Pierluigi Ciocca  
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SULL'ECONOMIA ITALIANA


Un programma economico da tradurre in “progetto” politico



Pierluigi Ciocca


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In Italia dal 2014 l’occupazione è aumentata e la disoccupazione è scesa, ma solo perché i salari sono diminuiti e, carenti gli investimenti, il lavoro ha sostituito capitale. Non è buona occupazione: è mal pagata, a bassa produttività, a scadenza o precaria, inferiore alle aspirazioni dei giovani, che emigrano. A monte della buona occupazione è tuttora irrisolto il problema della piena occupazione: il tasso di disoccupazione resta sul 6%, quello dei giovani sul 20%, la partecipazione nelle forze di lavoro è tuttora inferiore alla media europea, gli inattivi si attestano sul 33%.

La piena occupazione postula nel breve periodo una domanda globale che corrisponda al potenziale produttivo e nel lungo periodo una crescita del Pil maggiore della crescita della produttività. Nessuna di queste condizioni è realizzata. La carenza di domanda è confermata sia dal parziale utilizzo della capacità produttiva sia dall’avanzo della bilancia dei pagamenti in presenza di una competitività del made in Italy invariata. Negli ultimi tempi il tasso di crescita del Pil ha superato solo di poco quelli della produttività totale e della produttività del lavoro, entrambi attestati su uno striminzito 0,4% l’anno. In realtà è dalla crisi della lira del 1992 che il Pil reale cresce a stento, solo dello 0,7% l’anno: il peggior risultato dall’Unità d’Italia, financo peggiore del periodo di Crispi e del fascismo dittatura. È prevedibile che l’intera legislatura si concluda nel 2027 con lo stesso deludente “zero virgola”.

Quindi l’economia vive un doppio problema: bassa attività nel breve periodo, bassa crescita nel lungo termine.

In assenza di una politica monetaria nazionale autonoma e in presenza di una BCE strutturata male e mediocremente guidata, la domanda globale va sostenuta all’interno con investimenti pubblici. Debbono risalire. Il PNRR è stato utilizzato solo in parte, va a scadere, si è disperso in mille rivoli, ha avuto un effetto moltiplicativo sulla attività economica inferiore all’unità.

Ancor più grave è che nell’ultimo ventennio l’economia abbia ristagnato tendenzialmente. I governi sia politici – anche con ministri competenti - sia tecnici non hanno provveduto su molteplici fronti. Le imprese hanno investito poco cosicché innovazione e produttività si sono pressoché annullate.

Le linee d’azione sono note perché ribadite, invano, dai migliori economisti. È essenziale che la classe dirigente comprenda quanto siano necessarie, sebbene alcune misure possano comportare nell’immediato perdita di consenso, sebbene le imprese possano non rispondere investendo e innovando, sebbene i tempi del rilancio non possano essere brevi.

Dopo l’ennesima legge di bilancio irrilevante per dimensione e contenuti il da farsi è riassumibile come segue.

Pubbliche finanze. Risparmi nei contratti di appalto e fornitura esosi per lo Stato, nei trasferimenti improduttivi della PA alle imprese, nelle spese militari, nel costo del debito devono unirsi a maggiori entrate da concessioni non più smaccatamente favorevoli ai concessionari e dal contrasto a una evasione che resta oscena. Aprirebbero ampi spazi di risanamento dei conti della Repubblica, tuttora indebitata per il 140% del Pil.

Investimenti pubblici. Per lunghi anni sono stati addirittura negativi su base netta con conseguente mancato ammortamento delle infrastrutture esistenti, che non sono state manutenute. Su base lorda sono scesi da 55 miliardi nel 2009 a 38 miliardi nel 2018 tornando sui livelli nominali del 2009 solo nel 2022. In termini reali sono stati erosi dall’inflazione. Anche in assenza del PNRR devono concentrarsi su grandi progetti per territorio, ambiente, sanità, istruzione, ricerca. Non aumenteranno il debito pubblico se, come diceva Keynes e come è possibile, il loro moltiplicatore sarà alto – nell’intorno di 2 - al punto da generare reddito, gettito, risparmi di spesa che coprono la spesa iniziale.

Distribuzione del reddito. La ripartizione degli averi è sperequata. L’1% più abbiente percepisce quasi il 15% del reddito totale. Poco meno di sei milioni di italiani sono poveri, 13 milioni rischiano di diventarlo. Un riequilibrio si impone, non solo per ragioni morali e di coesione sociale, ma perchè l’equità distributiva diffonde professionalità, potenzia il capitale umano, favorisce la crescita.

Concorrenza. Negli ultimi decenni i profitti sono stati “facili” e cospicui, alimentati da bassi salari, cambio sottovalutato, danari pubblici, evasione fiscale. Le imprese hanno quindi investito e innovato meno del passato. Se gli utili resteranno facili le imprese continueranno a ridurre lo stock di capitale, innovare poco, sostituire lavoro a capitale, con scarsa dinamica della produttività. Lo stimolo della competizione, della “minaccia” concorrenziale, è presupposto essenziale dello sviluppo (Schumpeter). Una volta assicurato il pieno utilizzo delle risorse e la piena occupazione, non è compito dello Stato garantire il profitto, spacciando l’intento per una fantomatica “politica industriale” che regala mezzi pubblici ai privati, come la Confindustria non smette di chiedere.

Il diritto dell’economia. Oltre agli investimenti pubblici più utili anche alla loro produttività, alle imprese – al “capitale” - va assicurato un contesto giuridico-istituzionale che consenta l’espressione piena delle capacità imprenditoriali: minori vincoli burocratici e più in generale un diritto privato, amministrativo, processuale degno di una moderna economia di mercato, che valorizzi la funzione imprenditoriale a cominciare dalla riscrittura dell’art. 41 della Costituzione sul rapporto fra libera iniziativa e intervento dello Stato, come pure dell’art. 2082 del Codice Civile sulla funzione imprenditoriale, entrambi obsoleti.

Mezzogiorno. Il reddito pro capite del Meridione resta quasi la metà di quello del Nord, che pure vorrebbe una autonomia regionale a suo favore, detta “differenziata”. Il Sud progredirà solo se l’intera economia tornerà a crescere. E tuttavia una politica specifica che ne promuova lo sviluppo è indispensabile. Oltre ai migliori servizi – presupposto anche del turismo - vanno concentrati al Sud gli investimenti pubblici in infrastrutture e un “IRI” di nuova creazione, gestito in autonomia, dovrebbe effettuarvi gli investimenti produttivi che i privati non realizzassero.

La dimensione europea. Negli ultimi venticinque anni l’economia italiana ha altresì risentito della lenta crescita dell’intera area dell’euro (1,2% l’anno) riconducibile a quella, ancor più lenta, della domanda interna. Questa è stata frenata dalle politiche fiscali – compreso il taglio degli investimenti pubblici – condizionate dal neomercantilismo della Germania: surplus della bilancia dei pagamenti e crescente posizione creditoria netta, capace di condizionare gli altri paesi. Se il governo dell’economia europea non si orienterà alla crescita stabile di pieno impiego l’economia italiana continuerà a stentare.

È fondamentale che questi indirizzi, questo “programma” d’ordine economico, venga tradotto in un “progetto” politico chiaro. Va esplicitamente rivolto in modo particolare alle categorie sociali che hanno soprattutto sofferto e soffrono per la stasi dell’economia. In una o più vesti si tratta di decine di milioni di cittadini: i salariati, i pensionati, i poveri, i contribuenti, i risparmiatori, gli anziani, i malati.

La democrazia è a rischio anche in Italia, ma per una ragione molto semplice, diversa da Trump e monopoli negli USA, dalla Europa inconsistente, dalla Cina autocratica, dalla Russia…cattiva. Troppi cittadini – anche progressisti – non votano più perché le parti politiche si beccano fra loro senza risolvere i problemi. A una tale, potenziale maggioranza va proposta una società e una economia italiane nelle quali essa, come pure il mondo delle imprese, si riconosca inducendola a tornare alle urne nell’interesse proprio e per la tenuta della democrazia repubblicana fondata sulla Costituzione del 1948.

 

Roma, 10 Dicembre 2025


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18 DICEMBRE 2025

 

 

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