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di Rossana Rossanda.
Rossana
Rossanda, ancora oggi protagonista agguerrita della vita culturale
italiana, racconta i suoi anni alla Casa della Cultura: gli scontri
interni, la guerra fredda, l'anticonformismo culturale, Milano e
gli echi dei drammatici avvenimenti politici europei, come la marcia
dei carri armati russi sull'Ungheria.
Un'epoca di grande impegno civile e sociale, di stravolgimenti di
costume, cui la Casa della Cultura ha contribuito.
Della Casa della Cultura mi sono occupata dal 1949-50 alla fine del 1962. Quella di prima la ricordo per averla frequentata, nel vecchio e solenne palazzo del Circolo dell'Unione in via Filodrammatici, vasti saloni e poltrone di pelle, la libreria Einaudi sfavillante nel loggiato coperto su1 cortile. E grandi personaggi che venivano da ogni parte d'Europa nell'Italia appena uscita dal confino in cui il fascismo l'aveva chiusa. Immagino che lo stabile fosse stato occupato dal Cln alla Liberazione, certo dopo il 1948 dovette essere restituito. Ma l'interruzione dell'attività non fu soltanto una questione di sede: la prima Casa della Cultura era un'espressione degli intellettuali milanesi della Resistenza e la crisi dell'unità antifascista investì anche loro.
Ogni struttura unitaria usciva dal 1948 con le ossa rotte, e non tanto per la sconfitta del Fronte popolare, quanto per la denuncia dell'antidemocraticità dei comunisti che l'aveva accompagnata, infiammandosi con la crisi di Praga e l'estromissione di Masaryk. Il sistema sovietico, che durante la guerra era stato un grande alleato e per tutta la sinistra un riferimento, diventava un peso, un carico; e così sarebbe stato sempre più negli anni seguenti, fino alla tragedia del 1956 e poi del 1968. E questo si rifletteva sui comunisti, e in un primo tempo anche sui socialisti, con i quali era stato normale cercarsi e trovarsi durante la guerra. Del resto i comunisti italiani si formarono in grandissima parte allora, in quello scontro che rimetteva tutto in questione, ben lontani dalla storia dell'Internazionale: non sarebbe bastata nessuna rete di quadri formata a Mosca per accendere quelle decine e decine di migliaia di persone che in quegli anni si sentivano comuniste. Era stato ovvio che lavorassero con gli altri chi? i socialisti, le terze forze, specie Giustizia e Libertà, anche i cattolici; in comune non c'era soltanto la necessità di cacciare i tedeschi, ma un interrogativo radicale sul fascismo italiano, sulla guerra e le masse che aveva coinvolto. L'Italia del 1945 non si trovò davanti la questione comunista, ma la questione di quale repubblica saremmo stati e come, investiti come si era dalle grandi questioni ideali e sociali, rese più acute da non poche colpe.
La "questione comunista" nacque col 1947 e la guerra fredda. L'irrigidimento delle parti iniziò allora e la reciproca curiosità nella cultura c'era tutto da scoprire dopo venti anni di isolamento si venò di sospetto. La Casa della Cultura vacillò nel 1948 sotto le stesse spinte. A Milano, in più, bruciava il caso "Politecnico" con lo scontro Togliatti Vittorini, e nel 1949 era scoppiato anche, meno conclamato ma non meno grave, quello fra Antonio Banfi e il Comitato centrale che avrebbe portato alla chiusura di "Studi Filosofici".
Sulla discriminante ortodossia di partito e libertà di ricerca si intrecciò quella fra una cultura del Nord e una del Sud il cattaneismo lombardo, l'interesse per Husserl o Sartre o casa Einaudi piuttosto che il famoso asse De Sanctis Labriola Croce e Gramsci. La prima Casa della Cultura si spense nella querela o nell'imbarazzo fra comunisti e socialisti e nella crisi del Partito d'azione. Ma si dividevano anche comunisti e comunisti, diversi intellettuali lasciavano il partito. Insomma, la guerra fredda irrigidì, raggelò e rese più fragile tutto.
Non so dire se i comunisti milanesi insistessero più di altri per una resurrezione della defunta Casa della Cultura soltanto per non restare isolati, o per fare fronte a quella che allora chiamarono offensiva oscurantista e tale fu, con un tentativo di ripresa di dominio sulla cultura italiana della parte più retriva del cattolicesimo ecclesiale e politico. Non so neppure quanto fossero coscienti del disastro del 1948 nell'Est. Io non ero allora dentro le segrete cose, ero una militante impegnata ma molto giovane e i "vecchi" della federazione milanese, Alberganti e dal 1954 in poi il non meno rigido Secchia, non si sarebbero certo confidati con me, ammesso che ne parlassero tra loro.
Oggi vige la certezza che non abbiano avuto alcun dubbio, io non vi giurerei. Anche se lo avevano, che avrebbero potuto e voluto fare? Neanche il resto della sinistra era in grado, nel 19481949, di passare da una reazione politico-morale a un'analisi dell'Est; chi si spostò pareva destinato a precipitare in un anticomunismo che diventava subito rifiuto della questione socia1e in genere, propaganda non dissimile da quella della Dc. Sta di fatto che per me come per molti socialisti e azionisti, formati alla pratica resistenziale dal 1943, cioè in una battaglia realmente mortale nelle proiezioni loca1i del Cln, contro il nemico comune, tedeschi e fascisti, era ovvio che non si dovesse rompere. O almeno tentare di ritessere sempre. E quando il Pci mi chiese se accettavo di occuparmene io, d'una Casa della Cultura due, dissi di sì con persuasione. Ma chiesi le mani libere, e mi parve di averle.
Per quanto tutti noi pensassimo, e non a torto, che i comunisti italiani erano un'altra cosa, che non eravamo figli dell'Internazionale se non per un legame ideologico assieme autentico e distante, e che non sarebbe stato possibile perire per quel che accadeva all'Est, una cosa avevo capito: che il Pci era il mio partito, ma che certi suoi metodi, che preferivo attribuire alla federazione milanese, erano una disgrazia. Non che fossi esente dall'arroganza comunista era una forza che ci permise di resistere al tentativo di annichilirci nella guerra fredda e chissà come apparivo nei comportamenti e sono rimasta nella memoria dei compagni e degli amici: la buona coscienza induce a svariate prepotenze. Ma sapevo che della cultura non ci si serve e non perché credessi, né allora né ora, che l'intellettuale è fulgido e corrusco e al di sopra delle parti. Ma avevo imparato che ci si può trovare in conflitto e mantenere la fiducia reciproca, mentre la si perde sempre quando si crede di manovrare chi ci è più vicino.
Per cui cominciai a cercare i più vicini e scottati, i socialisti, per dirci tutto quel che avevamo sullo stomaco e vedere se si poteva rimettere assieme qualcosa: in comune avevamo il bisogno di reagire alla manomissione democristiana e censoria, a una crescita italiana che nella riconversione pareva esplosiva e crudele, allo stringersi degli spazi sindacali, al non farsi vera della Costituzione. Io non mi fingevo una terzaforzista, ma non avrei imbrogliato nessuno. Se qualcosa si faceva, si sarebbe fatto come nel 1943, e con le carte in tavola. I compagni che lavoravano con me erano dello stesso avviso. E così fu che, con maggiore o minor diffidenza, quasi tutti gli intellettuali laici della prima Casa della Cultura si rimisero assieme, e forse fu un accordo più maturo e disincantato di quelli della resistenza.
È in quel clima che si spiega anche perché alla base della Casa della Cultura due fu una puntigliosa trasparenza proprietaria e finanziaria. Non si poteva essere ospiti o locatari di qualcuno: non dei comunisti, per le ragioni dette sopra, non di privati, che di una Casa delIa Cultura avrebbero diffidato. Con Ignazio Usiglio e Teresa Mattei Sanguinetti cercammo una sede che potesse essere acquistata da un certo numero di soci, per quote da 500.000 lire, che allora non erano poca cosa, e la trovammo in uno scantinato di via Borgogna 3, che al grezzo costò diciotto rnilioni. Usiglio e Grazia Curiel acquistarono in proprio anche un vano immediatamente sopra, che fu gestito come galleria. Questo garantiva l'indipendenza e la durata della sede; le quote sociali e qualche sovvenzione del Comune e della Provincia, poi della Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde, allora diretta da Giordano dell'Amore, e della Banca Commerciale di Milano, avrebbero coperto le spese di esercizio.
Con molta parsimonia, ma funzionò: a quel tempo chi veniva a parlare non chiedeva cachet. Pagavamo il viaggio e alloggiavamo gli ospiti in un albergo grazioso di via Santo Spirito - chissà se esiste ancora. I soci erano, se non ricordo male, sui duemila, ricevevano ogni settimana la locandina delle serate e per loro avevamo delle convenzioni con la Scala, il Piccolo Teatro, i concerti del Nuovo. Gli editori facevano un poco di pubblicità sul retro delle locandine, e questo ci aiutava a pagare il tipografo.
Riuscivamo a organizzare circa cinque serate la settimana, fra dibattiti, conferenze, proiezioni, un po' di musica da camera, e avevamo un indirizzario di oltre tremila persone, raccolto con pazienza fra università, scuole, sfera politica, sindacato e intellettuali vari, in lunghe cassette con i cavalierini multicolori sopra... fu infelice un tentativo con le schede perforate, e il computer non c'era. Scrivevamo indirizzi di continuo e chiudevamo buste, anche chiacchierando. Insomma ce la cavavamo. Lavoravo con una meravigliosa insegnante e compagna, Lydia Gotti Guarnaschelli, tutti i pomeriggi, e le sere ci alternavamo; la signora Eva Pelanti, vecchia amica di Anna Maria Ortese, teneva a posto corrispondenza e archivi, e un factotum di buon carattere, Mario Ferrari, accendeva la caldaia e correva qua e là. Io preferivo essere funzionaria della federazione comunista, dove lavoravo il mattino e molte sere in periferia, che essere retribuita, per quanto poco, dalla Casa della Cultura, per la quale andavo indefessamente a chiedere soldi in giro. Ripensandoci, fu una esperienza impegnata e trasparente di molti intellettuali comunisti milanesi, inclini più all'egemonia che al comando. Quel che Norberto Bobbio definiva ugualmente come un pericolo nel dibattito del 1976, perché egemonia non è parità: ma parità che cos'è? In politica e cultura gli scambi non sono simili a quelli di Borsa.
Non so se l'avessimo, questa egemonia. il consiglio direttivo si riuniva sul serio, a lungo ne fu presidente Carlo Arnaudi, scienziato socialista, e poi, ma non ricordo esattamente da quando, Cesare Musatti. Non erano, come la Dc diceva sprezzantemente, 'utili idioti' e neppure 'compagni di strada'. La strada era decisa assieme, e penso che i socialisti come i comunisti avessero nella Casa della Cultura una zona franca. I rapporti nei relativi partiti erano più complicati di quanto si pensa ora. Io avevo in federazione Alberganti e i socia1isti avevano una rigida federazione morandiana, che mandava in furia Fortini. Insomma Lelio Basso o Riccardo Lombardi, Franco Fortini o Sergio Antonielli, se ne fecero carico con Banfi - di Banfi ce n'erano due, Antonio, e l'Arialdo, socialista - Ernesto Treccani e Raffaellino De Grada, e con non molto maggiori problemi di quanti ne esistessero fra loro. E c'erano gli intellettuali della resistenza, Ernesto Nathan Rogers, Luigi Rognoni, Sergio Antonielli che diresse poi "Comunità". Poi anche Piovene e per un breve tempo, ma perplesso, Eugenio Montale. Ma inutile ricordare, tutto è documentato anno per anno dai libretti su1 lavoro svolto, che funzionava come biglietto da visita.
A mente fredda, che riuscì a essere questa Casa della Cultura due, fra la guerra fredda e la crisi del centrismo e il prossimo centrosinistra, cioè dalla riapertura al 1963? Sicuramente un vero luogo di incontro e discussione, che avrebbe pesato su quella crisi del centrismo, incrinando il fronte cattolico di destra, che ebbe un momento interessante nel primo centrosinistra e fu davvero un fenomeno lombardo. La ripresa del dibattito sulla Costituzione e poi sull'unità della sinistra crearono davvero un tessuto. Salvo i cattolici, che venivano di rado, la sinistra c'era tutta e così quel che restava dell'azionismo e si trasformava nelle esperienze olivettiane - la nuova sinistra dei movimenti non c'era ancora. Insomma, la guerra fredda non ebbe ragione di noi.
Neppure quando i russi invasero Budapest, ora sono quaranta anni: ricordo quel novembre, il sussulto, la disperazione, i padroni che chiamavano allo sciopero, gli operai che non scioperarono ma si divisero fra reparto e reparto, la valanga di sangue e fango che ci franava addosso, il rinchiudersi come un riccio delle sezioni e della federazione. La Casa della Cultura restò aperta. Chiamammo Alicata a discutere e rendere conto. Quella sera, dopo una riunione triste e dura in periferia - quell'anno mi vennero i primi capelli bianchi - scesi in allarme, a mezzanotte, le scale di via Borgogna, c'era una gran folla e sentii la voce di Alicata che tuonava: "... perché in questo momento l'esercito sovietico sta difendendo l'indipendenza dell'Ungheria". Buon dio. La sala ringhiò. Ma Alicata non era uno che scappava; non so che cosa avrebbe fatto dopo, quando tutto andò a pezzi, se la sua vita non si fosse presto chiusa, d'improvviso, iasciando di Áui ia mernoria d'un'inteiiettuale staliniano tipico. Io lo ricordo spagnolesco, ardente, ingiusto. L'indomani mattina Franco Fortini mi mandava un telegramma: "Spero che gli operai vengano a rompervi la faccia". Non vennero e Franco tornò, ci sentivamo come se i carri fossero passati sopra anche a noi.
Ma non schivammo mai nulla, e fu questo, credo, a tenerci in piedi ogni volta che la situazione si surriscaldava. Qualcosa del primo "Politecnico" continuava nell'ostinato riproporre tutto quel che a sinistra era stato e in quegli anni pareva eretico, i film che non circolavano più, i "formalisti", Brecht che era proibito, gli americani che circolavano di meno, e i film russi della grande epoca. Tutto censurato. Piero Calamandrei ci aveva suggerito la formula magica: quando vengono a sequestrare chiedete il nome del poliziotto o del suo superiore che lo manda e annunciate che date querela per danni, siete un circolo privato. Sul "privato" ci furono battaglie epiche con l'uffìcio politico della questura: una volta ci dissero che non potevamo considerare private le riunioni con più di cinque persone, un'altra che bisognava essere almeno secondi cugini... ma la scampammo sempre, la morsa si allentava, il centrismo scricchiolava (pensare che adesso dicono che eravamo consociativi... negli anni cinquanta, a Milano!). Violammo anche una censura di Andreotti che voleva imporre Aleksandr Nevskij senza la presa di Pskov e senza la battaglia sul ghiaccio - lo giuro. Leggemmo, con Enrico Rame, fratello di Franca, tutto ma proprio tutto Brecht, Gino Negri fece cantare tutte ma proprio tutte le canzoni di protesta dalla Comune in poi, anche se allora non si chiamavano così, nel 1961 facemmo il più gran corso di storia e testimonianze del fascismo e della resistenza che Milano ricordi al Teatro Lirico strapieno.
Questo non conformismo di qualità doveva avere il suo fascino se vennero, mandati da Paolo Grassi, tutti i grandi del teatro italiano e non, da Jean Vilar a JeanLouis Barrault a Vittorio Gassman, Katherine Dunham scese le scale come un meraviglioso cioccolatino frusciante di taffetà nero. Per ascoltare Elizabeth Schwarzkopf facemmo un accordo con la preziosa Società del Giardino, ma quando la presentò Mario Venanzi, già assessore all'urbanistica e fra gli occupanti della prefettura di Milano, i soci di quel circolo assolutamente per bene fremettero e minacciarono di defenestrare il loro presidente, l'ingegner Chiodi del Politecnico, per cui rinunciammo tutti e due, ridendo, a quella spericolata alleanza.
E vennero Sartre e Moravia, più spesso Calvino; tutti passarono, mi sembra. E con tutto quel che pareva vivere a Milano, il Centro di Prevenzione e Difesa Sociale in primo luogo, correva il dialogo e di più. Assieme vedemmo nascere dopo essere stata a lungo al bando la sociologia italiana, i primi centri di ricerca, da Alessandro Pizzorno a Siro Lombardini. Insomma ci sentivamo circolare, eravamo assieme all'opposizione e determinanti.
Eravamo collegati con 1'Unione Culturale di Torino di Franco Antonicelli, con il Pozzetto di Padova diretto da Roberta Carlotto, con la Società di Cultura di Genova diretta da Enrica Basevi - ci scambiavamo programmi, pareri, invitati, esperienze.
Guardavamo da lontano e dall'alto in basso la Casa della Cultura di Roma, si muoveva a malapena fra le risse dei pittori e la giudicavamo troppo dipendente da Botteghe Oscure.
Quando ci arrivai io a Botteghe Oscure non la trovai più.
Ci siamo anche divertiti. Come quando, avendo sfidato Ernesto De Martino a pronunciare il nome d'un paese che egli riteneva fatale, lo pronunciò e la Casa della Cultura si spense e allagò di colpo. O quando Sartre ricevette compunto la busta del premio Omegna e la gettò nel cestino, convinto che il milione fosse simbolico. O quando un grosso topo, con la cui famiglia nel sotterraneo avevamo dovuto stabilire una certa convivenza, si affacciò dalle stecche che illeggiadrivano il soffitto e rimase a mirare Ferruccio Parri per tutta la sera minacciando di cadergli addosso, la sala sospesa e solo Parri che si dilungava ignaro. O quando i futuri ragazzi del Gruppo '63 attaccarono Ilgattopardo e un gattopardino in carne ed ossa fuggito dalla casa di un diplomatico in via Cerva scese, fu preso per un gatto e morsicò un socio. Insomma avemmo anche noi le nostre leggende, molto lombarde, una punta di ironia e la persuasione di essere straordinari.
Era la fine del 1962 quando fui chiamata a dirigere la sede culturale del Pci a Roma. Non ci volevo andare, ancora oggi vivo a Roma da milanese importata. La Casa della Cultura passò, credo, a Laura Conti e negli anni ottanta a Sergio Scalpelli. Vi torno di rado, è molto più bella ed elegante, mi pare strano di essere fra quelli seduti al tavolo del salone delle conferenze invece di accompagnarvi qualcuno e poi tornare in segreteria a dire a Lydia e alla signora Eva: "Anche stasera è andata".
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