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La sfida della società multiculturale alla democrazia e alla laicità.
15 marzo 2005

Hanno partecipato:

Franco Cassano
Filosofo, docente di sociologia della conoscenza, Università di Bari

Mario Miegge
Docente di filosofia teoretica, università di Ferrara

Padre Bartolomeo Sorge
Gesuita, direttore delle riviste “Aggiornamenti sociali” e “Popoli”

 



I testi che potete leggere in queste pagine sono frutto della sbobinatura e di una revisione editoriale a cura della redazione.
I relatori della materia non hanno perciò direttamente rivisto il testo in questione. Ci scusiamo per eventuali inesatte





a cura di Agnese Bertello.




Franco Cassano

Spesso la discussione su multiculturalità e laicità è come bloccata, i nostri paradigmi sono rigidi e immaginiamo semplicemente che al crescere dell’una decresca l’altra.

Per riuscire ad affrontare la discussione su questi termini in maniera più ampia bisogna ripartire dalle radici del concetto di laicità.

Il valore della laicità è parte della cultura occidentale europea, oggetto di riflessione di numerosi autori. Per alcuni l’epoca moderna, laica, non è che il frutto della secolarizzazione di idee religiose, non ci sarebbe autonomia, bensì la trasformazione di un originario impianto religioso. Sono di questa opinione autori come Weber, Nietszche, Smith. Per altri, come Blumemberg, la modernità è invece il frutto di uno sforzo complesso di autonomia.

La parola laicità non può essere vista come equidistante da tutte le culture. Qualunque sia la sua origine, che si voglia risalire fino alla tradizione greco-romana, certamente la laicità è figlia di un certo tempo-spazio. È nata in questa cultura e tradizione, non è attributo di ogni cultura.

Se ragioniamo sui valori che la costituiscono, dobbiamo allora dire che fa parte di una cultura che si basa sulla nozione di individuo. L’individuo è qualcosa che non può essere scomposto, è autonomo e sovrano, è persona. Anche questo non è un concetto universale, anzi è un concetto che contrasta profondamente con valori presenti in altre civiltà: pensiamo per esempio alla trasmigrazione delle anime su cui si fonda la religione indù. In questo caso, si perde completamente l’idea unicità della persona, non è elemento costitutivo. Pensiamo al concetto di sovranità dell’individuo, e prendiamo un paese come il Giappone, per molti versi occidentale, se non “più occidentale” dell’occidente stesso. Ebbene in Giappone esiste una forte dimensione non individualistica ed esistono ampi spazi che non vengono risolti attraverso il diritto, ma attraverso contatti e relazioni che mediano e evitano il conflitto.

Poiché questa distanza esiste, allora quale atteggiamento dobbiamo tenere?

Questo insieme di assunti sono una ricchezza dell’umanità. Il dilemma sembra essere la scelta: relativismo o universalismo? Sono dell’idea che entrambi abbiamo effetti perversi.

L’universalismo pensa l’altro come inferiore e tenta di portarlo dalla sua parte, di convincerlo o convertirlo, tende all’esportazione di sé: l’universalismo è la forma occidentale del fondamentalismo ed è un fenomeno che ha caratterizzato certamente tutta la seconda metà del secolo scorso. Per il relativismo, invece, ogni universo simbolico è impermeabile, stabile, chiuso su se stesso e monolitico. Se l’universalismo pensa che l’unica lingua possibile sia la sua, il relativismo concede sì a ciascun universo la sua lingua, ma nello stesso tempo nega la possibilità del dialogo.

Invece, ogni universo deve guardare agli altri. Ciascun universo deve acquisire consapevolezza della sua contingenza, senso della propria finitezza e disporsi in una condizione di apprendimento. L’altro mi fa capire la molteplicità della mia stessa cultura e mi fa vedere aspetti che non ho considerato di me stesso. Amryta Sen, per esempio, si è occupato per esempio del laicismo indiano, cioè è andato a ricercare nella storia cultura del suo paese d’origine quei podromi di laicismo che poi non si sono sviluppati, che hanno preso altra forma ma che pure c’erano.

Secondo me, per esempio, il pensiero ecologico che si è così diffuso negli ultimi anni in Occidente, in qualche modo è estraneo alla nostra cultura più profonda, che ci è stato imprestato dalla cultura orientale, perché parte da presupposti olistici, non individualistici.

Dal 1989 in avanti si è diffusa velocemente una grammatica dominante che parla di libertà dell’individuo e di libertà dell’economia ma che perde di vista un altro dei capisaldi della civiltà occidentale, quello della solidarietà, della uguaglianza. Abbiamo assistito a forme varie di decostruzione della solidarietà. Per riaprire la capacità dialogica, l’apprendimento reciproco, l’Occidente deve cercare quella parte di sé che ha lasciato cadere. Dalla comunicazione può nascere l’idea di una ricomposizione. Questa è secondo me la migliore strategia per una nozione di laicità più ambiziosa, che si fonda sulla nozione di altro. Una nozione che non si definisce più come attributo di un pezzo di mondo, ma come qualcosa che circola.

 

Padre Bartolomeo Sorge

La laicità è l’unico terreno in cui è possibile incontrarsi rimanendo diversi. In questo senso devono diventare laiche le religioni e le ideologie. La laicità è l’unico termine medio. La parola laicità intesa in questo modo non si limita a una definizione del rapporto tra Stato e libertà religiosa.

Gli illuministi sostenevano che la fede dovesse stare fuori, che non interessava lo Stato perché la fede non serve a costruire la città dell’uomo. Oggi, il trattato europeo riconosce invece l’importanza sociale della coscienza religiosa. Questo che è un elemento positivo, in realtà può rivelarsi controproducente e per le Chiese e per lo Stato. L’articolo 52 della Carta Europea prevede ceh tra le Chiese e gli Stati si stabilisca un rapporto di dialogo continuo e che l’Unione Europea riconosce tutti quei trattati firmati in sede nazionale. Ma questo stesso articolo riconosce anche lo stesso diritto alle “organizzazioni filosofiche non confessionali.”

Io vedo in tutto questo un pericolo: quella della strumentalizzazione politica e quello dell’acquiescenza della Chiesa. Sta cioè cominciando a prendere piede anche da noi quello che negli Stati Uniti è il fenomeno della religione civile. Lo Stato ha tutto l’interesse a riconoscere l’utilità della Chiesa, per le finalità civili che svolge con i suoi servizi – è il caso degli orati, per esempio -, mentre l’aspetto trascendente non interessa. In Italia, recentemente, Marcello Pera, presidente del Senato, ha sostenuto in un’intervista a Repubblica che “i liberali devono dirsi cristiani”, perché “ dal messaggio evangelico nasce la nostra religione civile”. È come se si tornasse ad una cristianità medievale, anche se non così grossolana, in cui c’era una collusione tra Stato e Chiesa, collusione che provocava storture e rendeva non liberi gli uni e gli altri. Insomma, gli interessi della Chiesa e dello Stato tornano a confondersi.

In Francia invece vige il vecchio laicismo che è a sua volta così ideologico e dogmatico da essere esso stesso fondamentalista.

Un dibattito interessante è stato quello, sempre a proposito della Carta Costituzionale Europea, dell’introduzione della menzione dei valori religiosi dell’Europa. Nessuno storico può certo negare l’influsso del Cristianesimo in Europa, a prezzo di cancellare la letteratura europea, e l’architettura europea e la pittura europea. Ma se citare l’influenza del Cristianesimo nel preambolo della Costituzione – 15 righe in cui si dice come è nata l’Europa – era necessario, sono dell’idea che non avesse senso nominare il Cristianesimo nell’articolato giuridico. Da gesuita, sono dell’idea che alla fine sia meglio così, perché quanto meno si continuerà a discutere del tema.

Per concludere, sono dell’idea che nella laicità debbano e possano incontrarsi i diversi popoli: l’Europa è come un fiume fatto di mille affluenti che ne costituiscono la sua ricchezza. La laicità matura è il superamento del laicismo alla francese, che invece è dogmatico e ideologico, cioè la negazione della laicità. La storia ci obbligherà a fare questa scelta.

 

Mario Miegge

Verso la fine degli anni Sessanta feci un viaggio in Giappone, dove è iniziato il movimento studentesco, e parlando con un amico scoprii alcune cose interessanti su quel movimento. Quando c’erano le manifestazioni, le diverse sette, così le chiamava il mio conoscente, si raggruppavano, ciascuno aveva il suo elmetto, molto caratterizzato, alla fine del corteo invece si disponevano gli studenti che non apparteneva no a nessuna setta e che indossavano un elmetto bianco. I comportamenti nel corso della manifestazione erano unitari, e gli scontri durissimi, ma regolati sulla base delle arti marziali. Questo per testimoniare la complessità delle culture e per dire che il Giappone è un paese in cui, nonostante il concetto di individuo, come è stato detto, è diverso, meno pervasivo che in Occidente, la pluralità è possibile.

La nostra cultura invece è plurale? A me non sembra, mi sembra anzi che sia dominata da un pensiero unico, da una cultura unidimensionale, dominata dal linguaggio economico, da una cultura pubblicitaria – il contrario di pubblico – dominata dal privato.

Cosa può essere il multiculturalismo in una cultura che ha queste caratteristiche? Diverse cucine. Diverse religioni, che sono poi forse l’unico vero baluardo alla standardizzazione. Le differenze visibili, insomma, sono ormai solo quelle religiose.

Ma le religioni sono aperte o chiuse rispetto all’idea di pluralità? Sono comunicanti? Credo che esista una pluralità di ghetti, che prevalga la chiusura identitaria, al dialogo, allo scambio. In parte, le religioni sono poco disposte al dialogo per ragioni dottrinarie: si basano su una Verità e sono rivolte all’autoconferma identitaria. Anche se ci sono eccezioni, come per esempio Gandhi e il Dalai Lama.

Perché ci sia una pluralità comunicante, ad ogni modo, è prioritario che i soggetti abbiano interesse alla pluralità, che la pluralità stimoli ricerca. Nel quadro delle religioni monoteistiche, però, delle cosiddette religioni del libro, esistono ragioni teologiche per l’apertura verso gli altri?

E la democrazia? Qual è lo spazio che la democrazia effettivamente concede al confronto? In teoria, la democrazia consente alle divesità di comunicare in maniera conoscitiva, la democrazia è uno spazio pubblico aperto in cui il confrotno può avvenire. In realtà, però, la nostra è una democrazia ristretta, la cui unica manifestazione è quella delle elezioni attraverso cui deleghiamo un ceto a rappresentarci.

Con la gestione partecipata si è provato negli anni post Sessantotto a rendere veramente democratici gli spazi pubblici, ma i risultati non sono stati convincenti. La democrazia dunque rimane un’astrazione, anche se il ricchissimo tessuto associativo sviluppatosi in questi ultimi anni crea effettivamente degli spazi aperti.

Bisogna che ce ne siano sempre di più, che gli spazi pubblici crescano in numero e cresca il tempo che possiamo dedicare loro: questa è l’unica strada praticabile contro i fondamentalismi.

 
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