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IRAN, USA, MEDIO ORIENTE: SCENARIO ALLARMANTE


Evitato l'innesco di un'escalation, restano tensioni inquietanti






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Scenario allarmante con rischi di guerra: confesso francamente che il 3 gennaio, quando ho appreso dell'assassinio del generale Suleimani da parte di un drone americano ho avuto un brivido freddo nella schiena. Si trattava di un atto di guerra contro un grande paese come l'Iran, proprio mentre stavano montando altre gravi tensioni in Libia, nel mezzo del Mediterraneo.

L'innesco di un'escalation inarrestabile è stato evitato dalla freddezza e dalla moderazione con cui ha risposto la dirigenza iraniana. Resta comunque uno scenario cupo, allarmante di cui riteniamo necessario discutere seriamente: francamente sono sorpreso dalle reazioni deboli in Italia e dalla discussione mediatica più confusa del solito.

Spetta a Paolo Cotta Ramusino tracciare un quadro preciso della situazione. Lasciatemi solo esporre la scansione degli eventi per sollevare un punto serio, rilevante di discussione.

Prima questione: nel 2015 gli Stati Uniti, gli altri paesi membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell'ONU più la Germania, avevano siglato un accordo con l'Iran: precise limitazioni alla ricerca nucleare iraniana in cambio di una normalizzazione delle relazioni economiche e politiche. L'anno dopo cambia la Presidenza americana: il nuovo Presidente, il nazional - populista Trump, straccia l'accordo e impone sanzioni economiche all'Iran. Da un lato dichiara che vuole ridurre la presenza americana in Medioriente ma dall'altro lato esplicita l'obiettivo di aggravare le tensioni in Iran per spingere il regime iraniano verso la crisi.

Improvvisamente il 3 gennaio Trump surriscalda la crisi con un vero e proprio atto di guerra. In assenza di una risposta militare da parte iraniana fa un altro passo: aggrava ulteriormente le sanzioni. Per provocare, a quanto si capisce, un aggravamento della crisi economica in Iran.

Questi i fatti. Le ragioni di queste scelte sono difficili da capire, soprattutto se vengono inquadrate nello scenario mediorientale: dove il nodo ISIS non è ancora risolto (per altro è opportuno notare che la sconfitta sul campo militare dell'Isis è largamente debitrice alla cooperazione militare con l'Iran), dove l'Iraq è sempre sottosopra e la Siria non è ancora fuoriuscita dal più grave conflitto dell'ultimo decennio. Il tutto mentre a poca distanza, in Libia, si combatte e nel conflitto si stanno inserendo Turchia e Russia.

Il Presidente e l'Amministrazione americana hanno dato prova di una pericolosa confusione strategica (denunciata con forza dall'opposizione democratica) e di una sorprendente incertezza operativa. (sicuramente ricordate: comunicati scritti e poi ritirati ecc). Ma allora: quali sono gli obiettivi di Trump, cosa davvero vuole raggiungere? E ancora: chi nel mondo di oggi riesce a svolgere una funzione regolatrice delle tensioni internazionali? Ovviamente sono le questioni essenziali su cui, presumo, ragionerà Cotta Ramusino.

Ma permettetemi, prima di passargli la parola, due rapidi considerazioni.

La prima: unica spiegazione che trovo nella condotta di Trump è che il Presidente americano si muove nello scacchiere internazionale come leader "sovranista e populista": "sovranista" nel senso che non si pone più il problema di una visione globale ("America first" il suo obiettivo; altro non ha mai precisato) ma nel contempo "populista" nel senso che ha bisogno di un nemico per il suo popolo. Un vero populista se il nemico non ce l'ha lo deve inventare. Il nemico da evocare e da minacciare è il presupposto necessario per alimentare un rapporto caldo con il "suo popolo", con quel pezzo di America che gli ha dato fiducia e con cui deve alimentare un continuo rapporto.

A me sembra che stia qui l'unica spiegazione logica di un comportamento sorprendentemente contraddittorio: la volontà proclamata di sganciarsi dal Medioriente e nel contempo un'azione incendiaria priva di un disegno, di un pensiero su come gestirne le possibili conseguenze. I "neocon" al tempo di W. Bush e della guerra in Iraq volevano ridisegnare il Medioriente, volevano "migliorare" il mondo: si è visto come è andata a finire. Trump non ha neppure lontanamente questo obiettivo, ma gioca con il rischio di una guerra di implicazioni potenziali ancora più devastanti.

Permettetemi - perché qui in Italia non l'ha fatto praticamente nessun commentatore - di sottolineare l'intima logica populista di questa condotta. Al fondo essa non è diversa da quella utilizzata da Salvini contro le barche degli immigrati. Salvo, ovviamente, la differenza di scala: una cosa è minacciare qualche gommone, altra cosa è minacciare e aggredire un grande paese. Quando sostengo (e alcuni di voi me l'hanno sentito già dire) che il nazional populismo, a lungo andare, può esporre il mondo a un rischio assai grave mi riferisco esattamente alle potenziali conseguenze dell'adozione di questa logica nella politica internazionale: in un mondo dove sta riprendendo la corsa al riarmo nucleare il nazional populismo porta con sé gravi minacce sul futuro dell'umanità.

Seconda: in un mondo globalizzato senza più regolatori stanno riemergendo antiche strutture statuali. Lo scenario è impressionante: sembrano riemergere, con le loro logiche, i vecchi imperi: lo stesso Erdogan ha evocato l'impero ottomano. L'Iran reagisce mobilitando lo storico orgoglio persiano. Per non parlare della Russia, della Cina e dello stesso Egitto. La cartina del mondo si sta riscrivendo sotto i nostri occhi e sembra, incredibilmente, riproporre antichi scenari.

Ultima considerazione: mentre in Medioriente crescono le tensioni, l'Australia va a fuoco. In un mondo dove dominano leader populisti e leader negazionisti (come il premier australiano, ostinato negazionista del riscaldamento climatico) è buona cosa che i cittadini trovino le strade per ricordare una verità assai semplice, ma che ogni giorno che passa sembra diventare sempre di più un programma culturale e politico: ovvero sarà bene che ci ricordiamo che siamo "una sola umanità e un solo pianeta".

 


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17 GENNAIO 2020

 

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Paolo Cotta-Ramusino
"IRAN, USA, MEDIO ORIENTE:
SCENARIO ALLARMANTE CON RISCHI DI GUERRA"