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Xenofobi e xenofili. Gli italiani e l'Islam.

L'incontro
28 ottobre 2003

Sono intervenuti:
Renzo Guolo, sociologo, autore del libro "Xenofobi e xenofili. Gli italiani e l'islam",
Giorgio Paolucci, giornalista dell'Avvenire, Luigi Manconi, Gad Lerner
Coordina: Ferruccio Capelli

Per approfondire:
Sguardi sull'Islam, tutti gli interventi del seminario





a cura di Agnese Bertello

Rendere conto della varietà di posizioni degli italiani di fronte al fenomeno dell'immigrazione islamica è operazione ardua. L'Italia è solo apparentemente un paese monoculturale; in realtà la mancanza di un'identità forte, rende più difficile il confronto con le minoranze.

Renzo Guolo
Il libro "xenofobi e xenofili. Gli italiani e l'islam" è stato consegnato all'editore nella primavera scorsa; in sei mesi, sono venuti al pettine alcuni dei nodi che segnalavo in quelle pagine, la laicità della scuola, per esempio o la questione dell'Islam organizzato, l'importanza dell'amplificazione mediatica che viene data a certe figure, certi presunti rappresentanti dell'Islam a discapito di altre.
Sono nodi importanti, che non possiamo limitarci ad affrontare in maniera consolatoria.
Quello che era mia intenzione fare con questo libro era una mappatura dell'Italia davanti al fenomeno immigrazione e soprattutto davanti all'immigrazione islamica, perché è di fronte ai musulmani che si pone il problema, non certo di fronte ai polacchi o ai cinesi.

Dobbiamo prendere atto del fatto che per la nostra storia, noi abbiamo alcune difficoltà a confrontarci con questo fenomeno. Innanzitutto, perché siamo un paese sostanzialmente monoculturale; culture altre, come quella normanna in Sicilia, sono minoritarie e non significative perché troppo limitate geograficamente e anche nel tempo. Non siamo preparati a gestire la multiculturalità, in questo senso abbiamo davvero un deficit di memoria, di esperienze.

Il comportamento della Chiesa, dei partiti e di noi tutti, nei confronti di questo fenomeno è dunque molto variegato. La sinistra ha per lungo tempo coltivato il mito dell'altro, una sorta di "altrismo" che presupponeva che l'altro, il diverso, fosse comunque e sempre portatore di rinnovamento. In cerca di miti sostitutivi, la Sinistra ha affidato all'"altro" lo sconvolgimento di una società che si voleva cambiare.

In politica esistono sostanzialmente due modelli, due modi di porsi di fronte al fenomeno immigrazione. Esiste un modello francese, repubblicano e laico che sancisce la totale laicità dello spazio pubblico, per cui i simboli religiosi sono categoricamente banditi dalle scuole e dagli altri luoghi pubblici (è di questi giorni la polemica in Francia su due ragazzine musulmane espulse dalla scuola perché si sono presentate in classe con il velo).
Esiste poi un modello inglese che prevede invece la negoziazione con le diverse comunità.

Quale modello di integrazione possiamo proporre noi?
Io direi un'assimilazione politica e non culturale. Non possiamo adeguarci né al modello francese né a quello inglese. Dobbiamo però saper indicare limiti ben precisi, diritti e doveri precisi, altrimenti il rischio è di arrivare ad avere una serie di comunità che non si parlano e negoziano semplicemente uno spazio pubblico. Dal punto di vista civile, questa proposta sarebbe troppo debole.

Giorgio Paulucci
Non si può pretendere che la Chiesa e il mondo cattolico abbiano la monoliticità che nessun altro ha. Credo che i cattolici e la Chiesa possano svolgere un ruolo di cerniera per insegnare al mondo islamico a fare lo stesso percorso di secolarizzazione; non dimentichiamo che nella gran parte dei paesi da cui provengono queste persone Stato, società e religione si sovrappongono.

La Chiesa oggi si chiede in che modo il cattolicesimo può tornare ad essere interessante per tutti. All'inizio è prevalsa l'impegno sociale, l'assistenza gli immigrati, ma questa può generare equivoci nella popolazione musulmana. L'Islam non è per il dialogo. Dobbiamo chiederci se per loro la parola "dialogo" ha lo stesso significato che ha per noi. Spesso i musulmani prediligono le identità chiare e forti, il dialogo per loro è debole.
Una fede non può essere ridotta ai minimi termini: non possiamo limitarci a dire "siamo tutti uguali, siamo tutti figli dell'identico dio".

L'Islam, come sappiamo, è una religione "senza centro": chiunque è titolato a parlare. Questo, a mio giudizio, pone dei problemi non da poco per il dialogo, che necessariamente deve coinvolgere due entità, due persone. Con chi deve dialogare lo Stato italiano? Quale sarebbe questo Islam moderato con cui è pronto a confrontarsi il ministro dell'Interno Pisanu?
Quello che voglio sottolineare cioè è che se noi per parte nostra, con tutti i nostri limiti, ci interroghiamo e mettiamo in discussione il nostro modo di porci nei loro confronti, l'Islam non fa altrettanto: il nodo della rappresentanza deve essere sciolto, e deve essere sciolto al loro interno.
Se non è Smith, il rappresentante dell'Islam italiano, se non è l'Ucoii, se non è l'Imam di Carmagnola, che non ha neanche la moschea, rimane solo la grande moschea di Roma, ma come tutti ben sanno, questa dipende direttamente dall'Arabia. Come può essere un interlocutore credibile?

In Spagna, apparentemente, formalmente, un accordo d'intesa è stato siglato, ma di fatto non si è tradotto in nulla di concreto, perché le comunità islamiche si sono spaccate al loro interno. Non incamminiamoci sulla stessa strada.

Luigi Manconi

Vorrei partire dai fatti accaduti in questi giorni.
Adel Smith è assolutamente solo all'interno della società italiana e delle comunità islamiche, tant'è che l'Ucoii (Unione Comunità islamiche italiane), organizzazione decisamente più rappresentativa numericamente di quella fondata da Smith, si è dichiarata contro l'idea di uno stato laico.
Dal punto di vista giuridico, poi, la sentenza è traballante. Il terremoto culturale che questa ha suscitato però rimane ed è significativo.

A mio giudizio, l'Italia si è autorappresentata come monoculturale, ma sospetta di non essere né monoculturale né monoreligiosa. Negli anni si sono formate molte subculture.
Vorrei ricordare le parole di Biffi, che mi paiono quelle che più nitidamente e disperatamente hanno espresso la consapevolezza di questa falsa rappresentazione. La società italiana è in via di secolarizzazione, ha detto Biffi, ed è messa in pericolo da una fede "giovane e dinamica". In questo deserto, secondo Biffi, la Chiesa deve fare sentire forte la sua voce.

Io sono dell'idea che questa crisi, questa secolarizzazione, abbia prodotto un surplus di religioni, di etiche, di esperienze: l'Islam è tra queste.
Personalmente sono contrario alla rimozione del crocifisso, ma sono anche contrario al suo perdurare senza significato. Vorrei cioè che ci fossero dietro questa scelta ragioni non pigre, non presupposte.
Per alcuni, il crocifisso è il simbolo della civiltà occidentale, una sorta di graffito culturale, insomma: anche questo è difficilmente accettabile per la Chiesa.
Dobbiamo poi smetterla di parlare dei musulmani come se fossero un elemento estraneo, come stranieri, e studiare formule che riducono semplicemente la loro bellicosità. Esistono cittadini italiani musulmani.
Non sono favorevole alla laicizzazione integrale dello Stato e delle istituzioni; penso che da noi sia un processo velleitario, impraticabile, riduttivo e impoverente. La revisione del Concordato risale al 1984, ma lo statuto della religione cattolica rimane comunque privilegiato rispetto alle altre; pensare di scardinarlo è impossibile e la laicizzazione andrebbe a unico discapito delle altre religioni minoritarie.

La via maestra da seguire è quella dell'intesa, dei patti. In parlamento, c'è una legge che attende di essere discussa dal 1989 e che viene di governo in governo ripresentata identica a se stessa.
Per rispondere a Paolucci, sulla questione dell'interlocutore, io direi semplicemente che lo Stato l'intesa la firma con chi ci sta, indipendentemente da quante persone rappresenta. L'Intesa è utile agli italiani, non solo ai musulmani; il voto agli immigrati è utile all'Italia, non solo agli immigrati. Intese, Patti, Consigli sono utili per la coesione sociale del Paese non per una o l'altra minoranza. Ed è nostro interesse firmarli questi accordi, quand'anche loro volessero sfuggire al dialogo.

Gad Lerner
Guolo ha avuto vita dura a rappresentare le posizioni degli italiani, della politica italiana, rispetto all'Islam, perché quello che vige in Italia, rispetto a questo argomento, è il caos. La nostra fatica a definire la nostra identità diventa fatica a gestire i rapporti con gli altri. Questa nostra fatica costringe le minoranze a cercare strade e identificazioni radicali che poi rendono ulteriormente difficile il confronto. In materia di cittadinanza siamo cioè molto indietro.
La maggior parte dei nostri politici ha rispetto al tema immigrazione atteggiamenti schizofrenici. Ma anche questo è dovuto all'assenza di categorie teoriche di punti di riferimento chiari.

Inoltre, dovremmo chiederci perché in Italia solo la destra può fare una politica di sinistra e solo la sinistra può fare una politica di destra? Perché è stato possibile cioè che fosse Fini a parlare di voto agli immigrati e a proporre l'abolizione delle quote, mentre Guolo, nel suo libro, non osa farlo? Non osa essere di sinistra come Fini. Perché?
Il centrosinistra questa proposta non l'ha fatta perché pensava che non sarebbe mai passata nella società italiana, perché si è basata su un pregiudizio di immaturità del nostro paese. I dati ci dicono invece che il 70% degli italiani è favorevole a concedere il voto agli immigrati. Certo, bisogna anche ammettere che comunque un 30% di contrari è una percentuale molto elevata.

La Lega rappresenta il tradizionalismo cattolico, senza però che ci sia la Chiesa dietro. Guzzanti fa un pezzo su "Il Giornale" in cui dice in buona sostanza: "sono ateo ma difendo il crocifisso perché è una questione politica". Il comunicato della CEI evoca il sentimento religioso e chiede alla società italiana di accettare il crocifisso almeno come simbolo culturale. Il Regio decreto del 23 lo rendeva obbligatorio, insieme al ritratto del Re, ma in molte scuole i crocifissi non ci sono perché li hanno tolti i cristiani, gli italiani. Non li hanno di certo tolti i bambini o i musulmani.

Io credo, poi, che se il ricorso fosse venuto da un membro della comunità ebraica o da un laico tutto questo non sarebbe successo.

Il Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, cita ancora Croce e il suo "perché non possiamo non dirci cristiani", ma io credo invece di poterlo fare: io oggi "posso non dirmi cristiano". Tutte queste facilonerie sono il frutto di un'assenza di identità forte. Un po' di audacia in più ci aiuterebbe a costruire un alfabeto.
Vorrei poi sottolineare il sostanziale mutismo del partito liberale di massa: Forza Italia non ha preso posizione. Berlusconi non ha "esternato".

Per quanto riguarda la questione della rappresentanza o della rappresentatività degli interlocutori, io sono d'accordo con Manconi e soprattutto non bisogna confondere il dialogo con lo Stato con il dialogo interreligioso, che è tutt'altra cosa. Firmare un accordo, è anche e soprattutto un modo per far nascere nuove leadership politiche all'interno dell'Islam, leadership più dialoganti.
Io non scambio i diritti con il dialogo. I diritti devono essere dati a chi, appunto, ne ha diritto.

 
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