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Migrazioni. Dimenzioni sociali e policy making.
14 dicembre 2004

Presentazione del numero speciale de
La Rivista delle Politiche Sociali Ediesse editore

Hanno partecipato:
M. Ambrosini,
S. Camusso,
E. Mingione,
E. Reyneri,
M. Tognetti Bordona, M.L. Mirabile

Per Approfondire:
La Rivista delle Politiche Sociali.


I testi che potete leggere in queste pagine sono frutto della sbobinatura e di una revisione editoriale a cura della redazione.
I relatori della materia non hanno perciò direttamente rivisto il testo in questione. Ci scusiamo per eventuali inesatte





a cura di Alice Giannitrapanni.




Maria Luisa Mirabile

La rivista nasce sulla scia delle due precedenti pubblicazioni, “Quale Europa, quante Europe sociali?” e “Welfare. Finanziamento e capacità redistributiva”, entrambe pubblicate nel 2004 a cura della Casa editrice Ediesse di Roma. La pubblicazione è trimestrale e di tipo monografico, contenente saggi di autori italiani e non, nasce da un progetto e da una missione consistente nel creare uno scambio di cultura, idee e ricerche tra i vari paesi d’Europa.

“Tentativo di osmosi”, così lo definisce Maria Luisa Mirabile, segnalando come, tra le iniziative di promozione e sviluppo della rivista, accanto alla presentazione dei singoli numeri, vi sia la creazione di un forum annuale sul welfare, che a partire dai fascicoli pubblicati nel corso dell’anno, sia un appuntamento periodico fra studiosi, esperti, sindacalisti e policy makers (realizzatori di politiche pubbliche) per un’analisi di andamenti e prospettive future.

 

Concentrandosi sul tema del terzo numero della rivista, l’immigrazione, Anna Mirabile dichiara l’impegno e la volontà di affrontare l’argomento sotto varie angolature, in modo da fornire un disegno delle politiche migratorie a quanti vogliano sviluppare una riflessione sul tema.

Dati, documentazioni ed esempi di politiche di servizio e di inserimento, permettono a più autori di affrontare problematiche di portata internazionale.

 

Enzo Mingione

Mingione propone un’analisi del caso italiano all’interno di uno scenario planetario della questione immigratoria. Il quadro di riferimento a cui quest’analisi si accosta è quello dei paesi industriali avanzati, in cui vi è la presenza di flussi migratori e dove si è sviluppato un sistema di welfare. In questi paesi la crescita dell’industria manifatturiera avviene solo in zone specifiche, situazioni locali, che grazie all’offerta di lavoro, favoriscono l’arrivo di immigrati.

Diversamente dai regimi di bread – winner (persone che si guadagnano il pane, i salariati), tipici del sistema fordista, in cui i processi di integrazione degli immigrati nelle società ospiti avvenivano attraverso il maschio, procacciatore di cibo e fonte di sostentamento della famiglia; oggi, i ricongiungimenti famigliari avvengono in una quota importante grazie alle donne, che per prime si insediano nei paesi ospiti.

I maschi, meno adattabili dal punto di vista sociopsicologico, arrivano per ultimi ma mantengono il potere all’interno della famiglia, comportando in alcuni casi, l’imposizione di regole della loro loro tradizione, che rischiano di schiacciare le modalità di adattamento agite dalla donna.

 

Mingione evidenzia il mutamento del contesto italiano, dove il regime di bread winner che si caratterizzava per il pagamento di contributi di welfare, dando diritto ad un accesso standardizzato ai servizi, desse luogo all’emergere di realtà differenziate si è andato in questi anni rapidamente trasformando.

L’organizzazione fordista del lavoro favoriva un processo d’integrazione molto forte

seppur accompagnato da diseguaglianze sociali tra immigrati e autoctoni (settentrionali e meridionali), mentre oggi si assiste ad una debolezza del sistema occupazionale stabile.

 

Da qui l’invito di Mingione a lavorare sul locale pur all’interno della cornice costante del quadro nazionale. Partendo da un’analisi del sistema di welfare italiano, dalle caratteristiche familistiche - dove è all’interno della famiglia, nella casa, che si svolgono le attività di cura, storicamente e socialmente assegnate alle donne -, si può notare come oggi questa modalità di gestione della cura si stia trasformando, inglobando gli immigrati nella produzione di servizi.

 

Le indagini sulle badanti evidenziano come sia in atto un mutamento in merito alla titolarità delle capacità di cura, attraverso la loro formalizzazione in prestazioni a domicilio.

Una maggiore presenza di immigrati comporta quindi una decrescita della fornitura diretta della cura da parte della famiglia, con modalità diverse in base alle stratificazioni e organizzazioni sociali.

Questo fenomeno accomuna l’Italia agli altri paesi del sud Europa, nei quali i processi di defamilizzazione comportano l’emergere di nuovi problemi sociali, accompagnati dallo sviluppo di un welfare in cui gli immigrati sono coinvolti nella produzione del servizio di cura e così presenti nelle case degli italiani.

 

Maurizio Ambrosini:

L’uso del nazionalismo metodologico esaspera la tendenza a naturalizzare i confini statali, così come l’appartenenza identitaria è spesso rafforzata da un fantasticato “DNA italiano”, fattore di omegeneità e distintività.

 

Sulla scia di queste credenze emergono, nei discorsi della gente, parole a sostegno dell’idea che agli italiani, in quanto tali, spetti la precedenza per quanto riguarda l’occupazione e/o l’accesso ai servizi sanitari.

Questa condizione diviene l’esempio dell’incessante produzione di confini tra noi e gli altri, i diversi, nella creazione di stereotipi e nell’evoluzione delle gerarchie percettive.

Gli immigrati sono talvolta percepiti come desiderabili e altrettanto spesso come pericolosi, distinzione che nel discorso pubblico rispecchia le categorie di regolari e irregolari.

Regolare è comunemente accettato come sinonimo di “buono”, mentre irregolare attrae il peggio, fonte di rischio e pericolo sociale.

Ma basta guardare nelle case degli italiani, osserva Ambrosini, per ridefinire questi confini.

 

Due su tre degli immigrati attualmente in Italia sono stati regolarizzati grazie ad un provvedimento di sanatoria legislativa. Così i clandestini sono diventati migranti autorizzati o con permesso di soggiorno.

Vengono inclusi almeno ufficialmente, quelli che non si ha il coraggio di includere profondamente nel sistema, all’interno di una difficile abilità politica che preferisce legittimare a posteriori. Così è sotto la spinta di un’immigrazione eccezionale, tanto ingente da indurre il varo di una nuova sanatoria, che viene legalizzata l’esperienza socioculturale; dal 1987 a oggi sono stati adottati cinque provvedimenti sanatoriali, in media uno ogni tre anni.

 

Nell’immaginario collettivo gli immigrati vengono categorizzati per appartenenze a confini stato nazionali; si ragiona per categorie collettive dove lo stato nazione di provenienza o la religione di appartenenza sostituiscono il concetto di razza. Questi processi mettono in moto giochi di specchi e rimandi specifici, per cui tutte le donne ecuadoriane assistono anziani e i filippini fanno i domestici, gli egiziani lavorano in pizzerie e ristoranti e gli albanesi nell’edilizia.

Gli immigrati sviluppano network e reti su basi claniche e familistiche, usando la lingua come comune collante sociale. La ricerca del lavoro, circola ad esempio attraverso reti comunicative e il passaggio d’informazioni costituisce una fonte d’integrazione dal basso. Queste reti etniche di circolazione dell’informazione portano alla colonizzazione di occupazioni, fenomeno che viene erroneamente letto in termini di predisposizione e di attitudini culturali, utilizzando come fondamento metodologico un processo di naturalizzazione.

 

Le reti occupano uno spazio molto significativo ed efficace non soltanto per la ricerca del lavoro ma anche nella ricerca di un’abitazione; la pratica dell’affitto del posto letto è estremamente diffusa e spesso gli arrivi dal paese di origine sono programmati e assistiti, in forme non sempre disinteressate.

Ambrosini conclude sostenendo la tesi secondo cui il rilievo delle reti migratorie è esaltato dalla reticenza delle politiche pubbliche di gestione dell’immigrazione e dalle tendenze del mercato del lavoro contemporaneo, da cui derivano le forme di “specializzazione etnica”.

 

Emilio Reyneri

In Italia non accenna a calare la tendenza a guardare al fenomeno migratorio isolandolo rispetto alle altre questioni della società. All’interno della stessa ottica si incentra in maniera clamorosa il dibattito sulla scuola, che non prende in considerazione il fatto che siamo parte di una società multietnica e che in futuro avremo probabilmente scuole religiose.

La disponibilità di immigrati supplisce la decrescente disponibilità delle donne italiane a fare le domestiche o le badanti, consentendo la privatizzazione del welfare.

Per quanto riguarda il mercato del lavoro e le politiche di flessibilità, il 30% di chi svolge un lavoro interinale è costituito da immigrati, ma nel dibattito pubblico non è mai stato posto l’accento sul fatto che quasi un quarto delle persone coinvolte in queste nuove forme di organizzazione del lavoro sono cittadini stranieri.

 

L’Italia, sostiene Reyneri, è dotata del sistema meno generoso al mondo nel sostenere la disoccupazione, poiché forte di un sistema sociale sostenuto dal familismo. Il nostro tipo di welfare si basa su un grande sostegno da parte delle famiglie ed è quindi sufficiente per gran parte della popolazione autoctona; non lo è però per quegli immigrati che non beneficiano di un sostegno familiare: la caduta nella povertà e nel disagio diventa, per queste persone, molto più vicina rispetto a quanto non accada per gli italiani d’origine.

 

Per quanto riguarda le analisi, però, la capacità di studiare adeguatamente il fenomeno è significativamente ridotta dall’impossibilità di usufruire di dati di italiani e immigrati insieme, poiché questi non vengono raccolti. Inoltre l’Istat non riesce a fare una stima della presenza degli immigrati in Italia.

Si procede dunque tramite la separazione delle analisi, ma sottolinea Reyneri, come a volte, sono proprio i numeri su cui si lavora a definire il fenomeno, con la conseguenza di determinare il modo in cui ci si ragiona sopra.

 

L’up-grading (salita) degli italiani nella scala sociale è dovuto al fatto che, grazie all’immigrazione, la popolazione nativa sale a livelli più alti nell’ambito lavorativo (aumento dell’occupazione nel settore impiegatizio), in quanto c’è chi prende i posti più bassi (lavoro manuale).

Richiamando l’articolo contenuto nella rivista di Jean Pierre Garson dal titolo “L’immigrazione nei paesi dell’Ocse: un panorama sfaccettato”, Reyneri ci parla delle politiche sull’ingresso, facendo riferimento al rapporto annuale sull’immigrazione e l’integrazione redatto dalla commissione europea, dove si dice chiaramente come il mercato europeo ha bisogno di nuova forza lavoro e quindi necessita di un’accrescimento dei flussi migratori, ma dove emerge altresì chiaramente la consapevolezza di un’opinione pubblica contraria.

Da questo contrasto nasce l’idea di far entrare le persone in modo selettivo, tramite quote, collegate a meccanismi di calcolo sui posti di lavoro esistenti. Questo sistema si scontra però coll’irreale praticabilità di una previsione dei bisogni occupazionali e dell’identificazione dei vari settori. Inoltre, piccole imprese e famiglie non sono in grado di fare previsioni a lungo termine.

 

La soluzione europea è quindi quella di una “politica delle regolatorie permanenti”, che tende a far entrare le persone comunque, con l’idea di regolarizzzarle in futuro, pratica che avviene però sulla pelle delle persone. Questa difficoltà politica dei governi europei di far conciliare il discorso pubblico con quello privato, porta ad ammettere l’esistenza di posti di lavoro vacanti che però non vengono ricoperti dalla popolazione autoctona, necessitando quindi l’afflusso di manodopera straniera. La difficile previsione della domanda da parte di famiglie e piccole imprese, potrà forse essere soddisfatta in futuro, dall’introduzione di percorsi di formazione in loco degli immigrati.

 

Susanna Cammusso:

Susanna Cammusso, “la voce della Cgil”, così come simpaticamente chiamata da Maria Luisa Mirabile nell’esprimere un elogio allo sforzo politicamente e culturalmente impegnativo del sindacato nella collaborazione alla rivista, ci accompagna in un viaggio tra le categorie produttive italiane: agricoltura, edilizia, tessile, meccanico, chimico. Quest’ultima categoria è defita dalla Cammusso come l’area delle professioni maggiormente disagiate, dove il lavoro è faticoso e dequalificato.

 

Analizzando concretamente la realtà agricola attraverso i macelli di polli, particolarmente diffusi nel cremonese, bergamasco e bresciano, descritti come luoghi in cui i ritmi di lavoro sono particolarmente scanditi e nei quali si sono susseguite ondate di manodopera etnicamente differenti, la Cammusso nota come fino a quindici - venti anni fa vi fosse una forte presenza di senegalesi che oggi è sostituita dalla presenza di pakistani. “Mentre con i senegalesi la gerarchia era italiana, oggi con i pakistani la gerarchia è senegalese”. In questi settori si ragiona spesso in termini di comunità, anche se vi è una perfetta convivenza tra indiani e pakistani, a dispetto dei diversi costumi e tradizioni e della difficile convivenza nei rapporti tra i due paesi.

Questa sostituzione di manodopera continua porta a una crescita del lavoro sommerso; la ripresa del lavoro nero è modalità molto usata dagli immigrati, sia regolari che irregolari. L’esempio dei cantieri edili è forse il più evidente, dove i lavoratori vengono reclutati nelle piazze la mattina, caricati sui furgoni e riportati alla sera nel medesimo luogo. Molti di questi lavoratori si iscrivono al sindacato, che se ne accorge però pochissimo, nell’idea che queste persone, una volta trovato il lavoro, non abbiano altre esigenze, che si rivelano però essere di tipo dinamico, dalla parziale rivelazione sulle differenze di genere, di appartenenze etniche.

 

In agricoltura, ad esempio, l’esigenza avvertita dai lavoratori di un periodo di pausa per il ritorno a casa è legittima e fortemente sentita come questione premente dai magrebini; così non è invece per gli indiani, che preferiscono lavorare ininterrottamente, per tutto il periodo di permanenza nel paese ospite. La raccolta delle fragole è un lavoro molto diffuso, ci spiega la Cammusso, tra i polacchi che entrano in Italia con un visto turistico, ufficialmente per le celebrazioni di Sant’Antonio, per poi fermarsi a lavorare per un tempo breve in Italia. Spesso queste persone hanno livelli di istruzione altissimi, ma le frontiere fungono da elementi di segregazione e stratificazione, che rendono difficile ricostruire la corrispondenza tra provenienze, istruzioni e lavoro in Italia.

 

Per far fronte a questa situazione sono state attuate politiche uguali ad esigenze differenti.

Un altro elemento di contrattazione sono le pratiche religiose ed in alcuni casi sono state istituite dei tempi di pausa per la preghiera, operando però una semplificazione eccessiva nell’associare l’essere musulmano con il professarne il credo.

Riprendendo il tema delle politiche sociali, Susanna Cammusso sottolinea come siamo nella regione che più ha privatizzato i servizi alla persona.

 

In questo clima i gruppi sindacali hanno creato una piattaforma comune nel delineare alcuni tratti essenziali del welfare: il tema della casa, il cui possesso o meno, è una caratteristica che spinge verso una soglia di povertà e che pùo creare seri problemi rispetto al ricongiungimento delle famiglie e rispetto al lavoro.

 

Mara Tognetti Bordogna

La relatrice contribuisce alla produzione scientifica della rivista con l’apporto di un saggio sul ruolo delle donne nella migrazione.

 

Mara Tognetti Bordogna tiene ad evidenziare il ruolo degli immigrati in relazione al welfare: il loro essere “consumatori di welfare”, fattore di attrazione che crea dipendenza, sia come “produttori di welfare”, nelle forme di cura in qualità di colf o badanti, per cui si parla oggi di “welfare locale integrato”, ad esempio relativamente alla tematica sanitaria, dove la valorizzazione di capacità e competenze, diventa sempre più importante per pensare ad un welfare che fa sistema, nella capacità di usufruire di maggiori potenzialità e risorse. Si sviluppa così l’idea del “fondo unico” in termini di risorsa a livello locale nel creare integrazione.

L’esperienza della Caritas romana, dove da interventi a carattere frammentario e sporadico si è passati ad interventi monitorati di politiche settoriali, ha permesso di misurare il grado di efficacia della “creatività” delle politiche attuate.

 

La sfida, indica Mara Tognetti Bordogna, sta nell’individuare e comprendere gli scenari futuri dell’attività migratori. I flussi migratori vengono attirati maggiormente verso il nord Italia e le modalità di radicamento dovuto alla forte presenza di donne ha delle implicazioni significative rispetto al welfare e alle condizioni lavorative più stabili, che rendono possibili esperienze di ricongiungimento e determinano delle implicazioni nell’impatto sul welfare.

 
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