Associazione
Casa della Cultura

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La cultura a Milano nel secondo dopoguerra.




di Ferruccio Capelli.

Sommario:
La rinascita culturale di Milano - Vittorini e Banfi: una comunanza di intenti - L'apertura europea e cosmopolita - Il contrasto tra gli intellettuali milanesi e il Partito comunista italiano - Le ragioni dello scontro - La separazione dal Pci.


La rinascita culturale di Milano

Milano dopo la Liberazione è un centro culturale a cui guarda tutto il paese. Il panorama dell'attività culturale è quanto mai suggestivo, segnato dalla fioritura di mille iniziative e da un fervore appassionato, che favorisce intrecci e correlazioni fra le varie esperienze.

Si pubblicano numerose riviste. La più nota e significativa è indubbiamente "Il Politecnico" di Elio Vittorini, ma vi sono anche le riviste di area azionista, lo "Stato moderno" e i "Nuovi Quaderni di Giustizia e Libertà", che danno voce rispettivamente alla destra e alla sinistra del partito, e la "Rassegna d'Italia", rivista di lettere e arti diretta da Francesco Flora, in cui si esprime la cultura laico-liberale legata al pensiero crociano.

Nel campo della ricerca fìlosofìca, Milano diventa punto di riferimento per un orientamento di rottura con l'idealismo dominante in Italia, grazie soprattutto alla scuola che si è formata attorno ad Antonio Banfi e alla sua rivista, "Studi filosofici", edita dal 1940 a1 1944, interrotta dalla censura fascista e ripubblicata dal 1946. Intorno a Banfì ruotano giovani studiosi di valore, come Enzo Paci, Giulio Preti, Remo Cantoni, Giovanni Maria Bertin, Luciano Anceschi, Dino Formaggio e altri ancora. Nell'insieme, un gruppo di intellettuali dai molteplici interessi, che negli anni del conflitto e del dopoguerra polarizza attorno a sé larga parte della vita intellettuale cittadina.

Anche la ricerca estetica e la vita artistica sono particolarmente brillanti. Grazie soprattutto al sodalizio culturale e artistico formatosi attorno a "Corrente", la rivista fondata nel 1938 da Ernesto Treccani, Milano si trova ripetutamente ad essere epicentro dell'urto fra le correnti realiste e le correnti astratte. Occorre infine almeno un cenno a un'iniziativa destinata a segnare profondamente l'attività teatrale italiana: la fondazione, per iniziativa di Paolo Grassi e Giorgio Strehler, del Piccolo Teatro. Lo stesso "Corriere della Sera" partecipa al nuovo clima. Il Comitato di liberazione nazionale, infatti, affidandone la direzione a Mario Borsa, vi imprime una svolta profonda che permette al giornale per un anno intero, fino alla sostituzione del direttore, di esprimersi in un "limpido linguaggio antifascista".


Vittorini e Banfi: una comunanza di intenti


Ciò che più sorprende, al di là del numero e della qualità delle iniziative culturali, è quella comunanza di intenti e di orientamenti che delinea nel panorama nazionale un messaggio milanese assai ben caratterizzato.
La prima pagina del primo numero del "Politecnico", datato 29 settembre 1945, riesce a sintetizzare con esemplare efficacia e chiarezza cosa scuote la coscienza degli uomini di cultura milanesi. In alto, a destra, è riprodotta la fotografia di un caduto senza nome, che detta a un compagno, chino su di lui con un block notes in mano, le sue ultime volontà. Sotto la foto leggiamo la seguente didascalia: "I caduti per la libertà di tutto il mondo ci hanno dettato quello che scriviamo". A sinistra, ben in evidenza, l'editoriale del direttore con un titolo inequivocabile: Una nuova cultura. Il sottotitolo precisa: "Non più una cultura che consoli nella sofferenza, ma una cultura che protegga dalla sofferenza, che la combatta e la elimini". In una fotografia e in poche parole è contenuto il programma di tutta una stagione, di una cultura che parla come testimone degli orrori della guerra e come interprete delle speranze della Resistenza.

Nella proposta culturale milanese del dopoguerra emergono anche altri tratti distintivi e unificanti, che si possono ben sintetizzare mettendo a fuoco le personalità e le opere di Elio Vittorini e Antonio Banfi, i due intellettuali di riferimento della Milano degli anni Quaranta, oltre che due straordinarie figure di organizzatori culturali.

Vittorini e Banfi sono due uomini diversissimi per formazione e per temperamento. Eppure per un certo periodo le loro strade s'incrociano. Partecipano entrambi alla Resistenza e quell'esperienza rappresenta uno snodo decisivo anche della loro elaborazione e della loro produzione culturale. Subito dopo la Liberazione si gettano con passione nell'impegno politico e culturale. Partecipano assieme al comitato promotore del Fronte della cultura e poi, dal marzo 1946, entrambi entrano nel comitato direttivo della Casa della cultura. Mentre Vittorini concentra tutte le sue energie sulla rivista "Il Politecnico", Banfi si fa animatore della Casa della cultura, sulla cui attività lascia un'impronta inconfondibile. Fra "Il Politecnico" e la Casa della cultura c'è un evidente intreccio organizzativo e problematico, al punto che si potrà parlare della "prima" Casa della cultura come del "Politecnico" parlato. Banfi non entra nella redazione operativa de "Il Politecnico", anche se molti documenti attestano la sua partecipazione alla costruzione del progetto editoriale. Comunque, collabora attivamente al giornale di Vittorini, e i suoi allievi, Primo Cantoni e soprattutto Giulio Preti, danno un contributo decisivo alla parte filosofica della rivista. Una significativa nota redazionale apparsa sul numero ventisette de "Il Politecnico" saluta la ripresa delle pubblicazioni di "Studi filosofici" con le seguenti parole:

"Un umanesimo radicale e completo è ciò che vuole Studi filosofici, è ciò che vuole Il Politecnico. E il riaccostamento non è casuale: Banfi ed alcuni redattori della rivista filosofica ancora durante il dominio nazifascista hanno lavorato con E. Curiel e con Vittorini ad elaborare i concetti ispiratori del Politecnico di cui ora sono collaboratori; Studi filosofici si propone, su di un piano diverso con mezzi diversi, di combattere la stessa battaglia".

Sono quindi gli stessi protagonisti a indicare il filo comune della loro ricerca. In effetti, il motivo ispiratore della battaglia politica e culturale di Vittorini è indubbiamente un umanitarismo universalistico, animato da un'appassionata tensione morale. Banfi, dal canto suo, dopo aver sviluppato negli anni Trenta il suo razionalismo critico, aperto sia al recupero delle filosofie della crisi sia alla tradizione copernico-galileiana, aderisce al marxismo durante la Resistenza ed elabora un marxismo non dogmatico, aperto a una dimensione europea, attento alla verifica critica, approdando a un umanesimo razionalistico pratico, a forte impronta illuministica. Ritroviamo in entrambe le esperienze un ideale d'impegno pratico della cultura. Per Banfì, il modello da proporre è l'operosa fattività dell'uomo copernicano, di cui Galileo Galilei è l'emblema storico. Per Vittorini, invece, il riferimento è all'"ideale pratico che aveva la cultura di Cattaneo". In entrambi l'orizzonte di ricerca è aperto, europeo, cosmopolita. Prima della guerra, Vittorini diventa protagonista di una pagina importante di storia letteraria, la "scoperta" della letteratura americana e la costruzione del mito letterario dell'America. Banfi, come direttore editoriale alla Bompiani e poi con "Studi filosofici", costruisce un ponte con la più moderna e inquieta ricerca filosofica europea, ben lontano dallo storicismo neoidealista allora dominante nel paese, con un'attenzione protesa verso la fenomenologia, l'esistenzialismo, il pragmatismo e il neopositivismo.

Dopo la Liberazione, alla Casa della cultura arrivano in rapida successione Paul Eluard e Jean-Paul Sartre; vi si promuove il primo congresso internazionale di filosofia marxista con la presenza di Lukács, Lefebvre e Fischer; si organizzano mostre di Modigliani e di Picasso. "Il Politecnico", dal canto suo, si avvale di prestigiose firme internazionali e stabilisce anche uno scambio organico con la rivista di Sartre, "Les temps modernes". Ogni pagina de "I1 Politecnico" trasmette una tensione appassionata, senza pregiudizi, alla conoscenza dell'Europa, dell'America, di tutta la realtà mondiale.

L'attenzione per l'attività scientifica, in contrasto profondo con l'orientamento umanista ancora prevalente nella cultura italiana, è un altro evidente punto di contatto. Per Banfi, Galileo Galilei, il filosofo della scienza e della tecnica, è la guida di ogni umanesimo moderno, di un pensiero immune da ogni astrattezza e retorica. Nei contributi filosofici a "Il Politecnico" si sollecita un'intima connessione di scienza, cultura e politica. Giulio Preti arriva a proporre, quale base per costruire una cultura democratica e scientifica, il progetto Marx più Dewey.

Sullo sfondo si intravede con chiarezza la grande questione del confronto con la moderna società industriale e con le sue tecniche. Al V Congresso del Pci, in polemica con l'insigne latinista Concetto Marchesi, Banfi delinea una scuola per formare "l'uomo moderno, non semplicemente l'uomo, l'uomo di tutti i tempi" perché "noi sappiamo che cos'è l'uomo moderno ma non sappiamo che cosa sia l'uomo di tutti i tempi". Il confronto con la modernità e con la cultura urbana traspare anche da ogni pagina de "Il Politecnico". Ce ne parla la stessa impaginazione, curata con straordinaria efficacia da Albe Steiner, animata da un uso raffinato della gabbia grafica e del colore, usati per suggerire percorsi di lettura. Scrittura e immagine sono fra loro integrate, fino ad arrivare a quelle lunghe sequenze fotografiche, intercalate da didascalie, che si pongono dinanzi al lettore come piccole pellicole cinematografiche. Inoltre c'è un'insistente e sistematica valorizzazione del cinema, dei manifesti, della pittura murale, dei fumetti, degli stessi cartoni animati. Il tutto trasmette la consapevolezza che bisogna fare i conti con una società di massa e con le nuove tecniche di produzione culturale.


L'apertura europea e cosmopolita

È evidente che nell'attività di Banfi e Vittorini, nel pensiero e nelle proposte dei gruppi intellettuali raccolti attorno a loro, si ripropongono, in nuovo ambito storico e problematico, alcuni dei valori guida, sedimentati più a fondo, della cultura milanese e lombarda, della stessa vita civile e morale di Milano. Vi ritroviamo la vocazione di Milano ad essere tramite naturale fra l'Italia e l'Europa, a promuovere l'allineamento della realtà nazionale a quella dei paesi più sviluppati d'Occidente. Vi avvertiamo anche tutta quella tensione ideale, fatta di concretezza e impegno etico, di realismo e moralità civile, che dà il segno più profondo alla cultura lombarda, da Verri e Beccaria a Parini, da Manzoni e "Il Conciliatore" a Cattaneo, fino alla "Critica sociale" di Filippo Turati, dove il socialismo nascente si pone come continuazione dell'illuminismo settecentesco. Vi rintracciamo anche quell'ansia di modernità e quell'attenzione alla cultura di massa cui naturalmente tende una città come Milano, dove ha mosso i primi passi, e si è via via consolidata e sviluppata in largo anticipo sul resto del paese, la prima industria culturale ed editoriale moderna.

Dopo la guerra, per effetto dell'onda d'urto della Resistenza e sotto la pressione dei drammatici bisogni di ricostruzione del paese, queste energie culturali e i valori ad esse sottesi si ripropongono per partecipare a una concreta, fattiva azione di rinnovamento del paese. Ne deriva un messaggio impegnativo per le forze antifasciste, soprattutto per quelle di sinistra, le interpreti più naturali delle speranze suscitate dalla Resistenza. Si chiede fattività e concretezza, apertura europea e cosmopolita, un pensiero critico capace di confrontarsi con lo sviluppo tecnico e scientifico, con la modernità: una sfida difficile, ma anche un'occasione straordinaria per le forze più avanzate dell'antifascismo.


Il contrasto tra gli intellettuali milanesi e il Partito comunista italiano


Molti fra questi intellettuali gravitavano allora, per militanza diretta o per fattiva e intima collaborazione, nell'area del Partito comunista italiano. Il loro contributo, originale e potenzialmente assai fecondo, fu però emarginato e dissolto. "Il Politecnico" e "Studi filosofici", i due organi più rappresentativi di questa temperie culturale, chiudono sulla scia di diatribe e polemiche aspre con la direzione del Pci.

La miccia contro "Il Politecnico" è accesa, nell'estate del 1946, da una nota di Alicata su "Rinascita" contro la "corrente Politecnico" e il suo "presupposto illuministico". Ne segue un polemico scambio di lettere tra Togliatti e Vittorini che suscitò all'epoca grande clamore. Oggetto della discussione è il rapporto politica-cultura, ma ciò che si capisce, al di là del tono paludato e deferente degli interlocutori, è che Togliatti mette in discussione la "cultura enciclopedica" de "Il Politecnico" dove sarebbe prevalsa "una ricerca astratta del nuovo" che può portare "a compiere o avallare sbagli fondamentali di indirizzo ideologico". La famosa lettera di Togliatti produce come effetto indiretto la delegittimazione del giornale e di tutta la sua esperienza.

"Studi filosofici" subisce nel 1948 una reprimenda per una recensione critica di Primo Cantoni a un libro del comunista francese Jean Canapa, che liquidava con superficialità e toni sprezzanti la filosofia esistenzialistica. In sede di partito lo stesso vicesegretario nazionale Luigi Longo redarguisce severamente la rivista. È il segno di un contrasto che porterà rapidamente alla chiusura della rivista e alla dispersione dei suoi redattori.

Sono due episodi rivelatori di strade che ormai si stanno divaricando, di una tensione che innesca una scia profonda di incomprensioni e di lacerazioni. A sinistra si scava un solco. Un'intera generazione di intellettuali milanesi si allontana dall'impegno politico. Vittorini e Fortini entrano in aperta rottura con i comunisti. La scuola di Banfi si disperde e ognuno imbocca una personale strada di ricerca. Cantoni, per non dare adito a strumentalizzazioni, attende un anno prima di lasciare il partito. Banfi mantiene ruoli e incarichi; dal 1948 è senatore e viene riconfermato nel 1953, ma si impone una lunga autocensura teorica, un silenzio ininterrotto fino al 1956.

Le ragioni dello scontro

Pesano innanzitutto nell'innescare un processo cosi gravido di conseguenze incomprensioni profonde e difficoltà autentiche a recepire gli stimoli culturali provenienti dalla città lombarda. Milano ha sempre mantenuto le distanze dallo storicismo neoidealista e dalla sua dichiarazione di subalternità del sapere scientifico. In lunghi anni di dominanza del neoidealismo si è costruita, tra Milano e altri centri culturali, una differenza di linguaggio che grava come un macigno nella discussione. Nei verbali della Commissione culturale nazionale del Pci sono presenti espressioni che riducono "quanto è ancora vivo nella cultura di Milano a ciò che c'è di buono nelle correnti del positivismo". O ancora: "un relitto del più grossolano positivismo lombardo". Non si comprendono i contenuti della ricerca culturale e filosofica milanese, ormai assai lontana dal positivismo, dalla sua serenità e passività etica, dalla sua ingenua e grossolana fiducia in un destino progressivo, immersa in una riflessione a dimensione europea sulle nuove implicazioni della scienza, sulla condizione di crisi dell'uomo nella società moderna. Il confronto è con la parte più avanzata, inquieta, problematica della ricerca culturale e filosofica europea. L'equivoco interpretativo è davvero di fondo.

Al di là dei fraintendimenti si può constatare che nel primo periodo dopo la Resistenza, mentre l'entusiasmo e la speranza sono ancora grandi, i comunisti possono ancora accettare la convivenza di scuole e di impostazioni divergenti nella ricerca teorica e nell'orientamento culturale. Quando invece il clima complessivo s'inasprisce e si delinea l'aspra contesa della guerra fredda, il Pci sceglie di imboccare la strada della compattezza ideologica. È in quel passaggio che il Pci decide di respingere le sollecitazioni culturali provenienti dal mondo milanese.

Rossana Rossanda, allora giovanissima allieva e collaboratrice di Banfi, poi per anni segretaria della Casa della cultura, in occasione di un primo bilancio della politica culturale del Pci, a un anno dalla morte di Togliatti, ebbe modo di scrivere con lucidità: "È Togliatti che respinge allora come piattaforma l'aggiornamento e il legame con la cultura democratica europea, americana e internazionale [...]. Quel che fu determinante per respingerla fu la sua estraneità a quella che era stata la linea di sviluppo della cultura italiana come "cultura nazionale", l'apparire come un corpo estraneo che aveva formato o sedotto solo alcuni gruppi intellettuali del Nord [...]. La tradizione il partito la indicava in quel fìlone storicista che da De Sanctis a Labriola aveva sbozzato in Italia un coerente tentativo di sviluppo della sinistra hegeliana".

Insomma, Togliatti sceglie di inserire il Pci nella tradizione culturale italiana, facendosi interprete e interlocutore autorevolissimo degli sviluppi progressivi della cultura storicista e neoidealista che aveva dominato il panorama nazionale per molti decenni. Con questa opzione di fondo, che compromette e spiazza la spinta del Nord a focalizzare i nessi tra sviluppo nazionale e sviluppo della cultura europea, riesce a inserire saldamente il Pci nell'alveo culturale nazionale.

Ma, a ben guardare, Togliatti ottiene un altro risultato: delinea per il Pci un profilo culturale che può assorbire senza traumi eccessivi i processi involutivi del movimento comunista internazionale. È indubbio, infatti, che la scelta storicista ha in sé la capacità di giustificare tutti i processi della storia. In quella visione anche lo stalinismo, i suoi arbitri, le sue degenerazioni, possono trovare una motivazione storica che li sorregga. In quell'ambito, anche Zdanov e i fatti di Praga diventano articolazioni del necessario, o per lo meno comprensibile, processo storico. L'opzione razionalista, invece, rifugge radicalmente da questa visione teleologica, edificante, della storia. Valuta ogni fatto criticamente, per se stesso, nelle sue ragioni, nei suoi sviluppi e nelle sue conseguenze: il cosmopolitismo, Veclettismo, sono strumenti potenti di sollecitazione critica, di visione aperta, irriducibile dentro rigide gabbie ideologiche.

La separazione dal Pci.

La questione che aleggia in tutta la discussione è la torsione stalinista del comunismo. Sullo sfondo s'intravede il problema etico e politico della libertà. Anticipando di un decennio le drammatiche discussioni del 1956, gli intellettuali milanesi chiedono una scelta di fondo per la libertà. È pur vero che il filone culturale cui il Pci va ancorandosi - la famosa catena del pensiero progressivo italiano:

De Sanctis, Labriola, Croce, Gramsci - riesce a funzionare da antidoto al peggiore stalinismo e zdanovismo e permette, grazie soprattutto all'impatto del pensiero di Gramsci, di scovare gli anticorpi per reagire. Ma assai più profonda è l'incompatibilità tra la cultura laico-illuminista e lo stalinismo.

Ci aiuta a capire un articolo di Banfi, Moralismo e moralità. Scritto in tutt'altro contesto politico, si basa su una distinzione rigorosa e appassionata fra il finto moralismo, ridondante di retorica, e la moralità conseguente di chi si muove in intima coerenza con i propri principi e valori. Quell'articolo contiene una lezione umana morale che ritorna di drammatica attualità dinanzi allo stalinismo. Al moralismo staliniano, sovraccarico di retorica, infarcito di doppie verità, basato sulla doppia morale, si contrappone inesorabilmente la moralità intransigente e laica di chi vuole indagare e capire i fatti con sguardo critico, con tensione di verità per ricercare la coerenza tra le proprie scelte e î propri valori.

In questo scenario drammatico, che investe non solo la politica e la cultura, ma la sfera intima della morale, maturano le diverse risposte personali. Vittorini imbocca la strada della separazione dal Pci e dal movimento operaio. Banfi, prima di scegliere il silenzio, sfodera un'arma a doppio taglio, la riedizione nel 1949 della sua biografia di Galileo e poi nel 1950 la pubblicazione dei suoi ultimi scritti raccolti nel volume L'uomo copernicano. La riproposizione della vicenda del grande italiano perseguitato dalla Chiesa è palesemente rivolta contro le incombenti minacce del nuovo clericalismo italiano, ma anche contro l'invadenza del potere politico nell'URSS staliniana.

È l'ultimo atto di quella battaglia politica e culturale. Le posizioni di questi intellettuali milanesi, che peraltro nel vivo dello scontro non cercano e non costruiscono neppure un reale collegamento operativo fra di loro, sono alla fine isolate e sconfitte.

 
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