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di Aldo Tortorella.
In
questo incontro in ricordo di Mario Spinella, Aldo Tortorella, suo amico e compagno
nelle lotte politiche, lo ricorda attraverso i suoi scritti.
Debbo prima di tutto ringraziare la Casa della Cultura e chi oggi la anima per
questo incontro su Mario Spinella. Non lo dico perché gli fui amico e compagno
fino all'ultima, comune battaglia politica, ma perché senza memoria non
si può esistere e non si riuscirà mai a ridefinire se stessi e l'avvenire. Mario è parte specialissima della storia di quella esperienza intellettuale
e morale che visse la tragedia del fascismo e della guerra, ne cercò
le ragioni e lavorò perché non potesse ripetersi.
Ora che
sono rientrate nella quotidianità le immagini delle bombe e delle carneficine
e viene la sollecitazione ad assuefarci alla consuetudine della paura ho riaperto
il romanzo in cui Spinella narra la vicenda sua e degli altri che conobbe
nella guerra di Russia.
E' un romanzo in cui il Narratore compare in
prima persona, interrompendo il racconto, per spiegare al Lettore dove e quando
sta scrivendo e quello che pensa del suo scrivere mentre lo scrive. E così
in una di queste spezzature il Narratore ci spiega che egli narrando di guerra
sa che sulla guerra "l'eccesso - dice - la parola vuota, il rimbombo sono
sempre in agguato
Tonnellate di retorica sono state accumulate. Diciamolo
pure, senza questa retorica le guerre sarebbero impossibili. La Patria, il Nemico,
o più semplicemente Noi e Loro: due pronomi che vengono fatti rigurgitare
di vuoti venti
" E il Narratore dice a se stesso e al Lettore sul suo
voler raccontare la spedizione italiana in Russia: "sai benissimo cosa stai
facendo: un atto, un gesto contro la guerra". E aggiunge: "Propaganda?
Sì, senza pudori e vergogna, propaganda".
Naturalmente non
è affatto "propaganda", se con questa parola si intende una qualche
operazione manipolatoria. La "Lettera da Kupjansk" di Mario Spinella
è, come scriverà Maria Corti, un "libro bellissimo" è
il "romanzo sulla seconda guerra mondiale" che "mancava alla letteratura
italiana così ricca di memoria sulla guerra".
Ma Spinella quasi accusandosi di "propaganda" ci vuole spiegare il suo bisogno
di agire politicamente. Quel bisogno che lo ha portato a costruire quella
speciale vita di comunista che è stata la sua.
Come si sa il suo
cammino iniziò alla Normale di Pisa con quel gruppo di studenti
tra cui Alessandro Natta che sarà l'ultimo segretario del PCI, dapprima
liberal-socialisti poi, e per tutta la vita, partecipi del Partito comunista
italiano. Ma il suo agire politico non fu nel riunire e nell'organizzare ma,
prima di tutto, nella fatica e nell'inquietudine dello scrivere cioè del
comunicare e trasmettere un pensiero altro rispetto alle opinioni correnti nella
sua parte, un altro modo di intendere il bisogno suo e della sua generazione di
costruire un mondo che non conoscesse gli orrori da loro, da noi, vissuti.
Spiegherà
perciò l'importanza e la produttività della utopia anche per costruire
una politica concreta della cui necessità è ben consapevole: una
politica concreta che non sia fatta dell'arrendevolezza ad un modo di essere delle
relazioni umane che viene portando a quella che gli pare una deriva paurosa verso
la negazione di ogni giustizia e la cieca distruzione della Natura stessa.
Venti
anni fa, all'inizio del ciclo neoconservatore di cui oggi vediamo le conseguenze
Spinella dedicò un altro romanzo - o, forse, un saggio - alla sorridente
speranza che, conclusa la storia e il pensiero di morte in cui si è espresso
il dominio degli uomini arriverà il tempo in cui "il mondo , governato
dalle donne, è pacificato - egli scrive - : vi è cibo, pane, pace
dovunque" perché le donne sanno dare la vita non la morte.
Spinella fino all'ultimo persuaso della necessità di salvare
l'essenza del partito in cui egli aveva militato, è l'indizio di una
particolarità della storia di quella formazione politica di cui oggi si
tace. Quali che siano stati i suoi errori non si trattò di un partito il
cui contenuto fosse - come appare in certi suoi epigoni - un astuto tatticismo
unito ad una disciplina militaresca. Spinella ci si trovava perché poteva cercare di ricostruirne l'anima, il che è impossibile quando la
politica rimanga solo lo studio per il potere a qualsiasi prezzo.
Mario, esperto nella criticità della ragione per i suoi studi stessi, aveva visto il crollo del dogmatismo cui s'era ridotto una caricatura del pensiero marxiano. Ma proprio perché questa strada non era stata la sua, più forte si fece il suo bisogno di contribuire ad allargare gli orizzonti di una cultura che se voleva dichiararsi di cambiamento, doveva innanzitutto cambiare se stessa,
leggere le scienze umane e, prima di tutte la psicoanalisi.
Non tocca
a me illustrare l'esperienza del "Piccolo Hans" ed altri dei suoi percorsi
intellettuali. Permettetemi soltanto di ricordare in chiusura un piccolo libro
che ritrovammo e pubblicammo dopo la sua morte. Erano le lezioni tenute da Spinella
tra il '69 e il '74 all'Aloisianum, facoltà ecclesiastica dei gesuiti che
aveva allora sede a Gallarate. In quei testi, neppure rivisti, Mario dà
conto della sua visione di Marx e del marxismo, una visione che spiega la
sua vita e la sua azione politica. Il marxismo non come una scienza dell'economia
e meno che mai come un sapere assoluto: esso è, per Mario, sulle tracce
di un antico filone di pensiero e, più da vicino, della scuola di Francoforte,
una "antropologia filosofica" e, cioè, una visione
critica delle relazioni umane e un'etica delle libertà. Proprio perché
Mario la pensava così ha potuto esemplarmente comportarsi tutta la vita
come un uomo pienamente libero e coerente con la sua volontà di giustizia
e di pace. E proprio perciò quando il suo partito è finito,
e altri correva a compiere grottesche abiure, ha potuto evitare di perdere se
stesso e il senso delle proprie idee e della propria umana esperienza.
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