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Già lungo tutto il XX secolo vi erano state numerose occasioni di incontro tra la filosofia, le scienze sociali interessate al territorio e le discipline progettuali. Spesso si è trattato di significative incursioni dei filosofi su temi territoriali (come quelle testimoniate nella raccolta di saggi curata da Paquot e Younès, 2009), in altri casi si è assistito – specie nell’ultimo scorcio del secolo – ad un percorso inverso, con una rinnovata attenzione al pensiero filosofico da parte di scienziati sociali, urbanisti e architetti.
Questo primo quarto del XXI secolo fa osservare una prosecuzione e persino una intensificazione di questo confronto, in entrambe le direzioni. Per quanto riguarda il percorso che parte dall’iniziativa di filosofi/filosofe vi sono diverse modalità con cui esso può svilupparsi, ma qui mi interessa sottolinearne, in particolare, due. Una di esse vede, per così dire, il/la filosofo/a fornire un’interpretazione, dal proprio punto di vista, di concetti rilevanti per l’analisi del territorio: essi divengono il paradigma di una visione di ordine più generale (ontologico, etico, epistemologico). Il gioco si svolge, per così dire, sul campo specifico della filosofia. Una seconda modalità vede invece i filosofi “giocare in trasferta”: pur mantenendo saldo il riferimento al proprio background teorico, essi provano ad esprimere analisi e valutazioni su questioni di più diretto interesse per le discipline territoriali.
I lavori recenti di François Jullien, filosofo francese e studioso del pensiero cinese classico, praticano entrambe queste vie al confronto. La prima si evidenzia in modo esemplare nel libro che egli dedica al tema del paesaggio (Jullien 2017): qui, infatti, a partire dal concetto e dalle sue declinazioni nella cultura cinese ed in quella occidentale, si apre una riflessione su ciò che nel nostro pensiero – come pure in quello cinese – resta di impensato, in quanto profondamente radicato. Emergono così alcuni tratti fondamentali di due universi culturali e si mostra come possa essere fecondo per entrambi (ma l’accento è qui posto sul “noi”) dialogare non attraverso una semplice comparazione, ma “mettendo in tensione” le due forme di pensiero e cioè creando uno spazio attivo “tra” loro. Il paesaggio, dunque, svolge un ruolo paradigmatico ed euristico: attraverso di esso veniamo a comprendere non solo come le due concezioni nascano da un diverso modo di intendere la relazione tra soggettività ed oggettività, tra la dimensione umana e non umana, ma anche come sia possibile per noi, eredi del pensiero greco, ripensare alla prospettiva europea a partire da quella cinese e, in tal modo, farla slittare in avanti senza negarla ma, piuttosto, pensando l’impensato, ovvero ciò che l’immersione nella “nostra” visione del mondo ci impedisce di vedere.
La seconda via è presente nel libro su cui intendo concentrare ora l’attenzione, Riaprire dei possibili. De-coincidenza, un’arte di operare, uscito nell’edizione originaria francese nel 2023 e in traduzione italiana nel 2024 presso Orthotes (Napoli-Salerno). Esso, infatti, manifesta una più diretta presa di posizione su temi delle scienze sociali e, tra questi, anche su questioni che riguardano la città e il territorio. Il libro si focalizza sui concetti di coincidenza e de-coincidenza, sui quali Jullien ragiona da alcuni anni e al tempo stesso evidenzial’impegno del filosofo a indicare le conseguenze del suo pensiero in campo etico e sociopolitico oltre che nelle pratiche della società in cui viviamo. Un impegno diverso da forme novecentesche di engagement della filosofia nella politica, ma comunque un compito che si propone di avere conseguenze operative. In coerenza con questo, Jullien ha anche promosso la formazione di una “Association De-coincidences” (https://association.decoincidences.fr/), una sorta di cantiere concettuale che organizza eventi e stimola lo sviluppo di forme di pensiero e di pratica in campi disparati, dalla psicanalisi all’architettura, dalla letteratura fino alla teologia (in chiave laica).
Da un punto di vista filosofico si può dire che la de-coincidenza rappresenta una diramazione più recente da un altro concetto che ha una funzione centrale nel suo pensiero: quello di écart, traducibile con “scarto”, nel senso di un movimento di lato, come quello del calciatore che intende smarcarsi da un avversario. In Essere e vivere, forse il lavoro più noto di Jullien, egli ne parla nella postfazione, con la quale approfondisce il senso del confronto, effettuato nei capitoli precedenti, tra il pensiero occidentale e quello cinese. L’écart si chiarisce meglio distinguendosi dalla “differenza”, un concetto-chiave di molta filosofia – soprattutto francese – di fine ‘900: mentre quest’ultima segna una distinzione, il primo apre una distanza, definisce un “tra” (tra due concetti, due modi di pensare) che crea uno spazio intermedio da esplorare. Così, “lo scarto libera dei possibili di cui ci si domanda, stupefatti ed intrigati, fin dove possano condurre: eccedono ciò che era stato considerato in precedenza, e anche ciò che si può immaginare” (p. 263).
Come si vede, già qui è definito in nuce il tema della riapertura dei possibili e dell’emersione dell’impensato. Ma lo scarto non è un concetto che coinvolge solo il rapporto tra culture, svolgendovi, peraltro, un ruolo fortemente anti-identitario, che trova una esplicita espressione in un breve testo dedicato, appunto, alla negazione dell’identità culturale (Jullien, 2018). Esso propone, più ampliamente, una prospettiva sull’alterità nelle sue varie manifestazioni: nel rapporto interpersonale, come in quello con il mondo non-umano ed anche in quello con se stessi, che definisce il processo della vita. Vivere, infatti, è smarcarsi continuamente da ciò che si è, non coincidere totalmente con ciò che già si è vissuto, non lasciarsi reificare nell’identità del se stesso.
Il pensiero della de-coincidenza, in Riaprire dei possibili riprende questi temi, ma li innesta in modo esplicito nella situazione delle società contemporanee, alla ricerca di un modo operativo di pratica in esse. In tal modo si colloca in una tematica che non è solo filosofica, ma anche socio-politica e in essa non bastano le distinzioni concettuali rispetto a punti di vista analoghi (come con quelli di Deleuze o di Derrida, su cui verte l’ultima parte del libro), perché la de-coincidenza esprime un movimento contrario ad uno di segno opposto: essa ha un vero e proprio avversario, ovvero la coincidenza. E questo avversario attraversa uno spazio ampio della fenomenologia delle società contemporanee, sino a presentarsi, nella rappresentazione che ne offre Jullien, come una cappa oppressiva che grava diffusamente su di esse, bloccandone le prospettive, facendo sì che venga meno la fiducia nel futuro e persino il desiderio di immaginarlo.
Che cosa intende il filosofo francese per “coincidenza”? Nel cap. 2 egli la introduce affermando che “si tratta di una logica più generale dell’esperienza” (p. 25) e che assume il carattere dell’adeguazione alla realtà presente e, in questo senso, anche quello della positività. Ma “questo positivo che si conforta del proprio conformismo si rovescia segretamente nel proprio opposto: in negativo che ostacola ormai la situazione impedendole di evolvere e ostruendo l’avvenire (p. 25). Perciò la coincidenza non lascia intravvedere dei possibili e, in definitiva, ha un’azione mortifera, genera – per così dire – una paralisi per fossilizzazione dei tessuti vitali. Può sembrare strana questa diagnosi riferita a società che appaiono in continuo movimento, ma, nell’ottica di Jullien, si tratta di un movimento omeostatico, che finisce coll’avvolgersi su se stesso. Nel dominio delle idee la coincidenza si trasforma in ideologia, non nel senso di una visione del mondo che si impone attraverso la propaganda, ma in quello di una evidenza o, meglio, una pseudo-evidenza che non lascia vedere nessuna alternativa. La coincidenza si sostituisce oggi alla credenza imposta dalle autorità; non enuncia verità da accettare (che, in fondo, nei regimi dominati dall’autorità potevano essere oggetto di critica, sia pure grandemente rischiosa) ma fa vedere il mondo attuale – nel senso tanto di odierno quanto di effettivo - come un orizzonte privo di ulteriori possibili.
Una esemplificazione di questo versante della coincidenza è contenuta nelle pagine dedicate ad un “piccolo lessico contemporaneo della coincidenza” (cap.6):vi sono compresi termini di interesse per le discipline dell’ambiente e del territorio, quali “precauzione”, “resilienza” e lo stesso “territorio”. Jullien qui prende di mira il discorso politico-mediatico - con riferimento soprattutto al contesto francese - che li banalizza e stereotipizza, rendendoli neutri, usandoli per produrre un “effetto placebo” tranquillizzante. Così “territorio” viene usato per la sua evocazione della terra, facendolo divenire simbolo di autenticità, una sorta di marchio di una vaga positività, priva di sostanza e senza conseguenze. Anche il discorso ecologico è ormai divenuto coincidente, in quanto collettivamente assimilato senza che questo abbia reali effetti, mentre l’ecologia dovrebbe essere il campo proprio, nella vita quotidiana, di pratiche de-coincidenti con il dominante modello consumista; dal canto suo il territorio dovrebbe essere messo nuovamente in tensione, mettendo in luce la sua capacità di mutamento, con la rottura continua degli equilibri consolidati: ciò a cui allude il concetto di “de-territorializzazione”, nell’accezione proposta da Deleuze e Guattari (1980).
Più avanti, nel cap.8, viene richiamato anche un altro versante della coincidenza, che si materializza nella città e che abbina l’ideologia alla tecnologia. Qui Jullien riprende le idee di un architetto e urbanista parigino, Jacques Ferrier (2021), che denuncia la modalità con cui la tecnologia si è impadronita della città, trattandola in modo indifferente rispetto ai bisogni degli abitanti, facendole assumere il ruolo di grande infrastruttura. Infatti, piuttosto che accompagnare la vita degli abitanti, essa supporta unicamente l’efficacia delle performance e subordina all’efficienza ogni altro aspetto, dimenticando “la presenza dei corpi e la sollecitazione dei sensi a vantaggio di spazi disincarnati. Il ‘desiderio della città’ è ormai nell’oblio, la ‘città macchina’ ha seppellito la vita sotto la sua funzionalità”. (66).
Di fronte a queste ed altre forme di coincidenza il libro fa appello all’opera della de-coincidenza. Nelle pagine dedicate a questa si trova il contributo a mio avviso più interessante del testo, mentre si potrebbe osservare cheil modo con cui è raffigurata la coincidenza, con riguardo a temi territoriali, non appare particolarmente approfondito né originale. La de-coincidenza è presentata come una pratica che si differenzia tanto dalla critica radicale, quella che predica l’avvento di “rovesciamenti” privi di efficacia, quanto dal riformismo incapace di distanziarsi dalla logica egemone. Essa agisce invece producendo piccole incrinature di quella logica e dei suoi frutti, degli scarti che, per così dire, ne provocano l’erosione e favoriscono l’emergenza di nuovi possibili, aprendo ad un cambiamento sin qui impensabile. Non è rivoluzione e nemmeno innovazione ma ri-possibilizzazione; non è un pensiero che modellizza la realtà, descrive trasformazioni che, in un secondo tempo, dovranno essere messe in pratica: ha un carattere immediatamente operativo perché agisce direttamente nella situazione. Per questo la de-coincidenza è inevitabilmente situata ed ha un carattere locale: non è un pensiero astratto destinato ad essere “applicato” nei contesti specifici: nasce in essi ed è destinato a trasformarli interagendo con le loro caratteristiche peculiari. Ciò non toglie che le de-coincidenze che si generano in situazioni diverse tendano a porsi in risonanza reciproca, senza che questo effetto sia prodotto da un comando proveniente da un’entità sovraordinata.
Nella città, dunque, la de-coincidenza opera per incrinare la sua dimensione macchinale, senza peraltro volerla rovesciare. Piuttosto, agisce ristabilendo spazi di relazione e di prossimità, lavorando negli interstizi, in un tra dotato di valore concreto. Un tra che “scopre opportunità di incontro, apre percorsi personali di flânerie: si lascia infiltrare dagli umori, esalare dagli ambienti e varia le temporalità restituendo al cittadino, tra-mite questi inter-stizi, un campo alla sua iniziativa” (p.67). Al di là degli esempi di de-coincidenza territoriale portati da Jullien, in genere riferiti a pratiche individuali, queste indicazioni ci permettono di attribuire un significato di apertura a nuovi possibili anche a pratiche di gruppo, o collettive, che operano nel tra: si può pensare così alle forme di riuso di spazi abbandonati per iniziative dal basso o, anche, alle esperienze di cura dei luoghi e creazione di nuovi servizi attraverso patti di collaborazione tra gruppi di cittadini ed amministrazioni locali. Queste sono esperienze ed iniziative che non negano affatto la tecnologia, ma la usano in modo diverso dalla retorica della smart city e della città-infrastruttura. Ma, soprattutto, sono orientate alla dimensione del “comune”, che lo stesso Jullien distingue con cura da quella del “collettivo”, in quanto frutto della condivisione e della partecipazione e non di una semplice aggregazione di individui.
C’è tuttavia un aspetto delle analisi del libro che mi sembra meno convincente e che riguarda il modo con cui opera la coincidenza. Mi sembra sottinteso che questo concetto, nella sua astrazione, rinvii ad un quadro socio-politico dominato dal capitalismo, nelle sue forme attuali, e dall’ideologia del neoliberismo: quest’ultimo, anzi, è esplicitamente citato nel testo.La grande coincidenza è il risultato “senza volto” dell’azione dei grandi centri di potere privati e statali che condizionano il divenire della società globale: essi creano le condizioni per poter apparire privi di alternative e configurando il funzionamento dei sistemi socio-territoriali e le loro relazioni con l’ambiente. Le metropoli globali occupano un ruolo primario in questo sistema e possono essere rappresentate come infrastruttura tecnologica ed organizzativa orientata al profitto. Tuttavia, esse sono anche caratterizzate da enormi diseguaglianze sociali e squilibri spaziali: l’infrastruttura innerva soprattutto una rete di spazi “capsulari”, chiusi e vigilati, in cui la presenza umana è orientata in percorsi monodirezionali, sempre più basati sull’interazione dei singoli con le macchine governate dagli algoritmi e, in prospettiva, con automi governati dall’intelligenza artificiale.
Ma questo è solo uno dei modi con cui si esercita il dominio del capitalismo sul territorio. Questa è la via della coincidenza, della iper-funzionalità, della stabilizzazione omeostatica e del controllo pervasivo. Ma vi è anche un’altra via, che configura una polarità apparentemente opposta, ma che in ultima analisi è solo l’altra faccia della medesima medaglia: è quella che produce emarginazione, distruzione dei legami sociali, conflitto, destabilizzazione di ogni equilibrio. È la via della distruzione creativa, dell’estrazione di valore attraverso l’appropriazione di beni comuni, quella in cui il capitalismo si pone contro il diritto alla città (Harvey,2012). Anche essa ha in vista esclusivamente il profitto, ma opera attraverso la spoliazione delle risorse dei territori e ciò che lascia è la crisi composita e permanente, la frammentazione delle relazioni sociali e dei campi di senso, la marginalizzazione di ambiti socio-spaziali abbandonati a se stessi, o ai gruppi criminali, la desertificazione e la contaminazione dell’ambiente. Nuovamente, in questi spazi tende a scomparire ogni possibilità diversa dall’esistente: essi sono il volto più evidente di quella che è stata definita “permacrisi” (Sbattella, Fenoglio, 2024), ovvero una situazione di crisi che si riproduce da se stessa, statica non per eccesso di coincidenze, ma per difetto.
D’altra parte, è certamente vero che, se tutto coincide, nulla di impensato ed imprevisto può emergere. Ma questo non può prodursi nemmeno se niente coincide, se non ci sono più connessioni ma solo aggregati di elementi (umani e non umani) privi di relazioni. La totale coincidenza blocca le possibilità e ossifica società e territori: questo è un modo di rendere impossibile l’alterità e la relazione perché tutto è identico a se stesso e non c’è nessun “fuori” con cui relazionarsi. Ma non meno gravida di conseguenze è la totale assenza di connessioni: in tal modo le società e i territori si frammentano sino a polverizzarsi. Anche così la relazione è impossibile perché non c’è più niente di condiviso ma solo individui da aggregare in masse consenzienti con qualche leader, che promette vendette e incita contro qualche capro espiatorio. I territori subiscono una deterritorializzazione radicale e non c’è un nocciolo duro attorno al quale possa prodursi un processo di riterritorializzazione, questa volta inteso come riorganizzazione di coerenze (non di totali coincidenze) spaziali. In queste situazioni appare impossibile l’emergenza di possibilità inedite e quelle già presenti riproducono ed acuiscono la crisi.
In sostanza, mi sembra che il pensiero della de-coincidenza contenga uno stimolo importante per chi si occupa di città e di territorio, in quanto invita ad un’azione diretta nelle situazioni concrete, senza attendere che dall’esterno venga calato un modello astratto al quale conformarsi. Questo lavoro di erosione (verrebbe da dire: di scavo da vecchia talpa) delle coincidenze che chiudono la via a nuovi possibili è senz’altro essenziale nella situazione attuale. Esso, però, non deve essere contrapposto all’idea di una pianificazione territoriale ma, piuttosto, rappresenta una modalità efficace con cui il piano può emergere dal basso, come forma di coordinamento di progettualità diffuse. Ma, soprattutto, il lavoro della de-coincidenza non può essere separato da quello della ricostruzione di legami tra i soggetti sociali e tra questi e l’ambiente, specie nei territori maggiormente esposti al rischio di frammentazione. Anche in questo caso si può dire che si tratta di due facce della stessa medaglia: in definitiva le pratiche che si discostano – si smarcano – dalla coincidenza sono anche quelle in cui agisce la resistenza alla dissoluzione delle relazioni e la ricucitura di reti usurate in forme alternative.
Alfredo Mela
Bibliografia Deleuze G., Guattari F. (1980),Mille plateaux, Ed. de Minuit, Paris. Ferrier J. (2021), La ville machine. Se libérer de l’emprise technologique, l’Herne, Paris. Harvey D. (2012), Il capitalismo contro il diritto alla città, Ombre corte, Verona. Jullien F. (2017), Vivere di paesaggio o l’impensato della ragione, MIM Edizioni, Sesto S. Giovanni (ed. originaria 2014). Jullien F., (2016), Essere o vivere. Il pensiero occidentale e il pensiero cinese in 20 contrasti, Feltrinelli, Milano. Jullien F. (2018), L’identità culturale non esiste, Einaudi, Torino. Paquot T., Younès Ch. (dir.) (2009), Le territoire des philosophes. Lieu et espace dans la pensée du XX siècle,La Découverte, Paris. Sbattella F., Fenoglio M.T. (a cura di) (2024), Crisi permanente. Sfide e risorse della psicologia, EDUCatt, Milano.
N.d.C. - Alfredo Mela, già professore ordinario di Sociologia dell'ambiente e del territorio, ha insegnato al Politecnico di Torino in corsi di laurea in Architettura e Pianificazione e come visiting professor all’Université Paris 1 – La Sorbonne Panthéon, dove ha tenuto lezioni e seminari su temi riguardanti la sociologia e la pianificazione di area vasta. Ha diretto il corso di alta formazione in Habitat e Cooperazione del Politecnico di Torino ed è stato coordinatore della sezione “Territorio” dell’Associazione Italiana di Sociologia tra il 2013 e il 2016. Fa parte del comitato di direzione della rivista « Sociologia Urbana e Rurale » e del comitato scientifico di « Città in controluce ». Lavora sui temi della cooperazione internazionale, delle migrazioni e dell’interculturalità con l’associazione « Psicologi nel Mondo-Torino ».
Tra i suoi libri: con P. Ceresa e M. Pellegrini, Una lettura della sociologia per paradigmi (Celid, 1981); Immagini classiche della sociologia urbana (Celid, 1984; 1988; 1994); La città come sistema di comunicazioni sociali (F. Angeli, 1985; 1987; 1989; 1990; 1992; 1994); Le comunicazioni sociali urbane. Tendenze evolutive (Isig, 1988); Società e spazio. Alternative al postmoderno (F. Angeli, 1990); con P. Ceresa, e M. Pellegrini, Prospettive e paradigmi della sociologia (Celid, 1992); Sociologia delle città (NIS, 1996; 1998; 1999; Carocci 2006; 2008; 2018); con M. C. Belloni e L. Davico, Sociologia dell'ambiente (Carocci, 1998); con L. Davico e L. Conforti, La città, una e molte. Torino e le sue dimensioni spaziali (Liguori, 2000); con L. Davico, Funzioni metropolitane e tempi della città. Orari, luoghi attrattivi a Torino (Politecnico di Torino, 2000); con M. C. Belloni e L. Davico, Sociologia e progettazione del territorio (Carocci, 2000); con Luca Davico, Le società urbane (Carocci, 2002; 2005); (a cura di), La città ansiogena. Le cronache e i luoghi dell'insicurezza urbana a Torino (Liguori, 2003); con D. Ciaffi, La partecipazione. Dimensioni, spazi, strumenti (Carocci, 2006; 2011); con L. Davico e L. Staricco, Città sostenibili. Una prospettiva sociologica (Carocci, 2009); con D. Ciaffi, Urbanistica partecipata. Modelli ed esperienze (Carocci, 2011); (a cura di), La città con-divisa: lo spazio pubblico a Torino (Angeli, 2014); con E. Chicco, Comunità e cooperazione. Un intervento sul benessere psicologico nel Salvador (Angeli, 2016); con S. Mugnano e D. Olori (a cura di), Territori vulnerabili. Verso una nuova sociologia dei disastri italiana (Angeli, 2017); con N. Borrelli, Lo spazio del cibo. Un'analisi sociologica (Carocci, 2018); con A. Toldo, Socio-Spatial Inequalities in Contemporary Cities (Springer 2019); con R. Albano e E. Saporito (a cura di), La città agìta. Nuovi spazi sociali tra cultura e condivisione, (Angeli, 2020); con D. Ciaffi e S. Crivello, Le città contemporanee. Prospettive sociologiche (Carocci, 2020); La città postmoderna. Spazi e culture (Carocci, 2020); con E. Battaglini e A. L. Palazzo, La società e lo spazio. Quadri teorici, scenari e casi di studio (Carocci, 2024).
Per Città Bene Comune ha scritto: La città e i suoi ritmi (secondo Lefebvre), 25 settembre 2020; Periferie: serve una governance coerente, 18 marzo 2022.
Sui libri scritti o curati da Alfredo Mela, v. in questa rubrica: Giampaolo Nuvolati, Abitare la diversità, 4 giugno 2021; Sara Spanu, Sociologia del territorio: quale contributo, 28 luglio 2023.
N.B. I grassetti nel testo sono nostri.
R.R.
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