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Il volto dell'immigrato tra media e politica.

Per approfondire
L'immigrazione nei TG





Incontro con Marcello Maneri
di Agnese Bertello

Marcello Maneri studia da tempo la rappresentazione mediatica della figura dell'immigrato. A cavallo tra gli anni Ottanta e gli anni Novanta, la rappresentazione degli immigrati sui giornali cambia radicalmente. Una deriva progressiva che porta fino alla creazione di una sindrome nuova, di cui pare, soffrano intensamente gli italiani: la sindrome da accerchiamento, denunciata di recente dalla Caritas. Ma come si è arrivati a tanto?

Tra il 1987-1988 ho condotto una prima ricerca sui quotidiani nazionali analizzando gli articoli dedicati al tema dell'immigrazione. Mi sono basato su sette testate nazionali, archiviando per un semestre tutti gli articoli che uscivano nella prima settimana di ogni mese. Cinque anni dopo, tra il 1992-93, ho fatto una seconda ricerca dello stesso tipo, usando gli stessi criteri.

È sulla base di questi studi comparativi che ho elaborato una serie di considerazioni sul ruolo dei media, e dei quotidiani in particolare, nel creare lo stereotipo dell'immigrato e nel "montare" il tema immigrazione. Negli anni successivi, ho poi seguito alcuni casi specifici: l'"emergenza albanesi" (1997), alcuni casi di violenze sessuali a Rimini e Bologna (estate '97), e alcuni casi di omicidio a Milano (gennaio '99).

L'immigrato da vittima a criminale
Analizzando titoli e articoli pubblicati tra '87 - '88 e confrontandoli con quelli del '92 - '93, si nota un vero e proprio ribaltamento nel modo in cui il tema immigrazione viene trattato dai giornali: se nel primo periodo analizzato i giornali si occupano degli immigrati più che altro per segnalare fenomeni di razzismo, nel periodo successivo esplode la questione criminalità. Per cercare di spiegare questo radicale mutamento bisogna partire da due fatti fondamentali. Il 1991 è l'anno in cui esce la Legge Martelli: per la prima volta l'immigrazione viene percepita come un problema, un fenomeno da regolamentare; per la prima volta, l'immigrazione entra nel dibattito politico, diventa argomento sul quale conquistare visibilità politica, sul quale investire per vincere lo scontro politico. È evidente che il tema sarà sempre più scottante e intorno al problema immigrazione cominciano a prendere posizione i diversi schieramenti politici e i singoli uomini politici; sulla base della propria posizione rispetto questo specifico tema si costruiscono identità e carriere politiche. È il caso della Lega Nord: un partito che nasce basandosi su elementi positivi, richiamandosi a una presunta tradizione lombarda, e che a un certo punto si inventa un nemico; inizialmente si tratta dei meridionali, poi, per ovvie ragioni di opportunità politica, dell'immigrato straniero. L'immigrazione è evidentemente un tema ideale per un politico, consente prese di posizione forti e molti politici, soprattutto a livello locale - penso a Borghezio per quel che riguarda Torino - riescono a costruirci sopra una carriera politica.

Non è però questa l'unica ragione. Proprio in quegli anni è la stessa Unione Europea a cambiare la cornice che presiede al discorso politico sull'immigrazione. L'idea dell'Europa-fortezza, le cui coste e i cui valichi devono essere controllati, si fa strada proprio in quel periodo. Questo aspetto è decisivo intanto perché, come già per la promulgazione della Legge Martelli, costituisce di per sé una notizia, in secondo luogo perché alimenta e legittima il pensiero che l'immigrato vada tenuto fuori e che sia un criminale chi cerca di entrare senza visti e permessi. Lo stesso termine "extracomunitario", che noi oggi usiamo in alternativa ad altri ritenendolo più neutro, è estremamente indicativo di questo processo. Tanto più che come sappiamo bene non si tratta della definizione di uno statuto giuridico: nel senso comune infatti un americano, un canadese, un australiano non saranno mai "extracomunitari". Extracomunitari sono gli immigrati dai paesi del Terzo mondo. È un termine, questo, che lascia esterrefatti molti non europei.

Logiche mediatiche e logiche politiche
Ma alla creazione di quel fenomeno tutto italiano che recentemente la Caritas ha definito "sindrome da accerchiamento" concorrono anche altri fattori: le logiche medianiche, e il circolo vizioso che si instaura tra i giornali e il mondo della politica.

Prendiamo alcuni casi: l'emergenza albanesi, per esempio. Quando sulle nostre coste cominciano a sbarcare i primi albanesi, per il governo e per i giornali si tratta di rifugiati politici. In Albania si spara per le strade, è in corso una guerra civile e gli immigrati godono dello status di profughi: vanno accolti. Al susseguirsi degli sbarchi, i giornali rispondono con titoli allarmistici. Il governo, all'epoca si trattava di D'Alema, accoglie questa versione dei fatti; vuole mostrarsi fermo agli occhi della cittadinanza e dichiara, verrebbe da dire "per decreto", finita la guerra civile in Albania: da quel momento, gli immigrati albanesi non sono più profughi, ma clandestini. Usano proprio questo termine. Per i giornali è il segnale, la legittimazione politica. Da quel momento in avanti si assiste a un crescendo insensato di notizie false dai titoli esasperati; circolano voci incontrollate che vengono spacciate per autorevoli, si dice che tra i "clandestini" si nasconderebbero criminali fuggiti dalle prigioni albanesi, si raccontano episodi "veri", e grotteschi, di poliziotti che riescono a riconoscere questi criminali "dalla tipica camminata del detenuto nell'ora d'aria" e li rispediscono a casa loro.

In questo non sense si fanno coinvolgere anche personaggi politici autorevoli: l'allora presidente della Repubblica Scalfaro dichiara che "stanno arrivando persone non dabbene", Rutelli, all'epoca sindaco di Roma e in quanto tale direttamente coinvolto nel processo di prima accoglienza agli immigrati, dice che "non vogliamo albanesi a Roma a rubare i motorini". Il discorso, insomma, si fa di una violenza inaudita.
Questa vicenda è paradigmatica; esprime in maniera molto evidente il rapporto tra discorso politico, mercato elettorale e giornali. Media e politica si alimentano reciprocamente. Si instaura una sorta di circolo vizioso che potremmo riassumere così: il giornale riprende un fatto di cronaca, il tema sfonda, cioè ha una qualche eco tra i lettori, il giornale si sente legittimato a proseguire su quella strada; l'allarme, presunto o reale, indotto o spontaneo, cresce, gli attori della scena politica intervengono, prendono posizione pubblicamente, i giornali si sentono ancor più legittimati, cercano notizie dello stesso tipo, che confermino tema e stereotipo. Una spirale dalla quale è difficile uscire.

Facciamo un altro esempio. Nell'estate del 97, a Rimini due turiste subirono una violenza sessuale, un altro episodio simile avvenne, in quello stesso periodo, a Bologna. Sebbene dalle testimonianze si evincesse che i due uomini parlavano con accento meridionale, subito i giornali proposero la tesi secondo cui gli aggressori erano albanesi. Scatta l'allarme. Partendo da questo nucleo si struttura una sorta di canovaccio con poche varianti: il set è la spiaggia, i protagonisti sono le donne, e i criminali sono maschi di origine straniera. I giornalisti vanno alla ricerca di notizie che rispettino questa struttura, perché solo queste sono "buone notizie".
La cosa interessante, infatti, è che il caso di violenza avvenuto a Bologna, non fornendo nessun elemento cui appigliarsi per costruire una narrazione sull'ipotesi "straniero" non sfonda e si sviluppa secondo altri percorsi. Sebbene, sempre in quella estate, avvengano altri casi di violenze sulle donne ad opera di italiani, lo spazio che viene loro riservato è davvero ridotto. La conseguenza diretta fu la presenza sulle spiagge della Romagna delle pattuglie delle camice verdi.

Il ruolo dei quotidiani locali
Sono logiche mediatiche standard, è il meccanismo che porta alla creazione del caso. In questo quadro, però, i quotidiani, e in particolare quei quotidiani che hanno un forte radicamento locale, penso a "Il resto del Carlino", a "la Nazione", ma anche a "La Stampa" e a "Il Corriere della Sera", questi quotidiani inventano un modo autonomo e nuovo di sfruttare il tema immigrazione. È una modalità che ha preso piede e che oggi viene comunemente usata anche dai telegiornali. È il Corriere della Sera ad inaugurare le "campagne": servizi giornalistici, "inchieste" condotte sulle aree degradate della città. Il degrado è dovuto a fenomeni di piccolo spaccio di droga, prostituzione, alla presenza di centri di prima accoglienza degli immigrati o di abusivi in edifici abbandonati e in fabbriche dimesse. Lo stesso meccanismo che abbiamo visto prima agire tra media e politica, qui si instaura tra media e cittadinanza, anzi tra media e "comitati di quartiere". I comitati sono nuovi attori molto importanti e che acquisiranno sempre maggiore autorevolezza - sebbene da comitati spontanei di cittadini si trasformino presto in comitati di commercianti -, fino a diventare per i giornali una fonte accreditata, ancor più della polizia.

Le prime mobilitazioni di protesta dei cittadini hanno luogo proprio in risposta ad alcuni articoli; ma le stesse mobilitazioni hanno bisogno di copertura mediatica per riuscire efficaci. Questa situazione è per i giornali un'ottima opportunità per rivitalizzare le pagine di cronaca locale. Bisogna a questo punto ricordare che il ruolo del giornale è cambiato radicalmente: se negli anni Settanta, il quotidiano fa capo a un progetto politico, quando non direttamente ad un partito, negli anni Ottanta il punto di riferimento è il mercato, il lettore. La credibilità del giornale si gioca nell'avere notizie fresche, fatte bene, accreditandosi pressi i lettori, dicendo loro: io sto dalla vostra parte.

Anche in questo caso si crea un canovaccio: da una parte abbiamo gli immigrati extracomunitari di cui si parla come di "bande", di "orde" che calano sulla città, che invadono la città, dall'altra ci sono i cittadini prima trincerati in casa, espropriati, che alla fine si ribellano e vogliono riprendere possesso del loro quartiere. Grazie all'arrivo dei "nostri", riescono magari temporaneamente nel loro scopo. Anche in questo caso, si fa un uso spregiudicato di rumors: le voci che corrono, il sentito dire, il pare che diventano fonti credibili o comunque contribuiscono a creare il clima, il contesto di paura.

Stereotipi
È in questo modo che si crea lo stereotipo dell'immigrato criminale e va sottolineato che ben il 56% delle notizie sugli immigrati sono di questo tipo. Lo stereotipo positivo agisce molto di meno, di solito riguarda un singolo individuo, un caso pietoso, la vittima di un sopruso, magari una donna. Ma questi casi vengono trattati in maniera opaca, così come anche il tema del lavoro viene affrontato sempre in maniera molto generica, senza indicare situazioni precise. Dall'analisi linguistica degli articoli, si capisce anche come lo stereotipo dell'immigrato si costruisca sulla base di alcune categorie semantiche molto precise. Analizzando gli aggettivi cui i giornalisti ricorrevano, ne ho individuate 5: l'indigenza - povertà; la sporcizia; l'esotismo (cashba della droga, il suk, elementi tribali); la marginalità e ovviamente la devianza - criminalità. Soprattutto il nesso tra questi elementi è preoccupante. Perché la povertà è predittrice di devianza. Un immigrato povero è potenzialmente un criminale.

 
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