Valerio Mattioli  
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Contro la teoria della classe disagiata



Valerio Mattioli


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Sei in volo verso Berlino o per la precisione verso Neukolln, che come tutti sanno è il quartiere dove le cose succedono. O forse stai andando a Peckham? Magari Ménilmontant? Poble Sec? Miera Iela? Mariahilf, Exarchia, Bairro Alto? Comunque: è uno squallido volo Ryanair con partenza da Ciampino, ma tuo nonno si poteva permettere al massimo un biglietto del tram per la gita fuori porta della domenica, quindi lo sai bene che quel tuo low cost da pezzenti vale tanto quanto un posto in prima classe. Ti aspetta un mondo di cocktail esotici miscelati da estrosi bartender tatuati, dotte disquisizioni sul rapporto tra Captain America: Civil War e guerra al Terrore, concerti indie per elettronichetta innocua e chitarrine intimiste, apericenacoli con focus su affinità & divergenze tra Lena Dunham e l'adattamento tv del Racconto dell'ancella, e pettegolezzi di quarta mano su Semiotext(e) che chi se ne frega che pubblica Paolo Virno (anche perché chi cazzo è costui?), l'importante è sapere chi scopa con chi perché hai visto I Love Dick? ecc ecc. Ti aspettano giorni di arte, di stile, di IPA, di spunti per sei o sette longform e di tanta, tanta Cultura.

Solo che a un certo punto ti viene in mente che altro che business class: il volo da Ciampino partiva alle 5 del mattino, per poco non sei dovuto restare in piedi per quanto era affollato, e quando è arrivato a destinazione ti ha lasciato a un aeroporto a dodici ore dal centro. Per ogni cocktail al bar che hai trovato su Hip Hangout Guide hai eroso quattro mesi di contributi versati da tuo padre, che per inciso rappresentano anche l'unico patrimonio a cui puoi attingere a trenta e passa anni suonati. E mentre rifletti su quella sceneggiatura che hai lasciato a metà perché che senso ha mettersi a fare cinema quando il futuro è BoJack Horseman, realizzi che mentre stai a berti il tuo Moscow Mule sul Landwehrkanal il fascismo è alle porte. Realizzi che appena svoltato l'angolo, dietro la curva degli ultimi scampoli di hipsterismo per bamboccioni viziati, si staglia minaccioso il profilo di Trump, dell'intolleranza, del razzismo di Stato, delle stragi del Mediterraneo, della guerra civile. Hai risparmiato su un più comodo volo Lufthansa perché non te lo potevi permettere, ripiegando su un surrogato da poveracci al solo scopo di cercare conforto nel caldo abbraccio del cosmopolitismo creativo: pensavi che questo fosse importante, che in una certa misura ti spettasse. Ma intanto all'orizzonte si allunga la cupa ombra dello sterminio di massa. Ti domandi se da Berlino non esista magari un volo Ryanair per Katowice, la città polacca nei pressi della quale sorgeva il campo di Birkenau.

Cominci a sentirti un po' a disagio.

Per fortuna, adesso esiste un libro che queste cose te le racconta. Te le dice chiaro e tondo, anzi. Lo fa a modo suo, mescolando terminologia marxista, requisitorie dal vago retrogusto reazionario e strambe citazioni pescate da Shakespeare, Goldoni e un tipo che si chiama Ibn Khaldun. Quel libro si chiama Teoria della classe disagiata. È un libro avvincente, scritto bene, firmato da un giovane filosofo intelligente e acuto. Solo che mannaggia: è anche un libro tutto sbagliato.

 

Piccola storia di un testo di culto

E così ce l'ha fatta: dopo anni in cui il suo Teoria della classe disagiata è circolato in maniera più o meno sotterranea attraverso i più diversi formati e canali (ebook autoprodotti, estratti pubblicati in giro, post Facebook sulla pagina personale Eschaton), Raffaele Alberto Ventura è infine riuscito a dare al suo magnum opus una versione ufficiale, definitivamente piantando le tende in quella "cittadella della cultura" contro cui, come Ventura stesso ricorda nella postfazione, il libro stesso era nato. A portarlo in libreria è in questi giorni Minimum Fax, ma davvero viene da chiedersi come mai nessun altro editore ci abbia pensato prima; perché Teoria della classe disagiata è davvero uno dei pamphlet più rappresentativi di quel nuovo sottobosco culturale italiano che negli ultimi anni si è espresso perlopiù attraverso riviste online e social networking isterico: discusso, citato, qui e là criticato da ben prima che la versione cartacea approdasse in libreria, è quello che si potrebbe tranquillamente definire "un libro di culto", la cui influenza si è dipanata in maniera forse clandestina ma nondimeno tangibile. Solo che ecco: resta da capire che valore attribuire a questa influenza. O in altre parole, c'è da comprendere in che chiave questo culto vada interpretato.

Personalmente, che il libro l'ho visto crescere, ampliarsi, modificarsi e tornare sui suoi passi nel corso degli anni, non posso che darne una lettura duplice: da una parte, Teoria della classe disagiata è un prezioso tentativo di manifesto generazionale con aspirazioni enciclopediche, che ha l'indubbio merito di portare una critica a tutto tondo ai comportamenti di un preciso segmento socioculturale e di mettere in discussione le soluzioni che sono state avanzate non solo alla crisi di cui tale segmento è assieme protagonista e vittima, ma dell'intero sistema di cui quella crisi è espressione (in una parola: il capitalismo). Dall'altra, il libro di Ventura è anche un enorme… diciamo abbaglio, via. Lo è dal punto di vista metodologico, storiografico, teorico e in ultima analisi politico, frutto di un'analisi che ancora tradisce quei residui - non so come altro metterla - "adolescenziali" particolarmente avvertibili nelle sue prime versioni, e di un'interpretazione parziale quando non direttamente pigra (o nel migliore dei casi naif) del contesto in cui la "classe" protagonista del libro ha preso forma.

Questi difetti, che per me restano ineludibili e che inevitabilmente gettano una luce problematica sull'intero lavoro, non inficiano l'importanza del libro. Anzi, per certi versi ne confermano l'utilità: da molti punti di vista, Teoria della classe disagiata è una perfetta cartografia sentimentale prima ancora che concettuale del "disagio" da cui Ventura muove. È sinceramente affascinante seguire i percorsi logici e i nessi di causa-effetto dispiegati dall'autore nelle 260 pagine del libro; perché sono gli stessi percorsi che hanno condotto la classe descritta da Ventura alle condizioni in cui versa e da cui non accenna a emanciparsi: un misto di fatalismo, miopia politica, approssimazione e autodenigrazione consolatoria. Se l'obiettivo del pamphlet di Ventura è un insindacabile quanto salutare j'accuse a quello che la sua "classe disagiata" ha finito per rappresentare, a restare eufemisticamente parziale è il come e il perché proprio questa classe occupi un ruolo centrale in quell'endemica crisi del capitalismo a cui Ventura tutto riconduce. Il che si traduce in una sconfortante assenza sia degli strumenti adeguati alla comprensione del quadro in cui inserire l'oggetto di riflessione del libro, sia di possibili strategie di uscita che non si riducano all'autodafé da aperitivo preserale.

 

Nessuna domenica nell'allucinazione della creative class

Ma allora, cos'è la classe disagiata che dà il titolo al saggio? Ventura lo spiega in un passaggio che curiosamente prende spunto da una figura sopra le righe (ma funzionale alla narrazione del libro stesso) quale Andrea Dipré: "siamo tutti noi, artisti e scribacchini della domenica in questa domenica che sembra eterna". O anche, riprendendo la presentazione di una precedente versione del libro, "siamo tutti noi, ceto medio impoverito, che abbiamo creduto di poter ignorare la realtà e inventarci una vita da signori. Troppo ricchi per rinunciare alle nostre ambizioni ma troppo poveri per realizzarle, ci troviamo oggi a contemplare l'estensione del nostro fallimento. Alla soglia di un'età adulta che sembra non arrivare mai per davvero […] ci accorgiamo di avere sprecato un'enorme quantità di risorse per partecipare a una competizione senza vincitori". I luoghi in cui questa competizione ha avuto luogo, sono - per tornare alle parole di Ventura - "le facoltà di Lettere e Filosofia" (non è chiaro perché Ventura non contempli anche le facoltà scientifiche) nonché "le scuole di cinema, i premi letterari, i siti culturali […] che costruiscono dal nulla delle reputazioni che non producono nessun reddito".

È un mondo che immagino suonerà familiare a molti di voi che state leggendo. Eppure è già un mondo falso, irreale, che esiste solo nell'autorappresentazione che taluni appartenenti alla cosiddetta "élite intellettuale" amano dare di se stessi e che da lì è riuscito ad affermarsi come una specie di ecumenica allucinazione. Parlare di "domenica che sembra eterna" in un contesto in cui il fantasma della produzione e del lavoro - che ci sia o non ci sia, che stiamo già svolgendo o che stiamo affannosamente cercando, che abbiamo perso o che andremo a cominciare, che abbiamo abbandonato perché troppo avvilente o che eventualmente sogniamo di svolgere nella speranza che un lavoro "sano" da qualche parte esista - ha letteralmente colonizzato l'interezza delle nostre vite, non è nemmeno un ossimoro: è un'aberrazione cognitiva. È d'altronde lo stesso Ventura a riesumare un'espressione ormai consunta eppure tuttora rivelatrice come "imprenditori di se stessi": e be', l'estenuante investimento che quotidianamente portiamo sulla nostra persona, la compulsiva messa sul mercato delle nostre personalità e dei nostri stessi sentimenti, l'affannosa ricerca 24/7 di un fantomatico "posto al sole" nell'imperante società della prestazione, non è esattamente quella che chiamerei "una domenica che sembra eterna". Semmai assomiglia a un infinito lunedì.

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26 SETTEMBRE 2017

 

 

 

 

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