Paolo Castoro  
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BIOPOLITICA E MONDO COMUNE


Commento al libro di Ottavio Marzocca



Paolo Castoro


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«La scrittura di questo libro è iniziata in un’era ed è finita in un’altra». Così si apre l'ultimo volume di Ottavio Marzocca (Biopolitics for Beginners: Knowledge of Life and Government of People, Mimesis International, 2020). Si tratta di un’opera destinata a un pubblico ampio, non esclusivamente italiano, che punta a fornire una panoramica complessiva della riflessione riguardante la biopolitica: «Di qui il titolo del libro, che lascia al lettore la facoltà di considerarlo modesto o ambizioso, ironico o serio» (p. 12). Avviato in un tempo non ancora sconvolto dalla pandemia, è proprio alla luce di quest’ultima che il libro assume un’attualità e un’urgenza del tutto evidenti.

Quello sulla biopolitica è un dibattito che, essendosi imposto con vivacità per quasi tre decenni, sembrava ormai aver fatto il suo tempo. Questo nonostante l’emergere del biopotere in questo momento storico, da considerarsi un evento cruciale della modernità politica legato a molti fenomeni dei nostri giorni, dalla crisi del welfare state alla crisi ecologica. La pandemia e la crisi sanitaria che ha provocato hanno invece dimostrato come, tutt’altro che datato, il problema del rapporto tra vita e potere politico in un mondo globalizzato è più vivo ed urgente che mai. Ed è un problema che – come il libro dimostra – si lega a doppio filo a tutta una serie di questioni irrisolte della modernità che vanno dall’economicizzazione della politica all’eclissi della vita in comune, dalla posizione dell’uomo nel mondo al rapporto spezzato con l’ambiente. Sin dalle prime pagine, si avverte in effetti una particolare ambizione alla base di questo volume: quella di ricostruire non solo l’evoluzione degli studi sulla biopolitica, ma anche di ripercorrere l’intera storia dello stesso biopotere inserendolo nel più ampio quadro delle pratiche di potere che, dall’età moderna ad oggi, hanno inteso “governare” le nostre vite. Il dibattito sulla biopolitica diventa così il punto di partenza di un’analisi che – sviluppando riflessioni e studi condotti da Marzocca in opere precedenti (1) – dispiega una profonda genealogia del potere moderno e contemporaneo volta a portarne alla luce gli effetti che esso produce sull’ethos individuale e collettivo.

Non si può allora che «ripartire da Foucault», come recita il sottotitolo del primo capitolo: da colui che ha studiato a fondo il biopotere, mostrandone sia la rilevanza sia i rapporti con altre forme di governo della società e con la razionalità economica. È da lui, del resto, che si riparte negli anni Novanta quando il tema della biopolitica comincia a permeare le ricerche di molti autori. Nel 1997, infatti, viene pubblicato in Francia – dopo una prima edizione italiana non autorizzata del 1990 – “Bisogna difendere la società” (2), il testo inedito del corso al Collège de France del 1976 in cui il pensatore francese riprende e approfondisce il concetto di biopolitica proposto nello stesso anno anche in La volontà di sapere (3). È in quel testo che Foucault evidenzia in modo particolarmente efficace come, a partire dal XVIII secolo, un nuovo potere irriducibile a quello giuridico della sovranità cominci a investire la vita della popolazione intesa come specie biologica; un potere che, secondo il pensatore francese, avrebbe le sue radici nella medicalizzazione della società che ha inizio tra il XVIII e il XIX secolo; un potere che nelle sue implicazioni estreme conduce al “razzismo di stato”, come nel nazismo o, più discretamente, nel socialismo sovietico; o ancora – osserva Marzocca – come nelle guerre interetniche che, proprio negli anni in cui si diffonde l’interesse verso il pensiero foucaultiano sulla biopolitica, inaugurano l'esistenza di molti degli Stati nati dalla disgregazione dell’Unione Sovietica (pp. 37‑38).

Il punto su cui Marzocca insiste, ad ogni modo, è come questa forma di potere si inserisca in un insieme più ampio di pratiche politiche della modernità che Foucault chiama “governamentalità”, il cui modello sarebbe il potere pastorale di tradizione ebraica, perfezionato dal cristianesimo attraverso la direzione spirituale delle anime, che ha come scopo non la conquista e il possesso di una terra, ma il governo di una molteplicità di uomini, di un “gregge” che il pastore guida verso la salvezza di tutti e di ognuno. È nell'ambito della governamentalità moderna che, secondo Foucault, emerge come oggetto del potere politico la “popolazione”: un soggetto naturale che ha, come spazialità di riferimento, il milieu, il contesto ambientale delle sue condizioni di vita. Si tratta di governare i fenomeni connessi alla circolazione di persone e merci – dalla scarsità dei cereali alle epidemie, ai problemi legati alla salute e all’igiene collettiva – in maniera tale da garantire la “naturalezza” e la “spontaneità” del loro orientarsi verso la “normalità”. Un'esigenza, questa, che corrisponde anche alla nascita del liberalismo come forma di governamentalità in cui l’economia politica si afferma come sapere basilare dell'azione politica, acquisendo la sua autonomia epistemologica e promuovendo la libertà dell'iniziativa individuale dal potere pubblico (pp. 65-84).

Sul rapporto tra libertà liberale e “meccanismi di sicurezza” tipici del biopotere Marzocca concentra la sua analisi che sviluppa in vari capitoli a partire da questa considerazione: è nella governamentalità economica, e in particolare in quella del liberalismo, che va inscritta la biopolitica. Si tratta di un punto saldo nel pensiero di Foucault, il cui merito più grande è quello di contestualizzare «la biopolitica stessa nel quadro dell’egemonia che la razionalità economica esercita sui modi di governare le società moderne. Questa connessione (...) è decisiva per evitare di trasformare la biopolitica in una sorta di concetto metastorico» (p. 12). Se quindi dobbiamo guardare alla biopolitica come a una forma strategica di “governo dei viventi” della modernità, Marzocca vuole dissuaderci dalla tentazione di considerarla come la forma più paradigmatica, invitandoci piuttosto a inquadrarla nella “economicizzazione” della politica che prende piede con l’età moderna. A partire da questa premessa, diventa insostenibile l'idea che la biopolitica sia il paradigma non solo della storia politica moderna, ma addirittura dell’intera storia occidentale, come si sostiene in alcune teorie post-foucaultiane che l’autore esamina nel secondo e nel terzo capitolo.

 

Nel secondo capitolo – Gli antichi e il potere sulla vita – Marzocca connette le analisi di Foucault con quelle di Hannah Arendt che, in Vita Activa, evidenzia come la separazione antica tra oikonomia (in quanto sfera della gestione della vita) e polis (come spazio della cittadinanza) venga meno con la modernità, quando l’economia comincia a diventare materia di interesse e azione della politica (pp. 87-89). Una visione, questa, che fa dell’unione tra vita e politica un fenomeno esclusivamente moderno a cui si contrappone Mika Ojakangas che aggiorna le analisi foucaultiane sulla biopolitica cercando di portarne alla luce «le origini greche» e, in particolare, platoniche e aristoteliche. Marzocca approfondisce le tesi dello studioso finlandese, al fine di verificarne la sostenibilità, considerando direttamente i testi di Platone e Aristotele. Da un’analisi accurata dei passi dei filosofi antichi che Ojakangas prende a sostegno delle sue affermazioni, Marzocca giunge a considerazioni talvolta opposte; egli mostra in particolare che certe implicazioni eugenetiche e tanato-politiche della Repubblica di Platone sono prive di connotazioni biopolitiche. Il fine di Platone non è mai il rafforzamento della potenza fisica della società mediante la formazione di una razza biologicamente superiore, ma la creazione di un'aristocrazia morale di governanti capaci di assicurare l’unità e la concordia della comunità politica (pp. 91-102). In questo senso, consigliando per i governanti la “comunanza delle donne, dei figli e degli averi”, Platone, più che costruire una grande famiglia, intende abolire la famiglia stessa a favore di una sfera di relazioni che consenta a chi guida e difende lo Stato di essere attento al bene comune, in quanto libero dagli interessi privati che condizionano la vita familiare.

Un'analoga preoccupazione etica è ciò che Marzocca vede alla base dell’importanza che Aristotele attribuisce, nella Politica, al numero di coloro che nella polis possono esercitare effettivamente la cittadinanza: per quanto basata sulla sostanziale esclusione, non solo degli schiavi, ma anche di stranieri, lavoratori manuali e mercanti, la cittadinanza aristotelica non si fonda tanto sulla discriminazione di particolari figure sociali, quanto su quella delle attività private tipiche di queste figure, che assorbendo la loro esistenza pregiudicano la pratica della virtù civica (pp. 124-132). Una preoccupazione per la virtù sarebbe centrale per Aristotele anche nell’operato del cittadino in quanto capofamiglia, chiamato a sperimentare nell’amministrazione dell’oikos la stessa moderazione richiesta nella vita in comune della polis (pp. 132-136). Oltre ad offrire una lettura originale del pensiero aristotelico e di quello greco in generale, l’autore mostra in tal modo la propria attenzione verso l’ethos degli antichi, mettendosi così sulle tracce dell'ultimo Foucault e della sua riflessione sulla cura di sé.

 

Alquanto infondata sembra a Marzocca anche la connessione tra biopolitica e mondo greco proposta da Giorgio Agamben. Tra i primi ad alimentare il dibattito sulla biopolitica negli anni Novanta, l’autore di Homo Sacer testimonia – insieme a Toni Negri e Roberto Esposito – anche la vivacità della ricerca italiana su questo tema. Con questi tre autori Marzocca si confronta nel terzo capitolo, illuminandone gli spunti più originali, ma anche le contraddizioni e le criticità legate alla vanificazione di alcune distinzioni concettuali operate da Foucault. Una di queste è quella tra biopotere e sovranità, che Agamben supera assumendo la concezione schmittiana del potere sovrano come potere di decidere sullo stato di eccezione e perciò anche sulla vita dei cittadini: potere che di fatto porrebbe questi ultimi nella condizione di vite uccidibili. Questa tesi conduce l'autore non soltanto all’idea che la sovranità sia essenzialmente biopolitica, ma anche a quella per cui la biopolitica sarebbe pronta costantemente a sfociare nella tanato‑politica e il “campo” sarebbe il paradigma biopolitico della modernità. Marzocca, da parte sua, evidenzia come Agamben in tal modo dissolva precisamente il metodo della distinzione analitica tra diverse forme di potere che è alla base della genealogia foucaultiana (pp. 148-149). Egli fa notare in tal senso che se l'origine della biopolitica non viene posta in precisa relazione con i dispositivi di potere-sapere medico nati con la governamentalità moderna, diventa difficile spiegare perché il potere assolutistico proto-moderno non sia divenuto immediatamente un biopotere in senso pieno, pur disponendo di una sovranità pressoché incondizionata (pp. 153-154).

Riguardo a Negri, Marzocca mostra le implicazioni dell’idea su cui insiste questo autore per cui, con la globalizzazione, le relazioni produttive si fondino ormai sulla cooperazione creativa della “moltitudine” e assumano una connotazione immediatamente biopolitica in senso positivo e liberatorio. Negri propone infatti una distinzione tra biopotere, come potere estrinseco sulla vita e sulla sua produttività, e biopolitica come forma di autonomia cooperativa e di soggettivazione politica della moltitudine. Ma se Negri sostiene che Foucault abbia mancato di connettere la soggettivazione politica alle attività produttive, Marzocca, dal canto suo, sottolinea come Negri, condizionato dal suo produttivismo, manchi di problematizzare il peso che le relazioni economiche hanno sull’ethos individuale e collettivo (pp. 165-176).

Quanto ad Esposito, Marzocca considera in particolare l'esigenza dell'autore di delineare una biopolitica affermativa che sfugga alle implicazioni tanato-politiche del biopotere in quanto fondato su una strutturale tendenza ad immunizzare il corpo della società dalle presenze ritenute estranee (pp. 177-186). Anche in questa proposta, tuttavia, si ripresenta quella propensione a mettere la vita al centro della politica in modo acritico, con l’effetto di riaffermare la biopolitica come unico orizzonte della vita in comune. Per Marzocca, le proposte politiche basate sulla centralità della vita sono da problematizzare nella misura in cui non pongono in questione fino in fondo la razionalità economica moderna con la quale la biopolitica è strettamente apparentata. Di qui la necessità di una disamina storica di questa parentela che vada anche oltre le analisi di Foucault; una disamina che Marzocca svolge nel quarto capitolo prendendo di petto – fra l'altro – il caso storico più evidente di politica di assistenza alla vita e alla salute della popolazione: il welfare state, di cui ricostruisce le radici storiche rivelandone anche gli elementi di continuità con l’economicismo liberale (e neoliberale) al quale sembra opporsi.

 

L'autore muove in tal senso dalle analisi che Malthus svolge sul problema della crescita della popolazione studiandola in relazione alla miseria che questa stessa crescita causerebbe. Un problema che Malthus – come economista e pastore anglicano – propone di risolvere mediante una «moralizzazione economica delle vite delle persone» (p. 208), basata sul risparmio e sulla castità, lasciando alla responsabilità individuale la messa in pratica e il successo di questi precetti. Marzocca evidenzia che queste idee saranno di fatto alla base dell’operato delle organizzazioni filantropiche del XIX secolo e porteranno a forme di assicurazione contro i rischi riguardanti la vita che saranno poi riprese in versioni diverse prima dallo Stato liberale, poi dal welfare state e infine da quello neoliberale, fondandosi sempre sulla centralità dell’individuo come soggetto produttivo o attore economico. Riprendendo le tesi di Castel, Rosanvallon e Donzelot, Marzocca mostra come i sistemi di sicurezza sociale, correlati all’idea dello Stato come “assicuratore” della vita dell’individuo, diventino appannaggio del potere pubblico quando le rivolte sociali del XIX secolo rendono evidente che i problemi legati a salute, malattie, incidenti, condizioni dei lavoratori, disoccupazione, età avanzata ecc. non possono più essere ignorati. Su tutto questo si baserebbe «l’invenzione del sociale» inteso come dimensione distinta dalla sfera politico-giuridica che lo Stato liberale tende a privilegiare.

Nello Stato bismarckiano, in cui le basi dello Stato sociale sono create seguendo una strategia di neutralizzazione del Partito Socialdemocratico, Marzocca rintraccia inoltre una connessione della biopolitica con l'imperialismo e il militarismo; una connessione tra biopolitica e tanato-politica che emerge anche considerando che lo stesso progetto del welfare state contemporaneo nasce in Inghilterra come “promessa” tendente a mobilitare la popolazione nel perseguimento della vittoria militare (pp. 214-238). In ogni caso, è soprattutto il legame tra Stato sociale, biopotere e razionalità economica ad emergere in modo evidente dalla relazione tra uno Stato protettore-assicuratore e un cittadino concepito come tax payer e utente di servizi, innanzitutto in quanto produttore o aspirante tale. Su basi simili per Marzocca è possibile far emergere la segreta parentela dello Stato sociale con il modello neoliberale che pure si imporrà attraverso la critica del welfare state, ma riprendendo e radicalizzando la visione dell’uomo come individuo economico – in particolare, come imprenditore di sé stesso, del suo “capitale umano” e di quello dei suoi figli (pp. 251-261). Elementi, questi ultimi, al centro del pensiero del teorico neoliberale Gary Becker che, peraltro, aggiorna le analisi malthusiane evidenziando la propensione dei genitori della nostra epoca alla riduzione della natalità. In maniera convincente, Marzocca mostra così il filo rosso che sottende le diverse strategie di potere che si susseguono dal XVIII secolo, sulla base di un modello etico-politico che rimane pressoché invariato: quello dell’individuo come soggetto bio-economico rinchiuso nell’orizzonte della razionalità economica moderna.

 

Nel quinto capitolo l'autore evidenzia il fatto che le crescenti aspettative di cura della salute suscitate dal welfare state, tra gli anni Settanta ed Ottanta, verranno spinte dal neoliberalismo verso le logiche del mercato e della medicina privata in base alla denuncia più o meno fondata dell’insostenibilità dei costi sopportati dalle istituzioni dello Stato sociale (pp. 263-268). L'egemonia crescente del neoliberalismo inoltre sarà la condizione dell'affermarsi di una biomedicalizzazione della società imperniata sul ruolo centrale della famiglia, soprattutto in quanto sfera privilegiata dell’assunzione di una «responsabilità genetica» da parte dell'individuo (p. 269).

Marzocca considera al riguardo il pensiero di Nikolas Rose, il quale insiste sul ruolo che la biologia molecolare contemporanea svolge nel determinare una “scomposizione” dell'organismo in tessuti, cellule e frammenti di DNA, che finirebbe per rendere impossibile, per il biopotere, fondarsi sul rapporto tra corpo individuale e corpo collettivo (pp. 272-280). Tuttavia, se per Rose questo implica persino l'impossibilità del ripetersi di declinazioni eugenetiche e razziste della biopolitica nelle società liberali avanzate, Marzocca mette in guardia contro visioni così ingenue, sottolineando come il neoliberalismo si coniughi spesso con tendenze autoritarie o nazionalistiche. Non a caso le società liberali avanzate spesso innalzano muri e chiudono frontiere contro l’immigrazione quando la “domanda” di queste misure si fa più grande sul “mercato politico” (pp. 280-282).

Anche per quanto riguarda Rose, il problema evidenziato da Marzocca è la rinuncia alla critica verso le tendenze biopolitiche odierne e i loro presupposti, la cui accettazione impedisce di concepire modelli etico-politici alternativi di relazione con la sfera della vita. Un problema che emerge anche dalla convinzione di Rose che la responsabilità genetica dell’individuo verso la propria famiglia lo spinga ad esprimere forme innovative di «biosocialità o cittadinanza biologica»; convinzione che evidentemente si basa sull'indisponibilità a porre in discussione la matrice neoliberale di forme di responsabilizzazione individuale tese a privilegiare la sfera privata e la cura del bio-capitale umano di chi ne fa parte (pp. 283-296). A questa sostanziale accettazione del biocapitalismo contemporaneo, Marzocca contrappone la prospettiva critica di Melinda Cooper: l'autrice, infatti, pone in luce i processi di privatizzazione, finanziarizzazione e commercializzazione della vita, che si avviano nel contesto dell'America reaganiana attraverso l’investimento crescente sulla ricerca genetica e sulle biotecnologie, portando soprattutto con la medicina rigenerativa a fenomeni di “delirio” e di “megalomania” capitalistica (pp. 296-306).

Molto interessanti sono anche le tesi di Cooper – riprese da Marzocca – sulla gestione dell'epidemia di AIDS come emergenza umanitaria globale, che venne praticata dagli anni Ottanta in particolare nei paesi dell'Africa subsahariana. Come sottolinea l'autore, quella gestione venne attuata nella stessa fase storica in cui le strategie neoliberali tendevano ad esautorare i poteri statali dalle funzioni di protezione della vita; un esempio di come l'emergenza, nel quadro della biopolitica neoliberale, assuma una centralità sempre più netta, anche a causa dei rischi tecnologici e ambientali che lo stesso neoliberalismo contribuisce a creare, rendendoli globali e incalcolabili, secondo la definizione di Beck (pp. 306-322).

 

È attraverso questo percorso che Marzocca si avvicina alla questione ambientale, per approfondirla poi nel sesto capitolo. Del resto, nelle analisi di Foucault, l'ambiente costituisce la spazialità di riferimento della biopolitica. Eppure, secondo Marzocca, l’ambiente non è mai divenuto davvero un oggetto di attenzione politica sistematica. Storicamente, più che l'ambiente, l'oggetto di intervento del biopotere è la vita della popolazione, rispetto alla quale il milieu rimane comunque un elemento esterno e separato. Questo rapporto di separazione non è mai stato messo veramente in discussione e, spesso, non lo è stato neppure da parte del pensiero ecologico (pp. 325-330).

Al di là di questa questione, Marzocca ripercorre la genesi e gli sviluppi dell’ecologia scientifica evidenziando l'importanza storica che hanno avuto in proposito la geografia botanica, l’evoluzionismo biologico, l’ecologia delle popolazioni, la teoria degli ecosistemi (pp. 330-339). Nelle articolazioni di quest’ultima, in particolare, Marzocca rintraccia delle declinazioni economicistiche del concetto di biosfera, che si danno quando essa viene intesa come enorme meccanismo di accumulazione, consumo e conversione di energia di cui occorrerebbe garantire un funzionamento equilibrato affinché la produzione di “massa vivente” possa continuare a svolgersi senza pericolo. Un’idea per cui l’ecologia stessa finisce per rappresentare una forma della razionalità economica, per quanto “superiore” a quelle dell’economia corrente. L’autore mostra insomma come il paradigma economico si ripresenti persino nel pensiero ecologico. Il che, secondo lui, potrebbe spiegarsi in qualche modo risalendo alle parentele che storicamente si sono create fra l'attenzione biopolitica all'ambiente e la governamentalità economica alla quale la biopolitica è stata subordinata dalle sue origini. Ciò che è certo, in ogni caso, è che, soprattutto attraverso il liberalismo e il neoliberalismo, la razionalità economica dominante si sovrappone regolarmente ai tentavi di far valere le preoccupazioni ecologiche nel governo della società (p. 340). Questo non solo nel senso che gli interessi economici vengono costantemente privilegiati rispetto ai problemi ecologici; ma anche nel senso che oggi sono le stesse strategie ecologico-politiche a darsi in forme economico-finanziarie di matrice neoliberale (come nel caso della commercializzazione dei crediti internazionali relativi alle quote di CO2 che non vengono immesse in atmosfera).

Se in questa prospettiva l’ambiente continua ad essere concepito come elemento estrinseco alla vita degli uomini, una visione che secondo Marzocca riuscirebbe a sfuggire alla dicotomia tra vita e ambiente è quella di Gregory Bateson. Con la sua idea di ecologia della mente, il pensatore britannico propone infatti di vedere ambiente ed esseri viventi come parti di un’unica unità di sopravvivenza, che costituisce una “mente”, in cui non si dà alcuna separazione tra sistema mentale ed ecosistema (pp. 364-375). Nel pensiero di Bateson, tuttavia, mancherebbe, secondo Marzocca, una vera connotazione etico-politica, come quella che invece si ritrova nell’ultimo Foucault. Ritornando così al filosofo da cui il libro prende le mosse, Marzocca propone, probabilmente, le riflessioni più originali del suo libro riferendosi alla posizione dell’uomo nel mondo. Secondo lui, negli studi sulla cura di sé praticata durante l’antichità greco-romana, Foucault considera in particolare il Cinismo e lo Stoicismo come forme di etopoiesi basate sulla «cosmicizzazione del sé», come costruzione di un bios che si qualifica mediante l’attenzione alle relazioni con la molteplicità degli eventi naturali e artificiali in cui l’uomo è implicato. Si tratta, pertanto, di una eto-poiesi che è anche una eco-poiesi (p. 379), che si fonda sulla connessione dell'uomo con il mondo in quanto «luogo dell’abitare». Connessione la cui necessità traspare dallo stesso termine ethos che – come Heidegger ricorda – significa originariamente «dimora» (p. 380). In definitiva, per Marzocca, la crisi ecologica è innanzitutto una crisi dell’ethos dell’uomo contemporaneo, il frutto di un lungo processo di «de-cosmicizzazione» che segna la storia della modernità (p. 389). Si tratta di una questione in linea con il pensiero di Hannah Arendt di cui si sente spesso l’eco in quest’opera, insieme a quella di Foucault.

 

Queste riflessioni potrebbero apparire lontane da quelle sulla biopolitica, ma vengono ricondotte chiaramente ad esse nell’ultimo capitolo, dedicato all’evento che ha marcato l’anno in cui questo libro è stato pubblicato: la pandemia. Il capitolo, infatti, si apre con la considerazione della de-cosmicizzazione dell’uomo contemporaneo, della sua alienazione dal mondo naturale, come origine del dilagare del SARS-COV2. L’idea di poter ignorare il nostro legame con l’ecosistema – di cui l’attenzione della biomedicina verso il microcosmo genetico è al contempo sintomo e fattore – sarebbe infatti tra le cause di disastri naturali come le zoonosi e perciò anche della diffusione globale dei virus (pp. 395-396). Tentando un confronto con una delle più grandi pandemie del passato, la peste nera, Marzocca mette in rilievo come, in essa, fattori naturali legati a cambiamenti climatici sia in Asia che in Europa si siano combinati con fattori socio-politici connessi al nomadismo dei cavalieri mongoli e ai traffici marittimi tra Oriente e Occidente, provocando l’arrivo dell'agente patogeno dalla Cina in Europa (pp. 397-399). Una dinamica che, con le dovute differenze, si ritroverebbe anche nella maturazione e nella diffusione globale del SARS-COV2.

Sono quattro i fattori socio-politici che Marzocca evidenzia come concause di malattie epidemiche di origine zoonotica ai nostri tempi: deforestazione, allevamenti industriali, urbanizzazione e mobilità di persone, esseri viventi e merci. Fenomeni che, specie in un’epoca di continui “spostamenti globali” come la nostra, non possono che accrescere il contributo dei fattori antropici ai salti di specie e alla diffusione dei virus (pp. 399-402). Proprio la dimensione globale di questi fenomeni e delle loro implicazioni epidemiche ha portato istituzioni planetarie come l’OMS a farsi carico del problema delle “malattie infettive emergenti” (AIDS, SARS, influenza suina, MERS, Ebola, ecc.). Marzocca esamina perciò le strategie adottate negli ultimi anni dalle istituzioni internazionali per far fronte a queste minacce mondiali: strategie improntate a un modello di “sorveglianza globale” motivato soprattutto dall'impreparazione degli Stati-nazione ad affrontarle. L’autore mostra, comunque, le criticità di questo modello basato sulla raccolta di informazioni sia tramite l’approccio statistico classico, sia attraverso le tecnologie algoritmiche applicate ai Big Data. Nonostante alcuni successi di queste tecnologie, esse si dimostrano spesso inaffidabili; d’altro canto, la raccolta dei dati statistici dipende per lo più dall'incerta volontà e capacità degli Stati di comunicarli in modo completo e trasparente (pp. 403-418). Sono soprattutto queste criticità ad aver determinato – secondo Marzocca – il fallimento della “sorveglianza globale” nel caso del SARS-COV2; il che ha portato gli Stati nazionali a tornare al modello disciplinare della città in quarantena, con il quale «hanno fatto un salto indietro nella storia della biopolitica almeno fino al XVII secolo». Questo modello è antecedente a quello della vaccinazione affermatosi con la medicalizzazione della società e con la normalizzazione biopolitica dei processi biologici, demografici ed epidemici (pp. 418-424).

Di qui delle considerazioni interessanti sull’attesa delle campagne vaccinali durante il 2020. Da un lato, questa attesa potrebbe averci spinto a rinnovare la nostra adesione al paradigma immunitario che, secondo Esposito, costituirebbe la cifra della biopolitica moderna. Dall’altro lato, la riscoperta delle relazioni tra vita individuale e vita della popolazione potrebbe aver risvegliato forme di solidarietà, capaci di mitigare la tendenza biopolitica ad immunizzare il corpo collettivo dalle relazioni sociali e comunitarie. Inoltre, non si può non considerare la rinnovata centralità che lo Stato e i poteri pubblici sembrano aver acquisito con la pandemia; un fenomeno che potrebbe costituire uno smacco per le politiche di privatizzazione neoliberali (pp. 429-432). Eppure, anche in questo caso, Marzocca mantiene la sua prudenza metodologica e mette in guardia contro facili ottimismi: un maggior peso dello Stato non significa necessariamente rinascita di una politica eclissatasi ormai da tempo. Si tratta piuttosto di non rimanere invischiati nell’alternativa tra Stato e mercato, di aprirsi a una prospettiva etico-politica che problematizzi il rapporto tra individuo e popolazione, e tra individuo e vita, che la governamentalità degli ultimi secoli ha prodotto; si tratta di elaborare forme del nostro ethos capaci di dispiegare orizzonti di vita in comune che vadano oltre la semplice condivisione della vita biologica. La pandemia può forse darci una mano in tal senso, facendoci riscoprire una dimensione più ampia di quella della famiglia e della popolazione: la dimensione di una «sfera mondana» che siamo chiamati ad abitare in comune, che la si intenda «come ecosistema, ambiente, territorio, luogo, città, mondo, cosmo» (pp. 433-434). Anche se la ignoriamo, chiudendoci nel nostro microcosmo individuale e privato, è essa stessa a ricordarci che la nostra esistenza non può prescindere dalla sua. La pandemia non è che la più recente (ma non l’ultima) dimostrazione di questa verità che per troppo tempo abbiamo rifiutato di vedere.

L'evento pandemico, evidentemente, rende stringente e necessario questo tipo di riflessioni; esso dovrebbe spingerci ad essere consapevoli non solo del nostro rapporto con l’ambiente, ma anche del nostro posto nel mondo e nel cosmo. Ed è questo, in definitiva, il senso più prezioso del libro di Marzocca, che va ben oltre la promessa iniziale di fornire un compendio delle analisi sulla biopolitica.

Paolo Castoro

 

 

Note
1) O. Marzocca, Il governo dell’ethos. La produzione politica dell’agire economico, Mimesis, Milano 2011; Id., Il mondo comune. Dalla virtualità alla cura, manifestolibri, Roma 2019.
2) M. Foucault, “Bisogna difendere la società”, a cura di M. Bertani e A. Fontana, Feltrinelli, Milano 2010.
3) M. Foucault, La volontà di sapere. Storia della sessualità 1, tr. it. di P. Pasquino e G. Procacci, Feltrinelli, Milano 2014.

 

N.d.C. - Paolo Castoro, laureato in Etica sociale all’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”, si occupa di temi legati alle evoluzioni etico-politiche dell’età moderna e contemporanea.

Tra i suoi interessi, ci sono il rapporto tra economia e politica, le trasformazioni spaziali della vita in comune e gli effetti delle relazioni di potere sull’ethos contemporaneo e sulla partecipazione cittadina tra governamentalità neoliberale, post-democrazia e fenomeni di “post-liberalismo”.

N.b. I grassetti nel testo sono nostri.

R.R.


© RIPRODUZIONE RISERVATA

29 OTTOBRE 2021

CITTÀ BENE COMUNE

Ambito di riflessione e dibattito sulla città, il territorio, l'ambiente, il paesaggio e le relative culture progettuali

ideato e diretto da
Renzo Riboldazzi

prodotto dalla Casa della Cultura e dal Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano

in redazione:
Elena Bertani
Luca Bottini
Oriana Codispoti
Filippo Maria Giordano
Federica Pieri

cittabenecomune@casadellacultura.it

iniziativa sostenuta da:
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Le conferenze

2017: Salvatore Settis
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2018: Cesare de Seta
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locandina/presentazione
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Gli incontri

- cultura urbanistica:
2021: programma/1,2,3,4
 
- cultura paesaggistica:

 

 

Gli autoritratti

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2019: Alberto Magnaghi

 

 

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2015: online/pubblicazione
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2019: online/pubblicazione
2020: online/pubblicazione
2021:

C. Olmo, Biografia (e morfologia) di una strada, commento a: C. Barioglio, Avenue of the Americas (FrancoAngeli, 2021)

A. Calafati, Il declino di Torino: una lezione per la città, commento a: A. Bagnasco, G. Berta, A. Pichierri, Chi ha fermato Torino? (Einaudi, 2020)

A. Bonomi, Quali politiche per la città di oggi?, commento a: C. Tajani, Città prossime (Guerini, 2021)

L. Marescotti, L'Urbanistica innanzitutto, commento a: C. Sambricio, P. Ramos (a cura di), El urbanismo de la transición (Ayuntamiento de Madrid, 2019)

M. Ruzzenenti, Il territorio dopo il Covid (e prima del PNRR), commento a: A. Marson, A. Tarpino (a cura di), Abitare il territorio al tempo del Covid, “Scienze del territorio”, numero speciale 2020

R. Pavia, Le città di fronte alle sfide ambientali, commento a: Livio Sacchi, Il futuro delle città (La nave di Teseo, 2019)

C.Salone, Oltre i distretti, dentro l'urbano, commento a: C. Mattioli, Mutamenti nei distretti (FrancoAngeli, 2020)

O. Marzocca, L'ambiente dell'uomo e l'indifferenza di Gaia, commento a: A. Magnaghi, Il principio territoriale (Bollati Boringhieri, 2020)

G. Consonni, Il passato come risorsa del progetto, commento a: A. Lanzani, Cultura e progetto del territorio e della città (FrancoAngeli 2020)

F. Indovina, Urbanistica? Bologna docet, commento a: R. Scannavini, Al centro di Bologna, 1965-2015 (Costa Editore, 2020)

S. Brenna, È questa l’urbanistica che vogliamo?, Commento a: P. Berdini, Lo stadio degli inganni (DeriveApprodi, 2020)

S. Moroni, Oltre la retorica dell’attivismo civico, commento a: C. Pacchi, Iniziative dal basso e trasformazioni urbane (Bruno Mondadori, 2020)

P. Pardi, Dal territorio una nuova democrazia, commento a: A. Magnaghi, Il principio territoriale (Bollati Boringhieri, 2020)

L. Carbonara, Riappropriarsi delle origini (di Mogadiscio), commento al catalogo della mostra curata da K. M. Abdulkadir, G. Restaino, M. Spina

C. Diamantini, La città nella tela del ragno, commento a: R. Keeton, M. Provost, To Built a City in Africa (nai010 publishers, 2019)

C. Petrognani e A. P. Oro, Paesaggi della pluralità, commento a: E. Trusiani et al. (a cura di), Paisagem cultural do Rio Grande do Sul, supplemento al n. 24/2021 di “Visioni LatinoAmericane”

E. Scandurra, Roma, e se non capitasse niente?, Commento a: W. Tocci, Roma come se (Donzelli, 2020)

G. Demuro, Custodire la bellezza insieme, commento a: G. Arena, I custodi della bellezza (Touring Club Italiano, 2020)

A. Casaglia, L'invenzione (e l'illusione) dei confini, commento a: L. Gaeta e A. Buoli (a cura di), Transdisciplinary Views on Boundaries (Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, 2020)

R. Pugliese, Comporre nuove urbanità, commento a: A. De Rossi (a cura di), Riabitare l'Italia. Le aree interne tra abbandoni e riconquiste (Donzelli, 2018)

L. Bonesio, Dall'uso-consumo all'uso-cura del mondo, commento a: O. Marzocca, Il mondo comune (Manifestolibri, 2019)

G. Amendola, La città è fatta di domande, commento a: A. Mazzette e S. Mugnano (a cura di), Il ruolo della cultura nel governo del territorio (FrancoAngeli 2020)

C. Bianchetti, Incoraggiare rotture e nuovi germogli, commento a: Camillo Boano, Progetto Minore (LetteraVentidue, 2020)

M. Balbo, La città pensante, commento a: A. Amin, N. Thrift, Vedere come una città (Mimesis, 2020)

G. Pasqui, La ricerca è l'uso che se ne fa, commento a: P. L. Crosta, C. Bianchetti, Conversazioni sulla ricerca (Donzelli)

R.R., L'Urbanistica italiana si racconta, introduzione al video: E. Bertani (a cura di), Autoritratto di Alberto Magnaghi (Casa della Cultura 2020)

S.Saccomani, La casa: vecchie questioni, nuove domande, commento a: M. Filandri, M. Olagnero, G. Semi, Casa dolce casa? (il Mulino, 2020)

G. Semi, Coraggio e follia per il dopo covid, commento a: G. Nuvolati, S. Spanu (a cura di), Manifesto dei Sociologi e delle Sociologhe dell’Ambiente e del Territorio sulle Città e le Aree Naturali del dopo Covid-19, (Ledizioni, 2020)

R. Riboldazzi, Per una critica urbanistica, introduzione a: Città Bene Comune 2019 (Ed. Casa della Cultura, 2020)

M. Venturi Ferriolo, Contemplare l'antico per scorgere il futuro, commento a: R. Milani, Albe di un nuovo sentire (il Mulino, 2020)

S. Tagliagambe, L'urbanistica come questione del sapere, commento a: C. Sini, G. Pasqui, Perché gli alberi non rispondono (Jaca Book, 2020)

G. Consonni, La coscienza di luogo necessaria per abitare, commento a: A. Magnaghi, Il principio territoriale (Bollati Boringhieri, 2020)

E. Scandurra, Nel passato c'è il futuro di borghi e comunità, commento a: G. Attili – Civita. Senza aggettivi e senza altre specificazioni (Quodlibet, 2020)

R. Pavia, Roma, Flaminio: ripensare i progetti strategici, commento a: P. O. Ostili (a cura di), Flaminio Distretto Culturale di Roma (Quodlibet, 2020)

C. Olmo, La diversità come statuto di una società, commento a: G. Scavuzzo, Il parco della guarigione infinita (LetteraVentidue, 2020)

F. Indovina, Post-pandemia? Il futuro è ancora nelle città, commento a: G. Amendola (a cura di), L’immaginario e le epidemie (Mario Adda Ed., 2020)

G. Dematteis, Il territorio tra coscienza di luogo e di classe, commento a: A. Magnaghi, Il principio territoriale (Bollati Boringhieri, 2020)

M. Ruzzenenti, Una nuova cultura per il bene comune, commento a: G. Nuvolati, S. Spanu (a cura di), Manifesto dei sociologi e delle sociologhe dell’ambiente e del territorio sulle città e le aree naturali del dopo Covid-19 (Ledizioni, 2020)

F. Forte, Una legge per la (ri)costruzione dell'Italia, commento a: M. Zoppi, C. Carbone, La lunga vita della legge urbanistica del '42 (didapress, 2018)

F. Erbani, Casa e urbanità, elementi del diritto alla città, commento a: G. Consonni, Carta dell’habitat (La Vita Felice, 2019)

P. Pileri, Il consumo critico salva territori e paesaggi, commento a, A. di Gennaro, Ultime notizie dalla terra (Ediesse, 2018)