Pierluigi Ciocca  
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I DAZI E L'ECONOMIA


La via d’uscita del resto del mondo dalla guerra dei dazi



Pierluigi Ciocca


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Sfugge a molti – allo stesso Rapporto sulla competitività europea (Draghi), purtroppo viziato dalla svista – quanto l’economia americana nel volgere degli anni Duemila si sia strutturalmente indebolita. È meno orientata alla produttività, inflazionistica, incapace di competere, spaventosamente deficitaria e indebitata verso l’estero. È stata superata, viene anno dopo anno distanziata, dall’economia cinese ed è più squilibrata persino di quella dell’Euroarea che pure non ha brillato e non brilla perché mal diretta.

Alla parità dei poteri d’acquisto la Cina esprime il 20% del Pil mondiale, gli Stati Uniti sono scesi al 15%, dal 20% del 2000 (IMF). La Cina risparmia e investe il 40% del suo Pil, percentuale doppia degli USA. Il progresso tecnico cinese segue un ritmo anch’esso più che doppio di quello americano. Ai due motori fondamentali dello sviluppo corrisponde l’avanzo nei conti con l’estero cinesi, oggi pari a 600 miliardi di dollari.

Anche l’area dell’Euro – il cui Pil pesa il 12% di quello mondiale – è stata in avanzo esterno, oggi pari a 400 miliardi di dollari, soprattutto facenti capo alla Germania. L’avanzo è dovuto alla bassa dinamica della domanda interna, frenata da Maastricht e dal neomercantilismo tedesco (Bolaffi-Ciocca), ma è dovuto anche al miglioramento, del 15% dal 2009, della competitività di prezzo (stime OCSE).

 

1). Le falle dell’economia americana

La lista delle difficoltà strutturali dell’economia statunitense è lunga:

° Il risparmio nazionale è basso. Col 18% del Pil è nettamente inferiore all’investimento (22% del Pil).

° La dinamica della produttività totale dei fattori, ovvero della innovazione e del progresso tecnico, è scemata dal 2% l’anno di un glorioso passato a un tendenziale 0,5% (Gordon, Phelps). Ciò è avvenuto nonostante ICT, social, intelligenza artificiale, satelliti, armamenti, di cui gli Stati Uniti sono la culla. Tanto decantati, sinora hanno mancato di estendere all’intera economia la crescente produttività del settore (Phelps). Qualcosa di simile avvenne con i computers quando, ancora alla fine degli anni Ottanta, si dovette constatare “che nell’era dei calcolatori li si vedeva dappertutto tranne che nelle statistiche della produttività” (Solow). Occorrono investimenti, apprendimento, tempi lunghi.

° Sebbene drogata dai ricorrenti eccessi inflazionistici di una domanda globale sospinta da consumi privati e pubblici (Summers), nell’ultimo ventennio la crescita del Pil pro capite degli Stati Uniti è scesa all’1,3% l’anno, dal 2,4% del ventennio precedente. Dietro i consumi privati vi è una Borsa sopravvalutata dal rilancio di aspettative di calo dei tassi d’interesse, infimi in termini reali, con la Fed costretta a politiche monetarie espansive per evitare cedimenti dei corsi azionari. Con il “quantitative easing” la base monetaria creata dalla banca centrale è esplosa del 10% l’anno. Il disavanzo di bilancio è del 7% del Pil. Il debito pubblico supera il 120%.

° I salari nominali sfiorano 70 mila dollari l’anno, in media, e dal 2009 il loro incremento (+3% l’anno) ha ecceduto quello, mediocre, della produttività del lavoro (+1% l’anno).

° I profitti sono cospicui. Il livello dei prezzi è alto. Travalica quello dei salari rispetto alla produttività poiché la concentrazione fra le imprese aumenta e la concorrenza diminuisce nonostante l’antitrust (Philippon).

°L’indice di Gini misura una distribuzione dei redditi da paese sottosviluppato (0,40), mentre il 70% dei patrimoni appartiene al 10% dei cittadini americani più ricchi. In povertà assoluta versano quaranta milioni di persone, tra alcolismo, droga, famiglie disgregate, sanità costosissima e regressiva, ricorrenti episodi di violenza omicida, condannati alla prigione e popolazione carceraria a milioni, depressione fino al suicidio, sfiducia nella democrazia (Case-Deaton).

° Una distribuzione degli averi tanto diseguale depaupera il capitale umano, esclude masse di americani dalle attività produttive, frena il trend dello sviluppo economico (Stiglitz).

° Sia in termini di prezzi al consumo sia in termini di costo del lavoro per unità di prodotto la competitività del made in USA dal 2009 ha perso il 30%. Oltre alla carenza di risparmio vi si è unita una levitazione del cambio nominale effettivo del dollaro pur essa pari al 30% (stime OCSE).

° La bilancia dei pagamenti di parte corrente degli Stati Uniti ha quindi cumulato crescenti passivi, giunti a un trilione di dollari l’anno. I disavanzi sono stati finanziati con afflussi di capitale dall’estero, solo in parte giustificati dal ruolo del dollaro quale valuta di riserva. In realtà è dai primi anni Settanta che questi finanziamenti consentono agli americani di vivere al di là delle proprie risorse, mantenuti da un Resto del Mondo non di rado meno abbiente di loro. La consistenza delle passività verso l’estero già supera quella delle attività di oltre 24 trilioni di dollari (90% del Pil). I principali creditori sono Giappone, Germania, Cina. Insieme con un numero crescente di BRICS, non solo asiatici, la Cina attenta al ruolo del dollaro. Se lo svendesse il dollaro crollerebbe e cesserebbe di fungere da valuta di riserva.

 

2). I dazi di Trump

Agli Stati Uniti occorrerebbero riforme istituzionali e politiche economiche incisive a vasto raggio, al di là della legislatura: un sistema farmaceutico-sanitario-assicurativo meno disumano e meno oneroso (Berwick), finanza pubblica, infrastrutture, concorrenza, studi universitari accessibili a tutti.

Ma Trump ha fatto la scelta dei dazi.

Lo ha fatto per correggere conti con l’estero che la nazione leader non può permettersi ancora a lungo. Lo ha fatto per dare antiruggine alla Rust Belt delle regioni dei Grandi Laghi e del Mid Atlantic, per provare a rilanciare, proteggendola, una manifattura ridotta al 10% del Pil.

La scelta è una clamorosa ammissione di debolezza, una mossa disperata. Soprattutto, è inefficace. È altresì controproducente, per gli Stati Uniti, per il Mondo.

I dazi non compensano né lo scadimento della competitività nè la carenza di risparmio da cui nasce lo scompenso americano. Per riequilibrare i conti con l’estero gli Stati Uniti dovrebbero contenere la domanda interna con la politica monetaria e fiscale. Al tempo stesso, in vece dei dazi, dovrebbero accettare una svalutazione del dollaro coordinata con i paesi creditori: un nuovo Accordo, del tipo stilato al “Plaza” nel 1985. Favorite dalla svalutazione le risorse si sposterebbero dai servizi, non esportabili, ai manufatti, esportabili. Ma ciò avverrebbe stabilmente solo alla condizione di evitare che la domanda di servizi eccedente la diminuita offerta risollevi i prezzi relativi degli stessi servizi, ristabilendo la situazione precedente (Corden). Come da manuale universitario (Baumol-Blinder, il migliore) due obbiettivi – equilibrio esterno ed equilibrio interno – postulano due strumenti (Tinbergen-Rey).

Se non per mera incompetenza, Trump rifiuta per ragioni di consenso di svalutare il dollaro e di raffreddare la domanda interna. Addirittura intende bloccare l’immigrazione e rimpatriare gli immigrati irregolari anche in manette, sebbene il tasso di disoccupazione resti non lontano dai minimi storici. Pretende inoltre di costringere la Fed a tagliare i tassi dell’interesse sebbene non superino l’1% in termini reali e nonostante la prospettiva pressoché certa di risalita dell’inflazione core, in tempi brevi. Mentre persistono una domanda che eccede la produzione e le aspettative inflazionistiche, l’aumento dei prezzi è sollecitato dall’ascesa delle quotazioni estere in dollari, dalle ridotte importazioni, dalla minore concorrenza innescate dai dazi.

Sbagliata, mal motivata, indecisa nella definitiva attuazione, resa amministrativamente complicata dalla selva delle tariffe “reciproche”, la politica commerciale di Trump sta già diffondendo una incertezza che si accentuerà. All’inflazione potrebbe unirsi la recessione. Wall Street oscilla sotto la speculazione e contagia altre Borse. Ne risentiranno i consumi. Se l’inflazione sarà contrastata dalla Fed – qualora Trump non arrivi a chiudere l’Istituto o quantomeno non ne conculchi l’autonomia costringendo alle dimissioni chi lo dirige – i tassi dell’interesse saliranno. Ne risentiranno gli investimenti.

 

3). Gli USA, il Mondo, la via d’uscita

E il resto del mondo?

L’errore degli errori sarebbe la rappresaglia, la guerra dei dazi. Un secolo fa la Grande Depressione scaturì da altri fattori, ma ad aggravarla contribuì la spirale protezionistica che abbatté di tre quarti il commercio mondiale. La spirale venne alimentata dagli Stati Uniti con la tariffa proposta dai repubblicani Smoot e Hawley mesi prima del cedimento borsistico dell’ottobre ’29 allo scopo di favorire l’agricoltura nazionale in eccesso d’offerta. Il parlamento, a maggioranza repubblicana, approvò la proposta nonostante le opposizioni sia degli economisti (con in testa il più illustre, Irving Fisher) sia della finanza e del mondo degli affari. Di opposizioni molto si avverte oggi la mancanza. È rumoroso il silenzio della più gran parte degli economisti americani, insigniti di premi Nobel per aspettative razionali, teorie dei giuochi, metodi statistico-matematici, law and economics, mercati finanziari “perfetti”: tematiche lontane dalla concretezza di una economia problematica e dell’aberrante protezionismo attuale.

Di fronte al calo, eventuale, delle esportazioni verso gli Stati Uniti la Cina non avrebbe dovuto, l’Europa non dovrebbe, innalzare i dazi sulle merci d’oltre oceano. La risposta inasprisce la stagflation internazionale. Cina ed Europa dovrebbero invece cogliere l’occasione per affiancare, se non sostituire, gli USA nel farsi carico dell’economia mondiale con importazioni e crediti esteri. In analogia con la crisi che non contrastarono negli anni Trenta gli Stati Uniti sembrano sottrarsi a questa responsabilità per la stupefacente trascuranza trumpiana della condizione economica globale, oltre che per le difficoltà odierne della loro economia. Trattative e una transazione sono necessarie. Soprattutto è indispensabile il creditore d’ultima istanza che al mondo mancò nella Grande Depressione (Kindleberger). Questo ruolo – interpretato in modo lungimirante dall’Inghilterra del gold standard – può essere svolto solo da una nazione consapevole, in avanzo di bilancia dei pagamenti, con posizione netta verso l’estero che non sia cronicamente debitoria.

L’Europa patisce da un quarto di secolo l’inadeguatezza della domanda interna, che la inchioda alla bassa dinamica del Pil (1% l’anno) con avanzi di bilancia dei pagamenti e capacità produttiva sottoutilizzata. L’Europa deve rifuggire dagli autarchici sussidi statali alle imprese, spacciati persino nel Rapporto edito da Draghi per politiche industriali supposte idonee a gareggiare con una economia americana che peraltro competitiva non è. Deve potenziare la domanda effettiva necessaria ad assicurare stabilmente il pieno utilizzo della capacità produttiva e a compensare il possibile calo delle esportazioni verso gli Stati Uniti. Non dovrebbe farlo con le spese militari: sono onerose, già bastevoli a fini di deterrenza, inflazionistiche, foriere di lacerazioni interne e di conflitti. Occorrono investimenti pubblici nelle infrastrutture utili ai cittadini e all’economia, da gran tempo colpevolmente trascurate: progetti in grado di autofinanziarsi oltre il breve periodo se ad alto moltiplicatore di reddito, produttività, gettito fiscale. È la proposta del massimo economista del Novecento (Keynes). Sinora è stata in modo inaudito, se non ignorata, incompresa, comunque disattesa da Berlino e da Bruxelles fino all’assurdo di equiparare nei bilanci pubblici dell’area dell’euro queste spese a quelle correnti.

Se l’economia europea e quella italiana – anch’essa bisognosa di interventi di struttura – arriveranno finalmente alla piena occupazione non occorrerà donare danari pubblici alle imprese percosse e non necessariamente incise dai dazi di Trump. Qualora nell’immediato vi fosse perdita di posti di lavoro in settori particolari – in Italia il formaggio, i vini, il prosciutto, altri – la temporanea assistenza della cassa integrazione consentirebbe ai lavoratori dismessi di impiegarsi altrove.

Il conflitto ucraino finirà. Allora l’Europa, piuttosto che contrapporsi con un “riarmo” persino tedesco – beffa della storia! – a una Russia fiaccata socialmente, militarmente, economicamente, tornerà a scambiare propri prodotti con materie prime e fonti d’energia a prezzi meno onerosi di quelli attualmente lucrati da altri paesi, Stati Uniti inclusi.

L’antidoto alla guerra è il commercio. Dal rifiuto di Adam Smith del mercantilismo bellicoso è questo il contributo più prezioso offerto dalla teoria economica …

Pierluigi Ciocca

Bibliografia:

W.J. Baumol-A.S. Blinder, Economics. Principles & Policy, South-Western Cengage Learning, Mason, OH, 2011

D.M. Berwick, Escape Fire. Designs for the Future of Health Care, The Commonwealth Fund, New York, 2002

A. Bolaffi-P. Ciocca, Germania/Europa. Due punti di vista sulle opportunità e i rischi dell’egemonia tedesca, Donzelli, Roma, 2017

A. Case-A. Deaton, Deaths of Despair and the Future of Capitalism, Princeton University Press, Princeton, 2020

W.M. Corden, Economic Policy, Exchange Rates and the International System, Oxford University Press, Oxford, 1994, spec. Cap. 2

M. Draghi (ed.), The Future of European Competitiveness, Bruxelles, 2024

R.J. Gordon, The Rise and Fall of American Growth, Princeton University Press, Princeton, 2016

J.M. Keynes, Activities 1940-1946. Shaping the Post-War World: Employment and Commodities, in The Collected Writings of J.M. Keynes, Vol, XXVII, Macmillan, London, 1980

C.P. Kindleberger, The World in Depression 1929-1939, Allen Lane The Penguin Press, London, 1973

E. Phelps, Mass Flourishing. How Grassroots Innovation Created Jobs, Challenge, and Change, Princeton University Press, Princeton, 2013

E. Phelps et al., Dynamism. The Values That Drive Innovation, Job Satisfaction, and Economic Growth, Harvard University Press, Cambridge, Massachusetts, 2020

T. Philippon, The Great Reversal. How America Gave Up on Free Markets, The Belknap Press of Harvard University Press, Cambridge, Massachusetts, 2019

G.M. Rey, Regole ottimali di decisione per la politica economica, Giuffrè, Milano, 1967

R.M. Solow, We’d Better Watch Out, in “The New York Times Book Review”, July 12, 1987

J.E. Stiglitz, People, Power and Profits. Progressive Capitalism for an Age of Discontent, Allen Lane, UK, 2019

L.H. Summers, On Inflation, we can learn from the mistakes of the past – or repeat them, in “Washington Post”, February 7, 2022

J. Tinbergen, Economic Policy: Principles and Design, North Holland, Amsterdam, 1956.

 

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02 MAGGIO 2025

 

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