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IL FUTURO È DIETRO L'ANGOLO


Corpi, menti, macchine per pensare. È uscito viaBorgogna3 n4






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Pubblichiamo qui l'articolo di apertura di Corpi, menti, macchine per pensare, n4 di viaBorgogna3 Magazine

Dinanzi ai nostri occhi si stanno accumulando mille piccoli segni di un prossimo salto di paradigma tecnologico. Ce lo segnala quotidianamente il sensore più sensibile dei nostri tempi, il sistema pubblicitario. Da qualche mese negli spot pubblicitari appaiono robot gentili, servizievoli e dialoganti con gli umani. Non era mai accaduto: ora, per la prima volta, i protagonisti della saga cinematografica "Guerre stellari" si concretizzano anche sul piccolo schermo. 

La pubblicità non fa altro che rielaborare qualcosa che sta accadendo di fatto: piccoli robot cominciano a entrare davvero nelle nostre case per assolvere ad alcuni elementari servizi. Un anticipo, si dice, di un prossimo diluvio destinato a cambiare profondamente il nostro modo di vivere. Nel contempo le cronache dell'industria innovativa infittiscono e particolareggiano le notizie relative all'automobile senza guidatore: la nuova, letteralmente sconvolgente e ormai in fase sperimentale frontiera dell'Automotive.

Qualcuno potrebbe obiettare che i segnali di un salto di paradigma si stavano accumulando da parecchio tempo. Un osservatore pignolo e polemico, probabilmente, ricorderebbe un passaggio cruciale di dieci anni fa, quel primo iphone che mescolava il telefono cellulare e il personal computer. Senza averne piena consapevolezza ci stavamo mettendo in tasca un cellulare che non era più un cellulare, un oggetto che nasceva dall'ibridazione di diverse tecnologie innovative.

In realtà scienza e tecnologia da tanto tempo hanno iniziato una corsa che sembra non fermarsi più, che anzi si accelera progressivamente, verso sempre nuove frontiere. Tecnologie digitali, nanotecnologie, biotecnologie, robotica, neuroscienze continuano ad accumulare conoscenze. Il salto di paradigma sta solo un passo oltre: nelle potenzialità dirompenti che la loro ibridazione lascia intravedere. Ormai stiamo arrivando proprio lì. 

A quel punto l'essere umano avrà a disposizione mille e mille protesi qualitativamente nuove. Si parla, ad esempio, di cuore, rene e polmone artificiale e vi è anche chi accenna all'utero artificiale. Qua e là si comincia a parlare di un possibile radicale allungamento della vita, fino a 120 anni. Di certo - forse questa à l'unica cosa che oggi possiamo dire con certezza - la nostra vita cambierà. Anche per questo si intensificano le discussioni sul post - umano e sul trans - umano.

 

L'impatto si preannuncia - o meglio, già è - dirompente non solo sulla vita dei singoli uomini ma anche sul modo in cui gli esseri umani convivono tra di loro, sull'organizzazione della società e sulle relazione tra i popoli.

In questi anni abbiamo ragionato molto sulla globalizzazione: di certo un fattore che ha ridisegnato l'economia e la politica a livello globale. Non sempre, però, abbiamo percepito con chiarezza che la globalizzazione stessa era intimamente collegata agli sviluppi della scienza e della tecnica.

La nuova finanza, il vero motore degli ultimi trent'anni di globalizzazione, è letteralmente incomprensibile senza la tecnologia digitale: il libero e vorticoso movimento dei capitali nel globo è stato reso possibile proprio dall'innovazione digitale. 

Così pure è impossibile ragionare seriamente sulle nuove economie emergenti o sulla crescita demografica dell'Africa e del sub continente asiatico senza avere ben presente la diffusione delle conoscenze scientifiche e della tecnologia. 

Per altro verso l'accumulo di tecnologia e di scienza oggi si è accelerato anche a seguito della diffusione in tutto il mondo - non più solo in quello occidentale! - di centri di ricerca: una rete immensa di scienziati e di tecnologi è al lavoro sparsa su tutto il globo.

In realtà le nuove frontiere della scienza e della tecnologia e la globalizzazione sono due aspetti della stessa medaglia, di quel vorticoso cambiamento dei nostri tempi che, ormai ci è sempre più chiaro, ha il suo epicentro, il suo motore trainante, nell'accumulo sempre più accelerato e nelle applicazioni dirompenti della conoscenza scientifica e tecnologica.

 

Il futuro è qui, tra di noi. E noi oggi siamo costretti a fare i conti con esso. Si tratta di una constatazione densa di implicazioni, soprattutto per chi - ed era capitato a molti di noi - aveva smarrito la percezione del futuro.

In questi anni si erano radicate percezioni e convinzioni che ora siamo costretti a modificare, o per lo meno a problematizzare. Diciamo la verità: noi avevamo dismesso la tematizzazione del futuro perché avevamo vissuto, in un volgere di tempo relativamente breve, il dissolversi delle utopie sociali e delle grandi narrazioni. 

Eravamo costretti a constatare che la politica, ovvero l'azione pubblica, coordinata e consapevole degli uomini, si era gravemente indebolita e che non era più in grado di progettare il futuro. Tutte le idee di una società futura si erano dissolte e allora sembrava inesorabile che anche il pensiero non si perdesse in inutili ubbie: esso poteva limitare tranquillamente il proprio campo di azione solo al tempo presente. Il futuro era diventato semplicemente inafferrabile. E a quel punto, forse inesorabilmente, era evaporato anche l'interesse per il passato.

Ancora una volta era la pubblicità ad avere trovato la sintesi più efficace di quel diffuso umore. Una compagnia di telefonia cellulare ci ha inondato per anni con le seducenti immagini e con i suoni della campagna: life is now.

Ma ciò che la politica e il pensiero stesso non riuscivano più ad afferrare sta ritornando nella nostra vita, prepotente e sconvolgente, da un'altra strada: i mille segni di un prossimo salto di paradigma scientifico e tecnologico ci costringono a rimettere il futuro al centro della nostra riflessione.

 

Mille interrogativi si addensano. La prima domanda è molto semplice, perfino ovvia: se le innovazioni che si prefigurano sono così radicali siamo in grado di delineare lo scenario futuro? A questa semplicissima questione è assai problematico dare una risposta ragionevole: gli scienziati ci dicono che non è possibile predefinire configurazione, spazio, modalità delle tecnologie future.

Ma allora sgorgano a getto continuo mille altre domande incalzanti e inquietanti. Quali saranno le finalità che verranno perseguite? Chi orienterà le innovazioni e i cambiamenti? Con quali modalità gli esseri umani potranno esercitare una funzione di controllo? Ognuna di queste domande evoca e tocca le grandi questioni connesse al senso e alle finalità dell'attività umana.

La discussione si preannuncia accesa e appassionata. Umberto Eco, confrontandosi con un'innovazione tecnologica decisiva per gli anni Sessanta, la televisione, aveva focalizzato l'inesorabile contrasto tra "apocalittici" e "integrati". È probabile che anche stavolta si delineerà un conflitto tra difensori integralisti di una intoccabile natura umana e apologeti dell'innovazione comunque e a ogni costo.

In realtà sarebbe buona cosa non limitarsi a tifare per gli uni o per gli altri. La vera priorità è conoscere e capire: i cittadini hanno diritto di percepire la portata immensa di quanto sta accadendo. Così pure, gli interrogativi radicali che si stanno delineando non possono essere delegati solo alla riflessione di scienziati e di tecnologi: il pensiero umanistico e le scienze sociali non possono sottrarsi a questa riflessione. Filosofi, storici, antropologi, sociologi, giuristi e psicanalisti devono intrecciare le loro voci con chi opera sulle frontiere più avanzate della ricerca scientifica e tecnologica.

Urge una vivace, appassionata e partecipata conversazione pubblica sui mille segni di futuro che si stanno addensando. Per arrivare, possibilmente, a ricostruire, assieme, qualche nuova narrazione di futuro.

 

La programmazione della Casa della Cultura porta il segno di questa esigenza. Alla voce di filosofi, storici, letterati, psicanalisti e artisti si stanno affiancando sempre di più anche quelle degli scienziati e dei tecnologi. Da qui i cicli sulle neuroscienze, sulle "macchine per pensare", sulle nuove frontiere della cura medica, sulla genetica. Così pure si sta cominciando a ragionare, incrociando voci e competenze diverse, sui mille volti dell'innovazione. 

Con questa scelta, assai impegnativa, la Casa della Cultura compie il suo "ritorno al futuro", ovvero il recupero pieno del pensiero del suo fondatore, Antonio Banfi. Viviamo in tempi in cui l'antica lezione banfiana per l'umanesimo illuministico - il suo ideale di "uomo copernicano" -  tornano di stringente attualità.

 


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19 FEBBRAIO 2017