Carlo Ghezzi  
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A CINQUANT'ANNI DA PIAZZA FONTANA


La strategia della tensione. Perché tanta cinica violenza?



Carlo Ghezzi


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Il terrorismo nero e rosso hanno insanguinato l'Italia dal 1969, quando venne compiuta la terribile strage di Piazza Fontana, fino alla primavera del 2003 quando l'agente di polizia Emanuele Petri è stato ucciso dal brigatista Mario Galesi su una carrozza del treno Roma-Arezzo. Vi sono stati in questo arco temporale oltre 450 uccisi, moltissimi feriti, centinaia di donne e di uomini condannati per aver commesso gravi reati mentre molte altre persone sono riuscite a rimanere nell'ombra. Il terrorismo è stato un cancro sviluppatosi in tanti settori della società civile come nei luoghi di lavoro nei quali nuclei eversivi sono stati presenti in forme e modalità diverse. Il terrorismo nero ha provocato stragi di cittadini innocenti assassinati con lo scopo di intimidire, di spaventare, di favorire scenari politici autoritari in funzione antioperaia e antidemocratica. Ha praticato uccisioni di magistrati scomodi come di tanti servitori fedeli dello Stato. Ha usato tante bombe e poche pistole.

Il terrorismo rosso non è mai ricorso allo stragismo nei confronti di persone inconsapevoli ma ha diffusamente messo in atto un numero altissimo di agguati e di attentati organizzati per uccidere o per ferire. Tante pistole e tante mitragliette usate a volte per l'attacco al cuore dello Stato, a volte per colpire e per uccidere figure di personalità ritenute altamente simboliche, per eliminare scomode e prestigiose figure di magistrati, di giornalisti, di sindacalisti, di poliziotti, di militari, di avvocati, di dirigenti d'azienda, di onesti servitori dello Stato, per assassinare figure di collegamento, i così detti "anelli deboli", coloro che cercavano di costruire coesione sociale, intese, che operavano per avviare riforme capaci di fare avanzare il paese con il consenso e il rafforzamento della convivenza civile. I loro nomi sono noti e formano un lunghissimo elenco di martiri della nostra democrazia.

Il 1969 è stato un anno segnato da imponenti lotte sociali ma anche da gravi attentati dinamitardi. Il 25 aprile 1969 una serie di bombe ad alto potenziale erano esplose alla Fiera e alla stazione centrale di Milano provocando una ventina di feriti. Altre bombe erano esplose su otto treni nella notte tra l'otto e il nove di agosto provocando 12 feriti. Nel paese in quell'anno vi furono oltre 100 attentati e il clima generale era carico di una straordinaria tensione. L'anno si chiuse con la strage di Piazza Fontana con 17 morti, con numerosi feriti e con la morte, avvenuta nella Questura milanese, del ferroviere Giuseppe Pinelli dopo essere stato illegalmente trattenuto.

Ma cosa avvenne al dunque in quel 1969 contro cui si è scatenata una così insensata violenza? Perché tanti morti? Perché tanta cinica violenza? Perché tanta lacerazione del tessuto sociale e civile? Il 1968 era stato l'anno degli studenti nel nostro paese e nel mondo, ma anche in quell'anno le forze del lavoro in Italia non erano affatto state assenti a partire dallo sciopero generale della Cgil sulle pensioni, dalle clamorose lotte alla Marzotto di Valdagno e da quelle decisamente innovative messe in campo alla Pirelli Bicocca di Milano. Dopo la paziente costruzione del potere di contrattazione del sindacato in azienda che aveva caratterizzato la "riscossa operaia" degli anni sessanta, avviata a Milano dal Natale in Piazza del Duomo con gli elettromeccanici salutati nell'omelia dal cardinale Montini, i lavoratori italiani, con i loro bassi salari, con i loro pochi diritti e con un debole sistema di protezione sociale, avevano deciso che così non si poteva più andare avanti e avevano preso a lottare nel '68 e nel '69 in modo unitario con un livello di partecipazione fino ad allora sconosciuti. Si sprigionò da quegli avvenimenti una spinta partecipativa, democratica e modernizzatrice che coinvolse tanti aspetti della vita economica, sociale, politica, culturale e del costume del nostro paese.

I lavoratori si battevano per il rinnovo dei contratti nazionali di lavoro, per salari più europei, per contestare i ritmi e i carichi di lavoro, per contrattare gli straordinari e l'organizzazione fordista del lavoro; si battevano per consistenti riduzioni dell'orario di lavoro, per il superamento delle gabbie salariali, per riforme sociali riguardanti le pensioni, la sanità, la casa, il fisco, i trasporti, per un ambiente di lavoro più salubre. La spinta al cambiamento aveva portato al superato delle divisioni sindacali del 1948 e innescato la volontà di costruire percorsi e procedure unitarie, processi partecipativi e democratici nuovi con la elezione dei consigli dei delegati, con le assemblee in azienda, con un protagonismo nuovo delle forze del lavoro che ponevano la loro funzione al centro della agenda politica del paese. Che ponevano alla politica italiana e alle sue istituzioni domande ed esigenze che richiedevano risposte nuove.

Il sindacato è uscito da quegli anni profondamente mutato. Ha saputo cogliere molte istanze emerse da quella convulsa fase storica misurandosi, non senza pesanti resistenze interne, con la voglia di partecipare che veniva espressa in forme nuove, ha avuto la lungimiranza di comprendere molte delle novità emerse e di integrarne le potenzialità nell'organizzazione. Emersero invece con evidenza le difficoltà della politica italiana ad offrire orizzonti e sbocchi adeguati alle istanze di cambiamento che da quella fase erano così prepotentemente emersi.

In quelle stagioni si sarebbero gettati quei semi che hanno cambiato nel profondo la società italiana portandola a realizzare tante conquiste sindacali e civili, dal conseguimento di protezioni sociali generali, solidali e universali come le pensioni e la sanità fino alla approvazione delle leggi sul divorzio, sull'aborto e sul nuovo diritto di famiglia, alla approvazione dello Statuto dei diritti dei Lavoratori.

Contro tutto questo si scatenarono le destre estreme e le forze dell'avventura, coadiuvati in forme variegate da settori deviati dei servizi segreti e dalle pressioni dell'atlantismo più oltranzista oltre che dalla parte più reazionaria dell'imprenditoria italiana. Costoro temevano novità nella evoluzione politica del paese e furono disponibili ad impedirle con ogni mezzo. Le loro scelte hanno lasciato una tragica scia di sangue che non ha avuto eguali in altri moderni paesi europei.

La bomba, predisposta dalla cellula veneta di Ordine Nuovo, che esplose il 12 dicembre in Piazza Fontana ebbe un effetto devastante, l'Italia intera rimase sconvolta e inorridita. Si aprì la caccia al colpevole che venne orientata verso le sinistre e che si concretizzò nella caccia all'anarchico. Costoro furono immediatamente accusati, Pietro Valpreda sarà incarcerato per oltre 3 anni per finire ad essere poi completamente prosciolto da ogni accusa. Giuseppe Pinelli è entrato vivo in Questura e ne è uscito morto. Due volte vittima, come ha sottolineato il Presidente Napolitano, dapprima vittima di pesantissimi e infondati sospetti, poi vittima di una improvvisa e assurda fine. Aldo Aniasi, sindaco di Milano in quegli anni, mi ha raccontato in più occasioni che il 12 dicembre del 1969 si trovava al Castello Sforzesco e aveva sentito il fragore della bomba che alle 16 e 37 era esplosa in Piazza Fontana. Era precipitosamente accorso tra i primi alla Banca Nazionale dell'Agricoltura; tra i morti, i feriti e le macerie aveva incontrato il prefetto di Milano Libero Mazza e il questore Marcello Guida che, non più di dieci minuti dopo il gravissimo attentato, gli dichiararono senza esitazione alcuna che i colpevoli andavano ricercati tra gli anarchici.

Come già sperimentato in Grecia si è tentato in quegli anni di organizzare anche in Italia delle stragi, organizzate e attuate dai neofascisti per diffondere il terrore e sconvolgere l'opinione pubblica, per poi cercare di attribuirle alle sinistra e in specifico agli anarchici. Stragi di inermi cittadini finalizzate ad intimidire le grandi masse popolari, a creare spazi ad operazione reazionarie portate avanti dalla cattiva politica italiana e dai suoi supporter stranieri protesi a cavalcare la richiesta di una svolta autoritaria invocata e sostenuta dalla così detta "maggioranza silenziosa". Come contrapporsi a tali terrificanti scenari, come difendere la democrazia italiana e la convivenza civile nel paese?

In occasione dei funerali delle vittime di Piazza Fontana nel dicembre del 1969 Cgil, Cisl e Uil milanesi fecero una scelta di straordinario valore politico proclamando lo sciopero generale che evidenziò l'impegno diretto dei lavoratori contro l'eversione. Operai e impiegati guidarono la mobilitazione popolare per esprimere cordoglio alle vittime, per difendere le istituzioni democratiche, per isolare gli assassini e i loro mandanti, per chiederne l'individuazione e la punizione. Quella Piazza del Duomo strapiena di lavoratori che partecipavano alle esequie ha parlato al paese e tracciato la strada da seguire in futuro.

Quella decisione ha rappresentato una pietra miliare, una scelta lungimirante che ha contribuito a segnare la storia d'Italia nella lunga battaglia ampia, partecipata, democratica e di massa contro il terrorismo, il nemico più insidioso per le nostre fragili istituzioni repubblicane, una battaglia indubbiamente difficile da gestire.

Proprio a Milano una parte della destra, guidata dall'avvocato Cesare Degli Occhi e dall'esponente democristiano Massimo De Carolis, ha cercato esplicitamente di organizzare la "maggioranza silenziosa" affinché si scuotesse dal proprio torpore e chiedesse a gran voce ordine, ordine e ancora ordine contro le mobilitazioni operaie che erano in corso e che venivano indicate come il brodo di cultura del terrorismo. Lo scontro politico sul sostegno o meno di tali opzioni e alla perversa strategia che ne era sottintesa ha attraversato verticalmente la stessa Democrazia Cristiana ma anche qui l'antifascismo più coerente ha prevalso fornendo un contributo rilevante alla tenuta della democrazia italiana. Le iniziative del terrorismo nero proseguiranno purtroppo per tutti gli anni Settanta anche se dopo la strage di Brescia del 1974 e la straordinaria mobilitazione antifascista che aveva coinvolto tutto il paese si era reso evidente il fallimento di quella strategia. L'atlantismo oltranzista e le forze che lo affiancavano accantonarono la strategia golpista e presero a sostenere un altro disegno autoritario altrettanto pericoloso e finalizzato ad incidere sulla vita della nazione: è del 1975 la stesura del "Piano di rinascita democratica" stilato dalla P2.

A partire dai primi anni Settanta era apparso, sanguinoso e feroce, anche il terrorismo rosso. Sotto la guida di Mario Moretti il partito armato ha avuto nella parte centrale del decennio il suo massimo sviluppo mettendo in campo la fase più brutale e sanguinaria della attività delle Brigate Rosse fino a giungere al clamoroso rapimento e all'assassinio di Aldo Moro, il presidente della Democrazia Cristiana.

Anche questi nemici dei lavoratori, della democrazia e della convivenza civile sono puntualmente apparsi nei momenti e nei passaggi più difficili della vita della società italiana nel loro folle tentativo di condizionare lo sviluppo di una corretta dialettica politica e sociale, di bloccare possibili nuovi scenari politici, di impedire ogni reale cambiamento del paese.

Il sindacato confederale unitario, insieme al più ampio schieramento antifascista nazionale, ha dovuto guidare una battaglia politica molto complessa nell'orientare grandi masse di lavoratori e di cittadini nella corretta comprensione dei fatti, nell'impegno a contrastare ogni lassismo e ogni tentazione di collocarsi nella così detta "zona grigia", l'area dell'indifferenza che in una prima fase è stata presente in settori della società italiana come in alcune aree del mondo del lavoro. Una battaglia culturale e politica che ha acquisito una forza e una consapevolezza crescenti mentre al manifestarsi di ogni episodio di violenza terroristica il sindacalismo confederale unitario è sempre stato puntualmente e tenacemente impegnato nel predisporre dopo ogni attentato, alla testa di un ampio schieramento di forze, una risposta di mobilitazione per la difesa della democrazia e della convivenza civile, per la riaffermazione del valore della vita delle persone, per il rifiuto della violenza, per l'affermazione del confronto e del dialogo, per la partecipazione democratica e di massa quali unici strumenti atti a sostenere politiche di cambiamento.

Ricordo che Luciano Lama soleva ricordare amaramente come a nessun altro sindacato europeo fosse mai stato richiesto tanto. Una impegnativa battaglia culturale e politica contro lo stragismo neofascista e successivamente contro il partito armato brigatista e le sue azioni; una battaglia per rispondere ad ogni attacco antidemocratico, ma anche per conquistare le coscienze, per sconfiggere le pigrizie, per dipanare le incomprensioni su quanto stava accadendo.

Una scelta che non poteva che avere un carattere di progressiva processualità per orientare nei loro convincimenti più profondi milioni e milioni di uomini e di donne contrassegnati dalla più disparata impostazione culturale, dalle più diverse esperienze generazionali e dalle variegate collocazioni sociali; una mobilitazione politica e culturale di dimensioni gigantesche.

È stato grazie all'opera di uomini di grandi personalità come Luciano Lama, Sandro Pertini, Enrico Berlinguer, Benigno Zaccagnini e come di tante altre figure significative della società italiana se la fragile democrazia di questo nostro paese non è crollata sotto i colpi convergenti di tante forze eversive nazionali e internazionali come invece è avvenuto per la Grecia, per il Cile o per l'Argentina e se la democrazia italiana ha vinto la sfida più difficile e più insidiosa che ha dovuto affrontare dopo la seconda guerra mondiale.

Va sottolineato anche il raccordo tra le grandi organizzazioni della Resistenza, che pur si erano divise nel 1948 nel clima aspro della guerra fredda e che è stato invece saldissimo in ogni occasione nella battaglia contro ogni forma di terrorismo. Non si è segnalata nei gruppi dirigenti dell'Anpi, dell'Aned, della Fiap e della Fvl la benchè minima sbavatura davanti agli sproloqui del terrorismo rosso sulla Resistenza tradita, mentre invece una forma di diplomazia resistenziale ha seguitato a operare unitariamente, spesso in forme sotterranee, permettendo non solo l'attivazione e l'ulteriore consolidamento di rapporti tra esponenti di culture politiche diverse ma anche e sopra tutto ha operato per mantenere i rapporti unitari nei momenti più difficili dell'attacco terrorista anche quando la polemica pubblica tra i partiti rischiava di salire troppo sopra le righe. La funzione svolta a livello nazionale da Arrigo Boldrini, da Emilio Taviani e da Aldo Aniasi è stata decisamente importante.

Dopo l'assassinio di Aldo Moro, dopo quello dell'operaio comunista genovese Guido Rossa e dopo un 1979 che ha registrato il numero più alto delle azioni terroristiche che si scatenavano in parallelo ai profondi scollamenti che si registravano tra le forze politiche fondamentali del paese, il ciclo del terrore sempre più isolato politicamente nel paese come nei luoghi di lavoro, incalzato militarmente dalle forze dell'ordine e squassato dalle confessioni dei pentiti ha preso a declinare. Il terrorismo è andato esaurendosi nei primi anni Ottanta dopo il rapimento fallito di James Dozier, un generale americano della Nato, e si è riservato successivamente solo qualche colpo di coda espresso da isolati e irriducibili folli che, pur rappresentando sempre un pericolo micidiale per le singole persone da loro messe nel mirino delle loro armi, non ha rappresentato più un pericolo reale per la tenuta democratica della società italiana.

Oggi, a distanza di alcuni anni, possiamo constatare e rivendicare con orgoglio che quella battaglia terribile contro l'eversione sia stata indubbiamente vinta dalla democrazia italiana con uno straordinario contributo delle forze del lavoro e di tutto lo schieramento antifascista italiano. Ma possiamo riflettere anche su quante energie siano state spese per difendere la democrazia e la convivenza civile, energie che sono purtroppo state sottratte al sostegno di una politica di cambiamento del nostro paese.

I diversi terrorismi che hanno insanguinato il paese hanno determinato nei fatti un gigantesco effetto stabilizzante dello status quo esistente senza innovazione né modernizzazione né progresso sociale, incapace di dare le risposte che il paese si attendeva, incapace di risolvere i veri problemi dell'Italia, di farla progredire adeguatamente, di attribuire la giusta importanza al valore sociale del lavoro, di attuare pienamente il dettato costituzionale e le grandi potenzialità che esso contiene. A far data dalla uccisione di Aldo Moro è apparsa sempre più evidente l'incapacità del nostro paese e delle sue classi dirigenti di dare adeguate risposte alle crisi che lo stavano gradualmente logorando. L'Italia in buona sostanza è stata pesantemente condizionata dal terrorismo nelle sue possibilità di autoriformarsi adeguatamente.

La cancellazione dei possibili orizzonti che potevano essere esplorati dalle forze più vive della società italiana ha generato i difficili anni ottanta che hanno incubato, ed è apparso clamorosamente evidente dopo la caduta del muro di Berlino, una crisi politica devastante che ha prodotto la fine dei partiti che avevano dato vita al CLN e si è manifestata in tutta la sua gravità una crisi politica, morale, economica e istituzionale della quale ancor oggi non si intravvede la fine.

Carlo Ghezzi, segretario della Fondazione Giuseppe Di Vittorio


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12 DICEMBRE 2019