Tutte le culture trovano un limite nei diritti universali dell'uomo che si rispecchiano nella Costituzione. E io affermo che questo deve valere per tutti i paesi del mondo. Non si tratta di imperialismo occidentale. Chi viene lapidata perché sospettata di adulterio e non è in grado di produrre tre testimoni maschi che affermino il contrario sarà ben lieta di accettare questo imperialismo occidentale. È chiaro che qui ci troviamo di fronte a uno scontro planetario sui diritti umani. Non ci possono essere compromessi: di questo sono convinto.
Culture e discriminazioni
Io credo che dobbiamo avere le idee chiare e non dobbiamo calpestare la dignità di altri uomini con la facile scusa dell'autonomia delle culture.
Non esiste un'unica scienza, un'unica economia e neppure un'unica religione o architettura o musica, ma esiste un unico uomo. Solo uno: in Alaska e a Milano, in Norvegia e in Germania c'è solo un uomo, sempre le stesso, per quanto riguarda la sua umanità e la sua dignità: è questo l'universale. Tutto il resto è differente, è vero. E se le cose stanno così allora per tutti questi uomini non valgono né le stesse condizioni sociali né quelle culturali, ma in virtù della natura umana valgono certamente gli stessi diritti.
La violazione dei diritti umani non è espressione di una cultura, bensì sfruttamento e dominio dei potenti, del capitale o del potere di uomini che vogliono comunque opprimere altre persone in nome del proprio interesse. Tutto - cultura, autonomia, religione - tutto dev'essere accettato. Ma la discriminazione e l'oppressione delle persone, la negazione della dignità umana a motivo del colore della pelle, dell'origine, della religione - questo non lo possiamo accettare. Grazie a Dio siamo arrivati al punto da poter affermare ciò come diritto universale. E a questa condizione possiamo convivere anche in termini multiculturali, ma dobbiamo tutti accettare questo principio.
Credo però che non siano gli uomini, la moltitudine di uomini a parlare così. Sono sempre quegli uomini che hanno un interesse personale a essere intolleranti. Il nazista Adolf Hitler diceva "Sono intollerante contro gli ebrei". Perché? Perché credeva di averne diritto. Il capitalista dice: "Impongo le leggi del mercato. Anche se così facendo gli uomini perdono la loro esistenza economica perché il rendimento del capitale dev'essere aumentato del 4%". Questi non sono gli uomini ma l'uomo che ha un particolare interesse. Sono sempre i potenti, si potrebbe anche dire i più forti a ragionare in questi termini. È il concetto del superuomo nietzscheano che pretende di essere il più forte, di poter essere intollerante nei confronti degli altri, di imporre agli altri la sua verità: questo è il fondamentalismo. E questo fondamentalismo deve avere i suoi limiti, questa è la mia convinzione personale.
Questo non lo possiamo accettare e perciò nella discussione politica, a livello di ONU, nei dialoghi con le altre culture va affermato con chiarezza che noi tutti, in tutto il mondo dobbiamo orientarci a questi diritti umani, altrimenti non vi sarà pace sulla terra. Io sono fermamente convinto che questo riuscirà se saremo abbastanza coraggiosi nel portare avanti questa discussione. Il problema è rappresentato naturalmente dai fondamentalisti, in tutte le religioni. Ma li dobbiamo distinguere da quella gran parte di seguaci di una religione che vogliono convivere pacificamente o addirittura democraticamente. L'Islam è certamente un problema, è vero, perché nella sua concezione non c'è separazione tra stato e religione. Ma le cose continuano a evolversi. Le chiese cristiane e le istanze europee devono portare avanti il dialogo, per chiarire il percorso verso una filosofia mondiale unica in grado di consentire una convivenza pacifica tra gli uomini.
Responsabilità occidentali
La conseguenza dell'11 settembre dev'essere in definitiva un cambiamento della politica mondiale, che modifichi anche i rapporti sociali in modo tale che questo capitalismo globale brutale non faccia sì che il fondamentalismo religioso venga sostenuto da sviluppi socialrivoluzionari. In fondo abbiamo bisogno di un'economia di mercato sociale internazionale, non si tratta di aiuti allo sviluppo. È questo il messaggio che credo dobbiamo capire. In quanto europei e contemporaneamente paesi ricchi industrializzati, abbiamo il grosso compito di far sì che il problema della migrazione venga risolto correttamente. Tutti coloro che vengono perseguitati per motivi politici o religiosi devono trovare rifugio da noi. I problemi sociali non li possiamo risolvere con le leggi sull'immigrazione: attualmente vi sono al mondo un miliardo di persone che vivono con meno di un dollaro al giorno. I loro problemi non li possiamo risolvere né a Milano né a casa mia a Landau. Ma possiamo eliminare le cause della migrazione: guerre civili, povertà e ecocatastrofi - questo è il nostro compito. Non solamente affermare i diritti umani, ma anche migliorare i diritti fondamentali sociali per gli uomini di questa terra.
Un esempio emblematico: la condizione femminile
La questione femminile, tutt'altro che risolta, è paradigmatica. Su un miliardo di analfabeti, l'80%, 800 milioni, sono donne. E per quanto riguarda l'Europa: oltre il 50% delle studentesse sono femmine, ma solo il 5% o il 2% a seconda del livello, professoresse universitarie. Qual'è la ragione di questa situazione? Non è dovuto al fatto che le donne siano più stupide, spesso anzi negli esami sono più brillanti, ma vengono discriminate, i loro diritti vengono lesi.
Qui da noi, la situazione è molto più sottile. In Germania per esempio il diritto fiscale prevede il cosiddetto splitting fra coniugi: entrambi vivono insieme, il marito lavora e deve pagare le tasse solamente sulla metà del reddito, perché il fatto che abbia una moglie che non lavora lo fa apparire fiscalmente come se guadagnasse solo la metà. Ma se alla moglie viene in mente di lavorare perché è in grado di farlo, perché ha studiato, perché gradisce farlo cosa succede? Allora con il suo reddito entra nella categoria fiscale cinque e deve pagare più tasse sul suo reddito di quanto ne paghi il marito. Sono sottigliezze, relitti di un mondo costruito dagli uomini e basato su una chiara distribuzione dei ruoli: la donna è madre e deve occuparsi della famiglia, delle faccende domestiche e basta. E se vuole fare qualcosa di diverso dev'essere punita, non più con la frusta, ma con le tasse. Ma questo ha da finire.
C'è una discriminazione incredibile nei confronti delle donne: cento milioni di donne sono infibulate, ovvero per le ragioni religiose o di altra natura di cui si è parlato è stata tagliata loro la clitoride, in parte anche in forma barbarica.
Questa discriminazione non può essere attribuita a una legge naturale, o divina. È il frutto delle gerarchie maschili, e precisamente delle gerarchie maschili a fondamento religioso - del cristianesimo, come dell'Islam. Dio viene abusato, il nome di Dio viene preso a pretesto per il fatto che una donna non possa divorziare senza il consenso del marito, che l'adultera - ma non l'adultero - venga lapidata , che la sorella possa ereditare soltanto la metà del fratello, che davanti al tribunale la donna valga solo un terzo rispetto all'uomo.
Trovo che alla base di questa discriminazioni ci siano proprio le religioni. Non trovo opportuno che alla Conferenza Mondiale delle Donne i legati del Vaticano a braccetto con gli Ayatollah dell'Iran respingono le risoluzioni della Conferenza. Risoluzioni che hanno come contenuto l'autodeterminazione della donna, perché le donne dicono: non vogliamo che gli uomini ci prescrivano il nostro comportamento sessuale. Hanno completamente ragione, perché anche loro non possono prescriverlo agli uomini che fanno comunque quello che vogliono. Ma le grandi religioni del mondo fraternizzano quando si tratta di equiparare sessualmente le donne agli uomini. Questa è intolleranza contraria alla dignità umana. E questo è il limite posto da alcune religioni che non possiamo proprio accettare.
Non è certo una legge naturale, sono invenzioni di gerarchie maschili che vogliono esercitare il dominio. Non mi interessa se mi viene detto che è espressione di una certa cultura. È una non-cultura. Qualcuno ha detto: non vi è cultura laddove vengono commesse queste infamie.
Carlo Sini
Parlare della convivenza di persone con differenti esperienze, tradizioni, valori e modi di vita significa evitare la parola cultura. Questa è un'invenzione nostra e non loro. È già una violenza teorica imporre o credere che esista un multiculturalismo, perché queste sono cose nostre, sono nostri modi di descrivere la realtà. Se esistono differenti condizioni umane, dobbiamo chiederci il perché: Quando parliamo di cultura ci riferiamo a una categoria inventata da noi occidentali che non esiste nella realtà e che è la nostra maniera di descrivere le cose.
Cosa pensiamo quando parliamo di cultura? Ai libri degli etnologi? A un insieme di proposizioni scritte? Di valori dichiarati? Di frasi espresse tipo "i tali non mangiano la carne di maiale" o cose del genere? Non è questo ciò che noi possiamo intendere legittimamente per cultura. La differenza tra gli uomini nasce da differenti modi di vita, differenti pratiche di vita, differenti tradizioni di linguaggio, differenti relazioni con gli dei, con la sessualità, con la terra, con il mare, con l'antichità, con il presente, con il futuro e con l'oltretomba.
Possiamo credere sinceramente che si potrà, attraverso strumento del dialogo (prezioso ma occidentale), risolvere la differente configurazione dell'uomo sul pianeta nel futuro di rapporti sempre più intensi? È difficile, anche perché è evidentissimo che con una forza sconsiderata e inarrestabile noi imponiamo a tutti un medesimo modello di vita, un medesimo modello economico, un medesimo modello di progresso; imponiamo un unico modo di fare le cose, un unico modo di valutarle, un unico mercato, un'unica borsa, un'unica informazione e, fra poco, un'unica lingua.
Credete che una cultura si possa salvare così? Voi credete che un'identità si possa salvare se la cultura è il prodotto delle infinite e molteplici pratiche di vita e di sapere? Sapere come si deve dire, come si deve fare, come si deve scrivere. Se questo processo di uniformazione globale e planetario dei modi di vita continua, alla lunga avremo una e una sola cultura. Levi-Strauss, già negli anni 50, aveva qualificato questo spettro di un'unica cultura planetaria prefigurando l'avvento di un'unica cultura, stupida, pericolosa e violenta.
Non possiamo coltivare l'illusione che la nostra tolleranza, che il nostro gradimento dei costumi sia la via d'uscita positiva della convivenza pacifica. La convivenza non è pacifica per ragioni di fatto. Ma non è pacifica nemmeno nella teoria, anche con le migliori intenzioni. Ed è qui a mio avviso che deve operare l'uomo di cultura. Non sul piano politico, che non gli compete e che pone problemi immediati. Sul piano politico si fa quel che si può, si cerca il male minore, si media, si invoca la saggezza. Ma se la cultura occidentale, questa grandissima tradizione di cui noi siamo eredi, ha un compito è proprio quello di mettere in crisi il concetto universalistico di noi stessi e dell'uomo. Senza di questo, il nostro appello al multiculturalismo, involontariamente, anche con le più nobili intenzioni, diventa una copertura di quella violenza che nel frattempo si compie sul piano economico e politico.
Ciò che la nostra cultura deve fare è uno sforzo per il quale essa acquisisce la più profonda dignità della sua tradizione. Perché solo la nostra cultura è in grado di farlo. Solo noi abbiamo il coraggio e il compito dell'autocritica. Questo significa avere una visione laica e profana, che non è un universalismo astratto con diritto di parlare a nome di tutti.
Espressioni come "integrità psicofisica dell'individuo", grondano sangue. Noi che oggi ci ispiriamo a questi concetti universali, fino a due o tre secoli fa non li trovavamo tanto fondati. Facciamo un altro passo: bisogna riconoscere che la costruzione dell'uomo universale è una meravigliosa costruzione occidentale. Per questo non si ha diritto di dire la verità dell'altro, di parlare in nome dell'altro. Non esiste un'unica biologia, non esiste un'unica psicologia, non esiste un'unica scienza. Non esiste un'unica religione, com'è ovvio.
Vorrei illustrare meglio questa frontiera che la cultura occidentale deve perseguire per la sua dignità. Essa deve porsi come modello da mostrare alle altre culture - mimo della verità, diceva Platone. Non da imporre, dunque, ma da mostrare come frutto maturo della nostra travagliata storia, in cui abbiamo conosciuto guerre di religione, orrori di ogni genere in nome della violenza, in nome del dogmatismo, dell'ottusa superstizione. È certo che noi ravvisiamo queste cose in altre culture, ma non abbiamo nessun diritto, nessun fondamento per porci al posto della loro evoluzione storica ed economica ed imporla sulla base di principi apparentemente stabiliti in maniera pacifica, ma in realtà realizzati attraverso lo strumento del soggiogamento economico.
È nostro compito mostrare agli altri come una cultura può rendersi conto del fatto che non c'è concetto, non c'è significato, non c'è valore, non c'è idea di uomo che non nasca dalla vita, dalla pratica di vita; dalle concrete condizioni di relazione con la natura, con gli uomini, con gli animali. Dobbiamo renderci conto che dal modo di fare le cose nascono le idee, che dal modo di essere in comune nasce quella che noi chiamiamo una cultura.
Questa esigenza primaria nella cultura occidentale è l'avamposto del pensiero politico in senso grande e non contingente. Una questione semplicissima, che vorrei definire il paradosso della tolleranza, lo mostra in modo inquietante.
Siamo tutti d'accordo (come potremmo non esserlo) che la tolleranza è una virtù, che essere tolleranti è un bene, che essa è una condizione di convivenza pacifica. E quindi, noi offriamo la tolleranza nel posto in cui lo facciamo, nei limiti in cui lo facciamo, sul posto in cui le nostre condizioni di vita ce lo consentono. Perché non è molto facile essere tolleranti quando le condizioni di vita sono determinate dalle leggi di mercato, che ordinano la città in un certo modo con i sui ritmi e i sui quartieri. È una tolleranza molto parziale quella che possiamo offrire, ma in linea ideale noi la offriamo: "tu puoi essere, nella tua diversità, tollerato da me che non la condivido"
È tutto bello, ma cosa succede se l'altro non è tollerante? È un problema se l'altro ci dice: "no, guarda che il vero uomo sono io" Allora noi gli spieghiamo il principio universale dell'umanità, in base alla nostra filosofia, fisiologia, fisica e così via? Dove è finita la nostra tolleranza? Se siamo davvero tolleranti dobbiamo tollerare questo paradosso. Che lui si consideri il vero uomo e noi quelli un po' degenerati. Ci sono milioni di uomini sulla terra che pensano così di noi. Che faremo? Delle discriminanti di civiltà?
È dura quando siamo di fronte all'essere umano che ci dice "il vero uomo sono io, non ti fare illusioni. E non sono molto tollerante".
Allora gli imporremo la tolleranza? Ma imporre la tolleranza non è a sua volta un comportamento totalmente intollerante? E non è questo che stiamo facendo con i diritti universali, con la carta dell'ONU, i principi di democrazia universale, i diritti dell'uomo? Io mi rendo conto di quanto c'è di buono in tutto ciò, di quanto tutto ciò abbia in sé una battaglia ideale per evitare gli orrori, il sangue, le violenze, gli assoggettamenti delle etnie. Ma ci rendiamo conto della fragilità della nostra posizione, della sua ipocrisia involontaria, ma profonda?
Noi, in nome di principi fondati su nulla - salvo che sulla nostra storia e sulla nostra pelle - e che possiamo condividere tra di noi, ci stiamo arrogando il diritto di governare l'intera vita del pianeta e di ridurla ad unum, con le buone o con le cattive e servendoci della buona ragione, ma anche della scusa che altri popoli, talvolta, sono feroci e barbari. Noi invece no. Noi, con la desertificazione di queste intere regioni della terra, con la distruzione di ogni loro condizione di vita (per cui non hanno scelta e se vogliono sopravvivere devono vivere come noi, assimilarsi al nostro modello), non siamo barbarici. Siamo la civiltà.
Per questa via non ci sarà incontro vero, dialogo vero, comprensione. Dialogo è una parola inventata da Socrate e Platone, da lì noi veniamo ed è per questo che non mi piace quando viene usata come unità di misura dell'umano: non è vero che tutti gli uomini possono dialogare per iscrivere i loro diritti; non è vero che la ragione dialogica esprime la verità di tutti. Essa è uno strumento, come molti altri, che non va enfatizzato, sennò diventa di nuovo una violenza.
Tutti ci auguriamo che ci siano modi di collaborazione tra gli uomini, ma prima vanno colte due premesse.
La prima è rendersi conto della monolitica maniera di intendere il modo di vita, di fare le cose e di governare l'economia globale della vita di tutti.
L'altra è che la cultura occidentale veda, finalmente, la scaturigine pratica dei suoi concetti. Che veda, insomma, la natura contingente delle sue verità e veda l'universalismo cristiano, logico, scientifico, concettuale, politico come costruzioni certamente importanti e utili. Ma che le veda come costruzioni, appunto, e non verità. Queste sono qualcosa che forse può essere mostrato come modello e che potrà essere trasformato dall'apporto degli altri. A patto che gli altri restino altri, perché se avremo provveduto a eliminarli assimilandoli - che è la peggiore maniera, perché quando uccidi si vede - allora non ci sarà più nessun problema. Ci sarà il problema.
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