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Intervista ad Almira Myzyry.
I testi che potete leggere in queste pagine sono frutto della sbobinatura e di una revisione editoriale a cura della redazione.
I relatori della materia non hanno perciò direttamente rivisto il testo in questione. Ci scusiamo per eventuali inesatte





di Alice Giannitrapani e Agnese Bertello.




A conclusione del ciclo di confereze “il disagio invisibile” curato da Silvia Vegetti Finzi, abbiamo pensato di fare una breve intervista ad uno dei relatori che sono venuti a parlarci degli adolescenti alla Casa della Cultura. Abbiamo scelto di intervistare Almira Myzyry, una mediatrice culturale, che per le caratteristiche del suo lavoro si trova tutti i giorni a relazionarsi con la realtà di due mondi: quello dell’immigrazione e quello dell’adolescenza. Abbiamo scelto questa figura professionale e questa persona, soprattutto per la sua storia. Almira Myzyry arriva in Italia, dall’Albania, nel 1990 come rifugiata politica. Arriva in Italia con il marito e un figlio di soli tre anni, spinta dal desiderio di cambiare vita, di lasciare un paese opprimente, sotto il peso di una dittatura. In Albania si laurea in economia, e quando arriva in Italia, a Brindisi, inizia a lavorare saltuariamente come interprete, poiché conosce già l’italiano, che in Albania insegnava privatamente ai bambini. Qualche anno dopo, a Milano, inizia il lavoro di mediatrice culturale, quasi come un’esperienza di vita, accompagnando amici o parenti nello svolgimento di alcune pratiche; l’incontro con il Centro Come, una realtà della Cooperativa Farsi Prossimo della Caritas Ambrosiana, segna un punto di svolta, introducendola sempre più in questo mondo e in questo lavoro. Intraprende così il lavoro di mediatrice culturale, che la porta ad interfacciarsi con varie realtà, dalla scuola, dove si svolgono delle attività per l’inserimento dei giovani e delle loro famiglie, ai comuni, che per alcune pratiche necessitano di mediazioni linguistiche, a tutti quegli ambienti che si occupano di dare un aiuto informativo agli immigrati, come la realtà di “telefono mondo”.

Partendo dalla sua esperienza di madre e di mediatrice, con un occhio di riguardo per la realtà albanese da cui proviene, Almira Myzyry ci parla dei vari percorsi che i ragazzi immigrati attraversano oggi nel nostro paese.

Alice Giannitrapani.: Lei è arrivata negli anni Novanta. Rispetto ad allora, come sono cambiati i flussi di immigrazione dall’Albania?

Almira Myzyry: Nel 1998 c’è stato l’ultimo flusso intenso di emigrazione dall’Albania, per scappare da una situazione di guerra civile, poi per qualche tempo è proseguito un flusso quasi esclusivamente di minori. Oggi, per quel che posso notare nei servizi, i flussi migratori avvengono nella maggior parte dei casi per ricongiungimenti familiari, donne e figli che raggiungono il marito. Poi c’è un arrivo anche abbastanza consistente di studenti universitari, che arrivano in Italia per proseguire gli studi, grazie agli accordi fatti negli ultimi anni tra Italia e Albania. Altri accordi riguardano le quote d’ingresso per i lavoratori. La mia percezione è che l’Albania stia facendo dei grossi sforzi negli ultimi anni, sia in merito alla sicurezza interna che rispetto alla prevenzione dell’immigrazione clandestina.

A.G.: Quali sono i motivi che spingono i ragazzi a lasciare l’Albania?

A.M.: Arrivano per lavorare o per studiare. Credo che l’Italia, per l’Albania, rappresenti una delle finestre verso il mondo occidentale.

Se uno deve cambiare vita, difficilmente pensa di andare in Jugoslavia. Le due porte d’accesso per l’Europa occidentale sono la Grecia e l’Italia, per la vicinanza e per l’influenza che hanno e che hanno avuto per il nostro paese. I rapporti con la Grecia però non sono semplici, per ragioni storiche. Il flusso verso quel paese è intenso perché il confine è terrestre, ma generalmente gli albanesi la considerano una tappa del loro percorso migratorio e se riescono scelgono di proseguire il viaggio, magari in Italia o verso altri paesi occidentali.

Agnese Bertello: Lei diceva prima che dopo questo grande flusso del ’97, ’98 c’è stata ancora un’ondata di minori non accompagnati. Da quali motivazioni sono spinti questi ragazzi?

A.M.: A volte sono scelti e mandati dalla famiglia per inviare del denaro a casa, altre volte la partenza risponde a un’ideale proprio, al desiderio di cambiare vita; in tanti casi, anche se la partenza non è una scelta della famiglia, questa normalmente non ostacola il progetto migratorio. In realtà, i minori albanesi non accompagnati che sono in Italia, non sono del tutto soli, ma arrivano con uno zio, un cugino o un fratello maggiore. Spesso è la carenza di prospettive a spingerli, alcuni villaggi sono completamente svuotati, ci vivono solo anziani: che opportunità può avere lì un adolescente?

La situazione dei minori stranieri in Italia è ambigua. È difficile che arrivino in maniera regolare, soprattutto per lo studio, perché per accedere all’università bisogna aver finito le superiori e essere maggiorenni; arrivano invece molti giovani che non hanno finito la scuola dell’obbligo o che l’hanno abbandonata. Non possono venire neanche per lavorare, perché dovrebbero essere maggiorenni.

Per i minori la legge prevede che non possano essere espulsi: se vengono trovati senza parenti prossimi che ne sono responsabili, vengono condotti nelle comunità e si avviano dei procedimenti per conoscere la situazione della famiglia nel paese d’origine: se la situazione economico-sociale lo consente, possono essere accompagnati. Oramai questo fatto in Albania è risaputo, ma per le famiglie è già importante che i figli per un po’ possano rimanere in Italia.

Il momento più difficile risiede sicuramente nel passaggio dalla minore alla maggiore età, perché la legge non prevede in modo automatico il cambio dello stato giuridico: fino a diciotto anni si può stare in Italia con un permesso di minore età, ma quando si diventa maggiorenni, vi si può rimanere solo se il comitato dei minori dà parere favorevole.

A.G.: Che idea si è fatta lei delle comunità educative?

A.M.: Per quello che conosco di queste realtà, ne ho un’impressione positiva, anche se questo modello di comunità in Albania non esiste; lì esiste solo istituti simili agli orfanotrofi, strutture per i minori che non hanno né genitori, né nonni che li possano accudire. In Italia è diverso, queste realtà sono delle case-famiglia, dove vi sono delle persone che si prendono cura dei ragazzi, il cui numero è contenuto.

In Italia la comunità di accoglienza deve elaborare un progetto su ciascun minore e, con la legge sull’immigrazione del 2002, acquista importanza anche il numero di anni da loro trascorso dall’arrivo in Italia. La legge attuale sull’immigrazione prevede, per i minori non accompagnati, tre anni di permanenza in Italia e due anni di progetto formativo.

A.G.: Come può accedere un minore alla cittadinanza italiana?

A. M.: I minori che sono nati in Italia accedono di diritto alla cittadinanza al compimento dei diciotto anni; si tratta di una pratica lunga e non automatica, ma comunque relativamente semplice. Invece, per un bambino che non è nato in Italia, anche se ci è arrivato all’età di pochi mesi, ai diciotto anni non diventa automaticamente cittadino italiano; se è però accompagnato dai genitori, nel momento in cui questi ottengono la cittadinanza, il figlio segue la cittadinanza dei genitori.

Per gli altri minori, invece, devono trascorrere dieci anni di residenza in Italia prima di poter fare la richiesta di cittadinanza, che viene validata secondo alcuni fattori, come ad esempio il reddito e non aver commesso reati.

A.G.: C’è un’età entro la quale i genitori possono richiedere la ricongiunzione dei figli, a livello burocratico, o la scelta della ricongiunzione avviene sulla base di una scelta personale?

A.M.: I genitori possono richiedere la ricongiunzione dei figli solamente fino ai diciotto anni, escludendo i casi di figli che hanno problemi di salute o di invalidità che li rendano non autosufficienti e completamente inabili al lavoro.

Purtroppo la legge è molto rigida; sappiamo tutti che non è che a diciotto anni un figlio non si appoggi più al genitore o che il genitore non lo mantenga più.

Perché la domanda di ricongiunzione venga accettata, il genitore deve poter soddisfare alcune condizioni, avere un lavoro stabile e un alloggio adeguato; se queste condizioni non vengono soddisfatte finché i figli sono minori, ai diciotto anni purtroppo non si può più pensare a una ricongiunzione. Questo vuol dire separare una famiglia.

A.G.: Parliamo della questione dell’identità culturale. Spesso le persone immigrate tendono a reinterpretare la propria cultura, a volte in maniera più dogmatica e severa… è dovuto secondo lei ad una forma di spaesamento?

A.M.: Vi sono molti fattori che influenzano questo fenomeno, un po’ sicuramente c’entra questo. Trovandosi in un paese straniero, anche se sono passati molti anni dall’arrivo in Italia, si è comunque considerati stranieri; più che per le persone per la burocrazia, dove c’è una distinzione molto chiara… se non sei cittadino italiano con passaporto italiano, ogni cosa è difficile. Un’altra cosa è la nostalgia del proprio paese.

Lavorando per i comuni, ho un punto di vista privilegiato sulle pratiche di ricongiungimento e posso notare come, negli ultimi tempi, molti ragazzi che sono in Italia già da alcuni anni, tornano in Albania per sposarsi. Certe volte sono matrimoni d’amore, in altri casi si tratta di matrimoni combinati tra parenti, diversi da quelli d’inizio Novecento, ma comunque combinati dalla famiglia. Credo che questo sia dovuto al bisogno di mantenere vivi i legami con la propria terra. Io sono di Tirana e posso testimoniare che nell’Albania degli anni Novanta, queste pratiche non avvenivano. Mi sembrano un ritorno al passato.

Anche per i ragazzi le cose non sono semplici, soprattutto nei primi mesi di permanenza in Italia, quando, a causa dei pregiudizi, i ragazzi cercano di non dire chi sono. Credo però che con gli anni, con lo stabilirsi di una situazione di equilibrio e di accettazione della persona da parte della società, diventi forte il bisogno di riaffermare le proprie origini: di dire “si, io sono questo, io non sono solo quello che lei vede, ma sono albanese, rumeno, ecc….”

Non è detto che questo processo sia dovuto ad una situazione di disagio o di rifiuto, però la tendenza dei ragazzi immigrati è quella di mischiarsi con la realtà che trovano, per cercare di ridurre le differenze.

A.B.: Quanto è difficile per un ragazzo, che già vive i problemi dell’adolescenza, farsi carico anche di questo cambamento?

A.M.: Dall’esperienza del mio lavoro posso dire che il momento più difficile è l’arrivo, soprattutto per un adolescente o preadolescente. Se è qui da tempo, invece, non che non trovi difficoltà, però almeno non coincidono tutte insieme. Determinanti sono anche le aspettative che il ragazzo si crea sul paese di arrivo. L’Italia influenza in qualche modo la vita dell’Albania e, sia che il ragazzo venga per un ricongiungimento, sia che venga da solo, porta con sé molte illusioni, un po’ dovute all’età, un po’ perché non conosce la realtà; le sue aspettative non coincidono con ciò che la realtà offre.

Il ragazzo si trova in un periodo di grandi cambiamenti a non avere più i punti di appoggio solidi che aveva nel paese d’origine.

In Albania sono molto forti i legami familiari; non solo quelli dei genitori ma anche quelli con i primi cugini e i nonni; è forte il concetto della famiglia allargata. All’arrivo in Italia, invece, se va bene, il ragazzo ha accanto a sé la parentela più stretta, se invece si trova in una comunità, ha accanto persone sconosciute; sicuramente non è un ambiente per un adolescente…certe volte nelle comunità, con tutte le buone intenzioni, ci sono educatori che hanno un’età molto vicina a quella dei ragazzi, e tendono per questo ad essere identificati come amici, mentre forse in certi momenti avrebbero bisogno di delle figure autorevoli, come quelle a cui erano abituati in famiglia, poiché altrimenti c’è il rischio che questi ragazzi rimangano senza controllo.

A.G.: Come si sta muovendo la scuola per accogliere i ragazzi immigrati?

A.M.: La scuola è stata tra i primi a porre il problema. Forse le risposte non sono sempre adeguate, ma, per le realtà che conosco, la scuola si sforza in qualche modo di fronteggiare i problemi, deve risolvere problemi di lingua, problemi burocratici, situazioni difficili o anche drammatiche. Spesso mancano i mezzi o le risorse. Spesso le scuole che non hanno tanta esperienza faticano a lavorare in un’ottica di prevenzione, e non riuscendo ad attrezzarsi in anticipo, si limitano ad affrontare le emergenze.

A.B.: Lei però ha vissuto l’esperienza scolastica sia come mediatrice, che come madre: suo figlio ha studiato qui…

A.M.: Sì, con la differenza però che mio figlio è arrivato che non aveva ancora tre anni ed ha incominciato la scuola materna. La sua è stata una fortuna, anche perché noi eravamo in una situazione particolare: eravamo un gruppo di rifugiati e ci è stata data un’attenzione particolare.

Più che la difficoltà di mio figlio, posso raccontarvi la difficoltà di una donna straniera immigrata che deve confrontarsi con i problemi degli orari delle scuole, delle vacanze e dei problemi di malattia. Tutte le mamme affrontano questi problemi, non li affronta solo la mamma straniera, con una radicale differenza però, che la donna straniera non ha la possibilità di aiutarsi con altri mezzi, né di beneficiare di un sostegno familiare. Penso per esempio all’inserimento di mio figlio alla scuola materna: è stato catapultato da un giorno all’altro in un ambiente totalmente nuovo perché io dovevo cominciare un lavoro. Io sono stata fortunata perché mio figlio ha avuto delle educatrici molto brave e molto attente: parliamo comunque del Novanta, anni in cui i bambini stranieri nelle scuole materne erano ancora pochi.

Trovo comunque che molte donne immigrate facciano fatica a capire i meccanismi di funzionamento delle scuole italiane, soprattutto rispetto alle modalità di colloquio con gli insegnanti.

A.G.: Che tipo di progetti portate avanti con il Centro Come?

A.M.: Sono tutti progetti finanziati dalla legge 40, che prevede l’inserimento e la presenza del mediatore culturale per tutto quello che riguarda i cittadini stranieri. Nella scuola la presenza del mediatore è importante nel momento dell’arrivo, dell’accoglienza del minore e della famiglia, alla quale viene fornito un aiuto per la compilazione dei moduli e dei documenti e alla quale vengono spiegate le norme di funzionamento della scuola, non tanto in merito alle questioni dell’insegnamento, quanto riguardo agli eventi come le gite o i colloqui con i genitori, la mensa o le uscite anticipate; sembrano cose facili, ma lo sono solo per una persona che già le conosce.

In qualche occasione viene chiamato il mediatore anche per i test di ingresso che vengono fatti ai bambini per valutare le conoscenze generali, non solo della lingua italiana, ma anche delle competenze del bambino nel paese d’origine: informazioni che servono per valutare in che classe inserire il bambino.

Il mediatore viene poi interpellato nel momento in cui emergono delle necessità specifiche o per i colloqui con i genitori.

Un’altra attività, che non è legata solo con le difficoltà, per fortuna, consiste nel far conoscere ai bambini e ai ragazzi le culture dei paesi da cui provengono i nuovi compagni, con lezioni in classe.

A.B.: Rispetto alla cultura albanese, cos’è che manca di più a questi bambini, o anche a voi?

A.M.: Credo che sia un discorso culturale, ma forse ancora di più di modi di vivere, di abitudini.

In Italia la gente è più distante, anche se è un paese mediterraneo…e chissà come sarà poi nel nord Europa o in altri paesi. Comunque in Albania, ancora oggi è diverso:la gente si saluta, chiacchera; con il vicino di casa c’è un rapporto diverso, con gli amici e conoscenti c’è molta meno formalità.

Anche se ci sono molti albanesi in Italia, non è però presente una comunità forte; vi sono tante situazioni diverse, sparse, per necessità di lavoro o di abitazione, e il calore degli amici e dei parenti manca molto.

Mancano anche le feste, più che quelle religiose, visto che l’Albania, almeno fino al ’91,’92 era un paese ateo, quelle familiari: fidanzamenti, matrimoni e compleanni, che si festeggiano con le persone vicine… Inoltre, qui, ci sono pochi eventi culturali riguardanti la realtà albanese, anche se in Italia sono presenti molti musicisti, artisti e pittori albanesi. Noi ci procuriamo dall’Albania quello che ci interessa, però circola poco materiale, la letteratura albanese tradotta è molto scarsa; a parte qualcosa di politica, che girava durante la guerra in Kossovo, per il resto non c’è molto. La nostalgia si fa decisamente sentire.

 
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