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Cittadinanza europea e immigrazione. Tre paesi a confronto.
Appuntamento del:
12 maggio 2005

Relatori:

Ali Baba Faye
forum dei migranti, dirigente Democratici di Sinistra

Ilona Fritz
presidente del Sinodo Luterano della Chiesa Protestante Olandese

Rosi Wolf-Almanaresh
ex direttore dell’Ufficio per gli Affari Multiculturali di Francoforte



I testi che potete leggere in queste pagine sono frutto della sbobinatura e di una revisione editoriale a cura della redazione.
I relatori della materia non hanno perciò direttamente rivisto il testo in questione. Ci scusiamo per eventuali inesatte





a cura di Agnese Bertello



In Italia il fenomeno migratorio è un problema recente, e il nostro paese non ha ancora scelto a quale modello rifarsi, come gestire concretamente la convivenza di culture diverse. Altri paesi europei hanno però una storia consolidata di accoglienza e integrazione: analizzare il loro percorso e le prassi concrete avviate può essere uno strumento per scegliere una strada.

Ali Baba Faye, rappresentante del Forum dei Migranti e dirigente dei DS

In Italia il primo provvedimento legislativo che si occupa di immigrazione risale soltanto al 1986. A firmare questo primo provvedimento è il ministro Donat Cattin. L’Italia comincia ad avere bisogno di manodopera straniera per quei lavori che nessun italiano vuole più fare e con quel provvedimento si autorizzava il ricorso alla manodopera straniera; la legge è accompagnata da una sanatoria che riguarderà circa 180.000 persone.

Nel 1989 un fatto di cronaca – un ragazzo africano, rifugiato politico, che svolgeva lavori agricoli al sud viene ucciso – occupa le pagine di tutti i giornali e in qualche modo comincia a far diventare l’immigrazione un tema di dibattito pubblico. A seguito di questo fatto circa 150.000 persone scendono in piazza conro il razzismo. Il governo capisce di doversi dotare di una legge più compiuta. Nel 1990 è Martelli a proporre una legge organica, con norme sull’asilo politico. I flussi migratori verso l’Italia intanto continuano a crescere e si arriva alla legge del 1990, firmata da Martelli, appunto, con una seconda sanatoria che ha un effetto richiamo su molti immigrati residenti all’estero o ancora nei paesi d’origine.

La legge successiva è quella del 1998, la Turco-Napolitano, seguita dalla Bossi-Fini.

Quello che appare chiaro, ripercorrendo un po’ il panorama legislativo italiano, è che nonostante le intenzioni, la classe dirigente italiana non ha ancora deciso come gestire l’immigrazione: si è occupata solo di esplusioni, di quote d’ingresso, tralasciando completamente il tema complesso della convivenza sul territorio di comunità così diverse. L’Italia continua a legiferare soltanto di fronte all’emergenza, senza scegliere tra i due modelli più classici e storicamente definiti: quello francese e quello inglese.

Secondo gli ultimi dati, ci sono però ufficialmente 3.000.000 di immigrati – il nostro paese raggiunge così una percentuale vicina alla media europea del 5% -, 156 sono le nazionalità presenti; gli immigrati contribuiscono per il 5,1% al PIL, il 5,2% delle nuove imprese è creato da immigrati… Non si può pensare di lasciare fare al volontariato. Non si può continuare a vivere questa schizofrenia per cui da una parte c’è un bisogno fortissimo di immigrazione, di braccia e di bambini, mentre dall’altra, per esempio, gli immigrati che lavorano non riescono comunque a trovare casa, ci vogliono decenni per avere la cittadinanza e il riconoscimento di rifugiato.

Neanche la legislazione europea viene in aiuto degli immigrati: secondo le norme europee è cittadino europeo colui che ha la cittadinanza di uno dei paesi membri, ma ci sono 11.000.000 di persone in Europa che non godono di questo privilegio. La cittadinanza europea è quindi per ora soltanto un derivato, non un diritto in sé. Su questo aspetto è necessario che si avvii una riflessione seria, che arrivi a definire quanto meno la possibilità di una cittadinanza europea di residenza.

 

Ilona Fritz, presidente del Sinodo Luterano della Chiesa Protestante Olandese

Vivo nella zona sud-orientale di Amsterdam, dove il 70% della popolazione è di colore. Io stessa sono una straniera, essendo tedesca.

La morte di Theo Van Gogh ha dato vita a una riflessione sulla situazione dell’integrazione nei Paesi Bassi. Tolleranza, libertà e democrazia sono elementi fondanti, storicamente fondanti, l’identità dei Paesi Bassi.

Come tutti sanno, questa nazione è costruita su zone di delta, del Reno e Mas. Nel XIII secolo cominciano a sorgere città lungo questi corsi d’acqua. Si tratta di comunità dedite soprattutto al commercio, in cui abitava una società piuttosto eterogenea e che capì fin da subito la necessità di trovare accordi per sopravvivere: insieme si arginavano le acque. Sapevano, gli abitanti di quelle città, che le guerre avrebbero reso impossibile i commerci e le città non sarebbero sopravvissute. Ogni città aveva il suo sovrano. Le controversie si risolvevano pacificamente per non mettere a repentaglio il comercio: è per questo che non sono mai state condotte guerre gli uni contro gli altri. Per sopravvivere si è così sviluppata l’arte della mediazione, dell’eliminazione dei contrasti. Il modello è quello dei polder. L’idea della mediazione, della necessità di convincere l’altro con argomentazioni è profondamente radicato nella cultura dei Paesi Bassi. È lo stesso Erasmo da Rotterdam a predicarla, il fondatore della dialettica: la base per costruire la tolleranza è la libertà di coscienza e il rispetto reciproco dell’altrui pensiero.

Le diverse confessioni religiose erano tollerate all’inizio anche se non potevano manifestare apertamente. Le comunità cattoliche in un primo tempo furono vietate, ma i cattolici rimasti nei Paesi Bassi avevano le loro chiese nascoste, chiese di cui tutti conoscevano l’esistenza, tollerandole. È così che i Paesi Bassi sono riusciti a resistere alle tensioni.

Nella storia contemporanea ci sono stati diversi flussi migratori importanti nei Paesi Bassi, prima dalle vecchie colonie - Indonesia, Marocco, Antille - e poi anche dai paesi europei, tra cui l’Italia.

Negli anni Ottanta in Olanda si sviluppa un forte impegno contro l’apartheid, si sviluppa una forte consapevolezza della storia coloniale ed anche queste riflessioni sono una molla per elaborare una politica d’integrazione. Gli Olandesi si sono mossi all’insegna del motto “chi non conosce non ama”, ed hanno quindi cercato di emancipare e far partecipare gli immigrati alla vita pubblica.

La situazione è rimasta comunque difficile. Solo una piccola élite, ad oggi, è stata soggetto di un vero cambio di status sociale. Discriminazione ed emarginazione esistono. Le colpe sono della politica che si è limitata a sovvenzionare e l’integrazione non è riuscita. Un sondaggio tra gli immigrati rivelava che la loro percezione è di essere integrati ma non accettati. .

Adesso ci vuole una politica che eviti ghettizzazione, che eviti il crearsi di due livelli di retribuzione, di due classi nettamente distinti; in questo devono impegnarsi direttamente degli imprenditori. Nei Paesi Bassi è obbligatorio studiare la lingua, fondamentale per qualunque processo di integrazione. Il velo, invece, a differenza di quanto accaduto in Francia e in Germania non è vissuto come un problema.

Un problema sentito, invece, per le comunità marocchine e turche, è quello degli imam: gli imam delle moschee arrivano direttamente dal Marocco o dalla Turchia e non sanno nulla dei Paesi Bassi, delle nostre leggi, della nostra cultura: per questo vogliamo istituire corsi di formazione sui Paesi Bassi per gli imam.

I confini, però, non verranno chiusi: anche noi abbiamo bisogno di nuova linfa.

Sono convinta che i problemi legati all’immigrazione sempre più debbano essere risolti a livello europeo o globale.

Rosi Wolf-Almanaresh, direttore dal 1989 al 2002 dell’Ufficio per gli Affari Multiculturali di Francoforte

Negli anni Sessanta ho sposato un palestinese. Adesso sono sposata con un portoghese. Mi confronto con la migrazione da sempre e da sempre mi interrogo su cosa succede quando persone con valori diversi convivono.

In Germania ho fondato un’organizzazione che si occupa delle donne che sposano stranieri, perché per la nostra legge se il marito non può rimanere sul territorio tedesco, la donna doveva seguirlo, perdendo la cittadinanza.

In Germania vivono 8.000.000 di persone con un passaporto estero: turchi (26%), poi italiani e persone provenienti dai paesi dell’ex jugoslavia. 35.000 sono i matrimoni binazionali e molti sono i matrimoni fra stranieri. Dal 1945 si è fatto un lavoro di integrazione eccezionale e gli immigrati sono stati protagonisti del boom economico tedesco.

Il concetto di integrazione era diverso, più vicino a quello di assimilazione.

Oggi abbiamo 20.000 persone naturalizzate, soprattutto turchi, mentre sono pochi gli europei che prendono la cittadinanza. 100.000 sono i figli di immigrati, ma adesso che la legge è cambiata, moti vengono registrati direttamente come cittadini tedeschi. Si considera che ci siano sul territorio tedesco tra 500.000 e 1.000.000 di clandestini. Anche da noi, recentemente, gli immigrati che entrano nel territorio sono soprattutto badanti e colf.

Dobbiamo ragionare a partire dal fatto che l’immigrazione è un fenomeno che è sempre esistito e non si può modificare, un fenomeno che esiste ovunque e che non si fermerà. Le sanatorie servono per questo e per questo è necessario che ci siano. Dal 1963 l’immigrazione è stata costante, anche se controllata. Inizialmente, si pensava che queste persone sarebbero tornate nei loro paesi d’origine, ma questo non è successo e anzi si sono avviate molte pratiche di ricongiungimento famigliare. Più recentemente la Germania ha cominciato ad avere bisogno di tecnici esperti nel settore informatico, di personale qualificato, e li si è cercati all’estero. La legge per gli studenti stranieri era una legge in difesa: si consentiva di venire, ma terminati gli studi, gli studenti dovevano tornare nei loro paesi d’origine, con la conseguenza che poi ci si trovava costretti a richiamare altri professionisti…

A Francoforte, dove vivo, ci sono 30.000 stranieri, e in alcuni quartieri il 90% dei bambini è straniero. Abbiamo avviato una politica concreta e quotidiana di integrazione e mediazione. Si tratta magari anche di azioni molto limitate, come convincere un condomini di uno stabile ad accettare una famiglia pachistana o indiana, ma i risultati di questa politica molto aperta si vedono e sono convinta che se un comune si impegna può riuscire a promuovere l’integrazione.

Voglio farvi un esempio concreto. Abbiamo deciso di fondarne un cimitero per i musulmani; dell’operazione si è occupato l’ufficio per le politiche multuculturali che dirigo. Abbiamo cominciato con una serie di riunioni in cui abbiamo chiesto direttamente ai musulmani, 35 rappresentanti di diverse comunità, che cosa volessero. All’inizio, si è discusso, anche abbastanza a lungo, su chi poteva sedere al tavolo delle trattative e chi no, ma poi la discussione ha preso piede e abbiamo cominciato a parlare di cosa fare per il cimitero. Si è individuata una zona adatta e infine abbiamo fatto un corso ai dipendenti pubblici perché capissero le esigenze dei musulmani. Tutto ciò ha richiesto un anno di lavoro. Oggi però abbiamo un bellissimo cimitero, aperto a tutte le comunità musulmane e soprattutto abbiamo istituito una prassi, quella del confronto, che va avanti anche su altri temi.

Anche noi avvertiamo come un problema quello degli imam, e della cultura retrograda di cui si fanno portatori; per questo, stiamo pensando di istituire dei corsi presso le nostre facoltà.

Le domande che ci pone oggi sono queste: quanti ne possiamo accogliere? Come regolare i flussi stagionali? I musulmani – 4.500.000 persone – possono essere integrati? Possono cioè effettivamente partecipare alla vita sociale del paese? Devono essere costruite nuove moschee? Dobbiamo predisporre dei corsi sul multiculturalismo per i dipendenti pubblici? Dobbiamo modificare i programmi scolastici? E in che direzione?

Poiché sappiamo che l’immigrazione non è un fenomeno transitorio, dobbiamo imparare a gestire tutto questo per non arrivare a conflitti. Nei momenti di crisi, si torna a tirare in ballo le minoranze, ma solo lavorando sull’integrazione reale possiamo evitare che ciò accada.

L’immigrazione è una problematica che riguarda un po’ tutti gli ambiti del sociale: la sanità, il lavoro, il sociale, la cultura e l’intercultura. Le misure di integrazione vengono adottate nel nostro interesse, nell’interesse di tutta la cittadinanza, non solo nell’interesse delle comunità di immigrati; la politica non può non tenere conto dei timori della popolazione autoctona e deve operare per un processo lungo, complesso, singolo.

 
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