Letizia Paolozzi  
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RICORDANDO ALDO TORTORELLA


Può essere ironico un comunista?



Letizia Paolozzi


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Dal Convegno PER ALDO TORTORELLA Da Antonio Banfi alla direzione del PCI Casa della Cultura di Milano 16 maggio 2025

I ricordi sono il nostro occhio interiore, quello che ci permette di riavvolgere il nastro dell’esistenza passata. E di riattraversarla. Purché non usiamo la memoria per selezionare solo frammenti addomesticati delle persone care scomparse.
A me danno pensiero appunto le differenti facce – quella negativa e quella che può dare buoni frutti – dello strumento che va sotto il nome di memoria.
Non vorrei, per troppa foga nel disegnare la figura di Aldo Tortorella, strapparlo alla politica, ai compagni della sua vita. Comunque, invitata da Marco Fumagalli che ringrazio, e con lui la Casa della Cultura che ci ha qui convocato, ci provo.
Provo a dire cosa ho capito ma anche come mi interroga la figura di quell’uomo ironico, generoso, lievemente scettico, attraente che era Aldo.
Continuamente assillato dall’ansia di venire scrutato, giudicato, sorvegliato, aveva un super io che lo torturava senza tregua. Oppure si trattava dell’esperienza in un partito dove ognuno si assumeva la responsabilità di non aprire contenziosi rispetto al pensiero altrui?
Marco Fumagalli ha citato la sua frase: “Non cambiare il campo ma cambiare il nostro campo”.
Impresa via via più difficile in una organizzazione politica che troppo lentamente si allontanava dal suo originario riferimento: l’Urss e che faticava a vedere le trasformazioni nei rapporti tra i sessi, nel modo di lavorare, nell’orizzonte mediatico.
Gli chiedevi “Ma allora, è vero che Pajetta ieri in direzione ha maltrattato il titolo dell’Unità?” e Aldo, quasi fosse un segreto di Stato: “Dove l’hai sentito? Chi te l’ha detto?” senza tenere conto che giornali come Repubblica negli anni Settanta riportavano ormai tutto quello che succedeva in direzione.
Coltivò forti relazioni: con Lia Cigarini, con Beppe Chiarante, con Silvio Sarfati. E sì – è vero – con Elio Quercioli.
Ebbe rapporti aperti con i compagni del Pci, senza fare distinzioni gerarchiche tra l’operaio dell’Ansaldo Flavio Michelini, poi capocronista dell’Unità a Genova, che – racconta Alberto Leiss (sul numero attuale di Critica marxista dedicato a Aldo) – gli porgeva la sedia dove il giovane capo del Fronte della gioventù Tortorella si arrampicava per i suoi comizi davanti alle fabbriche, e il filosofo Nicola Badaloni o lo storico Paolo Spriano.
Fu amico di Emanuele Macaluso anche se nel Pci la qualità delle relazioni doveva destreggiarsi tra le differenti collocazioni politiche: il riformismo di Macaluso e quel “Sono stato centrista fin da bambino” di Aldo stesso.
Gli piacque l’atteggiamento del maestro; curò allievi che lo abbandonarono.
Si calò nei ruoli che il Partito gli attribuiva: giovanissimo caporedattore e poi direttore dell’Unità, responsabile della Cultura del Pci, nella segreteria dell’ultimo Berlinguer. Fu la sua obbedienza cieca? Ma no. Piuttosto ricavava soddisfazione da una sorta di espiazione. Catapultato diciannovenne senza aver mai scritto un articolo alla redazione genovese dell’Unità, accettò e l’avrete sentito tante volte ripetere: “Siamo nati per soffrire”.
Nel ’56 fu a Budapest dopo la repressione della rivolta ma questo e gli altri viaggi nei paesi dell’Est gli lasciarono interrogativi e delusioni. Diceva: “Non posso chiamarli paesi socialisti”.
Si interrogò sul comunismo e riconobbe il fallimento del tentativo di realizzare qualcosa di diverso dal capitalismo. Ripeteva “Siamo vittime delle nostre medesime macchinazioni”.
Si aggrappò all’idea che il comunismo non indicasse “un sistema sociale” ma un’idea-limite, un punto di vista che rifiuta i “rapporti di produzione e i rapporti tra le persone stabiliti nel sistema economico sociale capitalistico”. E che prova a immaginarne e praticarne altri.
Nonostante i dirigenti di partito non nuotassero nell’oro e quindi a Aldo avrebbe fatto comodo essere ospitato con la famiglia dai compagni “socialisti” che so? sulla costa dalmata, a Dubrovnik, evitò per quanto possibile, le vacanze in quei paesi.
Da giornalista raccontò quello che vedeva del comunismo realizzato tuttavia i giudizi politici li riservò alle relazioni per il Partito.
Non ebbe un ego spropositato. Alla maniera di Carlo Emilio Gadda, considerava “l’io il peggiore dei pronomi”. Tenne i suoi tanti comizi rifiutando il tono solenne del condottiero sulla statua equestre. Li concludeva sempre con l’episodio di Giuseppe Di Vittorio che aveva esortato “anche l’ultimo cafone di Cerignola a non togliersi il cappello davanti al padrone”.
Era sempre curioso delle persone e delle situazioni che incontrava. Ogni volta che metteva piede in un posto per una iniziativa politica, tartassava di domande i compagni che venivano a prenderlo alla stazione e lo portavano al luogo dove avrebbe parlato. Quanti figli hai? Cosa leggi? Cosa ti piace fare? Niente di politico ma le cose minute. Per lui era un modo di entrare in comunicazione, di impossessarsi della realtà.
Fu profondamente laico eppure entrava nelle chiese, ne osservava gli altari, gli addobbi, i quadri con grande attenzione.
Non si sognò mai di negare la tradizione. O di tradirla. Peggio ancora di rinnegarla.
La difficoltà del Pci a esprimersi sulle contraddizioni della società gli produsse grandi patimenti. Nel numero di Critica marxista intitolato “Comunismo e libertà. La lezione di Aldo Tortorella” viene riportato un suo articolo (del ’93) scritto per la rivista della Libreria delle donne di Milano, Via Dogana, nel quale riconosce l’importanza di una politica basata sulla qualità dei rapporti però aggiungeva l’”esempio di Eva” che non rinuncia alla conoscenza, e ne accetta i “tormenti” perché senza consapevolezza e senza ragione non c’è libertà.
Eva, che mangiando la mela aveva addirittura sfidato il Padreterno per appropriarsi dell’elemento razionale.
Aldo credeva nella differenza essenziale tra ciò che possiamo cambiare e ciò che non può essere cambiato. Era un pessimista che assaporava le cose belle della vita. Il dubbio critico frenava i suoi slanci.
Il che non significa che di slanci non ne abbia avuti.
Per esempio, quando si convinse, da direttore dell’Unità, a pubblicare la campagna a favore del “no” nel referendum che voleva abrogare la legge sul divorzio. Lo fece senza aspettare il risultato della trattativa che Bufalini stava conducendo con la Dc e il Vaticano per evitare il referendum stesso.
Un’altra decisione-lacerazione, ben più profonda, fu il No alla Svolta. Ritentò poi una politica unitaria nel partito, ma uscì dai Ds nel ’99 per il coinvolgimento nella guerra nella ex Jugoslavia. Prendere congedo è doloroso e gli causò molta sofferenza.
In fondo, pure la ricerca di nuovi rapporti tra persone che attraversa la Carta delle donne venne strangolata sul nascere dall’esigenza di schierarsi tra i Sì e i No della svolta.
Aldo fu profondamente divergente dallo storicismo.
Per scrivere i suoi articoli, le sue relazioni, passava notti in bianco fumando due pacchetti di sigarette. Limava ossessivamente ogni parola: le trattava da “creature viventi” (definizione dello psicoanalista Eugenio Borgna).
Una volta, in una discussione sulla richiesta che gruppi extraparlamentari portavano avanti di lavorare 35 ore pagate quaranta, tirò un pugno così forte da fare un buco nella porta dell’appartamento dove stavamo. Non ho mai capito se fu la rabbia o la sensazione che ci fosse del giusto in quella richiesta a fargli perdere la pazienza.
Non so se gli sarebbe piaciuto essere definito un uomo femminista. Certo, mostrò curiosità e interesse per il movimento delle donne, per il pensiero della differenza sessuale, per il mutamento dei rapporti tra maschi e femminine. Diede valore alla mente (oltre che al corpo) femminile. Chiamava “vecchia” come segno di affetto indiscriminatamente ragazze giovanissime e donne cariche di anni.
Non inciampò nel maschilismo, mai occhieggiò alle schiere di uomini prepotenti. Fu fedele alle sue compagne. Mai moralista, non era interessato all’ambizione, al consumo, al potere.
Finissimo nei ragionamenti, non tagliò la politica con l’accetta.
Dalla tesi di laurea con Banfi continuò a riflettere sulla libertà. Sulla sua dimensione relazionale, sulla necessità di ripensarla e rimetterla al mondo perché non è mai una volta per tutte.
Tuttavia, la libertà come ricorda una brava storica, Anna Bravo, si giudica in rapporto alla fedeltà ai propri convincimenti che possono essere in contrasto con quelli di amici e compagni. Questa libertà ti protegge dalla tentazione di adattarti alle opinioni di chi ti sta vicino ma in un partito della sinistra l’operazione si rivelerà molto complicata.
Se esistevano gli amendoliani e gli ingraiani, Aldo non ebbe mai un seguito di tortorelliani. Alcuni uomini: Alberto Leiss, mio figlio Uliano, l’hanno portato simbolicamente sulle spalle come Enea il padre Anchise.
A noi che non ne siamo i discepoli, consegna la libertà di continuare quella che chiamava “una analisi critica del reale”. D’altra parte, siamo tutti e tutte costretti alla riflessione, a ripensare ai nostri atti, comportamenti, azioni, per analizzare e analizzarci, lacerati tra la parte dell’attore e quella dello spettatore.
Proprio in questi che sono i tempi della forza, della violenza, una analisi critica del reale comporta gesti anche minimali, che non vinceranno la guerra ma lasceranno tracce di sé. Un pensiero collettivo che poggi su reti di cura e solidarietà, quelle che Aldo evocava come “pratiche di partecipazione e di azione”. E io aggiungerei una politica delle relazioni.


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19 GIUGNO 2025

 

 

 

QUI IL VIDEO DEL
CONVEGNO

PER ALDO TORTORELLA

Da Antonio Banfi alla direzione del PCI

 

Introduce Marco Fumagalli

 

Discutono

Luciana Castellina

Lia Cigarini

Gianni Cuperlo

Letizia Paolozzi

Barbara Pollastrini

Roberto Rampi

Roberto Vitali

 

Coordina Ferruccio Capelli