Piero Ostilio Rossi  
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ZEVI: CINQUANT'ANNI DI URBANISTICA ITALIANA


Commento al libro di Rosario Pavia



Piero Ostilio Rossi


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Il libro di Rosario Pavia Bruno Zevi. Uomo di periferia (2022) è il diciannovesimo titolo della collana dell’editore Bordeaux “RIF_Lezioni” (un piccolo gioco di parole che sta per riflessioni) diretta da Giorgio de Finis; la collana raccoglie infatti la gran parte delle lezioni (ma non solo) tenute nell’ambito di Iperfestival, la manifestazione organizzata a Roma dal RIF - Museo delle Periferie di Tor Bella Monaca tra il 2020 e il 2021. È costituita da agili ed economici volumetti di un centinaio di pagine (o anche meno) che trovano il loro fil rouge nel mettere in discussione il concetto stesso di “periferia”, termine che ormai non è più in grado di descrivere un fenomeno urbano che ha assunto tali dimensioni fisiche e un tale livello di articolazione e di complessità da meritare analisi molto più approfondite rispetto all’ormai consunta vulgata che la descrive come il luogo urbano dell’esclusione, della marginalità e del degrado. Le periferie (e quelle di Roma in particolare) sono parti di città eterogenee e multiformi dove spesso vivere è difficile, ma che altrettanto spesso sono ricche di energia e di grande vitalità.

L’elenco dei titoli pubblicati sino ad ora restituisce una molteplicità di interpretazioni del concetto di periferia attraverso sguardi di carattere urbanistico, architettonico, antropologico, sociologico e artistico e analizzano il tema dell’abitare urbano attraverso continui rimandi tra l’urbs e la civitas: tra la conformazione dello spazio fisico e la vita delle persone che lo attraversano e lo abitano. Mi è già capitato di scrivere sulla necessità e sull’importanza di analizzare criticamente il termine “periferia” che presuppone la presenza di un centro geografico denso, compatto e attrattore di flussi e di un insieme di parti labili che gli ruotano intorno e il cui carattere urbano è direttamente legato alla distanza dal centro, inteso come il luogo che tutto attrae e dove tutto confluisce. La mappa di Roma – ormai città-metropoli – presenta invece una struttura diversa che suggerisce la lettura di una figura continua e non discreta, policentrica e non centripeta, tendenzialmente compatta ma nello stesso tempo porosa, nella quale gli spazi non costruiti non sono vuoti, ma potenziali elementi vitali di un sistema continuo nel quale la figura della spugna e quella dell’arcipelago si contrappongono e si confrontano(1).

 

Il libro di Pavia ripercorre le tappe dell’attività di Zevi, inteso non come storico e critico dell’architettura, ma come urbanista(2); ne individua le fasi e i momenti salienti e ne sintetizza le analisi e le prospettive critiche. Il punto di partenza è una frase dello stesso Zevi che, in un’intervista del 1999 si dichiarò uomo di periferia: “Mentre tutti sono uomini del centro storico […] io sono uomo di periferia, quindi un uomo di libertà quindi un uomo di modernità”(3). In effetti, letto con questa lente interpretativa, il contributo di Zevi alla cultura urbanistica italiana acquista una sua identità e una sua coerenza lungo un arco di tempo che va dai primi anni del dopoguerra fino alla fine degli anni Novanta. Zevi stesso ha scritto di sé: “Professionista, no, ma neppure rifugiato negli studi storici per impotenza creativa. Il critico, coinvolto nelle diverse tensioni poetiche mira a determinare una produzione più vasta e mediata dai colleghi. Cosa gli interessa? L’impianto generale, i contenuti e gli obiettivi del programma, poi i particolari e le modanature. In breve, il primo e l’ultimo atto”(4). La teoria di fondo è che si possa contribuire alla costruzione e allo sviluppo di una disciplina come l’urbanistica non solo praticandola attivamente in senso professionale, ma anche attraverso contributi critici, linee di indirizzo, riflessioni di metodo e, soprattutto, battaglie di carattere politico.

Questo è senz’altro il caso di Zevi e Pavia accompagna il suo lungo percorso individuandone le tappe principali e sottolineando i suoi specifici contributi. E così le pagine del libro raccontano sinteticamente cinquant’anni di storia urbanistica del nostro Paese: l’APAO e la rivista “Metron”; l’INU tra il 1950 e il 1968 (gli anni in cui Zevi ne fu l’infaticabile segretario) e quindi la fase dell’espansione urbana con i quartieri Ina-Casa (1949-1963), i PEEP sulla base della legge 167 del 1962, il fallimento della riforma Sullo, la legge ponte di Giacomo Mancini – la 765 del 1967 – e il progetto dello Studio Asse (1967-1970) per il centro direzionale di Roma previsto dal PRG del 1962 e poi ancora la legge sulla casa del 1971 fino alla Carta del Macchu Picchu (1977) e al Manifesto di Modena (1998). L’articolo Dopo 5000 anni: la rivoluzione, pubblicato nel 2000 su “Lotus” rappresenta il suo ultimo contributo al dibattito sulla città (5).

Di questo percorso, vorrei sottolineare alcuni passaggi che mi sembrano particolarmente significativi e un proporne un sintetico commento.

 

L’APAO, l’Associazione per l’Architettura Organica

Il 15 luglio 1945, fu fondata a Roma, a Palazzo Del Drago, in via Quattro Fontane, l’APAO, l’Associazione per l’Architettura Organica (6). L’associazione nasceva dall’incontro tra diverse componenti: il gruppo di sinistra dei giovani architetti – Cino Calcaprina, Mario Fiorentino, Silvio Radiconcini e Bruno Zevi – che alcuni mesi prima avevano promosso, sempre a Palazzo Del Drago, i corsi della Scuola di Architettura Organica che dell’APAO era stata in qualche modo l’incubatrice, il gruppo 15A, una formazione cattolica di quindici architetti guidata da Pasquale Marabotto e Antonio Petrilli (7) e un gruppo di professionisti meno collocabili politicamente tra cui alcuni già noti ed affermati, come Enrico Tedeschi. All’associazione aderirono naturalmente anche i quattro docenti ai quali erano affidati i corsi della Scuola: Luigi Piccinato (Urbanistica), Mario Ridolfi (Tecnologia), Pier Luigi Nervi (Costruzioni) e Aldo Della Rocca (Materie professionali).

La “Scuola di architettura organica” aveva iniziato le sue attività nei primi mesi del 1945 “con corsi liberi di storia dell’architettura moderna e seminari sui temi della ricostruzione urbanistica e sugli aspetti sociali e tecnici dell’architettura. Si organizzavano inoltre affollatissimi dibattiti e conferenze tenute da architetti e docenti di fama internazionale”(8). Nell’intervento ad un convegno che si è tenuto nel 2004 nella Sala della Protomoteca del Campidoglio, Elena Giolitti ha ricostruito l’attività del circolo culturale “Il Ritrovo”, da lei animato insieme ad Elena Croce, Nina Ruffini, Giuliana Benzoni e Margherita Caetani tra il novembre 1944 e l’autunno del 1945. Il circolo ebbe la sua sede in un appartamento al secondo piano di Palazzo Del Drago e proprio in quelle stanze furono ospitate le iniziative dell’APAO. “Più che mai numerose, vitali – e tumultuose – erano le riunioni degli architetti capeggiati da Zevi. Il nostro consigliere economico ci aveva incoraggiate a ceder loro alcune stanze dietro compenso”, ricorda la Giolitti (9).

Sintetico ed efficace l’affresco di quella stagione che emerge dai ricordi di Pietro Barucci: “I saloni cinquecenteschi di Palazzo Del Drago alle Quattro Fontane e le aule assolate delle Facoltà di Architettura a Valle Giulia; erano queste le sedi delle due fazioni che si fronteggiavano nello struggente clima romano del dopoguerra: da un lato i docenti accademici, architetti del fascismo, e dall’altro l’Associazione per l’Architettura Organica, di recente fondazione. L’APAO era una sorta di repubblica nella quale, sotto una spinta più politica che culturale, confluivano esperienze, idee, tendenze le più diverse sotto il pontificato burbanzoso di Bruno Zevi reduce di fresco dall’America e profeta del Verbo organico, in gratuita rappresentanza del Messia F.L. Wright. Con sufficiente convinzione gli facevano corona il disinvolto Luigi Piccinato, colto e arguto; il tenebroso Mario Ridolfi carico di complessi e ansioso di riscattarsi da chissà che; l’enigmatico e imprevedibile Ludovico Quaroni, allora esasperato dalla lunga prigionia in India e con la suscettibilità a fior di pelle”(10).

“Poche settimane dopo la Liberazione – affermerà più tardi Zevi – Cino Calcaprina, Eugenio Gentili Tedeschi, Silvio Radiconcini ed io fondammo la rivista “Metron”, che uscì per un decennio, dal 1945 al 1955. Dovendo deciderne i direttori, non avemmo alcun dubbio per la scelta: per l’urbanistica, Luigi Piccinato e per l’architettura, Mario Ridolfi. Tra i maggiori architetti operanti a Roma, Ridolfi era infatti l’unico veramente coinvolto, sotto il duplice punto di vista umano e culturale, nei fermenti e nelle speranze di quel drammatico periodo. Forse Adalberto Libera era più bravo di lui, ma non aveva capito niente dello sfascio etico-politico provocato dalla dittatura. Ridolfi invece aveva sofferto in prima persona il totalitarismo, gli eventi bellici, la povertà e la fame anche nell’ambito della famiglia ed era entrato, per impulso romantico in un partito di sinistra. Malgrado le dure prove subite, emanava un fascino straordinario”(11).

Va infatti ricordato che, negli anni che seguirono la fine della guerra, molti architetti – e Ridolfi e lo stesso Zevi furono tra questi - ritennero necessario impegnarsi su problemi che riguardavano la dimensione della città e del suo disegno complessivo. L’urgenza delle questioni urbane prevalse sui temi di natura architettonica (o per lo meno le prime assunsero un peso paragonabile ai secondi) e l’urbanistica tornò ad essere occasione di elaborazione culturale e di confronto politico. Era per altro quanto veniva teorizzato all’interno dell’APAO: “L’idea di Zevi – ricorda Maria Calandra, che dell’associazione fu la segretaria – era che bisognava entrare in politica, cambiare la scuola e l’insegnamento universitario, non restare chiusi negli studi”(12).

Infatti, quando nell’ottobre 1947 fu indetta la seconda tornata per le elezioni del Consiglio Comunale (la prima si era svolta nel novembre 1946) Mario Ridolfi fu candidato nelle liste del Blocco del Popolo – anzi ricandidato perché aveva partecipato con successo anche alla prima tornata(13) – e, dopo una campagna elettorale con forti tensioni nella quale anche l’APAO intervenne a sostegno dei suoi candidati che, oltre a Ridolfi, erano Bruno Zevi e l’ingegnere Ugo Vallecchi, risultò di nuovo eletto: sarà Consigliere comunale d’opposizione per cinque anni, fino al 1952.

Il 25 maggio del 1952, insieme alle elezioni Comunali, si svolsero anche le elezioni del Consiglio Provinciale; quella consultazione fu vinta dalla Lista Cittadina ispirata dalle sinistre e a presiedere la Giunta Provinciale fu chiamato l’avvocato Giuseppe Sotgiu, esponente del Partito Comunista. Uno dei primi atti della nuova Amministrazione fu quella di costituire una Commissione provinciale per l’Urbanistica e il Piano Regolatore di cui furono chiamati a far parte, oltre allo stesso Sotgiu, gli assessori interessati, alcuni consiglieri particolarmente competenti in materia e un gruppo di tecnici: Mario Ridolfi, Luigi Piccinato, Ludovico Quaroni, Bruno Zevi, l’Ingegnere Capo della Provincia Vittorio Ferrari e l’avvocato Leone Cattani.

La Commissione si insediò nel settembre del 1952 e i resoconti pubblicati da “L’Unità”, il giornale del PCI, parlano di un discorso del Presidente “teso a riaffermare il principio che il Piano Regolatore della città deve tener conto dei molteplici legami che stringono la vita e lo sviluppo urbanistico di Roma e della Provincia”, di un intervento di Cattani “per ribadire la necessità di una collaborazione tra il Comune e la Provincia” ed infine di una puntualizzazione delle linee di lavoro che la Commissione dovrà sviluppare nel prossimo futuro illustrata da Zevi, Piccinato e Ridolfi(14). Non è dato di sapere quali sviluppi abbia avuto il lavoro di questa Commissione e quali documenti abbia prodotto; l’impressione è che sia stata costituita con figure di spicco della cultura architettonica romana, in un momento in cui il dibattito sul nuovo Piano Regolatore di Roma sembrava ormai avviato, per conquistare alla Provincia (governata dalle sinistre) un ruolo di interlocuzione rispetto all’Amministrazione comunale, governata invece dalla Democrazia Cristiana con una Giunta centrista formata da liberali, socialdemocratici e repubblicani.

Non ci sono elementi per affermare che questa strategia abbia avuto successo; nel dicembre 1952 il Prefetto di Roma non approvò il programma di lavoro e di studi che la Commissione si era dato(15): in un’intervista rilasciata a “Cronache Capitoline”, Bruno Zevi, nel criticare quella decisione, rivendicò l’importanza del Piano Regolatore Provinciale in una situazione territoriale come quella del Lazio, nella quale “il problema di Roma è determinante per tutta la Regione e il problema di Roma è sostanzialmente il suo dimensionamento” e sottolineò che il compito di un Piano Provinciale è proprio quello di costruire un primo, stretto collegamento tra il nuovo PRG di Roma e il Piano Regionale del Lazio previsto dalla legge urbanistica del 1942.

 

Urbanistica, architettura e megastrutture urbane

Il 1963 è un anno importante per la maturazione delle visioni urbane di Zevi: è infatti l’anno del concorso per la sistemazione urbanistica dell’area compresa tra Tel Aviv e Jaffa e dei “grattacieli a cucchiaio” del progetto di Jan Lubicz-Nycz e Donald P. Reay che, come lo stesso Zevi ha sottolineato più volte, costituirà un importante punto di riferimento per la sua concezione di urbatettura e per il suo interesse verso le megastrutture urbane complesse. “A prima vista – scrisse su “L’Espresso” – sembra un progetto folle, visionario. Postula un gruppo di monumentali grattacieli a forma di cucchiai ove trovano posto tutte le attività commerciali, rappresentative e persino residenziali. Man mano che i grattacieli si espandono verso terra, sui tetti-giardino sono sistemate a vari livelli le abitazioni, villette unifamiliari digradanti dal quindicesimo piano alla piazza. […] Il pregio di questa soluzione sta nel suo ragionare per integrazione, anziché per scissione, di funzioni urbane. Riconosce ed esalta il carattere concentrato della città, delinea un’eloquente facciata sul mare, costruendo in verticale, consente di lasciare vaste superfici di terreno a verde. Un’idea forse non applicabile subito, ma conforme ai più moderni indirizzi culturali dell’urbanistica”(16).

Infatti, qualche anno dopo, il progetto per il centro direzionale di Roma lungo l’Asse Attrezzato sviluppato dallo Studio Asse (Vinicio Delleani, Mario Fiorentino, Lucio e Vincenzo Passarelli, Riccardo Morandi, Ludovico Quaroni e Bruno Zevi) culminerà nel 1970 con la proposta di un progetto urbano unitario a grande scala costruito su di un sistema organico di contenitori plurifunzionali fortemente caratterizzati nella conformazione e nell’immagine e strettamente integrati ad un sistema di infrastrutture viarie destinato ad assorbire grandi flussi di traffico automobilistico. Un Piano-programma rimasto sulla carta che riassume però emblematicamente in sé tutte le tensioni della cultura architettonica di quegli anni verso il controllo sulla forma, sui significati e sul paesaggio dei grandi interventi urbani. Nel progetto confluiscono il concetto di urbatettura di Zevi, le ricerche di Fiorentino sulla grande dimensione – il progetto di Corviale avrà inizio solo due anni dopo, nel 1972 – e le sperimentazioni di Ludovico Quaroni sul town design avviate nel 1959 con il progetto di concorso per le Barene di San Giuliano a Venezia. È il tema dell’urbanistica a tre dimensioni, del tentativo di superare la bidimensionalità dello zoning attraverso l’integrazione delle funzioni urbane.

 

La Carta del Macchu Picchu e il Manifesto di Modena

Nel 1977, sette anni dopo la conclusione dell’esperienza dello Studio Asse, Zevi partecipò attivamente all’elaborazione della Carta del Macchu Picchu, un documento che, nelle sue intenzioni e in quelle di coloro che lo sottoscrissero, avrebbe dovuto aggiornare, a quarantaquattro anni di distanza, le tesi della Carta di Atene. Come è scritto nell’introduzione, il documento “riconosce innanzitutto che la Carta di Atene del 1933 è ancora un documento fondamentale per la nostra epoca. Può essere aggiornata, ma non ripudiata. Molti dei suoi 95 punti sono ancora validi, ciò che testimonia sulla vitalità e la continuità del movimento moderno, in urbanistica e in architettura. Atene 1933, Macchu Picchu 1977. I luoghi significano. Atene incarnava la culla della civiltà occidentale. il Macchu Picchu simbolizza il contributo culturale di un altro mondo […] I nostri interrogativi sono infinitamente più numerosi e complessi di quelli affrontati dagli autori della Carta di Atene. Alcuni forse non hanno risposta. Ma è nostro dovere proporre almeno un indice preliminare dei problemi emersi nelle ultime decadi”(17). Il documento si articola in 11 punti: 1. Città e regione; 2. La crescita urbana; 3. Le funzioni integrate; 4. L’abitazione; 5. I trasporti; 6. La disponibilità del suolo urbano; 7. Risorse naturali e inquinamento ambientale; 8. Tutela e preservazione dei valori culturali e del patrimonio storico-monumentale; 9. La tecnologia; 10. L’attuazione dei piani; 11. Progettazione urbana e architettura.

Scorrendo anche solo l’indice dell’indice preliminare dei problemi rappresentato dalla Carta, emergono una quantità di temi che i quarantasei anni trascorsi dalla sua redazione hanno reso esplosivi, con uno specifico riguardo per le conseguenze dell’inquinamento ambientale e della crescita demografica. Pavia ricorda infatti che Zevi ebbe uno stretto rapporto con Aurelio Peccei (18), promotore dello studio del Club di Roma I limiti dello sviluppo, pubblicato nel 1972 che anticipava con straordinaria capacità di analisi quanto sarebbe accaduto negli anni successivi a causa della limitata disponibilità di risorse naturali e in particolare di petrolio (19). In particolare, il punto che riguarda le funzioni integrate, appare in evidente continuità con le esperienze di Zevi nello Studio Asse: si sostiene infatti che le quattro funzioni urbane della Carta di Atene (abitare, lavorare, ricrearsi e circolare) hanno portato ad una settorializzazione della città, così che “ogni opera architettonica è divenuta un oggetto isolato” mentre “l’esperienza degli ultimi anni ha evidenziato che lo sviluppo urbano non deve incoraggiare la divisione della città in distinti settori funzionali, ma invece deve mirare ad un’integrazione polifunzionale e contestuale”. Ma, come scrive Pavia, malgrado la determinazione di Zevi e il suo personale impegno nella promozione della Carta, quello che era un ambizioso progetto per la città contemporanea, “non ebbe l’adesione attesa. La cultura urbanistica italiana mostrò nei suoi confronti una generale indifferenza”(20).

 

Dopo vent’anni, fu la volta del Manifesto di Modena (1998)(21). La visione urbanistica di Zevi – sono ancora parole di Pavia – “si scontra con una realtà, quella italiana, dove lo sviluppo urbano è sostanzialmente produzione di edilizia residenziale senza qualità. Dopo una fase di crescita dell’edilizia sociale (Piani di Zona 167, Piano decennale), si realizza una progressiva riduzione dell’intervento pubblico. È la fine della città pubblica. A Modena Zevi denuncia la crisi profonda che ha investito l’architettura, la città, il territorio; lancia un grido di allarme e la richiesta di invertire il processo”(22).

Il Manifesto, riletto a venticinque anni di distanza e sfrondato sia dei toni trionfalistici, sia di alcune affermazioni perentorie sul decostruttivismo che il tempo ha provveduto a smentire, contiene alcuni temi interessanti che riguardano proprio l’urbanistica e la sua condizione di crisi. Il più importante riguarda la necessità di un cambio di paradigma e quindi il passaggio dall’urbanistica alla paesaggistica; per usare l’artificio retorico di Zevi: urbanistica = Mondrian, paesaggistica = Pollock. “Un’urbanistica – commenta Pavia – che diviene paesaggistica e che dà senso a un territorio che è visto come un quadro di Pollock, ovvero azione, fluidità, continuità”(23). La paesaggistica è, per Zevi, la capacità di alzare lo sguardo dalla dimensione urbana a quella territoriale, ad una “città-territorio a vastissima scala, in un certo senso riedita da Wright nel progetto di Broadacre City. […] Non solo lo zoning, ma tutta la metodologia del piano urbanistico è in crisi, poiché l’architettura “di grado zero” preme, batte infuriata, chiede e pretende libertà, non sopporta più di essere incasellata, coartata, stretta entro confini, determinata dal di fuori". E infatti, prosegue Zevi: “Le proteste contro la struttura attuale della disciplina urbanistica si moltiplicano in migliaia di libri, saggi e congressi. Il piano si illude di governare l’ambiente, ma in effetti è travolto perché svincolato da previsioni architettoniche di qualità […] Tanto più – conclude malinconicamente – in considerazione del fatto che, da Bomarzo a Disneyland, le più capricciose licenze individualistiche non hanno mai provocato danni paragonabili a quelli degli ordini astratti, degli standard e delle normative generali"(24).

Nelle parole di Zevi si intrecciano due temi diversi, da una parte la profonda critica al piano come strumento di controllo del territorio e quindi l’esaltazione della nuova dimensione disciplinare del paesaggio (un paesaggio che definisce “nuragico” per indicarne la vocazione all’impuro, al contaminato, all’angosciato e all’imperfetto), dall’altra la ferma convinzione che l’architettura “di grado zero” si stia ormai imponendo (il convegno è del 1997) sia nella cultura architettonica che nel sentire comune delle persone: molto resta ancora da fare, ma la strada è segnata. Ma che cos’è l’architettura “di grado zero” o meglio, che cos’è il “grado zero” della scrittura architettonica? Zevi ne individua le manifestazioni nel corso della storia e ne identifica le contemporanee espressioni nell’architettura decostruttivista e nella celebre mostra del 1988 al MoMa di New York: è lì, nelle opere di Frank Gehry, Daniel Libeskind, Rem Koolhaas, Peter Eisenman, Zaha Hadid, Bernard Tschumi, Coop Himmelb(l)au e di coloro che poi sono seguiti che vanno identificate le cellule staminali dell’architettura del futuro. E lì il “puro spazio” (forse sarebbe meglio dire la “pura sequenza di spazi”) vagheggiato da Zevi (25). Nel suo libro, Pavia sottolinea che il merito di Zevi è quello di aver assunto una posizione innovatrice e di aver anticipato, con il Manifesto di Modena, non solo i temi del Landscape Urbanism, ma anche quelli dell’Ecological Urbanism (26): egli aveva colto infatti nel paesaggio “la dimensione in cui ecologia, ambiente, territorio, città, edifici possono interagire e integrarsi in un sistema aperto e organico”(27).

Un’ultima osservazione. Nell’ambito della disciplina del paesaggio, Zevi individua un grande precursore: Frederick Law Olmsted “eccellente paesaggista, convinto della necessità di inventare una nuova città americana, contrapposta a quella autoritaria e repressiva europea”(28); Pavia riprende questo passaggio citando anche un’intervista del 1993 (29) nella quale, a proposito di Olmsted, Zevi indica il Central Park di New York come il migliore esempio del suo modo di intervenire sulla città. Il Central Park è certamente un progetto esemplare, ma è molto probabile che l’interesse di Zevi per Olmsted sia maturato a Boston, nei primi anni Quaranta, al tempo dei suoi studi ad Harvard. È proprio Boston, infatti, la città nella quale le idee urbanistiche di Olmsted trovano un’importante applicazione con la collana di parchi urbani dell’Emerald Necklace (1887-1892) nella quale sono riassunti molti dei principi base del suo lavoro di paesaggista. Nel suo complesso, infatti, il sistema costituisce un grande parco lineare caratterizzato da paesaggi d’acqua che si estende per 450 ettari e collega, attraverso un percorso di 11 chilometri, il centro della città con il sobborgo di Brookline. Ha inizio con il Common Park (il parco più antico della città e degli Stati Uniti che risale al 1634), prosegue lungo il grande viale della Commonwealth avenue, raggiunge il Back Bay Fens Park e poi, attraverso il Parco del Muddy River, il grande specchio d’acqua del Jamaica Pond, un’oasi circondata da una fitta foresta. Subito dopo, l’Arnold Arboretum, oggi importante centro di ricerca botanico dell’Università di Harvard, ed infine il Franklin Park che, con i suoi 200 ettari, è il più grande della città. Quello che più interessa è che il parco lineare dell’Emerald Necklace fu realizzato prima dello sviluppo di Boston nel quadrante occidentale e costituisce quindi una vera e propria strategia urbanistica: il sistema paesaggistico degli spazi aperti diviene l’armatura dell’espansione urbana; come ricordava Zevi, “la campagna, non intorno ma dentro il tessuto urbano, proposta originale ed eversiva di Frederick Olmsted, merita ancora di essere considerata”(30).

Piero Ostilio Rossi

 

 

Note
1) Cfr. P.O. Rossi, La città racconta le sue storie. Architetture, paesaggi e politiche urbane. Roma 1870-2020, Quodlibet, Macerata 2021, p. 332.
2) Un tema che Pavia aveva già affrontato nel saggio Il rapporto tra architettura e urbanistica, in P.O. Rossi con F.R. Castelli, L. Porqueddu, G. Spirito (a cura di), Bruno Zevi e la didattica dell’architettura, Quodlibet, Macerata 2019, pp. 355-362.
3) Cfr. l’intervista a Fabio Caramaschi per la trasmissione Ragazzi del 99, un programma di Rai Tre curato da Enrico Deaglio, 5 dicembre 1999, citata da Pavia a p. 9 e riportata in copertina. Alle pagine 41-42, Pavia elenca anche i principali progetti di urbanistica e di architettura firmati da Zevi negli anni Cinquanta e Sessanta.
4) Cfr. B. Zevi, Zevi su Zevi. Architettura come profezia, Marsilio, Venezia 2018, p. 108, citato da Pavia a p.41.
5) B. Zevi, Dopo 5000 anni: la rivoluzione, in “Lotus International”, n. 104, 2000, pp. 52-55.
6) Riprendo qui quanto ho avuto modo di scrivere in P.O. Rossi,
Per la città di Roma. Mario Ridolfi urbanista 1944-1954, Quodlibet, Macerata 2013, pp. 35 e seguenti.
7) Antonio Petrilli (1916-2001), qualche anno dopo sarà tra i fondatori del movimento dei Focolarini e sarà ordinato sacerdote nel 1963.
8) M. Casciato, Gli esordi della rivista “Metron”: eventi e protagonisti, in “Rassegna di Architettura e Urbanistica”, n. 117, settembre-dicembre 2005, Architetture nell’Italia della ricostruzione, pag. 48.
9) Cfr. E. Giolitti, Il “Ritrovo”, un tentativo di ospitalità culturale nella Roma appena liberata, in IRSIFAR, Roma 1944-45: una stagione di speranze, Franco Angeli, Milano 2005, pp. 59-68.
10) P. Barucci, Scritti di architettura 1987-2012, Clean, Napoli 2012, pag. 32.
11) Cfr. la brochure “Incontri In/Arch”, n. 10, settembre 1985, nella quale è riportata la sintesi della tavola rotonda Ricordo della vita e dell’opera di Mario Ridolfi che si tenne a Palazzo Taverna il 10 dicembre 1984. All’incontro, coordinato da Lucio Passarelli, parteciparono Ludovico Quaroni, che svolse una relazione introduttiva, Wolfgang Frankl, Sergio Lenci, Carlo Melograni e Bruno Zevi. Mario Ridolfi si era tolto la vita un mese prima, l’11 novembre 1984.
12) Maria (Emma) Calandra: quasi un autoritratto, intervista a cura di M. Casciato e S. Autore, in “Controspazio”, n. 2, 2001, p. 31.
13) La svolta politica della Democrazia Cristiana che rifiutò di costituire una Giunta con i partiti di sinistra con i quali in quel momento collaborava a livello nazionale, portò alle dimissioni del sindaco democristiano Salvatore Rebecchini e allo scioglimento del Consiglio comunale.
14) “L’Unità”, 30 settembre 1952 in Cronaca di Roma.
15) Cfr. È necessaria la realizzazione del Piano Regolatore Provinciale, in “Cronache Capitoline”, n, 15, 5 dicembre 1952, pp. 20-21 e “Urbanistica”, n. 28-29, 1959, pag. 107.
16) B. Zevi, Facciata di cucchiai sul mare d’Israele, in Id., Cronache di architettura, vol. V, Dal concorso di Tel Aviv al piano regolatore di Roma, Laterza, Roma-Bari, 1971, n. 490, pp. 166-171; l’articolo originale è pubblicato su “L’Espresso” del 29 settembre 1963.
17) Cfr.
Carta di machu picchu 1977 .docx (live.com)
18) Aurelio Peccei è stato anche presidente dell’In/Arch dal 1975 al 1984.
19) D. H. Meadows, D. L. Meadows, J. Randers, W. W. Beherens III, The limits to growth, Potomak associates books, Universe Book, New York 1972.
20) Vedi il libro di Pavia a p. 65.
21) B. Zevi, Il Manifesto di Modena. Paesaggistica e grado zero della scrittura architettonica, Canal & Stamperia Editrice, Venezia 1988.
22) Vedi il libro di Pavia a p. 56.
23) Ivi, p. 57.
24) B. Zevi, Il Manifesto di Modena. Paesaggistica e grado zero della scrittura architettonica, cit, pp. 36-38.
25) Sul convegno di Modena, vedi anche G. Salimei, Paesaggistica e linguaggio grado zero dell’architettura: un progetto aperto, in P.O. Rossi con F.R. Castelli, L. Porqueddu, G. Spirito (a cura di), Bruno Zevi e la didattica dell’architettura, cit., pp. 363-369.
26) Cfr. C. Waldheim (ed.), The Landscape Urbanism Reader, Princeton University Press, Princeton, NJ, 2016 e M. Mostafavi, G. Doherty (eds.), Ecological Urbanism, Lars Müller Publishers, Zürich, 2016.
27) Vedi il libro di Pavia a p. 23.
28) B. Zevi, Il Manifesto di Modena. Paesaggistica e grado zero della scrittura architettonica, cit, p.39.
29) Vedi il libro di Pavia a p. 59.
30) B. Zevi, La città è morta. Viva la città!, in “Lettera internazionale”, n. 35-36, 1993, citato da Pavia a p. 59.

 

N.d.C. - Piero Ostilio Rossi, già professore ordinario di Composizione architettonica e urbana alla Facoltà di Architettura dell’Università “La Sapienza” di Roma, è stato presidente del corso di laurea in Architettura-Flaminia, coordinatore del Collegio dei docenti del dottorato di ricerca in “Architettura. Teoria e progetto” e direttore del Dipartimento di Architettura e Progetto - DiAP della Sapienza. Membro di numerosi comitati scientifici, ha scritto articoli, saggi e libri, tenuto conferenze, presentato relazioni a convegni e congressi nazionali e internazionali e coordinato il gruppo di studio che ha redatto l’Indagine sulla città contemporanea della “Carta per la Qualità” del nuovo Piano Regolatore di Roma. Ha inoltre lavorato per molti anni nello studio associato P+R/Progetti e ricerche di architettura e partecipato a numerosi concorsi di progettazione ottenendo premi e segnalazioni.

Tra le sue opere realizzate (molte delle quali pubblicate sulle principali riviste di architettura e urbanistica italiane): la nuova sede dell'Istituto Professionale per il commercio a Piombino, le case IACP a Pesaro-Villa Ceccolini e a Vigevano, la sistemazione degli archi neroniani dell'Acquedotto Claudio a Roma, l'Istituto Professionale di Stato per l'Industria e l'Artigianato a Piombino e, sempre a Piombino, la trasformazione del Castello in Museo della Città e del Territorio e ancora, a Roma, la sistemazione delle aree circostanti la Basilica di San Pietro in occasione del Giubileo del 2000 e la Biblioteca della Collina della Pace (questi ultimi due realizzati in parziale difformità).

Tra i suoi libri: Roma. Guida all'architettura moderna (di cui sono state pubblicate da Laterza quattro edizioni: nel 1984, 1991, 2000 e 2012); La costruzione del progetto architettonico (Laterza, 1996); con G. Fioravanti, P. P. Balbo, F. Cellini, (a cura di F.R. Castelli e M. Tosi), Per un progetto urbano. Dal governo della sosta ad una strategia per Roma (Palombi, 1999); con G. Ciucci e F. Ghio, Roma, la nuova architettura (Electa, 2006); Per la città di Roma. Mario Ridolfi urbanista 1944-1954 (Quodlibet, 2013); ha curato con P. Ciorra e F. Garofalo, Roma 20-25: nuovi cicli di vita della metropoli (Quodlibet, 2015); con O. Carpenzano, Roma tra il fiume, il bosco e il mare (Quodlibet, 2019); con F. R. Castelli, L. Porqueddu e G. Spirito, Bruno Zevi e la didattica dell'architettura (Quodlibet, 2019). Sempre per Quodlibet, ha curato nel 2020: Flaminio Distretto culturale di Roma. Analisi e strategie di progetto, e nel 2021: La città racconta le sue storie. Architettura, paesaggi e politiche urbane. Roma 1870-2020.

Per Città Bene Comune ha scritto: Modi (e nodi) del fare storia in architettura (2 ottobre 2020).

Sui libri di Piero Ostilio Rossi, v. in questa rubrica i commenti di: Rosario Pavia (26 febbraio 2021), Vezio De Lucia (4 marzo 2022), Maria Clara Ghia (15 luglio 2022).

N.B. I grassetti nel testo sono nostri.

R.R.

 


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03 MARZO 2023

CITTÀ BENE COMUNE

Ambito di riflessione e dibattito sulla città, il territorio, l'ambiente, il paesaggio e le relative culture progettuali

ideato e diretto da
Renzo Riboldazzi

prodotto dalla Casa della Cultura e dal Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano

in redazione:
Elena Bertani
Luca Bottini
Oriana Codispoti

cittabenecomune@casadellacultura.it

iniziativa sostenuta da:
DASTU - Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano
 

 

 

Conferenze & dialoghi

2017: Salvatore Settis
locandina/presentazione
sintesi video/testo integrale

2018: Cesare de Seta
locandina/presentazione
sintesi video/testo integrale

2019: G. Pasqui | C. Sini
locandina/presentazione
sintesi video/testo integrale

2021: V. Magnago Lampugnani | G. Nuvolati
locandina/presentazione
sintesi video/testo integrale

 

 

Gli incontri

2021: programma/1,2,3,4
2022: programma/1,2,3,4
 
 

 

Gli autoritratti

2017: Edoardo Salzano
2018: Silvano Tintori
2019: Alberto Magnaghi
2022: Pier Luigi Cervellati

 

 

Le letture

2015: online/pubblicazione
2016: online/pubblicazione
2017: online/pubblicazione
2018: online/pubblicazione
2019: online/pubblicazione
2020: online/pubblicazione
2021: online/pubblicazione
2022: online/pubblicazione
2023:

C. Olmo, La memoria come progetto, commento a: L. Parola, Giù i monumenti? (Einaudi, 2022); B. Pedretti, Il culto dell’autore (Quodlibet, 2022); F. Barbera, D. Cersosimo, A. De Rossi (a cura di), Contro i borghi (Donzelli, 2022)

A. Calafati, La costruzione sociale di un disastro, commento a: A. Horowitz, Katrina. A History, 1915-2015 (Harvard University Press, 2020)

B. Bottero, Città vs cittadini? No grazie, commento a: M. Bernardi, F. Cognetti e A. Delera, Di-stanza. La casa a Milano (LetteraVentidue, 2021)

F. Indovina, La città è un desiderio, commento a: G. Amendola, Desideri di città (Progedit, 2022)

A. Mazzette, La cura come principio regolatore, F. C. Nigrelli (a cura di), Come cambieranno le città e i territori dopo il Covid-19 (Quodlibet Studio, 2021)

P. Pileri, La sostenibilità tradita ancora, commento a: L. Casanova, Ombre sulla neve. Milano-Cortina 2026 (Altreconomia, 2022)

A. Muntoni, L'urbanistica, sociologia che si fa forma, commento a: V. Lupo, Marcello Vittorini, ingegnere urbanista (Gangemi, 2020)