Arnaldo Bagnasco  
  casa-della-cultura-milano      
   
 

COSTRUIRE LUOGHI TERZI - PARTE II


Commento al libro di Ota De Leonardis



Arnaldo Bagnasco


altri contributi:



  arnaldo-bagnasco-preferirei-di-si.jpg




 

QUI LA PARTE PRECEDENTE

5. Significato del libro e di un percorso sui generis

Siamo alle conclusioni: una riflessione sulla scelta del titolo e poi una conversazione con Vando Borghi e Laura Centemeri, che possiamo dire suoi allievi di vecchia data, una vicinanza cementata nel Laboratorio di Sociologia dell’azione pubblica sui generis a Milano Bicocca. Riflessione sul titolo e la conversazione che segue portano Ota De Leonardis a riconsiderare il significato del libro e della sua carriera di sociologa. Di quella conversazione riprenderò alcuni punti che mi sembrano di particolare interesse anche per proseguire la discussione; parlandone, farò qualche mia osservazione di commento.

Perché dunque il titolo con la curiosa inversione che sappiamo? La risposta dello scrivano Bartlebly, che si rifiuta ostinatamente di collazionare le pratiche, «preferirei di no», è stata in genere intesa e ripresa come espressione radicale di soggettività. Tuttavia, osserva De Leonardis, l’«assoggettamento della società» produce divisioni, e così il «no» tende a riprodurne al proprio interno. Con il «no» ci si ritrova, infatti, in una situazione ipersemplificata, binaria, speculare, dunque subalterna. Si può sfuggire al circolo vizioso con una presa di posizione per il «sì», non «contro», bensì «per». «Quando si ha a che fare con macerie bisogna soprattutto ricostruire, e questo implica di ripensare daccapo un sacco di cose tra le quali anche il modo di opporsi a che cosa e che altro fare» (p.103). Non è il caso, dunque, di insistere a cercare di far crescere un soggetto muscolare all’altezza oggi di un’opposizione che dice e fa «no». È inutile, o peggio, produce altri disastri. Il libro ha raccontato di persone e organizzazioni che «imboccano strade laterali per dire e fare ’altrimenti’ costruendo delle realtà terze – ovvero qui, non speculari – tra cui la vita sociale riprende in modi diversi e con energie insospettate. Queste realtà affermano che è possibile – infatti lo si è fatto e lo si continua a fare – e in questo modo si oppongono all’impossibile che ci sovrasta» (p.105). In sostanza, il titolo esprime il senso del libro, che è stato scritto per chiarire con precisione la costruzione nel tempo di un’originale presenza critica collettiva nel mondo di oggi.

Ota De Leonardis conclude così: «Direi che ci possiamo accontentare, per il momento, poi si vedrà. Ma nel frattempo mi pare che questo modo di affermare tenda a unire, ad addensare invece di dividere, che abbia consistenza e che riapra l’orizzonte» (p.105).

La conversazione che segue non è una semplice appendice, si sofferma su alcuni punti principali della costruzione progressiva di una presenza critica di cui si è detto, e sollecita, come dicevo, riflessioni per chiarimenti e prospettive di lavoro; insieme è anche un racconto di momenti della carriera intellettuale di Ota De Leonardis.

Di questa carriera, un momento cruciale è stato certamente l’incontro con Franco Basaglia, e la partecipazione al laboratorio triestino di rivoluzione dell’approccio alla salute mentale. Ota De Leonardis è al riguardo sicura: «grazie all’incontro con Basaglia […] sono diventata quella che sono, innanzitutto come studiosa» (p.109). L’incontro, peraltro, fu una doccia fredda. Lei partecipava al progetto finalizzato Cnr che accompagnava l’iter della legge sulla riforma psichiatrica, ed era impegnata, con Diana Mauri, in un progetto di ricerca su Trieste (una delle tre aree pilota); presentarono il progetto a Basaglia, protagonista della regia nazionale del progetto Cnr, che sbottò dicendo «ma questa è sociologia!». «Da quella frase di Basaglia si è innescato un processo di ripensamento che mi ha impegnato per anni e che in certo senso non si è mai concluso […] Ci ho messo un po’ a capire che Basaglia, impegnato a smontare gli effetti terribili del potere oggettivante della psichiatria, ci allertava nei confronti del potere altrettanto oggettivante della nostra disciplina» (p.109-10).

De Leonardis dice che già con la scelta di lavorare al progetto di ricerca sulla legge 180, ci si avviava per una strada che era lontana dai temi allora centrali: la classe operaia e il capitale, il mondo produttivo, il lavoro. I matti, i matti che tornano in città, con le conseguenze che ne derivano (per loro e per molti nella città), potevano costituire un terreno di ricerca su una realtà non riducibile alla coppia produttivo/improduttivo, a un insieme solo pensato composto di improduttivi e marginali. Di questa realtà si poteva riconoscere invece la centralità, stabilendo una prospettiva che osservando i margini, dal margine faceva vedere altre cose, e incrociava molti riferimenti teorici più generali e importanti, fra questi la capability for voice di Amartya Senn, e si apriva la strada a questioni di metodo e risultati di significato più ampio, che portavano avanti in molte direzioni.

Il rimbrotto di Basaglia sulla sociologia ha avuto l’effetto di spingere De Leonardis a fare lavoro di de-costruzione anche sul terreno della conoscenza, delle teorie, dei concetti, delle parole. Sollecitata a chiarire questo punto, ricorda che «mi sono sentita incoraggiata a prendere sul serio anche il lavoro teorico: con l’ancoraggio dell’istituzione. È questo, l’istituzione, lo snodo del rapporto tra fare e pensare, tra pratiche e pensiero. Io decostruisco le istituzioni cognitive, là dove le pratiche le rendono visibili» (p. 114). E prosegue su questo tono dicendo che è tutto un andirivieni tra de-istituzionalizzazione e invenzione di nuove istituzioni è tutto un “fare, disfare, rifare mondi” (Nelson Goodman). In questa prospettiva è arrivata a criticare il dualismo movimento-istituzione’ di Alberoni, di cui in precedenza si è detto.

A questo punto, si inserisce un’osservazione importante di Laura Centemeri, che merita di essere ripresa e commentata. La critica del dualismo movimento-istituzione richiama la distinzione che viene dall’ecologia fra nicchia e ecotono l’ambiente, questo, di transizioni fra ecosistemi. Nella dicotomia movimento-istituzioni, spesso la nicchia – dice Centemeri - «è vista come potenzialmente sovversiva quando riesce a creare le condizioni per prefigurare in autonomia il mondo di domani, una prefigurazione che, per contagio, viene vista come potenzialmente in grado di mettere in crisi l’ordine istituzionale egemonico e di instaurare una nuova egemonia. Il margine ‘ecotonale’, invece, invita a prestare attenzione alle dimensioni di porosità tra mondi che siamo abituati e vedere come separati e alle tensioni che emergono dal loro incontro, considerandole come potenzialmente generatrici di cambiamento, un cambiamento che nessuno può davvero anticipare nelle sue forme ma che si può cercare, insieme, di orientare […] Coltivare margini porosi e vivaci, moltiplicare le aree di margine, in senso ecotonale, è un modo per favorire l’emergere di possibilità insospettate» (p. 115).

Anche Filippo Barbera ha colto l’interesse dell’osservazione (L’indice, settembre 2025) ribadendo il significato innovativo della prospettiva dell’ecotono. Non si può che essere d’accordo, anche se non mi sembra, come lui dice, che nel resoconto del libro sia la nicchia ad avere più spesso il sopravvento sull’ecotono. Così, non so dire se si tratti di un percorso a U, di un’iniziale collocazione ecotonale (con Basaglia), al passaggio per un lungo periodo a quella della nicchia, e poi un ritorno alla collocazione ecotonale. Questo andamento, per Barbera, sarebbe dovuto anche a un tratto generazionale «poco avvezzo alla presa in carico di ‘rischi morali’ e che si tiene a distanza dall’azione connettiva necessaria per lavorare sui confini tra mondi, pratiche, istituzioni». È possibile che una ritrosia del genere sia da mettere in conto per molta parte di una generazione critica, ma bisognerebbe intanto chiarire bene di cosa si tratti, e poi se davvero valga per il percorso di De Leonardis. Sicuramente, l’idea di «luoghi terzi» da lei elaborata è un contributo chiaro e importante alla metodologia dell’impegno ecotonale.

Mi inserisco, a questo punto, per alcune osservazioni su altri confini, sollecitate dalla lettura del libro; riguardano il lavoro di Ota De Leonardis, per possibili nuove aperture o comunque considerazioni, per vedere il suo contributo in un quadro allargato, e anche cose su cui il mondo variegato dei sociologi può riflettere.

Ripensando alla sua postura basagliana, De Leonardis dice che l’ha portata a un impegno critico, politico e culturale, che smonta certezze date per scontate, raccogliendo indizi sul possibile, per farlo emergere, senza peritarsi di essere partigiana. Del resto, osserva, «basta porsi la vecchia solita domanda – conoscenza per che cosa? – per trovarsi a prendere posizioni su questioni di giustizia e d’ingiustizia, e sulla redistribuzione dei poteri» (p.117). Anche Sociologia per che cosa? è una vecchia domanda, è stata posta da Robert Lynd quasi un secolo fa, e si ripresenta fra i sociologi periodicamente, in modi diversi. Più di recente è tornata nella discussione sui diversi generi della sociologia. Mi limito alla elaborata tipologia di Michael Burawoy, che risponde alla domanda Per chi e per che cosa operano i sociologi? (ne ho già parlato in una recensione di Città Bene Comune a commento di un libro di Aldo Bonomi).

Nella tipologia di Burawoy, la sociologia professionale fornisce metodi sperimentati, elementi cumulati di conoscenza, domande orientate, apparati concettuali, teorie e programmi di ricerca che evolvono; senza di questa, la sociologia semplicemente non esiste; qui i sociologi hanno come pubblico specifico i sociologi.

La sociologia orientata a politiche risponde a richieste di un committente, pubblico o privato, per affrontare problemi da questo formulati; la richiesta può essere più stringente o più aperta, come ad esempio investigare sulle cause della povertà per conto del governo.

La sociologia critica, è una conoscenza riflessiva sulle premesse di valore sia della società sia della sociologia.

La sociologia pubblica, è al momento ai margini, ma deve essere riconosciuta insieme alle altre. Si distingue dalla sociologia orientata a politiche perché stabilisce una conversazione con i cittadini, una relazione dialogica dei sociologi con un pubblico specifico: partecipanti a un movimento, associazioni di quartiere, gruppi in difesa di minoranze, organizzazioni per la difesa dei diritti, e così via (sono le “ridotte della società civile” di Gramsci, che resistono all’invadenza dello Stato, ma anche del mercato, secondo la lezione di Polanyi). Nell’interazione discorsiva c’è un aggiustamento reciproco, con una discussione in cui valori e scopi non sono automaticamente condivisi, ma lo scopo è proprio di sviluppare una conversazione e un consenso, in vista dell’azione.

Le quattro sociologie hanno dunque tipicamente pubblici diversi, e anche diverse legittimazioni e criteri di affidabilità, ma sono necessarie le une alle altre, perché si stimolano a vicenda, e senza il gioco incrociato dei loro rapporti ognuna va incontro a tipiche patologie. La sociologia professionale rischia di diventare autoreferenziale, la sociologia orientata alle politiche può scadere nel servilismo, la sociologia critica rischia il dogmatismo settario, e la sociologia pubblica è tentata dall’assecondare passivamente e adulare i suoi pubblici. La tipologia è stata discussa, e non la ricordo per provare a incasellare De Leonardis, della tipologia interessa qui l’impianto: può essere utile a chiarire i rapporti di De Leonardis con il resto della sociologia, che ovviamente padroneggia e alla quale fa riferimento e ricorso; tuttavia, dopo il rimbrotto di Basaglia, sembra mantenere una distanza e forse un sospetto eccessivi. Così, per esempio, è importante riconoscere, come fa, il potere oggettivante dell’individualismo metodologico e della microfondazione delle spiegazioni, ma siamo sicuri che con quella metodologia non si raggiungano risultati conoscitivi rilevanti, da tenere in conto con l’attenzione critica opportuna, capaci magari di calibrare possibili derive di dogmatismo, come per la sociologia critica o di adesione passiva come per la sociologia pubblica, senza l’interazione ecotonale dei generi di sociologia di Burawoy?

Passo ora a osservazioni sulla costruzione di Ota De Leonardis che, riconoscendone il valore, proprio per questo invitano a considerarla in un quadro più ampio. Lei ha parlato del suo impegno, lo abbiamo visto, qualificandolo come critico, politico, culturale. Impegno politico, specificamente politico, penso voglia qui dire in sostanza, impegno alla redistribuzione dei poteri; è da considerare dunque impegno nel gioco continuo del fare-disfare-rifare istituzioni. Quando De Leonardis mette al centro del libro le macerie del welfare e la riproduzione delle disuguaglianze sociali, incontra la politica, i suoi conflitti, le politiche che genera, le leggi approvate. Nel suo racconto, parla degli anni in cui Basaglia otteneva successi strepitosi come tecnico a ridosso della politica e con esiti sulle istituzioni politiche, agendo in una postura ecotonale che la convinse e indirizzò in questo senso la sua linea scientifica e di azione pratica. Fa però anche un’osservazione importante: quella è una fase in cui, più in generale, nella politica nazionale si ottengono straordinari cambiamenti istituzionali; sono le riforme del diritto di famiglia volte all’emancipazione delle donne, altre riguardanti l’infanzia e la scuola, tra l’altro con il superamento degli orfanatrofi e delle scuole differenziali, la fine dell’internamento psichiatrico e la legge 180, la nascita del Servizio Sanitario Nazionale, entrambe nel 1978, lo statuto dei lavoratori. Possiamo chiederci: perché in quegli anni questo è stato possibile? Posto che poi, come abbiamo visto, il sistema di welfare si è degradato, la disuguaglianza è tornata ad aumentare, l’incertezza è finita per diventare un problema di tenuta dell’ordine globale, e la sicurezza si è instaurata come imperativo sistemico, un principio d’ordine, il tutto espresso in sintesi dall’idea di un ordine globale che si alimenta moltiplicando disordine, e che si impone come necessitato dall’instabilità conseguente.

La domanda posta è pertinente ma è difficile dare una risposta. Si tratta, infatti, di una congiuntura storica specifica, da studiare nella sua particolare combinazione di molti fattori in gioco, senza poter ricorrere a uno schema teorico disponibile. Possiamo però indicare un’osservazione significativa anche se generica, sull’evoluzione del quadro complessivo.

Alla fine degli anni Sessanta e nel decennio successivo i Paesi avanzati hanno vissuto un difficile intermezzo di passaggio fra due epoche di assetti istituzionali chiaramente distinti. Per un trentennio dopo la guerra, avevano seguito, in più varianti, un dichiarato orientamento a ottenere sentieri di sviluppo con diffusione del benessere e attenzione alla coesione sociale, in un quadro di istituzioni democratiche che si ricostituivano. In effetti, in quegli anni la crescita economica e la capacità di inclusione sociale furono entrambe elevate. La prospettiva di teoria economica di Keynes offrì il supporto tecnico necessario, e costituì l’ortodossia di tutto l’Occidente capitalistico.

Con il termine keynesismo si intendono due aspetti fra loro collegati: il primo è la gestione della domanda da parte del governo per spingere l’economia con spesa pubblica nei momenti di depressione, e viceversa contraendola quando l’economia si surriscalda, garantendo così un percorso di sviluppo su un sentiero stabile, quanto più possibile senza sbalzi; il secondo, è la crescita del welfare state, vale a dire l’espansione di servizi pubblici alle persone; perché la regolazione della domanda sia efficace, sono necessari bilanci pubblici consistenti, che in tempo di pace potevano essere trovati proprio nell’espansione della spesa in servizi pubblici. Il modello keynesiano era dunque un meccanismo di regolazione insieme economica e sociale, che fu adottato in misura minore negli Stati Uniti, maggiormente in Europa, soprattutto in alcuni Paesi fra cui quelli scandinavi e inizialmente il Regno Unito.

A un certo momento, lo schema cominciò a non funzionare più come prima. Le ragioni erano molte, come sempre nei processi storici; fra queste va comunque considerata rilevante la piena occupazione ottenuta: cominciarono tensioni non più governabili nel mercato del lavoro, ondate di scioperi, inflazione e perdita di capacità di acquisto, crollo dei profitti, al punto di rendere plausibile prevedere il possibile crollo senza un radicale cambiamento nell’orientamento delle politiche riguardanti l’economia. La nuova distribuzione dei poteri, e le politiche conseguenti all’insegna del libero mercato e di ampie deregolazioni (la de-istituzionalizzazione della regolazione precedente), vengono di solito chiamate neoliberismo; ne sono stati campioni politici Margaret Thatcher eletta in Inghilterra nel 1979 (“la società non esiste”) e Ronald Reagan negli Stati Uniti, eletto nel 1981; campioni teorici e culturali, gli economisti Friedrich von Hayek (premio Nobel 1974) e Milton Friedman (premio Nobel 1976). A gradi e modi diversi secondo i casi, l’inversione di tendenza si estese anche ai Paesi non anglosassoni. Con il regime neoliberista l’economia si rimise in moto, ma con alti e bassi, e inciampando in crisi successive costose da riassorbire, nell’ambito di una globalizzazione anche questa senza regole adeguate.

È nella fase effervescente di passaggio che si sono osservati gli straordinari cambiamenti istituzionali generati nella nostra politica nazionale di cui si è detto. Certamente la pressione sulle istituzioni politiche da parte di movimenti è stata cruciale per ottenere il cambiamento; ricordiamo il movimento operaio e l’Autunno caldo del 1969, che condurrà allo statuto dei lavoratori, le battaglie culturali del Sessantotto studentesco, il ruolo del femminismo. Importa però anche osservare che le istituzioni politiche furono in grado di trovare esiti legislativi conseguenti alla pressione proveniente dalla società, senza rotture della legittimità nel quadro costituzionale, anzi aderendo maggiormente alla Costituzione.

In quel momento diventava anche possibile la postura basagliana e le battaglie, per quanto difficili, avevano sbocchi positivi in politica. Possiamo allora pensare che ci siano congiunture istituzionalmente più incerte, con possibilità e esiti di azione relativamente più aperti, e che queste siano in particolare le fasi di transizione fra modelli istituzionali di regolazione opposti. In questi momenti, per quanto ci riguarda, diventa anche più praticabile, meno difficile il lavoro ecotonale dal margine.

Tuttavia, vorrei proseguire su questa linea dicendo che è necessario mantenere e valorizzare con continuità il lavoro sul confine ecotonale, e questo è un altro punto al quale trovare risposta, tenendo presente che la prospettiva politica di De Leonardis, come abbiamo visto prima, è che i risultati ottenuti dal basso devono salire verso l’alto, la capability for voice deve «risalire in generalità», espandersi verso l’alto in cerca di ridefinizioni di un potere disuguale. Perché questo sia possibile, a partire dai risultati ottenuti, che hanno teso a unire invece di dividere, sono consistenti, hanno riaperto l’orizzonte, è necessario vederli in un contesto più ampio, in questo senso dall’alto; deve però essere una prospettiva di definizione del contesto abbastanza vicina e omogenea per quanto riguarda gli orientamenti pratici, tanto da poter rischiare l’interazione senza sacrifici eccessivi nella loro espressione, con vantaggi reciproci in vista di adattamenti del quadro istituzionale e azioni politiche. Vorrei concludere con un suggerimento al riguardo, pensando alla possibile interazione di due linee di ricerca che devono molto entrambe a Polanyi. I rischi catastrofici che corriamo pongono l’imperativo del suo umanesimo realista, al quale pare essere vicina anche Ota de Leonardis. Per definire la proposta, è però necessario, anzitutto, ricordare con qualche dettaglio la prospettiva teorica di Polanyi.

Nella storia troviamo una grande diversità di modi concreti in cui è istituzionalizzata la funzione di provvedere ai mezzi materiali della società. Secondo Polanyi, questi sono però riconducibili a tre sole forme: reciprocità, redistribuzione, scambio. La reciprocità individua un modello istituzionale per il quale sono i principi e le regole generali dell’organizzazione sociale che anche prescrivono i modi in cui si partecipa alla vita economica, come membri della famiglia, posizione nella parentela, e simili; l’economia è embedded nella società. La redistribuzione è un modello istituzionale dell’economia che comprende un trasferimento di risorse di produzione, lavoro, beni di sussistenza a un ‘centro’, e successivamente un’allocazione e ripartizione di risorse fra i membri della società; questo modello richiede la differenziazione di un sistema politico e per questa via è anch’esso embedded nella società. Lo scambio di mercato è la forma che segna la separazione dell’economia dal resto della società. La formazione di prezzi contrattati sul libero mercato di beni e servizi è il meccanismo regolatore dell’insieme di un’economia disembedded, emancipata dalla società. Si tratta di tre modelli di ordine sociale: la tacita mutualità tipica della sfera sociale dei rapporti affettivi diretti; il controllo razionale, rivolto a fini collettivi, delle regole formali e dell’autorità centrale; e l’interesse personale, economicamente razionale, dei rapporti di scambio. Così intese, queste forme potrebbero essere denominate i principi sociale, politico ed economico dell’ordinamento della società.

Polanyi pensa che un’economia separata, interamente regolata dal mercato è un’utopia, intendendo che non è possibile; di fatto, è durata poco vicina alla forma pura, un centinaio di anni, con il culmine a metà Ottocento. Nessuna economia successiva è un’economia pura di mercato. Già nel corso dell’Ottocento compaiono i primi segni di quello che Polanyi chiama il doppio movimento, vale a dire le reazioni di difesa della società, con l’introduzione di disposizioni che pongono qualche limite all’invadenza del mercato. Si trattava però di misure insufficienti a fermare il disordine generato dall’adozione in precedenza della base aurea come riferimento obbligato delle monete nazionali, insufficienti dunque a evitare le conseguenze disastrose di questa «merce fittizia» (così chiamava il denaro) sugli assetti delle economie nazionali. Inoltre, qualunque misura di difesa della società, con i drammi di sradicamento, disoccupazione, povertà, che sempre avevano accompagnato, dall’inizio, lo sviluppo dell’economia autoregolata, ostacolava in quelle condizioni l’autoregolazione del mercato, disorganizzava la vita industriale e metteva così in pericolo la società in un altro modo (anche il lavoro è una delle tre «merci fittizie», così come la terra). La deriva divenne inarrestabile, e si arrivò infine al crollo dell’organizzazione sociale che su quella economia si basava (Polanyi si riferiva alla crisi del 1929 e al successivo abbandono del gold standard da parte di Stati Uniti e Inghilterra, e a nuovi indirizzi degli stati autoritari, con infine il dramma della guerra mondiale).

Le tre forme d’integrazione dell’economia nella società sono modelli analitici, da usare nella ricerca su casi storici concreti. Così li usa Polanyi, che considera come in pratica siamo sempre di fronte a combinazioni di forme, che non devono intendersi in una sequenza evolutiva. Questo fa pensare anche a un certo realismo pragmatico di Polanyi oltre all’atteggiamento teorico combinatorio, un realismo che si trova in altri momenti con l’insistenza sulla gradualità dell’azione politica di innovazione istituzionale.

I modi in cui rapportarsi a Polanyi sono stati diversi, in più direzioni. C’è però un campo di studi interdisciplinari nel quale l’eredità di Polanyi è molto evidente e rilevante: la political-economy comparata.

Il termine political-economy si riferisce qui allo studio del capitalismo in continua trasformazione, analizzato al confine fra Stato, mercato e società. In questo solco, si è sviluppato lo studio comparato dei diversi capitalismi nazionali, un approccio che si propone di analizzare come economia e società siano influenzate dall’assetto politico-istituzionale specifico dei diversi paesi, e come questi siano capaci di reagire ai cambiamenti del contesto generale. Sono a questo fine costruiti modelli empiricamente fondati dei diversi tipi di capitalismo e si discute della loro convergenza o divergenza. La capacità interpretativa della prospettiva si può vedere nell’abbozzo dello sviluppo del dopoguerra riportato prima, nel suo momento di successo e poi di crisi, della difficoltà intervenuta di combinazioni che tornino in grado di far crescere insieme, sviluppo economico, inclusione sociale, qualità della democrazia, e non l’una a costo del peggioramento delle altre.

Non è difficile sentire nella political-economy comparata l’aria di Polanyi, che ha indagato differenti economie nella storia come combinazioni istituzionali di reciprocità, redistribuzione, scambio di mercato. Nella political-economy comparata si osservano le combinazioni istituzionali di Stato, mercato, società, e i meccanismi di regolazione che si stabiliscono. L’analogia è evidente. Penso allora che si possa suggerire la possibilità e l’utilità di relazioni sul confine fra la costruzione teorico-pratica di De Leonardis e quella della political-economy comparata, perché entrambe debitrici di Polanyi. Può darsi che il suggerimento abbia implicazioni negative che non avverto a sufficienza, ma mi sembra che ci siano abbastanza elementi positivi per provare, si possono generare effetti nuovi e imprevisti. La prospettiva di De Leonardis è forse aiutata a trovare realismo efficace e capacità di influenza nella politica nazionale, ingranando il suo potenziale critico e sue specifiche risorse con le opportunità di un’economia in grado di funzionare e che sia più attenta a istanze di eguaglianza e giustizia sociale. Per l’altra tradizione invece, emerge subito un vantaggio rilevante: spesso c’è la tendenza qui a limitare l’attenzione alla diade stato-mercato, lasciando ai margini l’apporto straordinario della società anche in termini economici sostanziali ma più in generale in vista della regolazione per una crescita inclusiva. Per cogliere le capacità in molti sensi promosse dal basso, la political-economy comparata deve imparare anche a scendere verso il basso. La lontananza stellare dei vertici di potere pone problemi simili alle due prospettive, entrambe possono trovare espressione efficace a livello nazionale e regionale, dunque a livelli intermedi di regolazione; la prospettiva di De Leonardis porta le sue specifiche istanze anche dal livello ancora inferiore del locale.

Quanto alla politica, esistono discussioni e idee diverse nella political-economy comparata, ma penso interessante per quanto stiamo vedendo, la risposta che ha dato il sociologo Colin Crouch alla domanda «Quanto capitalismo può sopportare la società?» È l’idea della socialdemocrazia assertiva, diversa dalla socialdemocrazia difensiva dei decenni scorsi, immaginata per contrastare con forza il neoliberismo imperante. Il termine socialdemocrazia è inteso qui in modo ampio, ed è riferito insieme a partiti e movimenti che storicamente hanno assunto la rappresentanza delle classi lavoratrici, cercando con trasformazioni dell’economia capitalista di rimediare i danni sociali e le disuguaglianze che questa produce; nell’aggravarsi delle difficoltà, sindacati e partiti di sinistra hanno assunto spesso solo azioni di resistenza; la cosiddetta «terza via» degli anni scorsi, in molte varianti e denominazioni secondo i Paesi, è stata elusiva di fronte ad aspetti problematici della ricchezza concentrata e della sua invadenza politica, rinunciando a qualunque tentativo di cambiare la cultura politica della società più vasta, cercando semplicemente di uniformarsi a quelli che secondo le ricerche di mercato erano i pregiudizi della cultura esistente.

La Democrazia negoziale è un’altra proposta di Carlo Trigilia, che valorizza in questa direzione il tratto specificamente europeo del keynesismo, vale a dire la scelta delle politiche ottenuta con la contrattazione fra rappresentanti degli interessi; l’interazione con la prospettiva di De Leonardis può trovare modi per avvicinare i compromessi fra rappresentanti di interessi e la costruzione di «luoghi terzi» nel suo senso?

L’importante, comunque è che qualunque sia il tentativo sperimentato, non si provi a interagire mantenendo la sensazione di trovarsi reciprocamente in partibus infidelium. È necessaria, diciamo così, un’apertura di fiducia da entrambe le parti. Penso poi – è un punto importante – che sia necessaria prudenza per non arretrare su avanzamenti ottenuti, cumulare gli esiti positivi raggiunti, circospezione nel fare-disfare-rifare assetti istituzionali. Circospezione più che prudenza è proprio il termine da usare intendendo valutazione accurata delle circostanze e dei modi e tempi degli interventi.

Ritornando ora al libro e a quelli che sono orientamenti di Ota De Leonardis che rivela, credo proprio che alla sua visione intransigente della grande trasformazione in corso si accompagni una vicinanza con l’umanesimo realista di Polanyi, e che lei sia ben consapevole della circospezione necessaria nel mettere mano ai sistemi istituzionali.

Credo poi che la lettura e le osservazioni che ho provato a fare possano confermare e sostenere quanto anticipato subito sul valore importante del libro, avendo mostrato quelle che mi sembrano le ragioni per poterlo dire dal mio punto di vista, di chi pensava che avrebbe trovato punti di consonanza con cose di cui si occupa, suscettibili di sviluppo in più direzioni, delle quali aveva percorso alcune e solo rasentato altre.

Forse non è fuori luogo chiudere ricordando un passo solenne del Discours de Suède pronunciato da Albert Camus nel 1957, che mi torna in mente a volte come un ammonimento anche per noi sociologi, ai nostri tempi: «Ogni generazione si crede destinata a rifare il mondo. La mia sa che non lo rifarà. Il suo compito è forse più grande: consiste nell’impedire che il mondo si disfi (se défasse)». Anche questo libro me lo ha richiamato.

Arnaldo Bagnasco

 


© RIPRODUZIONE RISERVATA

16 GENNAIO 2026

CITTÀ BENE COMUNE

Ambito di riflessione e dibattito sulla città, il territorio, l'ambiente, il paesaggio e le relative culture interpretative e progettuali

prodotto dalla Casa della Cultura e dal Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano

ideazione e direzione scientifica (dal 2013):
Renzo Riboldazzi

direttore responsabile (dal 2024): Annamaria Abbate

comitato editoriale (dal 2013): Elena Bertani, Oriana Codispoti; (dal 2024): Gilda Berruti, Luca Bottini, Chiara Nifosì, Marco Peverini, Roberta Pitino; (dal 2025) Monica Bernardi, Letizia Konderak, Franco Vaio, Bruna Vendemmia

comitato scientifico (dal 2022): Giandomenico Amendola, Andrea Arcidiacono, Arnaldo Bagnasco, Alessandro Balducci, Angela Barbanente, Cristina Bianchetti, Bertrando Bonfantini, Donatella Calabi, Giancarlo Consonni, Maria Antonietta Crippa, Giuseppe De Luca, Giuseppe Dematteis, Francesco Indovina, Antonio Longo, Alfredo Mela, Raffaele Milani, Francesco Domenico Moccia, Giampaolo Nuvolati, Carlo Olmo, Pier Carlo Palermo, Gabriele Pasqui, Rosario Pavia, Laura Ricci, Enzo Scandurra, Silvano Tagliagambe, Michele Talia, Maurizio Tira, Massimo Venturi Ferriolo, Guido Zucconi

cittabenecomune@casadellacultura.it

 

 

conferenze-dialoghi

2017: Salvatore Settis
locandina/presentazione
sintesi video/testo integrale

2018: Cesare de Seta
locandina/presentazione
sintesi video/testo integrale

2019: G. Pasqui | C. Sini
locandina/presentazione
sintesi video/testo integrale

2021: V. Magnago Lampugnani | G. Nuvolati
locandina/presentazione
sintesi video/testo integrale

 

 

incontri-convegni

2021: programma/1,2,3,4
2022: programma/1,2,3,4
2023: programma/1,2,3,4
2024: programma/1,2,3,4
2025: programma/1,2,3,4
 
 

 

autoritratti

2017: Edoardo Salzano
2018: Silvano Tintori
2019: Alberto Magnaghi
2022: Pier Luigi Cervellati
2023: Valeria Erba

 

 

letture e pubblicazioni

2015: online
2016: online/periodico1/24
2017: online/periodico2/24
2018: online/periodico1/25
2019: online/pubblicazione
2020: online/pubblicazione
2021: online/pubblicazione
2022: online/pubblicazione
2023: online/pubblicazione
2024: online/pubblicazione
2025: online/pubblicazione
2026:

A. Bagnasco, Costruire luoghi terzi, commento a: Ota De Leonardis, Preferirei di sì (DeriveApprodi, 2025)