Partendo dalla sua esperienza di madre e di mediatrice, con un occhio di riguardo per la realtà albanese da cui proviene, Almira Myzyry ci parla dei vari percorsi che i ragazzi immigrati attraversano oggi nel nostro paese.
Alice Giannitrapani.: Lei è arrivata negli anni Novanta. Rispetto ad allora, come sono cambiati i flussi di immigrazione dallAlbania?
Almira Myzyry: Nel 1998 cè stato lultimo flusso intenso di emigrazione dallAlbania, per scappare da una situazione di guerra civile, poi per qualche tempo è proseguito un flusso quasi esclusivamente di minori. Oggi, per quel che posso notare nei servizi, i flussi migratori avvengono nella maggior parte dei casi per ricongiungimenti familiari, donne e figli che raggiungono il marito. Poi cè un arrivo anche abbastanza consistente di studenti universitari, che arrivano in Italia per proseguire gli studi, grazie agli accordi fatti negli ultimi anni tra Italia e Albania. Altri accordi riguardano le quote dingresso per i lavoratori. La mia percezione è che lAlbania stia facendo dei grossi sforzi negli ultimi anni, sia in merito alla sicurezza interna che rispetto alla prevenzione dellimmigrazione clandestina.
A.G.: Quali sono i motivi che spingono i ragazzi a lasciare lAlbania?
A.M.: Arrivano per lavorare o per studiare. Credo che lItalia, per lAlbania, rappresenti una delle finestre verso il mondo occidentale.
Se uno deve cambiare vita, difficilmente pensa di andare in Jugoslavia. Le due porte daccesso per lEuropa occidentale sono la Grecia e lItalia, per la vicinanza e per linfluenza che hanno e che hanno avuto per il nostro paese. I rapporti con la Grecia però non sono semplici, per ragioni storiche. Il flusso verso quel paese è intenso perché il confine è terrestre, ma generalmente gli albanesi la considerano una tappa del loro percorso migratorio e se riescono scelgono di proseguire il viaggio, magari in Italia o verso altri paesi occidentali.
Agnese Bertello: Lei diceva prima che dopo questo grande flusso del 97, 98 cè stata ancora unondata di minori non accompagnati. Da quali motivazioni sono spinti questi ragazzi?
A.M.: A volte sono scelti e mandati dalla famiglia per inviare del denaro a casa, altre volte la partenza risponde a unideale proprio, al desiderio di cambiare vita; in tanti casi, anche se la partenza non è una scelta della famiglia, questa normalmente non ostacola il progetto migratorio. In realtà, i minori albanesi non accompagnati che sono in Italia, non sono del tutto soli, ma arrivano con uno zio, un cugino o un fratello maggiore. Spesso è la carenza di prospettive a spingerli, alcuni villaggi sono completamente svuotati, ci vivono solo anziani: che opportunità può avere lì un adolescente?
La situazione dei minori stranieri in Italia è ambigua. È difficile che arrivino in maniera regolare, soprattutto per lo studio, perché per accedere alluniversità bisogna aver finito le superiori e essere maggiorenni; arrivano invece molti giovani che non hanno finito la scuola dellobbligo o che lhanno abbandonata. Non possono venire neanche per lavorare, perché dovrebbero essere maggiorenni.
Per i minori la legge prevede che non possano essere espulsi: se vengono trovati senza parenti prossimi che ne sono responsabili, vengono condotti nelle comunità e si avviano dei procedimenti per conoscere la situazione della famiglia nel paese dorigine: se la situazione economico-sociale lo consente, possono essere accompagnati. Oramai questo fatto in Albania è risaputo, ma per le famiglie è già importante che i figli per un po possano rimanere in Italia.
Il momento più difficile risiede sicuramente nel passaggio dalla minore alla maggiore età, perché la legge non prevede in modo automatico il cambio dello stato giuridico: fino a diciotto anni si può stare in Italia con un permesso di minore età, ma quando si diventa maggiorenni, vi si può rimanere solo se il comitato dei minori dà parere favorevole.
A.G.: Che idea si è fatta lei delle comunità educative?
A.M.: Per quello che conosco di queste realtà, ne ho unimpressione positiva, anche se questo modello di comunità in Albania non esiste; lì esiste solo istituti simili agli orfanotrofi, strutture per i minori che non hanno né genitori, né nonni che li possano accudire. In Italia è diverso, queste realtà sono delle case-famiglia, dove vi sono delle persone che si prendono cura dei ragazzi, il cui numero è contenuto.
In Italia la comunità di accoglienza deve elaborare un progetto su ciascun minore e, con la legge sullimmigrazione del 2002, acquista importanza anche il numero di anni da loro trascorso dallarrivo in Italia. La legge attuale sullimmigrazione prevede, per i minori non accompagnati, tre anni di permanenza in Italia e due anni di progetto formativo.
A.G.: Come può accedere un minore alla cittadinanza italiana?
A. M.: I minori che sono nati in Italia accedono di diritto alla cittadinanza al compimento dei diciotto anni; si tratta di una pratica lunga e non automatica, ma comunque relativamente semplice. Invece, per un bambino che non è nato in Italia, anche se ci è arrivato alletà di pochi mesi, ai diciotto anni non diventa automaticamente cittadino italiano; se è però accompagnato dai genitori, nel momento in cui questi ottengono la cittadinanza, il figlio segue la cittadinanza dei genitori.
Per gli altri minori, invece, devono trascorrere dieci anni di residenza in Italia prima di poter fare la richiesta di cittadinanza, che viene validata secondo alcuni fattori, come ad esempio il reddito e non aver commesso reati.
A.G.: Cè unetà entro la quale i genitori possono richiedere la ricongiunzione dei figli, a livello burocratico, o la scelta della ricongiunzione avviene sulla base di una scelta personale?
A.M.: I genitori possono richiedere la ricongiunzione dei figli solamente fino ai diciotto anni, escludendo i casi di figli che hanno problemi di salute o di invalidità che li rendano non autosufficienti e completamente inabili al lavoro.
Purtroppo la legge è molto rigida; sappiamo tutti che non è che a diciotto anni un figlio non si appoggi più al genitore o che il genitore non lo mantenga più.
Perché la domanda di ricongiunzione venga accettata, il genitore deve poter soddisfare alcune condizioni, avere un lavoro stabile e un alloggio adeguato; se queste condizioni non vengono soddisfatte finché i figli sono minori, ai diciotto anni purtroppo non si può più pensare a una ricongiunzione. Questo vuol dire separare una famiglia.
A.G.: Parliamo della questione dellidentità culturale. Spesso le persone immigrate tendono a reinterpretare la propria cultura, a volte in maniera più dogmatica e severa
è dovuto secondo lei ad una forma di spaesamento?
A.M.: Vi sono molti fattori che influenzano questo fenomeno, un po sicuramente centra questo. Trovandosi in un paese straniero, anche se sono passati molti anni dallarrivo in Italia, si è comunque considerati stranieri; più che per le persone per la burocrazia, dove cè una distinzione molto chiara
se non sei cittadino italiano con passaporto italiano, ogni cosa è difficile. Unaltra cosa è la nostalgia del proprio paese.
Lavorando per i comuni, ho un punto di vista privilegiato sulle pratiche di ricongiungimento e posso notare come, negli ultimi tempi, molti ragazzi che sono in Italia già da alcuni anni, tornano in Albania per sposarsi. Certe volte sono matrimoni damore, in altri casi si tratta di matrimoni combinati tra parenti, diversi da quelli dinizio Novecento, ma comunque combinati dalla famiglia. Credo che questo sia dovuto al bisogno di mantenere vivi i legami con la propria terra. Io sono di Tirana e posso testimoniare che nellAlbania degli anni Novanta, queste pratiche non avvenivano. Mi sembrano un ritorno al passato.
Anche per i ragazzi le cose non sono semplici, soprattutto nei primi mesi di permanenza in Italia, quando, a causa dei pregiudizi, i ragazzi cercano di non dire chi sono. Credo però che con gli anni, con lo stabilirsi di una situazione di equilibrio e di accettazione della persona da parte della società, diventi forte il bisogno di riaffermare le proprie origini: di dire si, io sono questo, io non sono solo quello che lei vede, ma sono albanese, rumeno, ecc
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Non è detto che questo processo sia dovuto ad una situazione di disagio o di rifiuto, però la tendenza dei ragazzi immigrati è quella di mischiarsi con la realtà che trovano, per cercare di ridurre le differenze.
A.B.: Quanto è difficile per un ragazzo, che già vive i problemi delladolescenza, farsi carico anche di questo cambamento?
A.M.: Dallesperienza del mio lavoro posso dire che il momento più difficile è larrivo, soprattutto per un adolescente o preadolescente. Se è qui da tempo, invece, non che non trovi difficoltà, però almeno non coincidono tutte insieme. Determinanti sono anche le aspettative che il ragazzo si crea sul paese di arrivo. LItalia influenza in qualche modo la vita dellAlbania e, sia che il ragazzo venga per un ricongiungimento, sia che venga da solo, porta con sé molte illusioni, un po dovute alletà, un po perché non conosce la realtà; le sue aspettative non coincidono con ciò che la realtà offre.
Il ragazzo si trova in un periodo di grandi cambiamenti a non avere più i punti di appoggio solidi che aveva nel paese dorigine.
In Albania sono molto forti i legami familiari; non solo quelli dei genitori ma anche quelli con i primi cugini e i nonni; è forte il concetto della famiglia allargata. Allarrivo in Italia, invece, se va bene, il ragazzo ha accanto a sé la parentela più stretta, se invece si trova in una comunità, ha accanto persone sconosciute; sicuramente non è un ambiente per un adolescente
certe volte nelle comunità, con tutte le buone intenzioni, ci sono educatori che hanno unetà molto vicina a quella dei ragazzi, e tendono per questo ad essere identificati come amici, mentre forse in certi momenti avrebbero bisogno di delle figure autorevoli, come quelle a cui erano abituati in famiglia, poiché altrimenti cè il rischio che questi ragazzi rimangano senza controllo.
A.G.: Come si sta muovendo la scuola per accogliere i ragazzi immigrati?
A.M.: La scuola è stata tra i primi a porre il problema. Forse le risposte non sono sempre adeguate, ma, per le realtà che conosco, la scuola si sforza in qualche modo di fronteggiare i problemi, deve risolvere problemi di lingua, problemi burocratici, situazioni difficili o anche drammatiche. Spesso mancano i mezzi o le risorse. Spesso le scuole che non hanno tanta esperienza faticano a lavorare in unottica di prevenzione, e non riuscendo ad attrezzarsi in anticipo, si limitano ad affrontare le emergenze.
A.B.: Lei però ha vissuto lesperienza scolastica sia come mediatrice, che come madre: suo figlio ha studiato qui
A.M.: Sì, con la differenza però che mio figlio è arrivato che non aveva ancora tre anni ed ha incominciato la scuola materna. La sua è stata una fortuna, anche perché noi eravamo in una situazione particolare: eravamo un gruppo di rifugiati e ci è stata data unattenzione particolare.
Più che la difficoltà di mio figlio, posso raccontarvi la difficoltà di una donna straniera immigrata che deve confrontarsi con i problemi degli orari delle scuole, delle vacanze e dei problemi di malattia. Tutte le mamme affrontano questi problemi, non li affronta solo la mamma straniera, con una radicale differenza però, che la donna straniera non ha la possibilità di aiutarsi con altri mezzi, né di beneficiare di un sostegno familiare. Penso per esempio allinserimento di mio figlio alla scuola materna: è stato catapultato da un giorno allaltro in un ambiente totalmente nuovo perché io dovevo cominciare un lavoro. Io sono stata fortunata perché mio figlio ha avuto delle educatrici molto brave e molto attente: parliamo comunque del Novanta, anni in cui i bambini stranieri nelle scuole materne erano ancora pochi.
Trovo comunque che molte donne immigrate facciano fatica a capire i meccanismi di funzionamento delle scuole italiane, soprattutto rispetto alle modalità di colloquio con gli insegnanti.
A.G.: Che tipo di progetti portate avanti con il Centro Come?
A.M.: Sono tutti progetti finanziati dalla legge 40, che prevede linserimento e la presenza del mediatore culturale per tutto quello che riguarda i cittadini stranieri. Nella scuola la presenza del mediatore è importante nel momento dellarrivo, dellaccoglienza del minore e della famiglia, alla quale viene fornito un aiuto per la compilazione dei moduli e dei documenti e alla quale vengono spiegate le norme di funzionamento della scuola, non tanto in merito alle questioni dellinsegnamento, quanto riguardo agli eventi come le gite o i colloqui con i genitori, la mensa o le uscite anticipate; sembrano cose facili, ma lo sono solo per una persona che già le conosce.
In qualche occasione viene chiamato il mediatore anche per i test di ingresso che vengono fatti ai bambini per valutare le conoscenze generali, non solo della lingua italiana, ma anche delle competenze del bambino nel paese dorigine: informazioni che servono per valutare in che classe inserire il bambino.
Il mediatore viene poi interpellato nel momento in cui emergono delle necessità specifiche o per i colloqui con i genitori.
Unaltra attività, che non è legata solo con le difficoltà, per fortuna, consiste nel far conoscere ai bambini e ai ragazzi le culture dei paesi da cui provengono i nuovi compagni, con lezioni in classe.
A.B.: Rispetto alla cultura albanese, cosè che manca di più a questi bambini, o anche a voi?
A.M.: Credo che sia un discorso culturale, ma forse ancora di più di modi di vivere, di abitudini.
In Italia la gente è più distante, anche se è un paese mediterraneo
e chissà come sarà poi nel nord Europa o in altri paesi. Comunque in Albania, ancora oggi è diverso:la gente si saluta, chiacchera; con il vicino di casa cè un rapporto diverso, con gli amici e conoscenti cè molta meno formalità.
Anche se ci sono molti albanesi in Italia, non è però presente una comunità forte; vi sono tante situazioni diverse, sparse, per necessità di lavoro o di abitazione, e il calore degli amici e dei parenti manca molto.
Mancano anche le feste, più che quelle religiose, visto che lAlbania, almeno fino al 91,92 era un paese ateo, quelle familiari: fidanzamenti, matrimoni e compleanni, che si festeggiano con le persone vicine
Inoltre, qui, ci sono pochi eventi culturali riguardanti la realtà albanese, anche se in Italia sono presenti molti musicisti, artisti e pittori albanesi. Noi ci procuriamo dallAlbania quello che ci interessa, però circola poco materiale, la letteratura albanese tradotta è molto scarsa; a parte qualcosa di politica, che girava durante la guerra in Kossovo, per il resto non cè molto. La nostalgia si fa decisamente sentire.