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di Cesare Musatti.
Nelle parole di uno dei suoi più grandi protagonisti, il contesto sociale e politico che ha visto, alla Liberazione, la nascita della Casa della Cultura e delle nuove istituzioni culturali; il clima rivoluzionario degli anni immediatamente successivi al fascismo, quando la gente aveva sete di sapere e si presentava sulla soglia della Casa della Cultura, curiosa e ingorda, pronta ad ascoltare e dibattere qualunque tema.
Negli anni immediatamente successivi alla fine della seconda guerra, ed al ritorno dell'Italia alla libertà ed alla democrazia, rivolgimenti profondi si sono verificati nei più diversi campi della vita nazionale.
Della entità di tali rivolgimenti può rendersi conto più agevolmente chi sia vissuto tanto a lungo, da aver passato la prima giovinezza agli albori di questo secolo, ed abbia quindi assistito a tutte le successive trasformazioni avvenute nel nostro paese.
Ciò vale ovviamente per ogni aspetto della vita collettiva. Ma qui si vuole prendere in considerazione specifìcamente la vita culturale.
Agli inizi del secolo, questa, pur producendo personalità isolate di grande spicco e movimenti che tentavano di vivificarla con lo stabilire contatti e canali di comunicazione con quanto si svolgeva in altri paesi, conservava un carattere in certo modo provinciale.
Con la guerra '15-18 poi, molti di quei canali furono interrotti od ostacolati, per una specie di nazionalismo culturale. Non dovevamo essere debitori di alcuno.
Un atteggiamento di questo genere non poteva che accentuarsi col successivo avvento del fascismo. Questo predicava una sorta di magnifico isolamento. Furono applicate anche alla cultura i principi dell'autarchia, senza che ci si rendesse conto che in tale campo (come in altri del resto), ciò conduceva ad un inaridimento di ogni sviluppo. Stavamo diventando un paese sottosviluppato: che viveva soltanto di glorie passate e di ricordi.
E' necessario tener conto di ciò per comprendere la sete di informazioni e di contatti spirituali, manifestatisi non appena si ebbe il crollo del nazifascismo e la fine delle difficoltà determinate dal lungo periodo di isolamento.
Fu qualche cosa di tumultuoso. Di disordinato anche, e di affannoso: dove si mescolarono interessi reali, nostalgie per il tempo perduto, curiosità talora anche ingenue di giovani innamoratisi d'improvviso di cose subitamente scoperte, richiami a movimenti letterari, scientifici e filosofici, che si ritenevano definitivamente scomparsi in quanto sopraffatti da altri interessi.
La rivoluzione, attuata dai nostri partigiani sui monti della patria, veniva in certo modo proseguita in altre sfere: compresa quella della conquista della cultura.
E non c'era frattura fra le due cose. Gli stessi "Convitti della rinascita", per partigiani e reduci, istituiti per dar modo alla gioventù che aveva conquistato la libertà al paese di raggiungere una posizione professionale ed insieme culturale, hanno costituito in certo modo un simbolo di quanto unì allora la lotta per la libertà con quella per lo sviluppo della cultura.
Per quanto riguarda specificamente ciò a cui col termine generico di cultura ci si riferisce, molte iniziative sorsero in tutto il paese: circoli, centri, istituti e scuole.
Qua e là furono fondate anche quelle che sono state chiamate "Case della cultura".
Questa espressione ci è giunta dall'Unione sovietica: dove esistevano da tempo Case dell'amicizia, Case dei pionieri, Case della cultura ecc.
Ed al modello di quelle là esistenti si ispirarono appunto le Case della cultura fondate da noi dopo la Liberazione. Ciò avveniva nell'atmosfera rivoluzionaria in cui il paese viveva: atmosfera che era ancora immune dalle polemiche nate successivamente nella valutazione della realtà sociale sovietica.
La cultura in quegli anni aveva sapore rivoluzionario, e la denominazione "Casa della cultura" sembrava appropriata.
Soprattutto a Roma ed a Milano prosperarono tali istituzioni.
La Casa della cultura di Milano resistette più a lungo, anche quando si affievolì il ricordo della origine della sua denominazione.
Chi ha partecipato ai quarant'anni della sua vita ben può testimoniare che essa, anche nei tempi di faida politica, è rimasta coerente con quello che il termine cultura rappresenta. Pur con tutte le molteplici e talora anche contrastanti sfaccettature, la cultura ha sempre un carattere di universalità: che esclude ciò che è fazioso e dogmatico. Essa non può che essere aperta ad ogni corrente di pensiero, per la fede nella libertà del pensiero stesso.
Ho partecipato a tutti questi quarant'anni di vita della nostra Casa della cultura, ed ho vivo il ricordo delle varie fasi attraverso le quali essa è passata. A cominciare dalla sua fondazione, nell'euforia della riconquistata libertà del pensiero. In via Filodrammatici al n. 5.
Era stata la sede di una qualche istituzione fascista, e venne conquistata dai partigiani e gappisti.
Funzionavano un comitato provvisorio ed una segreteria.
In parte le riunioni (conferenze, dibattiti, comitati organizzatori di altre iniziative autonome ecc.) erano predisposte dalla segreteria, senza però che venissero distribuiti inviti o manifesti, dato che si lavorava per così dire artigianalmente.
La gente interessata si riuniva la sera in questi locali, che erano stati conquistati, si può dire, manu militari. E si chiedeva: "che cosa c'è questa sera?" Erano disponibili tre sale: in ognuna di esse c'era una riunione differente. E il pubblico accorso sceglieva al momento dove recarsi. Passava anche talora da una sala all'altra, quando l'argomento e gli oratori non corrispondevano alle personali aspettative.
E' difficile per la gente d'oggi rendersi conto di un simile comportamento: che va inquadrato nel clima della Liberazione.
La situazione della Casa della cultura (quella di Milano, ma anche le altre) non costituisce un fatto isolato, ovviamente.
Le sezioni dei partiti di massa, come pure vari circoli, compresi quelli parrocchiali, divennero allora, al di là delle specifiche attività politiche o religiose, centri di vita culturale. Avevano caratteri particolari si intende: di divulgazione magari spicciola, e con riferimenti a problemi sociali di attualità contingente. Ma rispondevano anch'essi al bisogno di uscire dall'atmosfera stagnante del regime fascista, autoritario e sospettoso verso il così detto 'culturame'.
Non si può inoltre trascurare il rapporto esistente fra questa rinascita spirituale e tutti gli aspetti della lotta di liberazione.
La guerra partigiana e gappista aveva stabilito contatti fra individui appartenenti alle più diverse classi sociali.
In modo particolare giovani intellettuali e di ceto borghese furono incontrati, nelle formazioni combattenti, dalla gioventù del mondo operaio, dai lavoratori del braccio. Ed attraverso tali contatti, anche i più sprovveduti fra questi avevano potuto, sia pure in modo frammentario, assaggiare il gusto della cultura.
Così, arrivata la Liberazione, anche questi proletari sentirono la necessità di appropriarsi in qualche modo, e magari parzialmente, di quanto in passato era stato un privilegio di classe.
Ciò era ben visibile frequentando la Casa della cultura milanese.
A titolo di esempio citerò la mia situazione personale.
Ero reduce da una particolare esperienza, in quanto dal '43 al '45 avevo lavorato a Ivrea presso gli stabilimenti Olivetti. Là mi ero occupato di problemi riguardanti la psicologia del lavoro, come anche la formazione degli apprendisti meccanici. A Milano, poi, ero ritornato all'insegnamento universitario della psicologia, da cui il regime mi aveva allontanato.
Era una materia nuova per la maggior parte del pubblico, vissuto nell'epoca dell'ignoranza fascista.
Avevo quindi cose da dire: sia riguardanti la sfera degli aspetti tecnici e sociali del lavoro operaio in stabilimenti industriali, sia tutti i capitoli della moderna psicologia, compresi ovviamente gli argomenti che erano stati banditi dalla cecità e dalla sospettosa ignoranza del regime fascista, come dagli stessi principi dell'autarchia applicati alla cultura.
Bene: telefonavo alla segreteria di questa neonata Casa della cultura: "Sono il prof. Musatti, sai quello della psicologia. Avete una sala libera questa sera? No. Allora domani? Va bene per domani. Ho qui alcuni amici venuti da Roma. Vorremmo parlare della psicoanalisi. Sì: psi-co-a-na-li-si. E' una dottrina alquanto sconosciuta da noi, perché avversata dai fascisti. Può interessare. Va bene così. Quale sala ci dai? La seconda. Resta inteso".
Ci andavamo. Sulla porta della 2° sala c'era il cartellino. In principio poca gente, perché l'argomento era ignoto, e il pubblico non sapeva di che cosa si trattasse. Poi, magari respinto dalle altre sale, qualcuno arrivava. Personalmente cominciai a diffondere qualche concetto riguardante la psicoanalisi proprio così.
Ma la stessa cosa accadeva per i più diversi argomenti.
Si formò un comitato comprendente un folto numero di personaggi: parecchi già noti, vecchi combattenti dell'antifascismo; altri ignoti o semi ignoti, usciti dalla clandestinità più o meno totale, talora reduci dalle prigioni o dalle isole; altri ancora, giovani intellettuali che si erano mimetizzati e che ora potevano presentarsi nella loro piena identità.
Molti non erano conosciuti allora dal pubblico. Lo divennero successivamente.
Non si trattava soltanto di milanesi, ma pure di persone che a Milano arrivavano da fuori, magari specificamente per partecipare alle riunioni, alle conferenze, ai dibattiti e ai seminari, che si tenevano nella Casa della cultura.
Scorrendo un elenco pubblicato allora, trovo molti personaggi divenuti illustri, e tanti cari amici.
Alcuni si sono perduti in seguito, quando l'atmosfera della unità, in nome dell'antifascismo e della riconquistata libertà, si ruppe e nacquero le diffidenze e gli scismi. La maggior parte di loro oggi, dopo quarant'anni, non c'è più. Leggendo i loro nomi ora li ricordo.
C'erano figure prestigiose nel campo della politica, dell'arte, della letteratura ed anche della vita economica. Davano tono e lustro all'attività della Casa della cultura, anche se non potevano partecipare attivamente al quotidiano lavoro, per impegni di più vasta portata. Come: Parri, Gavazzeni, Manzù, Quasimodo, Malipiero, Mattioli, Rogers, Solmi.
Pur essendo fortemente impegnati nell'attività politica, parteciparono attivamente altri: Antonio Banfi sopra tutto, Sereni, Mazzali, Morandi, Lombardi, Venanzi, Pajetta.
Come pure erano presenti altri personaggi di rilievo in campo culturale: Valentino Bompiani, Remo Cantoni, Umberto Carpi, Chabod, De Grada, Wittgens.
Non erano soltanto studiosi legati agli ideali laici. C'erano anche persone di diverso orientamento che negli anni successivi sono state talora indotte a prendere le proprie distanze dalle posizioni di quella che veniva detta la 'sinistra impegnata'. Ricordo: Carlo Bo, Mario Borsa, Merzagora, Bontadini e l'avvocato Majno.
Milano era stata nell'ultimo periodo di guerra la capitale del Comitato di liberazione nazionale Alta Italia. Ed essa continuava, anche dopo la Liberazione, ad essere un polo di coagulazione dell'antifascismo, pur nel suo aspetto culturale. Vento del nord, si diceva allora.
Anche dalla Casa della cultura di via Filodrammatici giungeva e si diffondeva quel vento.
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