Carlo Salone  
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OLTRE I DISTRETTI, DENTRO L'URBANO


Commento al libro di Cristiana Mattioli



Carlo Salone


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Ha ancora senso parlare oggi di distretti industriali? La domanda non è retorica né intellettualmente svagata, a dispetto delle apparenze. A quarant’anni e passa dalle prime autorevoli testimonianze di quella che sarebbe diventata una prolifica linea di ricerca, il saggio di Cristiana Mattioli, Mutamenti nei distretti. Produzione, imprese e territorio (FrancoAngeli, 2020), muovendo dall’esperienza di Sassuolo si propone di rispondere a questa domanda e a molte altre questioni connesse. Questioni che il radicale processo di trasformazione innescato negli ultimi anni da shock macro-economici esterni e da meccanismi evolutivi interni alle dinamiche distrettuali rendono oggi particolarmente cruciali. L’autrice lo fa adottando un profilo interpretativo che tesaurizza il meglio di quella tradizione di ricerca e, allo stesso tempo, ne integra il corpus prevalentemente socio-economico-organizzativo con una robusta e originale lettura delle caratteristiche fisico-spaziali della fenomenologia dei territori distrettuali.

Il lavoro, introdotto da una prefazione di Gioacchino Garofoli e chiuso da un saggio di Arturo Lanzani, si struttura in tre parti: la prima è dedicata a un’accurata ricapitolazione della letteratura dedicata agli spazi della produzione post-fordista (che comprendono la forma distrettuale, ma ovviamente non si limitano a questa); la seconda si occupa specificamente di Sassuolo, il caso che funge da campo di osservazione empirica, ed è accompagnata da un saggio per immagini fotografiche di Andrea Pirisi; la terza sviluppa in modo ben documentato e molto approfondito le questioni poste dalle trasformazioni funzionali e spaziali indotte dalla crisi industriale esplosa a seguito della bolla della finanza immobiliare del 2008, addentrandosi in considerazioni progettuali che rivestono un notevole interesse per le politiche urbanistiche.

La ricerca di Cristiana Mattioli si colloca nel solco di un approccio disciplinare che combina, con esiti piuttosto diversificati, una prospettiva analitica sensibile alla tradizione della geografia industriale – in particolare, all’analisi del fenomeno distrettuale – con una particolare sensibilità verso le scienze del progetto territoriale. Accade spesso che ricerche come questa cadano nella semplificazione degli apparati analitici in funzione - e a favore - di un impianto discorsivo che propende alla normatività, ma nel libro in questione i due elementi convivono invece piuttosto bene, nel senso che la componente analitica non vi appare affatto sacrificata. Consapevole delle insidie che avrebbe comportato il tentativo di offrire una sintesi della sterminata – e non di rado ridondante – letteratura sui distretti, l’autrice opta per uno sguardo intelligente e selettivo sulle categorie analitiche fondative e i relativi riferimenti bibliografici, che costituiscono il bastione concettuale dal quale, all’interno del primo capitolo, si apre lo sguardo sulla dimensione urbanistica (e dunque anche micro-spaziale) degli insediamenti produttivi distrettuali.

In un contesto scientifico tuttora dominato da interpretazioni del fenomeno paradossalmente poco inclini alla declinazione fisico-spaziale e tendenzialmente orientate a sottolineare gli elementi di omogeneità riconducibili all’idealtipo distrettuale, questo lavoro segna una salutare discontinuità, mostrando in corpore vili l’eterogeneità degli esiti economici, organizzativi e socio-spaziali della forma distrettuale – esiti sempre provvisori perché sottoposti alle leggi della storia e dell’evoluzione: citando Corò e Micelli (2017), Mattioli ci ricorda che “non è possibile oggi elaborare discorsi generali sui distretti, ma nel trattare tale oggetto di ricerca, è necessario produrre rinnovati e aggiornati resoconti sul campo, di carattere monografico e multidisciplinare” (p. 19). Più avanti, nell’enunciare la domanda di ricerca che ha guidato il lavoro, giunge ad ammettere con molta onestà intellettuale “l’ipotesi […] che il costrutto di distretto industriale, così come originariamente definito, non sia più utilizzabile per descrivere l’organizzazione produttiva di sistemi e territori tanto diversi” (p. 20).

Queste “molle caricate nei secoli”, come le definisce con la consueta eleganza definitoria il rimpianto Giacomo Becattini (2015, p. 95) conservano l’energia immagazzinata attraverso le vicende storiche di specializzazione e di – parziale – integrazione sovralocale, ma oggi la liberano ibridandosi e modificando radicalmente i propri schemi organizzativi, sociali e territoriali secondo un polimorfismo che diluisce i legami locali all’interno di una geografia relazionale che si dipana congiuntamente su più scale. Siamo quindi ormai lontani, credo, da quella “coralità produttiva” (2015, p. 51) che ancora Becattini evocava come tratto distintivo della forma-distretto, insistendo su una struttura “che si articola in mille figure istituzionali (dalla famiglia tipica all’impresa rappresentativa, al governo locale, ai riti religiosi ecc.) e ‘culturali’ (ad esempio le istituzioni para-produttive, l’assistenza sociale, gli sport praticati e preferiti ecc.) che costituiscono lo sfondo culturale (in senso antropologico) da cui dipendono e su cui si proiettano le decisioni, anche economiche, individuali” (pp. 51-52).

Questa immagine armoniosa e, non mi si tacci di irriverenza, un po’ agiografica del distretto industriale è stata da tempo sottoposta a vaglio critico e non credo sia il caso di tornarci sopra (per una serrata critica rimando a Hadjimichalis, 2006). E in un certo senso, senza probabilmente volerlo, questo lavoro introduce elementi utili per una necessaria revisione di questi approcci. Benché sia focalizzato su Sassuolo, esso è in realtà estratto da una più ampia campagna di ricerca che ha abbracciato tre esperienze distrettuali molto differenti tra loro e a loro modo ritenute paradigmatiche: oltre al sistema locale di Sassuolo-Scandiano-Rubiera, i casi di Biella (sistema da tempo caratterizzato da un declino ‘selettivo’ ma non privo di una vitalità in ambito tuttavia non più industriale) e Prato (dove la ri-specializzazione è l’esito originale di un processo di internazionalizzazione in entrata, grazie alla comunità imprenditoriale cinese). Sarebbe stato certo ancora più significativo se il libro avesse tracciato un percorso parallelo su queste tre storie a loro modo esemplari, ma, considerata la rilevanza di ognuna di queste esperienze, è comprensibile che l’autrice abbia concentrato la propria attenzione su Sassuolo per poter sviluppare appieno le potenzialità dello studio. Ed è proprio partendo dall’interno del sistema produttivo sassolese che la ricerca propone in tutta la sua evidenza l’evidente salto di scala e la mutazione genetica che questi territori, un tempo osservati come campioni di una via italiana allo sviluppo (locale), fanno registrare non solo nella – da tempo presente – accentuata internazionalizzazione nei rapporti commerciali, ma anche nelle relazioni istituzionali, nella gestione delle strategie di radicamento/ancoraggio territoriale e nell’auto-rappresentazione della propria identità industriale.

La seconda parte del libro squaderna infatti un’analisi approfondita degli insediamenti industriali che hanno interessato l’area di Sassuolo, segnando passaggi evolutivi che ne hanno modificato in modo anche rilevante l’assetto spaziale. L’autrice disegna una “storia spaziale” in cui le trasformazioni dell’assetto fisico si rivelano del tutto avulse da un qualsivoglia schema urbanistico pubblico e, semmai, rivelano nei loro aspetti materiali l’azione possente - e incontrastata – di attori prominenti, le imprese leader, che condividono assai poco dello stereotipo dell’impresa distrettuale cara alla vulgata. Si tratta di organizzazioni che nascono già relativamente ‘grandi’, si collocano in posizioni spaziali marginali rispetto ai nodi più densi dell’urbano e vedono aumentare e non diminuire nel tempo il proprio peso contrattuale nei confronti delle pubbliche amministrazioni (in questo caso, un altro aspetto della vulgata distrettuale, quello dell’armoniosa composizione degli interessi all’interno della società, viene impietosamente confutato).

All’interno del variegato e non sempre esteticamente pregiato panorama insediativo dell’industria sassolese, con uno sforzo tassonomico apprezzabile vengono rinvenuti tre fondamentali tipi di rivisitazione dell’insediamento produttivo, attraverso il racconto di tre storie d’impresa: la riconfigurazione degli spazi esistenti (Marazzi), la qualificazione degli spazi esterni all’azienda (Casalgrande Padana) e l’espansione introversa (Laminam). Il racconto è efficace e gradevole da leggere, e non manca di mettere in luce le implicazioni ‘macro’ che le diverse storie spaziali rivelano: l’intreccio tra cambiamenti di proprietà e processi di internazionalizzazione, l’innesto di funzioni che intendono rispondere a una crescente diversificazione dell’attività d’impresa e che rispondono a paradigmi economici in mutamento (dall’economia della conoscenza all’evoluzione tecnologica in chiave eco-sostenibile).

Chi non abbia grande familiarità con i territori in esame resterà sorpreso dagli effetti un po’ stranianti del riordino spaziale impresso alle sedi produttive dalle recenti trasformazioni, che assomigliano sempre meno al caos tumultuoso delle economie distrettuali più molecolari di altre zone del Nord Italia, e dalla presenza di landmark di grande impatto visivo: brani di architettura ‘iconica’, installazioni al centro delle rotatorie molto diverse dalle statue di Padre Pio, le botti o altri objets trouvés dell’immaginario trash reso celebre dal progetto, per altro culturalmente accattivante, di Padania Classics di Minelli e Galesi (2015) che illustra molto bene una certa estetica della cosiddetta dispersione urbana...

La terza sezione è quella che investe in modo più diretto la questione del ‘trattamento’ delle dinamiche produttive e delle loro caratteristiche socio-spaziali all’interno delle politiche territoriali. Qui l’originaria specializzazione disciplinare dell’autrice emerge con maggior forza e permette a quest’ultima di analizzare con efficacia le risposte fornite dal settore pubblico alle esigenze di ampliamento o, comunque, di ridisegno dei centri di produzione industriale. L’analisi viene condotta sullo sfondo dei drammatici rivolgimenti che hanno sconvolto le economie industriali mature negli ultimi quindici anni e mette bene in luce lo scarso margine d’azione delle istituzioni pubbliche, strette tra vincoli tra loro mutuamente escludibili: l’emergenza ambientale, espressa plasticamente dal consumo di suolo ma ben più articolata nelle sue manifestazioni; la ricerca della competitività territoriale in un mondo sempre più ‘piccolo’; l’erosione del lavoro, minacciato dal progresso dell’automazione e del digitale.

Le soluzioni descritte nei casi indagati mettono in luce come la necessità di mantenere i livelli occupazionali sia la bussola che guida il comportamento delle amministrazioni locali, costrette a inseguire, con mezzi limitati e, talvolta, una ridotta capacità immaginativa, l’evoluzione di un’economia piegata alle leggi spietate della competizione internazionale. Come ci ricorda Mattioli, appare chiaro come “nonostante gli interventi di ricentralizzazione, siano ancora i territori a urbanizzazione diffusa a ospitare le attività industriali più impattanti, secondo processi di sempre più agguerrita competizione tra Comuni per accaparrarsi oneri urbanistici, compensazioni e, non da ultimo, il consenso elettorale conseguente alla produzione di posti di lavoro” (p. 206).

Alla fine si torna sempre al tema, evocato sino alla noia nelle discussioni accademiche, della manifesta incapacità delle istituzioni di governo territoriale di contrastare o almeno guidare i mutamenti economici e sociali e le loro mutue interdipendenze con lo spazio. L’incapacità, tuttavia, non può essere sempre imputata alla mancanza di strumenti giuridici efficaci, stante la sovrabbondanza di normative, strumenti di regolazione urbanistica e di pianificazione strategica a disposizione dei decisori pubblici. E nemmeno alle storture di un assetto sbilenco delle competenze territoriali, frutto di riforme susseguitesi nel tempo e ispirate da infatuazioni cripto-federaliste, che è pure tra i punti deboli del sistema decisionale. Nella terza sezione si sottolinea con chiarezza che alcune soluzioni sono già a portata di mano, solo che le si voglia vedere e usare: vincolare ogni nuova espansione a un’eguale e contraria rimozione di volumi esistenti, o il ricorso a trasferimenti volumetrici laddove sia necessaria l’eliminazione di stabilimenti obsoleti o pregiudizievoli per l’ambiente, oppure, ancora, l’uso degli oneri di urbanizzazione derivanti da ampliamenti in situ per finanziare la demolizione di volumi incompatibili, sono solo alcuni esempi di azione ‘virtuosa’ che le amministrazioni possono condurre senza particolari innovazioni normative.

Tuttavia, il problema, forse, è prima cognitivo che normativo. In un certo senso, la maglia amministrativa che ritaglia lo spazio secondo territori istituzionali ‘monadici’ e ‘sovrani’ è diventata una sorta di schema mentale che impedisce letteralmente ai decisori – ma anche a molti tecnici e studiosi – di cogliere la fluidità dei processi spaziali contemporanei e la natura non solo multiforme ma anche proteiforme dell’urbano contemporaneo. Quest’ultimo sembra in effetti un punto trascurato, o non pienamente sviluppato, all’interno del libro. Infatti, se è vero che si sottolinea come questi territori in trasformazione riflettano “una possibile forma dell’urbano in nuce (Calafati, 2009), diversa da quella della vicina città media e della confinante città difusa indistinta; una conurbazione – con caratteristiche proprie e peculiari, quali un’estesa e fitta rete infrastrutturale, nuclei urbani con funzioni di servizio, una forte identità locale – che è l’esito dell’evolversi del sistema produttivo locale” (p. 20), è altrettanto evidente che questa stessa osservazione impiega categorie analitiche come “città media”, “città diffusa indistinta” o “conurbazione” che paiono ormai inadeguate rispetto alla fenomenologia attuale. I “territori della dispersione” altro non sono che l’urbano sotto nuova specie, e partecipano con numerose altre morfologie al caleidoscopio insediativo che è, oggi, il fenomeno urbano nella sua estensione planetaria (Brenner e Schmid, 2015). Ciò che impedisce di riconoscere e comprendere l’assetto spaziale contemporaneo come una estensione dell’urbano è la persistenza di un “methodological cityism” (Angelo e Wachsmuth, 2014) che considera i confini – sempre più labili – della città compatta come confini dell’urbano.

Il fenomeno urbano contemporaneo, lungi dall’essere solo l’esito meccanico di determinate condizioni socio-spaziali, come le forze dell’agglomerazione, che determinano effetti di varietà e densità (ma si può escludere il processo inverso?) presenta “morphologies, geographies and institutional frames […] so variegated that the traditional vision of the city as a bounded, universally replicable settlement type now appears as no more than a quaint remnant of a widely superseded formation of capitalist spatial development” (Brenner e Schmid, 2015, p. 152).

Nella postfazione, Arturo Lanzani mette in evidenza luci e ombre nel governo dei territori (post)distrettuali. Molte delle caratteristiche positive che Lanzani ascrive alle formazioni distrettuali sono confinate ormai a un passato glorioso, di cui forse sono state ingigantite alcune virtù (l’afflato comunitario, l’orientamento alla cooperazione ecc.), come le stesse parole della postfazione sembrano qua e là cautamente indicare. Tra gli effetti che invece pesano negativamente nel bilancio territoriale dei sistemi produttivi locali, benché distribuiti in modo diseguale nelle regioni che li ospitano, figura il forte impatto ecologico-ambientale causato dall’applicazione di logiche estrattive rispetto alle risorse territoriali a disposizione, dal ricorso indiscriminato alla mobilità privata, dall’infrastrutturazione ridondante che ha contribuito a sezionare in modo indiscriminato aree agricole e reticoli idrici e dalla banalizzazione del disegno insediativo, che ha irrimediabilmente compromesso un assetto paesaggistico frutto di una equilibrata convivenza tra le comunità antropiche e lo spazio.

Condivido il richiamo di Arturo Lanzani a una maggiore attenzione nei confronti di questi territori, che hanno dato molto al paese sotto il profilo del benessere economico e della qualità industriale e che, forse proprio in virtù delle loro capacità auto-organizzative, sono stati lasciati in una sorta di cono d’ombra da parte della cultura della pianificazione. Non concordo invece sulla presunta “metrofilìa” che contraddistinguerebbe la comunità accademica italiana e l’azione amministrativa dello Stato. A me pare invece molto evidente che l’attenzione della ricerca territoriale è oggi monopolizzata proprio da altri temi, come quello delle aree interne che, al di là della meritoria opera di riscoperta proposta dalla Strategia Nazionale che le concerne, sono divenute la nuova frontiera di esercizi analitici venati di romanticismo, talvolta (sottolineo talvolta) un po’ regressivo. Di metrofilìa non vedo traccia, né nei lavori di analisi territoriale né, tantomeno (e purtroppo), nella sensibilità delle élites nazionali, come si può facilmente giudicare dalle condizioni sociali di buona parte delle popolazioni urbane, dal pessimo stato di salute delle infrastrutture urbane, dalle condizioni di precarietà abitativa che colpiscono prevalentemente le concentrazioni urbane più dense. Ma non vorrei cadere io stesso nell’errore metodologico che prima denunciavo, proponendo distinzioni nette tra ciò che è urbano e ciò che non lo è.

Concluderei piuttosto con un elogio, appena venato di increspature critiche, per una ricerca molto accurata, teoricamente robusta e meritoria anche perché capace di suscitare un dibattito nel mondo, ultimamente un po’ sonnolento e conformista, della ricerca territoriale.

Carlo Salone

 

 

 

Bibliografia
Angelo H., Wachsmuth D. (2015). Urbanizing urban political ecology: A critique of methodological cityism. International Journal of Urban and Regional Research, 39(1), 16-27.
Becattini G. (2015), La coscienza dei luoghi. Il territorio come soggetto corale, con la partecipazione di A. Magnaghi, Roma, Donzelli.
Brenner N., Schmid C. (2015). Towards a new epistemology of the urban?. City, 19(2-3), 151-182.
Calafati A. (2009). Economie in cerca di città. La questione urbana in Italia, Roma, Donzelli.
Corò G., Micelli, S. (2006). I nuovi distretti produttivi. Innovazione, internazionalizzazione e competitività dei territori, Venezia, Marsilio.
Hadjimichalis C. (2006). Non‐economic factors in economic geography and in new regionalism: a sympathetic critique. International Journal of Urban and Regional Research, 30(3), 690-704.
D'Abbraccio, F., Facchetti, A., Galesi, E., & Minelli, F. (2015). Atlante dei Classici Padani. Brescia, Krisis Publishing

 

N.d.C. – Carlo Salone, geografo e urbanista, è professore ordinario di Geografia economico-politica presso il Dipartimento Interateneo di Scienze, Progetto e Politiche del Territorio (Politecnico di Torino e Università degli Studi di Torino). Ha insegnato anche all’Università di Lione, all’Università di Paris-Est Créteil e ha diretto Eu-Polis, centro di ricerca del DIST.

Tra i suoi libri: Il territorio negoziato. Strategie, coalizioni e patti nelle nuove politiche territoriali (Alinea, 1999); con Sergio Conti (a cura di), Il sistema urbano europeo fra gerarchia e policentrismo (Eupolis, 2000); Politiche territoriali. L'azione collettiva nella dimensione territoriale (UTET, 2005, 2007); con Alberto Bramanti (a cura di), Lo sviluppo territoriale nell'economia della conoscenza. Teorie, attori, strategie (F. Angeli, 2009); con Silvia Crivello, Arte contemporanea e sviluppo urbano. Esperienze torinesi (F. Angeli, 2013); con Paolo Giaccaria e Francesca Silvia Rota (a cura di), Praticare la territorialità. Riflessioni sulle politiche per la green economy, l'agroindustria e la cultura in Piemonte (Carocci, 2013); con Sergio Conti, Paolo Giaccaria e Ugo Rossi, Geografia economica e politica (Pearson, 2014).

N.B. I grassetti nel testo sono nostri

R.R.


© RIPRODUZIONE RISERVATA

23 SETTEMBRE 2021

CITTÀ BENE COMUNE

Ambito di riflessione e dibattito sulla città, il territorio, l'ambiente, il paesaggio e le relative culture progettuali

ideato e diretto da
Renzo Riboldazzi

prodotto dalla Casa della Cultura e dal Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano

in redazione:
Elena Bertani
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Filippo Maria Giordano
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iniziativa sostenuta da:
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Le conferenze

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Gli incontri

- cultura urbanistica:
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- cultura paesaggistica:

 

 

Gli autoritratti

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2015: online/pubblicazione
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2017: online/pubblicazione
2018: online/pubblicazione
2019: online/pubblicazione
2020: online/pubblicazione
2021:

O. Marzocca, L'ambiente dell'uomo e l'indifferenza di Gaia, commento a: A. Magnaghi, Il principio territoriale (Bollati Boringhieri, 2020)

G. Consonni, Il passato come risorsa del progetto, commento a: A. Lanzani, Cultura e progetto del territorio e della città (FrancoAngeli 2020)

F. Indovina, Urbanistica? Bologna docet, commento a: R. Scannavini, Al centro di Bologna, 1965-2015 (Costa Editore, 2020)

S. Brenna, È questa l’urbanistica che vogliamo?, Commento a: P. Berdini, Lo stadio degli inganni (DeriveApprodi, 2020)

S. Moroni, Oltre la retorica dell’attivismo civico, commento a: C. Pacchi, Iniziative dal basso e trasformazioni urbane (Bruno Mondadori, 2020)

P. Pardi, Dal territorio una nuova democrazia, commento a: A. Magnaghi, Il principio territoriale (Bollati Boringhieri, 2020)

L. Carbonara, Riappropriarsi delle origini (di Mogadiscio), commento al catalogo della mostra curata da K. M. Abdulkadir, G. Restaino, M. Spina

C. Diamantini, La città nella tela del ragno, commento a: R. Keeton, M. Provost, To Built a City in Africa (nai010 publishers, 2019)

C. Petrognani e A. P. Oro, Paesaggi della pluralità, commento a: E. Trusiani et al. (a cura di), Paisagem cultural do Rio Grande do Sul, supplemento al n. 24/2021 di “Visioni LatinoAmericane”

E. Scandurra, Roma, e se non capitasse niente?, Commento a: W. Tocci, Roma come se (Donzelli, 2020)

G. Demuro, Custodire la bellezza insieme, commento a: G. Arena, I custodi della bellezza (Touring Club Italiano, 2020)

A. Casaglia, L'invenzione (e l'illusione) dei confini, commento a: L. Gaeta e A. Buoli (a cura di), Transdisciplinary Views on Boundaries (Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, 2020)

R. Pugliese, Comporre nuove urbanità, commento a: A. De Rossi (a cura di), Riabitare l'Italia. Le aree interne tra abbandoni e riconquiste (Donzelli, 2018)

L. Bonesio, Dall'uso-consumo all'uso-cura del mondo, commento a: O. Marzocca, Il mondo comune (Manifestolibri, 2019)

G. Amendola, La città è fatta di domande, commento a: A. Mazzette e S. Mugnano (a cura di), Il ruolo della cultura nel governo del territorio (FrancoAngeli 2020)

C. Bianchetti, Incoraggiare rotture e nuovi germogli, commento a: Camillo Boano, Progetto Minore (LetteraVentidue, 2020)

M. Balbo, La città pensante, commento a: A. Amin, N. Thrift, Vedere come una città (Mimesis, 2020)

G. Pasqui, La ricerca è l'uso che se ne fa, commento a: P. L. Crosta, C. Bianchetti, Conversazioni sulla ricerca (Donzelli)

R.R., L'Urbanistica italiana si racconta, introduzione al video: E. Bertani (a cura di), Autoritratto di Alberto Magnaghi (Casa della Cultura 2020)

S.Saccomani, La casa: vecchie questioni, nuove domande, commento a: M. Filandri, M. Olagnero, G. Semi, Casa dolce casa? (il Mulino, 2020)

G. Semi, Coraggio e follia per il dopo covid, commento a: G. Nuvolati, S. Spanu (a cura di), Manifesto dei Sociologi e delle Sociologhe dell’Ambiente e del Territorio sulle Città e le Aree Naturali del dopo Covid-19, (Ledizioni, 2020)

R. Riboldazzi, Per una critica urbanistica, introduzione a: Città Bene Comune 2019 (Ed. Casa della Cultura, 2020)

M. Venturi Ferriolo, Contemplare l'antico per scorgere il futuro, commento a: R. Milani, Albe di un nuovo sentire (il Mulino, 2020)

S. Tagliagambe, L'urbanistica come questione del sapere, commento a: C. Sini, G. Pasqui, Perché gli alberi non rispondono (Jaca Book, 2020)

G. Consonni, La coscienza di luogo necessaria per abitare, commento a: A. Magnaghi, Il principio territoriale (Bollati Boringhieri, 2020)

E. Scandurra, Nel passato c'è il futuro di borghi e comunità, commento a: G. Attili – Civita. Senza aggettivi e senza altre specificazioni (Quodlibet, 2020)

R. Pavia, Roma, Flaminio: ripensare i progetti strategici, commento a: P. O. Ostili (a cura di), Flaminio Distretto Culturale di Roma (Quodlibet, 2020)

C. Olmo, La diversità come statuto di una società, commento a: G. Scavuzzo, Il parco della guarigione infinita (LetteraVentidue, 2020)

F. Indovina, Post-pandemia? Il futuro è ancora nelle città, commento a: G. Amendola (a cura di), L’immaginario e le epidemie (Mario Adda Ed., 2020)

G. Dematteis, Il territorio tra coscienza di luogo e di classe, commento a: A. Magnaghi, Il principio territoriale (Bollati Boringhieri, 2020)

M. Ruzzenenti, Una nuova cultura per il bene comune, commento a: G. Nuvolati, S. Spanu (a cura di), Manifesto dei sociologi e delle sociologhe dell’ambiente e del territorio sulle città e le aree naturali del dopo Covid-19 (Ledizioni, 2020)

F. Forte, Una legge per la (ri)costruzione dell'Italia, commento a: M. Zoppi, C. Carbone, La lunga vita della legge urbanistica del '42 (didapress, 2018)

F. Erbani, Casa e urbanità, elementi del diritto alla città, commento a: G. Consonni, Carta dell’habitat (La Vita Felice, 2019)

P. Pileri, Il consumo critico salva territori e paesaggi, commento a, A. di Gennaro, Ultime notizie dalla terra (Ediesse, 2018)