Enzo Di Nuoscio  
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CAPITALISMO, DEMOCRAZIA E SINISTRA


L’alternativa socialdemocratica al populismo



Enzo Di Nuoscio


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La tesi che intendo sostenere è che la degenerazione del “capitalismo storico” in senso oligopolistico a livello internazionale sta producendo un effetto a cascata: una erosione dell’economia di concorrenza, la quale a sua volta provoca un indebolimento della democrazia e una riduzione dello spazio per il “patto socialdemocratico” e, più in generale, per quel welfare state che ha garantito nel secondo dopoguerra l’alleanza tra mercato e democrazia. In questo scenario la sinistra è costretta a ripensare le proprie categorie perché il perseguimento degli ideali di uguaglianza e solidarietà nei singoli Paesi si intreccia sempre più con la difesa della democrazia ed è sempre più legato alla dimensione internazionale.

 

Democrazia ed economia di mercato non possono fare a meno l’una dell’altra

Il punto da cui partire è che democrazia ed economia di concorrenza vivono e muoiono insieme. Senza economia di mercato non può esistere la democrazia, perché in un regime di pianificazione, di monopolio o di ristretto oligopolio chi detiene tutti i mezzi stabilirebbe anche i fini perseguibili dai singoli individui e ciò annullerebbe le libertà. A sua volta l’economia di mercato non può fare a meno della democrazia, perché senza appropriate regole stabilite nello Stato di diritto essa tende a degenerare in senso oligopolistico, intaccando le li­bertà e accrescendo le diseguaglianze.

Solo dispiegandosi nell’ambito di una solida cornice di regole giuridiche, oltre che morali, la logica della concorrenza può diventare quel potente dispositivo per esplorare l’ignoto e per produrre conoscenza ed innovazione, che - come conferma la storia dell’Occidente - conferisce alle società in cui si afferma una superiore capacità di problem solving e notevoli risorse da destinare allo stato sociale.

 

La democrazia non può esistere se non ha la forza di regolare l’economia di mercato

La sfida della democrazia è proprio questa: per poter esistere ha biso­gno dell’economia di mercato e tuttavia i regimi democratici devono avere al tempo stesso la forza e la capacità di difendere l’economia di concorrenza dalle inevitabili degenerazioni che il capitalismo tende storica­mente a produrre, le quali possono svilire la concorrenza e minacciare le stesse democrazie. Se vogliono sopravvivere, le liberaldemocrazie devono essere in grado di contenere quei “contromovimenti”, quelle degenerazioni burocratico-oligopolistiche e quelle tendenze a distruggere la concorrenza che già negli anni Quaranta del Novecento Karl Polany e Joseph Schumpeter ritenevano una conseguenza difficilmente evitabile dell’avanzamento del capitalismo.

Le liberaldemocrazie del dopoguerra si sono affermate anche perché sono riuscite a vincere la sfida di definire, con l’indispensabile ausilio di istituzioni internazionali, a cominciare da quelle europee, un quadro di regole nazionali e sovranazionali (si pensi a quelle sull’antitrust, sulla finanza e sul commercio) che ha tutelato l’economia di concorrenza dalle degenerazioni del “capitalismo storico”, trasformando l’economia di mercato in un formidabile alleato della democrazia.

 

L’alleanza tra economia di mercato e democrazia non è possibile senza uno stato sociale

La capacità delle democrazie di salvaguardare l’economia di concorrenza è tuttavia necessaria ma non sufficiente a garantire il connubio, obbligato ma non naturale, tra la democrazia che promette uguaglianza e l’economia di mercato che tende a generare diseguaglianze. Occorre anche uno stato sociale (welfare state) che, come storicamente accaduto in Occidente, contrasti efficacemente le disuguaglianze che tende a produrre il mercato e moderi così il malcontento generato dall’inevitabile gap tra le elevate aspettative originate dagli ideali democratici e quelle più limitate che le democrazie storiche riescono effettivamente ad appagare. Sono state proprio le politiche di solidarietà a consentire alle fragili democrazie del dopoguerra di vincere la grande sfida, che altrimenti rischiava di travolgerle, rappresentata dalla forte domanda di diritti sociali che veniva dalle masse popolari.

Lo stato sociale è stato il principale strumento attraverso il quale la democrazia ha integrato le classi popolari, convincendole che la democrazia era il terreno più adatto per emanciparsi, inducendole così ad abbandonare il pericoloso e illusorio richiamo del comunismo sovietico. Garantendo la promozione di una vasta gamma di nuovi diritti sociali alla popolazione nel suo insieme, l’esperienza socialdemocratica nord europea ha rappresentato il più efficace e compiuto “patto storico” tra mercato e democrazia.

Ma non deve meravigliare che questo forte legame tra libertà, concorrenza e solidarietà lo ritroviamo, in termini in parte diversi rispetto alla tradizione socialdemocratica, anche in alcuni grandi liberali del Novecento, si pensi a Luigi Einaudi e Wilhelm Röpke, protagonisti con le loro idee e la loro azione politica della rinascita economica dell’Italia e della Germania dalle macerie della seconda guerra mondiale. Essi hanno duramente criticato il liberismo perché l’economia di mercato “non sopravvive alla sua esclusiva dominazione” (Einaudi) e hanno teorizzato quello che non hanno esitato a definire un “interventismo liberale” che, con interventi “conformi” all’economia di mercato, protegga l’economia di concorrenza, rafforzi il suo legame con la democrazia e utilizzi il mercato per garantire i diritti sociali dei più deboli. “Se si lascia libero gioco al laisser faire e laisser passer - scrive Einaudi - passano soprattutto le sopraffazioni dei pochi contro i molti, dei ricchi contro i poveri, dei forti contro i deboli, degli astuti contro gli ingenui”. Si affermeranno, ad esempio, oligopoli e monopoli che, è sempre Einaudi a parlare, sono “il nemico numero uno dell’economia libera”, producono “forti disuguaglianze sociali” e consentono di realizzare profitti che in realtà sono “un ladrocinio commesso ai danni della collettività”.

La riduzione delle disuguaglianze, il miglioramento delle chances di vita dei più poveri, anche garantendo un reddito minimo, come propone Einaudi, non sono in contrasto, ma funzionali alla logica della concorrenza, perché servono a potenziarne le capacità di innovare e di generare progresso ed equità. E questo per due precise ragioni: a) assicurando un sostegno economico a coloro che sono svantaggiati, senza però disincentivare il loro impegno a competere, si amplia la platea dei soggetti in grado di arricchire con le proprie risorse conoscitive e materiali l’ordine concorrenziale, il quale - in questo modo - potenzierà la propria capacità di problem solving; b) assicurando a tutti una condizione sociale dignitosa, si rinsalda quell’ambiente morale fatto di condivisione di determinati valori e regole sociali di cui ha bisogno una sana competizione economica.

Tale ambiente rappresenta una “risorsa” che il mercato “consuma ma non produce” ed è un indispensabile presupposto per il buon funzionamento dell’economia di concorrenza e per la stessa stabilità di una democrazia, il cui destino dipende fortemente dalla capacità di una società di rigenerare e adeguare queste “risorse morali”. È qui solo il caso di accennare che le stesse decisioni politiche e regole giuridiche che servono a regolare la concorrenza sono il prodotto proprio di questo ambiente morale.

 

Il welfare state non può essere disgiunto dall’economia di mercato

È bene ricordare che le politiche di solidarietà devono rispettare i meccanismi di fondo dell’economia di concorrenza, poiché essa è l’unico sistema economico che riesce ad offrire quelle ingenti risorse necessarie ad alimentare lo stato sociale. Il welfare state non può essere disgiunto dall’economia di mercato, altrimenti viene meno il presupposto della sua esistenza. Ciò conferma ancora una volta l’inscindibile trinomio democrazia – mercato - stato sociale. La storia delle sinistre europee e anche quella della tradizione liberale che ha cercato un punto di equilibrio tra libertà e uguaglianza, si pensi all’“Economia sociale di mercato”, è contrassegnata profondamente proprio dalle controversie su quale debba essere il bilanciamento tra l’intervento dello Stato e la capacità di autoregolazione del mercato.

 

Le degenerazioni del “capitalismo storico”: l’asimmetria tra mercato e stato di diritto minaccia la democrazia

La concordia discors tra mercato e democrazia oggi sta velocemente e pericolosamente diventando sempre più discordante, per due ragioni: a) un’asimmetria geo-politica tra un mercato globale e uno stato di diritto ancora largamente su base nazionale, che rende più difficile il compito della politica di governare la competizione economica; b) un’asimmetria temporale tra i tempi rapidi degli scambi economici e quelli addirittura istantanei delle transazioni finanziarie da un lato, e i tempi di decisione molto più lenti delle istituzioni democratiche dall’altro. Diventa così difficile arginare le degenerazioni della concorrenza.

Tutto ciò sta provocando una sorta di separazione tra “potere” e “politica”, tra un potere sempre più nelle mani del capitalismo globalizzato e delle tecnocrazie e una politica sempre più paralizzata, impotente, autoreferenziale, sovente appannaggio di litigiose élites nazionali ed europee. Élites troppo ossessionate dalla ricerca del consenso immediato e quindi prive di progettualità; in alcuni casi piuttosto incapaci di guardare l’oceano che circonda la sempre più piccola isola dei loro interessi.

Inoltre, il formidabile e sempre meno controllato oligopolio che a livello internazionale si va formando nel campo della raccolta e gestione dei dati finisce per incidere molto negativamente sulle democrazie, perché questi pochi giganti oligopolisti delle informazioni sono in grado di condizionare fortemente la formazione dell’opinione pubblica e più in generale le scelte dei cittadini. Questa trasformazione del capitalismo in ambiti così delicati pone oggi le democrazie nazionali di fronte ad una sfida storica (che sembra partita male): come sopravvivere nell’ambito della più vasta comunità della storia umana rappresentata da quell’ambiente digitale globale che incide fortemente sulla formazione dell’opinione dei cittadini democratici i quali devono decidere le sorti del proprio Paese? E come garantire che la comunità digitale globale diventi un ambiente che supporti e non minacci le democrazie?

 

Il “contromovimento” degli Stati Uniti e delle destre

L’indebolimento della politica sta provocando alcune grandi degenerazioni del capitalismo storico dei nostri tempi: oligopoli, monopoli, ipertrofia finanziaria, elevato debito pubblico, plutocrazia, eccessiva burocratizzazione, un crescente potere tecnocratico poco controllato dalla politica, grandi multinazionali con bilanci superiori a quelli di molti Stati nazionali, pesanti fenomeni internazionali di elusione fiscale, indebolimento dei “corpi intermedi”. A livello internazionale si va affermando un capitalismo oligopolistico di tipo sempre più tecnocratico e tecnologico, del quale sono sempre più protagonisti alcuni grandi Paesi autocratici, come la Cina. Ciò indebolisce pesantemente sia le singole liberaldemocrazie, il cui destino dipende da quello dell’economia di mercato, sia il welfare, che è un prodotto quasi esclusivamente nazionale, legato in buon parte alla capacità di intervento dei singoli Stati.

In questo scenario internazionale le democrazie come sistemi politici sembrano soggetti troppo deboli, inadatti a garantire quel connubio tra mercato e solidarietà su cui esse stesse si fondano. La svolta a cui stiamo assistendo con la presidenza Trump negli USA e con la massiccia affermazione delle destre in Occidente può essere interpretata come il “contromovimento” che vede anche la più importante democrazia del mondo sviluppare un carattere autocratico per poter far fronte alla competizione internazionale e per non rinunciare al suo ruolo di protagonista sullo scenario internazionale e nel mercato globale.

 

Per una sinistra: liberale, socialdemocratica ed europeista

Di fronte all’evidente incapacità degli Stati nazionali di regolare l’economia di mercato, l’Unione europea più che una opportunità è una necessità. Se si vogliono combattere le degenerazioni del mercato e della finanza internazionale che minacciano le democrazie nazionali, il completamento politico dell’Unione europea è la più grande risorsa che abbiamo, sperando che basti. Se forse per la prima volta nella storia umana, ci sono state generazioni che sono arrivate all’età più adulta senza conoscere né la guerra né la dittatura lo dobbiamo soprattutto al processo di integrazione europea. Purtroppo, le collettività hanno una memoria molto più corta di quella dei singoli individui, e ora questo “mito fondativo”, che le attuali classi dirigenti europee non hanno saputo rivendicare, non basta più.

Di fronte all’impossibilità degli Stati nazionali di governare la competizione globale, alla loro strutturale debolezza decisionale, alle degenerazioni della finanza globale, a grandi fenomeni internazionali come quello delle migrazioni e della sicurezza e cyber sicurezza, di fronte all’impressionante espansionismo della Cina, agli andamenti demografici che penalizzano le democrazie e al soft power di autocrazie che si candidano a diventare protagoniste di questo oligopolio tecnologico, il nuovo orizzonte dell’Europa unita è proprio quello di proteggere e sviluppare le democrazie nel terzo millennio.

Per tutte queste ragioni è evidente che, se si hanno a cuore le sorti della democrazia, il sovranismo, più che sbagliato, è semplicemente privo di senso. E deve essere soprattutto la sinistra a scuotere le classi dirigenti europee affinché adottino una più ampia prospettiva geo-politica e si rendano conto che la conflittualità che spesso le divide riguarda interessi sempre più marginali rispetto alla più ampia posta in gioco del destino delle democrazie, del ruolo e dell’identità dell’Europa nel mondo globale.

Nel nuovo contesto internazionale l’Europa rappresenta la migliore risorsa che abbiamo per proteggere le liberaldemocrazie, il mercato e il welfare dalle degenerazioni del capitalismo. Dunque, una sinistra che vuole rinnovare la battaglia per gli antichi ideali di emancipazione e di solidarietà non può che essere europeista e socialdemocratica e non può che schierarsi a difesa dell’economia di concorrenza, visto l’incidibile nesso tra democrazia, mercato e solidarietà. Un nuovo e più adatto stato sociale capace di rinnovare il patto tra mercato e democrazia e che sappia tutelate più efficacemente coloro su cui si scaricano gli effetti più negativi della competizione globale è ormai possibile solo in una dimensione internazionale che non può essere assicurata senza una vera unione politica europea.

Un più adeguato welfare state, inoltre, è fondamentale per contrastare un pericoloso fenomeno che sta indebolendo lo spirito democratico e penalizzando la sinistra: la preoccupante dilatazione nelle democrazie occidentali del gap tra le aspettative generate e quella appagate. Un fenomeno favorito da due fattori opposti: a) una progressiva dilatazione delle aspettative prodotta dall’accelerazione delle conoscenze, dalla travolgente innovazione tecnologica, dall’immediatezza e dalla velocità della circolazione delle informazioni, dalla rapidità con cui si trasformano le pratiche sociali le quali, non avendo più il tempo di sedimentarsi, provocano un allentamento dei vincoli della tradizione, che funge sempre meno da regolatore di aspettative; b) una crescente difficoltà a rispondere alle aspettative da parte delle liberaldemocrazie, le quali governano società molto più complesse di quelle a cui si riferivano gli ideali democratici dell’Ottocento e del Novecento; società molto articolate, poliarchiche, con poteri diffusi, che hanno sviluppato imponenti apparati burocratici. La complessità dell’organizzazione sociale, la frammentazione istituzionale, una parcellizzazione sempre più evidente delle domande che vengono dalla società civile, la difficoltà di conciliare interessi sempre più fluidi e divergenti, a cui si aggiunge un generale processo di indebolimento della politica in una società sempre più complessa, riducono la capacità delle istituzioni di rispondere alle attese. Questa divaricazione tra le aspettative generate e quelle appagate sta producendo una certa frustrazione del cittadino democratico la quale in questi anni ha alimentato una domanda potenziale di populismo che ha spiazzato la sinistra ed è stata invece prontamente sfruttata dalla destra.

Alle risposte al tempo stesso rassicurati e ingannevoli della destra populista, la sinistra non può che contrapporre un europeismo socialdemocratico, che sia popolare e quindi antipopulista, e che si faccia carico in questo nuovo scenario globale di quella indissociabile alleanza tra mercato, democrazia e stato sociale che ha cambiato la storia del Vecchio continente. La sempre più urgente “questione democratica” che si sta ponendo con l’indebolimento dei sistemi democratici e che solo qualche anno fa era difficile da prevedere in questi termini, non può che occupare un posto centrale in un rinnovato orizzonte storico della sinistra. Di una sinistra che sappia essere liberale nella difesa dell’economia di concorrenza dalle degenerazioni oligopolistiche, socialdemocratica nel progettare nuove e più efficaci politiche di solidarietà, senza le quali le liberaldemocrazie saranno sempre più in preda alle spinte centrifughe del populismo, ed europeista, perché la dimensione europea è l’unica che può proteggerci dagli effetti perversi della globalizzazione e perché pensare di regolare i grandi processi internazionali con la sola forza dello Stato nazionale è come cercare di fermare il vento con la mano.

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19 GIUGNO 2025

 

 

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