Modelli di convivenza e culture.
7 marzo 2005

Hanno partecipato:

Giuseppe Mantovani
Docente di psicologia degli atteggiamenti presso l’Università di Padova.

Federico Avanzino
Docente di Storia dell’Asia moderna e contemporanea presso l’Università di Torino.



I testi che potete leggere in queste pagine sono frutto della sbobinatura e di una revisione editoriale a cura della redazione.
I relatori della materia non hanno perciò direttamente rivisto il testo in questione. Ci scusiamo per eventuali inesatte





a cura di Silvia Torti.




Come guardare alle culture “altre” ed in particolare quella cinese? Come relazionarsi con gli “altri” creando un patrimonio comune e non costruendo un muro di ostilità?

 

Giuseppe Mantovani

Quando si parla di globalizzazione lo si fa, solitamente, in modo inadeguato, perché non si hanno le categorie culturali e concettuali adatte ad affrontare l’argomento. Questa difficoltà deriva principalmente dall’aver erroneamente costruito la nostra idea di storia dell’Occidente come qualcosa di omogeneo, di genealogicamente puro, quando invece, anche del nostro stesso Occidente esistono diverse versioni: prima l’Occidente era l’Inghilterra, poi l’Europa, ed oggi, gli Stati Uniti d’America.

La costruzione genealogica e culturale della storia è stata condotta da noi stessi “occidentali” al fine di rendere più visibile e maggiormente definibile la nostra cultura; lo schema “west versus the rest” è la modalità classica attraverso cui esprimere la nostra concezione – alquanto arrogante- del rapporto tra Noi e gli Altri.

Ma cosa significa “Noi” e “Loro”?

Non esistono parole e schemi adatti a descrivere queste tipologie, e tantomeno, esiste un concetto di cultura adeguato ad affrontare questi temi e le problematiche che da essi sorgono.

Essendo uno psicologo, cerco di analizzare questi temi attraverso gli strumenti che la psicologia mette a disposizione, ben consapevole che purtroppo, ancora oggi, tale disciplina si occupa degli individui considerandoli esseri aventi un unico, o di poche tipologie ben classificabili, modello di processo modellatore di emozioni e impressioni.

Questa modalità di ragionamento dovrebbe venire evitata proprio dalla psicologia che, nel suo operato quotidiano – decidere, per esempio, se un clima famigliare è adatto alla crescita di un bambino – non può non tener conto che in strutture famigliari di culture diverse possono sussistere regole e forme di appartenenza completamente differenti dalle nostre.

Fortunatamente, negli ultimi anni, si stanno sviluppando nuovi settori di studio, quali l’etnopsichiatria, che si pongono queste problematiche e cercano di trovare soluzioni adeguate attraverso esperimenti di mediazione culturale.

Il problema tuttavia rimane ancora irrisolto: quali sono le risposte che la nostra cultura dà al tema “Noi” e “Loro”? Perché queste risposte non sono adeguate?

La questione centrale è che non esiste solo un problema di ritardo culturale, ma molto di più: c’è un problema di etnocentrismo.

L’etnocentrismo è un meccanismo di pensiero, per sua natura automatico, che diviene pericoloso nel momento in cui si trova sostenuto da teorie scientifiche e parascientifiche più o meno verificate e verificabili, ma soprattutto nel momento in cui la base fondamentale su cui trova sostegno diventano le enormi disparità nella divisione dei poteri tra le diverse parti del mondo.

La concezione etnocentrica del proprio luogo prevede il conferimento, alla propria parte di mondo, del primato e dell’unicità ai propri valori rispetto a qualsiasi altri valori possibili.

L’ideologia etnocentrica occidentale viene esplicitata attraverso una serie di teorie secondo cui il progresso si evolve lungo una scala temporale univoca in cui le culture occidentali, oggi rappresentate dagli Stati Uniti d’America, si trovano in una posizione avanzata rispetto alle altre culture. Questo modo di pensare si basa su una concezione della storia come esperienza unica da perseguire.

Grazie all’apporto di diversi studiosi, questa concezione oggi è messa in crisi da nuove teorie secondo cui le nostre esperienze passate, in realtà, non sono definibili come esperienze premoderne facenti parte di un percorso prestabilito che porta alla modernità. Gli eventi che si sono susseguiti in Italia nel 1800 sono totalmente diversi da quelli accaduti nel 1700 in Inghilterra, essi sono eventi dotati di una loro unicità non riscontrabile in nessuna storia di nessun paese più “evoluto” dell’Italia.

Questo nuovo modo di ragionare, totalmente diverso dal pensiero etnocentrico, deriva da un profondo lavoro di ripensamento teorico, volto a rendere le teorie storiche e culturali più adatte all’analisi della realtà dei fatti e a modificare questa modalità di ragionamento che ci libera dalla responsabilità politica e sociale di ogni nostra azione verso gli “altri”, i “non occidentali”, perché ci consideriamo modelli non ancora finiti, in continua evoluzione.

Ragionando per “unicità” si può capire come ogni singola esperienza ha un significato a sé e quindi è irripetibile; soprattutto si può riconoscere l’esistenza di una pluralità di valori, sia per forme che per significati.

Continuare a ragionare prepotentemente in modo etnocentrico, basandosi sull’idea secondo cui l’Occidente ha potere militare, economico, scientifico, politico, ha però conseguenze molto pericolose perché porta all’imposizione di un unico punto di vista con cui interpretare valori, differenze e somiglianze.

In molti casi, la risposta concreta a questo etnocentrismo è stata un “multiculturalismo a mosaico”, una modalità di pensiero che prevede il riconoscimento dell’esistenza di individui diversi appartenenti a tradizioni diverse, ma non prevede un lavoro di integrazione di queste differenze, anzi, predispone ad una “segregazione” tra gli individui, non solo sotto il profilo territoriale, bensì anche concettuale.

Il multiculturalismo a mosaico è quindi altrettanto pericoloso che l’etnocentrismo perché non prevede uno scambio.

Sorge poi un’ulteriore questione: che senso ha invocare tradizioni diverse quando queste violano i diritti di singole persone? E quindi: come predisporre giuste politiche di riconoscimento delle differenze?

Questi problemi emergono perché il pilastro fondamentale della concezione del multiculturalismo a mosaico è l’idea secondo cui ogni cultura è qualcosa di fisso, statico, a sé stante, già definito.

Nella realtà, invece, non esistono confini precisi, non esiste un’appartenenza culturale univoca, rigida, omogenea, statica ed “etichettabile”. Esiste un lavoro di continua definizione e ridefinizione delle proprie identità ed appartenenze.

Credo che un lavoro veramente utile sia quello di partire da una diversa concezione delle culture.

Bisogna pensare alle culture come a delle “narrazioni”: narrazioni condivise, in cui trovare punti di contatto; narrazioni contestate, perché ci sono differenze di cui tener conto e da cui partire; narrazioni negoziate, perché viviamo in un mondo polivocale, in cui bisogna imparare a vedere e ragionare secondo questa pluralità senza cadere nel relativismo, negoziando, di volta in volta, il significato di ogni evento.

Federico Avanzini

È imbarazzante, per certi versi, parlare della Cina, dei cinesi e della cultura cinese, perché questo mostra come siamo ancora noi occidentali ad osservare attraverso un “binocolo rovesciato” la realtà che ci circonda.

“Rovesciato” perché la realtà dello Stato nazionale cinese è molto complessa e difficile da definire, per i suoi confini, per le sue strutture politiche, amministrative e finanziarie; perché esso è un “paese-continente” la cui storia interna è particolarmente complicata da migrazioni interne ed è il frutto di molteplici percorsi che si sono tra loro intrecciati.

Proprio perché è un “paese-continente”, è difficile parlare di cinesi, ed in particolare, diventa quasi impossibile individuare un’unica cultura; per questo, quando si parla della cultura cinese, si invoca, in realtà, uno stereotipo.

I diversi gruppi umani cinesi che oggi incontriamo nelle nostre città sono in realtà provenienti da alcune zone ristrette di un'unica provincia. Quando parliamo di Cina, quindi, stiamo parlando di una piccola provincia di un enorme Stato.

Per avere un’immagine più precisa dei cinesi residenti nel nostro paese è giusto analizzare i diversi passaggi del percorso migratorio che ha segnato quell’area.

Il primo flusso migratorio inizia con la partecipazione della Cina alla Prima Guerra Mondiale.

I francesi chiedono l’invio di 150.000 uomini dalla Cina alla Francia, per coprire la mancanza di operai nelle fabbriche di armamenti, poiché gli uomini erano tutti al fronte.

Di questi 150.000 individui, pochissimi, alla fine della guerra, rientrarono in Cina; trovarono lavoro in Francia e la maggior parte di loro si sposò con francesi.

Nel 1920, un piccolo gruppo di questi scende in Italia, a Milano, formando, di fatto, la prima comunità cinese italiana. Tre individui di questo gruppo si spostano a Torino e sposano tre italiane.

I primi cinesi quindi non sono emigrati dal loro paese per questioni economiche interne, ma perché ci fu un accordo ben preciso – un’alleanza militare- tra Francia e Cina.

A diversità di questo primo flusso migratorio, il secondo, che parte nei primi anni ’50, è mosso da motivazioni anche economiche.

I cinesi di questo secondo flusso migratorio provengono tutti dal sud-est, cioè da migrazioni di migrazioni: sono cinesi che dalla Repubblica Popolare si erano spostati nel sud-est asiatico (soprattutto in Malesia) e da lì emigrarono verso l’Europa. Direttamente dalla Repubblica Popolare cinese non arrivò nessuno, fatta eccezione per qualche singolo caso politico.

Il terzo flusso migratorio parte negli anni ’70. Gli individui che giungono in Europa con questa migrazione provengono, oltre che dal sud-est asiatico, dalle zone nord dell’Asia. È in questo frangente che si assiste anche ai primi flussi migratori dalla Repubblica Popolare Cinese, provenienti dalla provincia di Zhe-Jiang, la più piccola delle province cinesi, situata sulla costa a sud di Shanghai, e interessata, durante gli anni ’80, da una profonda riforma economica.

Quando pensiamo ai gruppi di cinesi che oggi vivono in Italia, dobbiamo quindi pensare a loro tenendo ben presente la loro storia, ormai consolidata e con una memoria, evoluta all’interno di percorsi migratori (con loro profonde motivazioni), che non può essere appiattita o generalizzata.

I cinesi che arrivano in Europa, ed in Italia, con il secondo ed il terzo flusso migratorio, arrivano con progetti per una vita migliore: guadagnare più soldi, cambiare le proprie condizioni di lavoro, e, infine tornare in patria.

La “casa” rimane sempre il territorio nazionale, la terra degli antenati, anche se nella quasi totalità dei casi, si rimane fuori da quella terra per tutta la vita, e quindi, l’unico modo per tornare a “casa” diventa quello di far sì che le proprie ceneri tornino nella propria madre patria.

Rientra in quest’ambito un ulteriore importante elemento da considerare quando si parla di “cultura cinese” – in questo caso il termine è appropriato -, quello della solidarietà della famiglia allargata, tradizione vissuta da tutti i cinesi, anche se con modalità di volta in volta diverse.

La famiglia allargata, cioè il clan, è una fonte di solidarietà che noi occidentali volgarmente riconduciamo alla dottrina del Confucianesimo, ma che in realtà forma una cultura a sé: basta pensare che non esiste altro posto al mondo con un lessico famigliare così preciso e complicato, che utilizza vocaboli diversi per indicare tutti i possibili gradi di parentela interna –quella della famiglia e della fratellanza- ed esterna – quella della stessa casata-.

Bisogna infatti ricordare che in Cina i cognomi esistenti, circa 10.000, sono relativamente pochi se relazionati al numero di abitanti, e questo perché, fino all’epoca tardo imperiale, il cognome era posseduto solo dalle grandi famiglie proprietarie delle casate. È con la fine del periodo imperiale, quando si dovette passare ad una normazione moderna, che i contadini, sprovvisti di cognome, assunsero quello dei padroni presso cui lavoravano.

Il risultato di questa operazione fu l’originarsi di pochi ceppi che, in qualche misura, si sentono parte della stessa grande famiglia, i cui antenati, prima culto a singolare appannaggio dei signori, diventano comuni. L’assunzione di un cognome comporta così l’assunzione di un legame con un passato prima inesistente, e di conseguenza, la famiglia assume nuove valenze: positive, perché si creano nuovi legami di solidarietà; ma anche negative, perché gli stessi legami di solidarietà diventano, in alcuni casi, reti illegali di unione.

La Cina, infatti, conosce ormai da secoli il fenomeno mafioso legato a queste forme di solidarietà, che già in antichità erano sorte come forma di difesa contro le angherie del potere imperiale.

Quando però ci troviamo ad osservare i cinesi che vivono nelle nostre città dobbiamo tener conto di un ulteriore elemento: si deve ricordare che molti di questi individui provengono da una piccola provincia della campagna cinese ed altri, quelli dell’ultimo flusso migratorio, arrivano anche dai nuovi centri urbani.

Molto spesso, questi due gruppi di individui presentano notevoli differenze e non comunicano tra loro. Il gruppo “urbano”, ritenendosi più evoluto, ha un altro modo di intendere i rapporti umani, e così guarda al “campagnolo” come ad una sopravvivenza di riti e superstizioni.

A questa differenza di provenienza geografica bisogna aggiungere poi una seconda, e più profonda, differenza: quella linguistica. La maggior parte dei cinesi non parla la lingua ufficiale, il mandarino settentrionale, bensì il proprio dialetto locale, perché pochissimi hanno proseguito gli studi dopo la scuola dell’obbligo, la quale comunque non è sufficiente a garantire una buona conoscenza del mandarino. A volte quindi, le situazioni sono molto più complesse di quanto dall’esterno possano sembrare: esistono casi di persone che parlano solo il loro dialetto ma non sono in grado né di leggere né di scrivere i caratteri cinesi.

Il quadro complessivo è quindi quello di una comunità fortemente frammentata a cui manca anche una “cultura cinese” propria a cui fare riferimento. La situazione che si delinea è quella di un disperato bisogno di mediazione in un quadro di rapporti completamente destrutturati.

L’infinita distanza tra “Noi” e “Loro” è causata sì dal nostro etnocentrismo, ma anche dal loro non esporsi, per paura e debolezza, per mancanza di conoscenza, ancor prima che della nostra, della loro stessa cultura.

Questo è ampiamente dimostrato dal fatto che, laddove la comunità che arriva e quella che riceve sono più omogenee, il rapporto si instaura più facilmente; a proposito esiste un caso esemplare: Barge, piccolo paese piemontese ai piedi delle alpi.

I cinesi emigrati a Barge, facevano gli scalpellini nel loro paese e fanno lo stesso lavoro ancora oggi; essi sono riusciti ad integrarsi perfettamente perché i livelli delle due comunità sono di partenza simili: sono entrambi stati espropriati della cultura madre, e quindi, partendo dalle stesse problematiche riescono ad intendersi meglio.