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Pluralismo e identità religiosa.

Appuntamento del:
1 marzo 2003

Relatori:
S. Allievi, P. Naso



I testi che potete leggere in queste pagine sono frutto della sbobinatura e di una revisione editoriale a cura della redazione.
I relatori della materia non hanno perciò direttamente rivisto il testo in questione. Ci scusiamo per eventuali inesatte





a cura di Agnese Bertello



Confrontarsi con culture altre rispetto alla propria fino a qualche decennio fa era una scelta che apparteneva a un’élite di viaggiatori e intellettuali. Oggi il confronto è la realtà quotidiana che riguarda tutti, quelli bendisposti e quelli che ne farebbero volentieri a meno. Volenti o nolenti, questa realtà ci cambia. Perché il confrotno sia reale, bisogna cominciare ad accettare l’idea che anche il conflitto sia un fatto sano, democratico, e a trovare modalità per gestirlo.



Stefano Allievi

Il pluralismo non ha niente di usuale, noi , in particolare noi italiani, dove l’esperto di questioni religiose si chiama vaticanista, non siamo abituati a confrontarci con la pluralità.

Globalizzazione, turismo, società di massa ci hanno messo in contatto con altre culture e religioni che stavano altrove. Oggi queste religioni sono presenti, sono compresenti, ciascuno di noi ha un’idea di che cos’è l’islam, di che cos’è l’induismo, il buddismo: siamo costretti ad avere un’idea di tutto ciò, ci capita.

Intercultura non è un concetto astratto o teorico. Intercultura è un processo di lungo periodo, cominciato con l’interesse culturale dell’occidente verso altri mondi. Una volta tutto ciò era una possibilità riservata alle élite, ma oggi non è più così. Una volta arrivavano magari in Italia dei singoli rappresentanti di questa o quella cultura, di questa o quella fede, ma oggi a muoversi non sono più singoli rappresentanti, sono gruppi. Le altre religoni si manifestano quindi oggi all’interno della nostra società come un vissuto, non solo un sapere, come una quotidianità che si riproduce qui quotidianamente, collettivamente.

È questo ciò che ci sconcerta, è questo ad aver prodotto enormi mutamenti sociali.

Un tempo la nostra idea di Stato si identificava un popolo che viveva su una terra, condivideva una lingua e che faceva riferimento un ordinamento giuridico specifico, la questione della religione rimaneva implicita. Questi fattori creavano una sensazione di unitarietà che in realtà non era poi così vera - le minoranze interne: ebrei, valdesi, protestanti… - in Italia non sono mai state riconosciute, ma oggi abbiamo a che fare con una religione che ci appare “più diversa delle altre”: l’islam e per effetto delle migrazioni, questa illusione sembra svanire.

Quello di cui a volte non ci rendiamo conto è che con la società cambiamo anche noi, per il semplice fatto che queste cose esistono, cambiamo anche noi, a prescindere dalla nostra volontà di andare incontro agli altri. Pensiamo a questioni concrete, quotidiane. Una volta il parroco di una qualunque chiesa cattolica poteva permettersi di dire “fuori dalla Chiesa, nessuno si salva”: oggi non se lo può più permettere, perché allora, tutti gli altri, e sono tanti, e sono intorno a noi, che fine fanno? Che fine fa il compagno di banco musulmano? Che fine fa il collega buddista?

La società di oggi è sempre più un caleidoscopio.

Ci sono poi altri fattori che andrebbero considerati, per esempio quello dell’inclusione religiosa, quel fenomeno per cui pur professandomi di una certa religione, per esempio quella cattolica, io riesco ad accettare come vera, ad includere quindi nel mio modo di credere, elementi assolutamente contrastanti, derivati da altre fedi, da altre religioni e culture. La reincarnazione, per esempio, dal cui circolo i buddisti cercano di liberarsi, per noi rappresenta spesso una sorta di antistress e allora alcuni sono cattolici ma credono nella reincarnazione, sperando che la prossima volta gli vada meglio. Il principio di contraddizione esiste solo in filosofia, insomma.

Certe domande, poi, che un tempo sembravano ovvie, oggi non lo sono più. Dove sta la verità? Era più facile chiederselo prima dell’avvento di questa società multiculturale.

È un problema per noi, la maggioranza, ma è un problema anche per loro, anzi per loro è fondamentale.

Di fronte a questo scenario si aprono due possibilità: il dialogo e il conflitto. Di dialogo ce n’è tanto, più di quanto si creda, ma esistono anche i conflitti. Dobbiamo reimparare a fare i conti con il conflitto. I conflitti sono la realtà della vita. Una famiglia sana non è quella in cui non ci sono conflitti, ma quella in cui i conflitti hanno canali per emergere e dunque anche a livello sociale dobbiamo essere in grado di inventarci nuovi canali per gestire i conflitti.

Ci sono molti esperimenti in questo senso, soprattutto a livello locale, dove del resto è giusto che siano, perché è a livello locale che i problemi di convivenza quotidiana si pongono.

C’è poi la questione del meticciato, dei matrimoni misti, quando le culture si mischiano nei corpi delle persone. E c’è la questione delle identità reattive.

Processi di definizione della propria identità in maniera reattiva si osservano sia negli italiani, sia negli immigrati che arrivano in Italia, in tutti coloro che riscoprono le proprie radici solo in reazione all’altro, all’identità, alla cultura dell’altro. In parte è un processo fisiologico, questo, ma se diventa patologia è grave.

Infine, sappiamo bene tutti che il conflitto si vende molto più del dialogo, sappiamo che il conflitto rende in termini politici, che ci sono ambienti economici che ci guadagnano sulla “società della paura”.

Hungtinton è stato il primo a parlare di scontro di civiltà, ma i conflitti che caratterizzano questo scontro sono delicati perché non sono scontri con gli altri, sono scontri a proposito degli altri, sono scontri che attraversano la società dall’interno, tra chi è disposto a dialogare e chi non ne vuole in nessun modo sapere.

 

Paolo Naso

Vorrei cominciare raccontando un avvenimento di oggi, riportato dal Corriere della Sera nell’edizione romana. Il titolo dell’articolo suona: “Rivolta all’obitorio per il crocifisso”. Che cosa è accaduto? È accaduto che a Roma è morto un giovane pachistano musulmano, ma nell’ospedale sono sorti due problemi: il primo è quello del crocifisso, appeso alla parete dell’obitorio, che evidentemente suonava offensivo in quel preciso momento, il secondo è la presenza di altre donne che piangevano i loro defunti, perché nella tradizione islamica del Pachistan l’ultimo saluto deve essere dato solo da uomini. Come hanno risolto la situazione i pachistani? Hanno preso la salma, l’hanno portata nella piazzetta antistante l’obitorio e lì hanno reso il loro ultimo saluto al morto.

Questa è la nostra realtà quotidiana, indipendentemente dal tipo di reazione o dal giudizio che vogliamo darne, questa è la realtà di oggi, queste le difficoltà che le amministrazioni locali devono affrontare. Stiamo vivendo e semrpe più vivremo una frizione tra norma, legge, tradizione, costumi, convinzioni e la rivendicazione, i diritti che altri vorranno esprimere.

Voglio fare un altro esempio. In Emilia da tempo esiste un contenzioso tra sik e vigili urbani. Nella tradizione culturale e religiosa dei sik i maschi sono vincolati ad alcune norme di comportamento: devono portare un particolare braccialetto, per esempio, devono indossare i loro tipici mutandoni, e devono avere sempre con sé il kirpan – in origine una spada, oggi trasformata in un coltello che indica che chi lo possiede è un guerriero del bene contro il male, pronto a combattere. Il kirpan ha creato molti problemi, ma si può comunque occultare: ciò che non si può occultare è il turbante.

Nella tradizione culturale il turbante è funzionale al fatto che gli uomini sik non devono mai tagliarsi i capelli: questo non è un vezzo, ma un modello di fede. Ma come si fa a mettere il casco per andare in moto con il turbante?

Qui c’è poi una contraddizione evidente: i sik lavorano nelle porcilaie e nelle stalle, sono necessari economicamente, ma questa necessità si scontra con la rivendicazione di diritti di queste minoranze.

Per l’Islam, c’è il tema del velo, ma anche quello dei cimiteri e delle modalità e dei tempi per le esequie religiose: nell’islam il funerale deve avvenire entro 24 ore dal decesso, mentre normalmente le nostre usanze prevedono un tempo più lungo e la terra dove viene sepolto il corpo del musulmano deve essere riservata, perché quella terra diventa terra dell’islam. I buddisti invece chiedono esequie rallentate: addirittura una settimana. Poi c’è la questione delle festività religiose: non sono solo gli ebrei a celebrare il sabato ma anche gli avventisti. La questione delle emotrasfusioni per i Testimoni di Geova.

Tutto ciò è vissuto con sofferenza, soprattutto in Italia. Venticinque anni fa eravamo un paese massicciamente cattolico, almeno formalmente, oggi girando per strada sperimentiamo la differeza. Secondo i dati del CESMU, ci sono 632 comunità di fede, e di queste solo una minima parte riguarda gli immigrati. La comunità ortodossa è quella che ha il tasso di crescita più alto, dovuto ovviamente all’immigrazione dall’est: a Roma la presenza degli ortodossi è cresciuta del 32%, mentre quella dei musulmani del 26%. I Testimoni di Geova sono 425.000 e sono praticamente tutti italiani, persone che stanno organicamente dentro il nostro sistema.

Il nostro sistema politico però affronta questo cambiamento epocale in maniera illogica e miope. Nel 1946, l’Assemblea Costituente introdusse nella nostra Costituzione l’articolo 7, che parlava del Concordato con la Chiesa Cattolica e introduceva elementi di confessionalismo. La reazione però di alcuni membri dell’assemblea e del ceto politico fu forte; nei corridoi di Montecitorio, Umberto Terracini, comunista eterodosso, prese per la collottola Aldo Moro e gli disse: “Avete reintrodotto uno schema di privilegio cnfessionale, ma non vi rendente conto che il futuro è il pluralismo?”. In questo modo nasce l’articolo 8 della nostra Costituzione dedicato al pluralismo religioso e che sancisce che i rapporti tra lo Stato e le diverse confessioni sono regolati sulla base di intese specifiche.

Ciò nonostante, la prima intesa viene approvata nel 1984. Ad oggi le intese firmate sono 6. Nel 2000 il governo ha siglato altre due intese, con i buddisti e con i testimoni di Geova, ma ad oggi non sono state approvate.

L’Italia dunque è decisamente indietro per quanto riguarda il pluralismo. In Europa hanno elaborato modelli diversi. Esiste il modello francese della laicità dello Stato, esiste il modello del comunitarismo inglese, esiste il modello degli Stati Uniti, che nascono pluralisti. Eppure è una questione urgente: stiamo costruendo un nuovo modello di cittadinanza; ridefinire il patto che lega cittadini e Stato vuol dire stabilire nuovi diritti e doveri.

 
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