Renzo Riboldazzi  
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FARE POLITICA CON L'URBANISTICA (E VICEVERSA)


Alberto Magnaghi a Città Bene Comune



Renzo Riboldazzi


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Mercoledì 19 maggio, alle 18, si terrà il terzo incontro di Città Bene Comune dedicato al libro di Alberto Magnaghi, Il principio territoriale (Bollati Boringhieri, 2020). A discuterne con l’autore ci saranno Alessandro Balducci – professore ordinario di Tecnica e Pianificazione urbanistica al Politecnico di Milano –, Angela Barbanente professore ordinario di Tecnica e Pianificazione urbanistica al Politecnico di Bari – e Claudio Saragosa – professore associato di Urbanistica all’Università degli Studi di Firenze –. L’incontro – prodotto dalla Casa della Cultura di Milano e dal Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano con il patrocinio dell’Istituto Nazionale di Urbanistica (INU), della Società Italiana degli Urbanisti (SIU) e della Società dei Territorialisti e delle Territorialiste (SdT) – potrà essere seguito sul sito web o sui canali YouTube e Facebook della Casa della Cultura.

 

 

Perché questo libro

Se qualcuno coltivasse ancora l’idea che l’urbanistica sia una tecnica arida, lontana dalla vita quotidiana delle persone, dovrebbe provare a leggere l’ultimo libro di Alberto Magnaghi, Il principio territoriale (Bollati Boringhieri 2020). Qui troverebbe molte cose. Un affresco delle condizioni del territorio in cui viviamo, che sono al tempo stesso fisiche, economiche e sociali, e una spiegazione delle ragioni strutturali della sua crisi. Un’ipotesi circa i possibili rimedi a tale situazione che deriva da una precisa posizione politico-culturale ma anche e soprattutto dall’ascolto di quei segnali epifanici, ancorché flebili e frammentati, di ciò che qua e là sul territorio già oggi succede. Infine, una proposta per il futuro – il nostro futuro – che è al tempo stesso di natura politica e urbanistica, forse più politica che urbanistica. Di sicuro non meramente tecnica.

Prima di addentrarci in una sintetica trattazione di questi punti va detto che per Magnaghi, il territorio è “il bene comune per eccellenza” (p. 21) che non è solo nostro – nostro nel senso della società che temporaneamente lo abita – ma “un immenso patrimonio culturale collettivo, intergenerazionale, vivente, denso di saperi, di arti, di scienze, dotato di identità percepibile con i sensi attraverso i suoi paesaggi” (p. 21) che appartiene a tutti gli esseri viventi e anche alle future generazioni. Qualcosa che andrebbe o, meglio, che avrebbe dovuto essere “continuamente nutrito, curato” (p. 22) per evitare il rischio che invece stiamo seriamente correndo di far peggiorare una condizione già pesantemente compromessa.

Ciò che stiamo mettendo a repentaglio – sostiene Magnaghi – non è tanto la vita del pianeta quanto proprio quella di quel substrato – il territorio, appunto – che garantisce la nostra sopravvivenza. E questo – scrive – “per il carattere aggressivo e ignorante degli interventi antropici sull’ambiente naturale, [praticati per decenni e tutt’oggi] in forme dannose non solo alla biosfera, ma anche alla vita stessa dell’uomo” (p. 22) sulla Terra. Si pensi, per fare un esempio, alla miriade di luoghi dove abbiamo avuto l’incoscienza di costruire (con i risultati disastrosi che oggi conosciamo). O alla quantità di suolo naturale o agricolo che abbiamo consumato e stiamo ancora consumando riducendo la nostra capacità autosostentamento. Per non dire di tutte le forme di inquinamento ambientale che provoca lo stile di vita delle cosiddette società avanzate e non solo di quelle.

Il rimedio per Magnaghi è la cura. Non la cura a posteriori di una malattia per molti versi provocata dall’imprudenza e dall’arroganza dell’Uomo verso la Natura. Ma “la cura come prevenzione” (p. 25). Condotta pazientemente e quotidianamente da “abitanti contemporanei quali tessitori del patrimonio dei luoghi” (p. 18), consapevoli del proprio ruolo civile e alle redini del proprio destino, non più o non solo “lavoratori astratti, clienti di servizi e consumatori di merci” (p. 18) come oggi più comunemente avviene. Dunque, una cura territorialmente diffusa, socialmente condivisa e politicamente situata. Che matura dai contesti. Che fa propri saperi antichi delle comunità (più che quelli degli urbanisti). Capace di “migliorare contestualmente le relazioni sinergiche dell’insediamento con la biosfera e, al tempo stesso, – scrive l’autore – di mettere in atto tecnologie di difesa dal global change per contrastare gli effetti degli eventi eco-catastrofici della natura” (p. 26).

È qui che la proposta di Magnaghi si fa per certi aspetti disciplinare nel senso che, più che invocare l’Urbanistica per come questa si è configurata nel Novecento – esito di un lento processo di codificazione delle sue tecniche, dei suoi strumenti, delle sue norme – o per come questa è stata praticata al tramonto del secolo scorso e nelle prime due decadi del nuovo millennio – spesso destrutturata, svilita e incapace di incidere davvero la realtà e soprattutto di agire nell’interesse della collettività nel suo insieme –, rimanda a ciò che almeno a parole più d’uno auspica ovvero a una articolata “scienza multidisciplinare che tratti unitariamente la conoscenza del territorio [e le sue trasformazioni] e che sappia ricomporre i saperi disciplinari in progetti integrati per ricostruire la qualità complessiva, olistica di un territorio oggi frammentato da politiche settoriali e interessi esogeni ai singoli luoghi” (p. 29). Con la differenza rispetto ad altre analoghe proposte che questa “prospettiva di ricomposizione dei saperi [dovrebbe essere] guidata dall’azione collettiva nel territorio” (p. 30) più che costruita dall’alto o dall’interno di un sapere notoriamente in crisi. Ovvero fondata su “strumenti di progettazione del territorio e di pianificazione partecipativa che rovesciano il processo decisionale” (p. 29) e, al tempo stesso, restituiscono credibilità al governo territoriale.

È qui che, allo stesso tempo, la proposta di Magnaghi si fa per altri aspetti politica. Nel suo auspicare “nuove forme di sviluppo locale, caratterizzate – scrive – dall’attivazione, in costante crescita, di strumenti di democrazia partecipativa e di forme contrattuali e pattizie fra molti attori che affrontano il governo del territorio come bene comune” (p. 29) che in qualche modo integrano o persino superano la democrazia diretta. In altri termini, “una nuova civilizzazione urbana e rurale che si affida a energie bottom-up, in grado di restituire dimensioni e forme appropriate di autogoverno e democrazia alle comunità” (p. 83). Ma si fa politica anche nel suo immaginare “una comunità territoriale così sapiente e solidale da mutare in ricchezza durevole il proprio patrimonio ambientale, culturale, paesaggistico, e – sostiene Magnaghi – da sapersi riappropriare dell’innovazione tecnologica per riprodurre il metabolismo delle proprie città [e] curare sistemi ambientali malati e reti ecologiche” (p. 32). Si fa politica, infine, nel suo auspicare un ritorno “alla terra innanzitutto, come via primaria di ritorno al territorio, restituendo ai nuovi agricoltori (in particolare, nel nostro territorio, ai nuovi montanari) il ruolo di protagonisti di una nuova civilizzazione agro-ecologica” (p. 34).

Ed è dunque qui che la proposta di Magnaghi si fa per molti versi utopica e – a giudizio di chi scrive – necessita di una discussione collettiva.

 

Introduzione ai temi trattati

Magnaghi nel suo argomentare procede con passo lento ma fermo. In primo luogo, chiarisce il significato di parole comuni nel linguaggio urbanistico – spazio, terra, territorio, luogo, paesaggio, abitanti – e altre meno comuni ma essenziali per descrivere realtà complesse come la nostra – despazializzazione, deterritorializzazione – o per introdurre concetti essenziali della sua riflessione – patrimonio territoriale, coscienza di luogo, conversione ecologica –. Non ultima la parola territorialista, che – scrive – “fa riferimento ad una scuola di pensiero multidisciplinare che considera il territorio come un soggetto vivente, una ‘seconda natura’ (Goethe), un neoecosistema – afferma – esito dei processi di coevoluzione di lunga durata tra civilizzazioni antropiche e ambiente” (p. 67). Una scuola che nel 2011 ha dato vita alla Società dei territorialisti e delle territorialiste – presieduta dallo stesso Magnaghi – nell’ambito della quale sono maturate riflessioni, ricerche, esperienze entro cui il pensiero territorialista ha preso più chiaramente corpo.

Tratteggia (nel secondo capitolo) il lungo processo che, soprattutto nel Novecento, ha tramutato i luoghi urbani e territoriali in spazi funzionali alla produzione e al commercio delle merci, dirottandoli oggi verso un iperspazio digitale che è condizione essenziale per una urbanizzazione globale e che – osserva – “nega esplicitamente l’idea stessa di spazio locale” (p. 71). Così, mentre si tende “a prosciugare, a desertificare il territorio dei luoghi: per sottrazione ed eliminazione di piccoli Comuni, di ferrovie e stazioni minori, di uffici postali, di banche e università del territorio, di piccoli esercizi commerciali, di cooperative autentiche, di piccoli presidi ospedalieri, di tribunali, di piccole e medie imprese, di istituti di ricerca e così via” (p. 74) si va – sostiene Magnaghi – verso un’urbanizzazione territoriale se non ancora globale, sicuramente pervasiva, anonima e indifferente ai contesti, all’ambiente, alle condizioni di vita delle persone. “Un terzo della popolazione globale – ci ricorda – è permanentemente accampato in slums insalubri, degradati e fatiscenti, in maggioranza autorganizzati [e – scrive –] il 75% delle emissioni globali di CO2 (le principali emissioni climalteranti) è prodotto non già da attività industriali o estrattive ma proprio dalle mega-urbanizzazioni” (p. 78).

Ipotizza (nel terzo capitolo) un contro-esodo, ovvero “un ‘ritorno al territorio’ come bene comune [...] per ritrovare il valore patrimoniale dei luoghi e la misura umana delle città e degli insediamenti” (p. 92). Ritorno che per Magnaghi significa molte cose: ritorno alla terra, ritorno all’urbanità, riabitare la montagna, ritorno a sistemi socio-economici locali.

Teorizza (nel quarto capitolo) la possibilità di far leva sul “patrimonio territoriale come mezzo di produzione sociale della felicità pubblica” (p. 108). Un patrimonio che si sedimenta nel tempo sulla base di una “crescita creativa della coscienza di luogo attraverso – scrive – forme di coralità produttiva e di progettualità sociale” (p. 120), che presuppongono un territorio inteso non come “una dotazione, un vestigio o una preesistenza, [ma come] un costrutto, un prodotto storico che si determina solo nell’interazione vitale, durevole e coevolutiva fra comunità umane e ambiente naturale” (p. 129).

Propone (nel quinto capitolo) un approccio progettuale fondato sul concetto di bioregione urbana. Ovvero un progetto che – spiega – dovrebbe considerare “in modo integrato le componenti economiche (riferite al sistema produttivo locale), politiche (riferite all’autogoverno dei luoghi di vita e di produzione), ambientali (riferite agli equilibri dell’ecosistema territoriale) e dell’abitare (riferite alla qualità dei luoghi funzionali e di vita di un insieme di città, borghi e villaggi)” (p. 150). Questo nell’ottica di “una nuova alleanza fra città e campagna [che] rigenera sia la città che la campagna” (pp. 167-168).

Si misura (nel sesto capitolo) con le questioni del governo di questo tipo di territorio abbracciando “approcci place-based incentrati sul riconoscimento e la valorizzazione ‘in rete’ delle risorse patrimoniali locali” (p. 192) e dunque senza presupporre “una totale trasformazione dell’organizzazione territoriale contemporanea, ma si può concettualmente e operativamente riferire e appoggiare al valore patrimoniale dell’armatura urbana e infrastrutturale storica e resistente, alla persistenza di valori comunitari nei piccoli paesi, borghi e città” (p. 198).

Infine, affronta (nel settimo capitolo) il tema della democrazia dei luoghi ovvero un “modello di democrazia che si distanzi sia dalla democrazia rappresentativa, [che considera] in profonda crisi strutturale, che dalle varie forme di democrazia diretta (nelle versioni referendarie, deliberative e/o telematiche)” (p. 213). Nuovi modi di praticare la democrazia – precisa Magnaghi – destinati “non tanto ad affiancare, ma a cambiare le forme e i ruoli [di quella] rappresentativa, affrontando le ragioni strutturali della sua crisi nella direzione di ridurne radicalmente le aspirazioni alla generalità della rappresentanza” (p. 250).

 

Qualche elemento di discussione

Quello di Magnaghi, come si legge nella quarta di copertina, è “un libro-manifesto”. Come tale, pur mosso da indiscutibili ragioni sostanziali, condivisibile nei suoi obiettivi generali e supportato da un'ampia letteratura, tende forse ad accentuare gli aspetti positivi della proposta politico-progettuale che avanza a scapito di quelli negativi. Giancarlo Consonni in un commento al libro pubblicato in questa rubrica (12 marzo 2021) esprime per esempio “qualche dubbio sulla concreta operatività di quanto prospettato [da Magnaghi]. Se – scrive – la via della bioregione urbana sembra cucita su misura su realtà come quella della Toscana e di regioni consimili, nei contesti metropolitani decisamente più squilibrati – per Consonni – la strada appare in ripidissima salita”. Analogamente Giuseppe Dematteis, in un altro commento anch’esso pubblicato qui (5 febbraio 2021), osserva che “alcuni obiettivi di questo ritorno [al territorio] appaiono per ora molto lontani, quello ad esempio di poter stabilire regole su che cosa produrre, come e in che quantità, in relazione alla peculiarità dei patrimoni locali, oppure quello di una rete di sistemi economici a base locale che riduca drasticamente la dipendenza dall’esterno attraverso uno ‘scambio cooperativo’ tra diversi sistemi e mercati regionali, come punto di partenza di una ‘globalizzazione dal basso’”.

A queste considerazioni potremmo aggiungere altre questioni. Per esempio, vien da chiedersi se sia davvero credibile che un generale ritorno al territorio possa essere ricondotto a un gesto di autocoscienza collettiva o più probabilmente non possa/debba essere inquadrato - con gli stessi obiettivi evidenziati da Magnaghi - nel contesto di politiche economiche stabilite "dall’alto". Se affidare molto della vita sociale alla partecipazione non sia per certi versi rischioso in termini di garanzia dei diritti di tutti: anche quelli di chi, legittimamente, non vuole partecipare, specie in contesti come quelli delle piccole comunità dove il controllo sociale è più forte e limitante delle libertà personali. Potremmo, infine, chiederci quanto la proposta di Magnaghi nel suo insieme sia davvero incompatibile con la democrazia rappresentativa (quella più nobile, s'intende) o, dal punto di vista progettuale, quanto la sfida della costruzione di una “scienza del territorio per la cura dell’ambiente dell’uomo”, nel suo tentativo di governare una infinità di aspetti della vita individuale e sociale, non rischi di inciampare proprio là dove è caduta anche l’urbanistica novecentesca.

Renzo Riboldazzi

 


© RIPRODUZIONE RISERVATA

14 MAGGIO 2021

CITTÀ BENE COMUNE

Ambito di riflessione e dibattito sulla città, il territorio, l'ambiente, il paesaggio e le relative culture progettuali

ideato e diretto da
Renzo Riboldazzi

prodotto dalla Casa della Cultura e dal Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano

in redazione:
Elena Bertani
Luca Bottini
Oriana Codispoti
Filippo Maria Giordano
Federica Pieri

cittabenecomune@casadellacultura.it

iniziativa sostenuta da:
DASTU - Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano
 

 

 

Le conferenze

2017: Salvatore Settis
locandina/presentazione
sintesi video/testo integrale

2018: Cesare de Seta
locandina/presentazione
sintesi video/testo integrale

2019: G. Pasqui | C. Sini
locandina/presentazione
sintesi video/testo integrale

 

 

Gli incontri

- cultura urbanistica:
2021: programma/1,2,3,4
 
- cultura paesaggistica:

 

 

Gli autoritratti

2017: Edoardo Salzano
2018: Silvano Tintori
2019: Alberto Magnaghi

 

 

Le letture

2015: online/pubblicazione
2016: online/pubblicazione
2017: online/pubblicazione
2018: online/pubblicazione
2019: online/pubblicazione
2020: online/pubblicazione
2021:

R.R., L'Urbanistica italiana si racconta, introduzione al video: E. Bertani (a cura di), Autoritratto di Alberto Magnaghi (Casa della Cultura 2020)

S.Saccomani, La casa: vecchie questioni, nuove domande, commento a: M. Filandri, M. Olagnero, G. Semi, Casa dolce casa? (il Mulino, 2020)

G. Semi, Coraggio e follia per il dopo covid, commento a: G. Nuvolati, S. Spanu (a cura di), Manifesto dei Sociologi e delle Sociologhe dell’Ambiente e del Territorio sulle Città e le Aree Naturali del dopo Covid-19, (Ledizioni, 2020)

R. Riboldazzi, Per una critica urbanistica, introduzione a: Città Bene Comune 2019 (Ed. Casa della Cultura, 2020)

M. Venturi Ferriolo, Contemplare l'antico per scorgere il futuro, commento a: R. Milani, Albe di un nuovo sentire (il Mulino, 2020)

S. Tagliagambe, L'urbanistica come questione del sapere, commento a: C. Sini, G. Pasqui, Perché gli alberi non rispondono (Jaca Book, 2020)

G. Consonni, La coscienza di luogo necessaria per abitare, commento a: A. Magnaghi, Il principio territoriale (Bollati Boringhieri, 2020)

E. Scandurra, Nel passato c'è il futuro di borghi e comunità, commento a: G. Attili – Civita. Senza aggettivi e senza altre specificazioni (Quodlibet, 2020)

R. Pavia, Roma, Flaminio: ripensare i progetti strategici, commento a: P. O. Ostili (a cura di), Flaminio Distretto Culturale di Roma (Quodlibet, 2020)

C. Olmo, La diversità come statuto di una società, commento a: G. Scavuzzo, Il parco della guarigione infinita (LetteraVentidue, 2020)

F. Indovina, Post-pandemia? Il futuro è ancora nelle città, commento a: G. Amendola (a cura di), L’immaginario e le epidemie (Mario Adda Ed., 2020)

G. Dematteis, Il territorio tra coscienza di luogo e di classe, commento a: A. Magnaghi, Il principio territoriale (Bollati Boringhieri, 2020)

M. Ruzzenenti, Una nuova cultura per il bene comune, commento a: G. Nuvolati, S. Spanu (a cura di), Manifesto dei sociologi e delle sociologhe dell’ambiente e del territorio sulle città e le aree naturali del dopo Covid-19 (Ledizioni, 2020)

F. Forte, Una legge per la (ri)costruzione dell'Italia, commento a: M. Zoppi, C. Carbone, La lunga vita della legge urbanistica del '42 (didapress, 2018)

F. Erbani, Casa e urbanità, elementi del diritto alla città, commento a: G. Consonni, Carta dell’habitat (La Vita Felice, 2019)

P. Pileri, Il consumo critico salva territori e paesaggi, commento a, A. di Gennaro, Ultime notizie dalla terra (Ediesse, 2018)

 

 

 

 

 

 

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