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LA RIGENERAZIONE È (UN PO') SFOCATA
Arturo Lanzani alla Casa della Cultura
Renzo Riboldazzi
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L’ultimo appuntamento di Città Bene Comune 2025 si terrà mercoledì 28 maggio, alle 18.00, alla Casa della Cultura (via Borgogna 3, MM San Babila). Dopo Paolo Pileri, Tonino Griffero, Agostino Petrillo e Luca Gaeta sarà la volta di Arturo Lanzani con cui discuteremo del suo Rigenerazione urbana e territoriale al plurale. Itinerari in un campo sfocato, edito da FrancoAngeli nel 2024 (collana Dastu). All’incontro interverranno Andrea Arcidiacono - professore ordinario di Urbanistica al Politecnico di Milano -, Antonella Bruzzese - professore associato di Urbanistica al Politecnico di Milano - e Lucia Tozzi - studiosa di politiche urbane e giornalista.
L’iniziativa sui temi della città, del territorio, dell’ambiente, del paesaggio e delle relative culture interpretative e progettuali, ideata e coordinata da Renzo Riboldazzi, è coprodotta dalla Casa della Cultura e dal Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano ed è patrocinata dall’Istituto Nazionale di Urbanistica, dalla Società Italiana degli Urbanisti, dalla Società dei Territorialisti/e onlus, da Accademia Urbana e dall’Associazione Italiana di Scienze Regionali.
Le ragioni di un confronto
Se volete avere un quadro completo di cosa sia la rigenerazione urbana oggi, dovete leggere l’ultimo libro di Arturo Lanzani, Rigenerazione urbana e territoriale al plurale. Itinerari di un campo sfocato, edito da FrancoAngeli nel 2024. Dato alle stampe nella collana del Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano, questo lavoro – nel solco delle linee di ricerca di molti docenti di questa struttura, non a caso ampiamente citati nella bibliografia – ne ritrae i possibili significati nella società contemporanea, ne individua le prospettive, ne coglie i limiti e ne amplia persino le possibilità applicative alla scala territoriale.
Non aspettatevi, tuttavia, un libro strettamente riconducibile agli ambiti tradizionali dell’urbanistica, quella dei piani o del disegno urbano, intendiamo, a cui abitualmente pensiamo. Qui non sono tanto la forma e le funzioni della città e del territorio a essere narrate e interpretate nei loro effetti sulla vita di ciascuno di noi. Questo importante lavoro di riflessione critica, piuttosto, fa venire a galla un’idea del mestiere dell’urbanista che, pur nell’ambito circoscritto della rigenerazione urbana, agisce a priori e intercetta una miriade di saperi, competenze e ruoli che – come forse è sempre stato – si intersecano con l’urbanistica e ne incrociano le competenze. Quest’ultima, tuttavia, sembra scivolare verso una sorta di dissolvimento delle mansioni più strettamente disciplinari che, pur esistendo e potendo potenzialmente essere ancora utili nelle trasformazioni della città contemporanea, tendono a sciogliersi in quello che giustamente l’autore chiama “campo sfocato”. Quello in cui, di fatto, la rigenerazione avviene. Quello che riguarda la vita delle nostre città dove la rappresentanza politico-amministrativa è sempre meno evidente nel suo farsi garante degli interessi di tutti i cittadini e dove la proliferazione di richieste particolari da parte di gruppi sociali più o meno grandi e più o meno rappresentativi della società nel suo insieme è alimentata dai canali di comunicazione formale e informale a cui normalmente accediamo.
Forse è questo che ci chiede la contemporaneità? È proprio necessario abbandonare il progetto pubblico, un’idea di risultato finale condivisa a priori e immaginata nell’interesse di tutti, per trovare un ruolo nel processo preliminare, verificando che quest’ultimo sia democratico, inclusivo e operativo? È solo rinunciando all’obiettivo di fare più bello e ospitale il mondo attraverso una intenzionalità progettuale legata alla fisicità dei contesti che possiamo dare un contributo importante alla società civile? Può essere… Oppure no, come molti risultati concreti della città in cui questo libro è maturato ci lasciano intuire. Questa condizione, forse, è solo uno dei tanti aspetti di un quadro incerto entro cui le trasformazioni urbane avvengono che, oltre ad avere una matrice internazionale (i meccanismi di finanziamento pubblico europeo, infatti, viziano le procedure delle trasformazioni urbane in questa direzione), è frutto di una interpretazione dell’urbanistica che ha assunto la partecipazione nel cuore del suo fare, spesso acriticamente e talvolta persino a scapito del resto. Di questo ci parla con competenza Arturo Lanzani mettendo in campo uno sforzo riflessivo di significativa entità, necessario per ragionare non solo sulla rigenerazione urbana ma sul senso di un lavoro che – scrive l’autore – riconoscendo il “ruolo attivo degli abitanti e di una pluralità di attori sociali ed economici non [andrebbe, in realtà,] disgiunto da una riflessione sulle intenzionalità e sulle assunzioni di responsabilità che la cultura tecnica può e deve fare proprie” (p. 17). E, insieme a questa – aggiungiamo noi – quella politica che nel suo rappresentare le comunità nelle istituzioni pubbliche dovrebbe garantire laicamente l’universalità delle decisioni.
I contenuti del libro
Il libro è articolato in due parti. Nella prima (senza titolo) sono indagati i “Progetti urbani di ristrutturazione urbana”, il “Rinnovo, riuso e riqualificazione del tessuto urbanizzato”, i “Programmi integrati e complessi d’intervento a base locale”, le “Pratiche auto-organizzative e dinamiche di innovazione sociale” e infine “Un’estensione del campo d’azione: la rigenerazione territoriale”. Nella seconda parte, i “Territori plurali”, i “Temi sociali, infrastrutturali, ecologici e urbanistici”, infine la gestione di “processi inclusivi” e il ridisegno degli “assetti spaziali”.
Gli ambiti di rigenerazione urbana si definiscono sostanzialmente nel secondo millennio. Si tratta – scrive nel primo capitolo – prevalentemente di “una serie di aree dismesse che si aprono nelle grandi città più consolidate con il decentramento o la chiusura di attività manufatturiere” (p. 27). Essi, generalmente, sono caratterizzati da “una radicale riscrittura insediativa, facendo tabula rasa degli insediamenti e delle infrastrutture presenti” (p. 31) e, dunque, sono oggetto di una scarsa attenzione per il patrimonio dell’architettura industriale esistente. In questo periodo “diventano dominanti e incontrastati gli interessi degli operatori immobiliari” (p. 29) e le operazioni di rigenerazione più che essere radicate nelle relazioni urbane hanno spesso “un carattere sempre più insulare” (p. 34). I promotori dei progetti, infatti, sono quasi sempre “un singolo soggetto privato” (p. 35) e l’obiettivo, in generale, è quello di massimizzare le rendite. Le funzioni urbane non sono stabilite dall’ente pubblico ma attraverso pratiche di concentrazione/contrattazione. Secondo Lanzani, va “ricordato che le pratiche contrattuali e concertative segnano non solo l’instaurarsi di quel regime regolativo del Secolo breve che abbiamo denominato fordista-taylorista-keynesiano-welfarista, ma anche il farsi dell’urbanistica riformista” (p. 37). L’arrivo della pianificazione strategica, più recente, ha poi avuto il vantaggio di rimettere la città al centro del progetto, ovvero di abbracciare “una visione d’insieme […] dei temi che i progetti urbani devono affrontare” (pp. 39-40). Col tempo, tuttavia, il potere contrattuale delle amministrazioni è diminuito. Ciò che si è consolidato è “l’idea che la semplice crescita edilizia – più o meno legata alla promozione di grandi eventi – debba essere la stella polare del governo urbano dentro una narrazione e una politica della comunicazione sempre più potente e omologante” (p. 40). Con il risultato che il soggetto pubblico è stato ridotto a “semplice facilitatore dei promotori dei progetti urbani” (p. 46) senza interpretare quella guida dell’interesse comune che, al contrario, dovrebbe essere.
Ma la rigenerazione urbana, a guardarla con attenzione, ha in realtà un passato più lungo, ancora tutto da decodificare, in cui si registra – afferma Lanzani nel secondo capitolo – il passaggio “da un fare inizialmente consuetudinario e basato su un sapere tacito, a un procedere sempre più guidato da codici esplicitati e da un sapere che, seppur non ancora segmentato in forme disciplinari e settoriali si stacca dalla conoscenza comune (depositandosi negli statuti comunali e nei primi trattati)” (p. 53). Stiamo parlando, per esempio, del processo caratteristico della seconda metà dell’Ottocento quando “ingegneri stradali e igienisti […], in nome della modernizzazione, propongono una radicale trasformazione nel complesso palinsesto della città antica” (p. 55) realizzando nuove vie, demolendo e ricostruendo edifici, immaginando una nuova spazialità e una riformata distribuzione delle funzioni. Ciò che si afferma – scrive Lanzani –, è “un percorso che trasformerà spesso il centro antico in una sorta di centro commerciale a cielo aperto” (p. 59) espellendo tanto le attività presenti sul territorio quanto i ceti sociali più deboli. Questo fino al nuovo millennio quando “l’impressione condivisa dai più [sembra essere quella della] necessità di un ripensamento d’insieme” (p. 78) delle pratiche di rigenerazione urbana. Secondo Lanzani dovremmo abbracciare una strategia che apparirebbe sicuramente “più efficace se pensata dentro programmi di intervento più attenti ai contesti locali e maggiormente differenziata per misure attivate e per soggetti coinvolti” (p. 78).
Il terzo capitolo indaga i “Programmi integrati e complessi di intervento a base locale”. “La rigenerazione urbana – scrive Lanzani – in questi programmi inizia a diventare una politica multidimensionale, che talvolta prova a coinvolgere seppure in forma ancora subordinata e parziale associazioni, soggetti cooperativi, comitati, ong, se non gli stessi abitanti” (p. 80). La direzione che si sta prendendo è quella di una “maggiore integrazione tra urbanistica e scienze sociali e tra politiche urbanistiche e politiche economico-sociali” (p. 81) e ne consegue il proliferare di iniziative caratterizzate da un inedito intrecciarsi di politiche sociali, educative e formative a base locale, con i più tradizionali interventi urbanistici sullo spazio pubblico, sulle attrezzature di servizio e sul rinnovo del patrimonio edilizio” (p. 82). Questo dove le aree più fragili, tuttavia, continuano a essere penalizzate. Dove la società, le organizzazioni locali e le istituzioni dimostrano livelli di impreparazione tali da limitare l’accesso ai finanziamenti. I programmi integrati locali, infatti, hanno “in positivo [lo scopo di] sviluppare un atteggiamento attivo e una progettualità locale” (p. 98) che tuttavia “finisce per penalizzare le situazioni più critiche dove anche le istituzioni – e i soggetti locali – che dovrebbero promuovere la rigenerazione urbana attraverso un programma complesso si scontrano spesso con il fatto di essere amministrazione strutturalmente inabilitate all’azione” (p. 98).
Il quarto capitolo dedicato alle pratiche auto-organizzative e alle dinamiche d’innovazione sociale ne ricostruisce brevemente i capisaldi storici per condurci al punto, quello di oggi, in cui “i soggetti locali cessano di essere i destinatari di politiche secondo una qualche amministrativa definizione dei loro bisogni, ma – afferma Lanzani – sono visti come abitanti con le loro pratiche, aspettative e desideri che possono diventare ‘co-costruttori’ delle politiche nel quadro di un agire a cavallo tra mercato e politica, tra azioni individuali e forme di agire cooperativo e associato” (p. 109). Non senza qualche contraddizione che, di fatto, tende a ridurre drasticamente se non ad annullare il ruolo tanto delle politiche quanto del progetto pubblico, oltre che, quello degli urbanisti, intesi – dicevamo prima – sostanzialmente come semplici facilitatori. Con i processi di auto-organizzazione e innovazione sociale “la rigenerazione urbana di un quartiere deve essere intesa come il prodotto complesso, non necessariamente intenzionale, delle pratiche di chi vi abita e agisce: le politiche – sostiene Lanzani – contano poco, il territorio – prosegue – non è l’esito di un progetto ma di ciò che la gente fa o, detto in altri termini, il farsi della città è visto come l’esito dell’attivarsi autonomo della società” (p. 119). Questo, evidentemente, con scarso rispetto civile per quanti di quella stessa società fanno parte ma hanno poca o nessuna voglia di prendere parte a pratiche di trasformazione urbana. Hanno poca o nessuna voglia di far sentire la loro voce e, comunque, senza garanzia che questa sia democraticamente ascoltata. La sfiducia nelle istituzioni che caratterizza la nostra società si trasforma in una disattenzione per il ruolo che queste hanno nel garantire, sotto la loro responsabilità politica, l’interesse di tutti. Si trasforma, più in generale, in una sorta di diffidenza per la democrazia, ovvero in una sfiducia per la rappresentanza che, al contrario, continua a caratterizzare le nostre istituzioni. Il risultato è “un’idea di pianificazione urbanistica come attività di tipo comunicativo all’interno della quale s’individuano i principali attori, si comprendono i loro interessi, si definiscono le forme di comunicazione tra gli stessi, si ricerca cooperazione e consenso per affrontare i principali problemi” (p. 121).
L’ultimo capitolo della prima parte si focalizza sulla rigenerazione territoriale, un campo in cui – secondo Lanzani – bisognerebbe spingersi con maggiore convinzione, anche come forma di riacquisizione alla vita di territori interni spesso abbandonati o come forma di rigenerazione dei tessuti diffusi e seppur con una serie di difficoltà da affrontare: prima tra tutte quella di una rendita contenuta che spesso non rende appetibili gli interventi. Anche qui, in realtà, c’è una storia che Lanzani richiama e che incrocia, per esempio, le politiche di bonifica del Novecento o l’idea, più vicina a noi, di una tutela di territori non antropizzati. Oggi, su questo fronte, l’obiettivo più sentito è quello di “preservare un quadro paesaggistico-naturale da forme di crescita economica prevalentemente legate all’industrializzazione (anche del settore agricolo) e alle forme più intensive di turismo e ai relativi processi insediativi” (p. 138). Per Lanzani, invece, bisognerebbe andare oltre e immaginare una conservazione più aperta, “rivedendo alcune prassi della tutela [per] chiedersi se quei quadri paesaggistici e seminaturali più che essere fissati nelle loro forme possono fornire delle ‘prese’ per un differente sviluppo (non di mera crescita) dentro dinamiche di modificazione ecologicamente e paesaggisticamente virtuose” (p. 139). Quello che auspica, in sostanza, non è una conservazione rigida di culture e territori ma l’accettazione di forme di evoluzione che superino una “preservazione formalista delle forme del passato” (p. 140) e abbiano un carattere ecologico e paesaggistico riconosciuto.
La seconda parte del libro si apre con un capitolo dedicato a quelli che Lanzani chiama territori plurali caratterizzati da contesti “in crescita, in contrazione e sostanziale stabilità” (p. 169). Crescono “quasi tutte le aree metropolitane, la maggioranza delle città medie e più limitatamente alcuni territori con urbanizzazione diffusa” (p. 169). Si contraggono “molte aree di montagna e alta collina in profonda crisi almeno dal secondo dopoguerra e molti contesti rurali di pianura in ragione di un’agricoltura industrializzata che continua a chiedere pochi addetti” (p. 170). E – sostiene – mantengono una certa stabilità alcune città metropolitane del sud e un certo numero di città medie. La rigenerazione – afferma Lanzani – avviene soprattutto “negli ambiti metropolitani più dinamici, alcune città medie in regioni con perdurante sviluppo, i luoghi notevoli del turismo, ecc.” (p. 173), dove cioè sono garantiti buoni ritorni economici e dove, di conseguenza, il problema principale è quello di “catturare una quota della consistente rendita che vi si crea indirizzandola verso la produzione della vita quotidiana” (pp. 175-176) di tutti i cittadini. In generale – secondo Lanzani –, le amministrazioni [dovrebbero uscire] dalla pratica di un’urbanizzazione contrattuale priva di disegni spaziali d’area” (p. 180) per promuovere qualcosa che vada oltre il semplice ascolto dei contesti locali, le pratiche auto-organizzative e che “metta al centro il miglioramento delle condizioni di vita [degli specifici] contesti” (p. 181) in cui interviene. Ciò che Lanzani auspica è “la combinazione tra visioni dall’alto e azioni dal basso, di saperi esperti e di sapere comune, d’investimenti pubblici e privati” (p. 191). In altre parole, pensa a una rigenerazione urbano-territoriale [che si appoggia] a progetti di riurbanizzazione di aree dismesse e a programmi integrati complessi locali adeguatamente ripensati in relazione – scrive – alle specifiche condizioni contestuali e a una riflessione sugli aspetti specifici del deficit infrastrutturale di questi territori” (p. 190). È cioè dai contesti che, secondo Lanzani, bisogna ripartire. Ed è facendo leva su tutti i tipi di sapere che appartengono loro che si può sperare di mettere in campo progetti che abbiano buoni esiti.
Il secondo capitolo della seconda parte del libro riguarda i temi sociali, infrastrutturali, ecologici e urbanistici. Qui viene a galla, per esempio, il tema della gentrificazione che – secondo Lanzani – “non è un esito inevitabile della rigenerazione e – sostiene – i progetti di rigenerazione non possono essere letti meccanicamente come progetti attivatori di gentrificazione” (p. 200). Viene a galla il tema dell’offerta residenziale e delle politiche abitative che chiede “una nuova politica pubblica della casa (economica e sociale a controllo pubblico)” (p. 208) che in Italia è stata sostanzialmente e colpevolmente abbandonata. Viene a galla il welfare contratto da “oggettivi vincoli di spesa delle amministrazioni pubbliche e – scrive – soprattutto [dalla] egemonia delle culture neoliberali sulle politiche” (p. 217) che hanno impresso una guida arida alla pubblica amministrazione sul fronte di quel bene comune. Viene a galla il tema della valutazione ecologica degli interventi di rigenerazione che dovrebbe “allargarsi ad altri aspetti non solo edilizi ed energetici, ma – scrive – più specificatamente urbanistici generalmente trascurati o addirittura non considerati” (p. 230). E viene a galla il tema cruciale dell’organizzazione spaziale degli interventi di rigenerazione urbana e territoriale: “ragionare sull’organizzazione dello spazio – scrive – è indispensabile per ragionare sulla domanda di urbanità e di naturalità presenti nelle nostre società” (p. 243). Ovvero, ciò che andrebbe promosso è “un nuovo e più efficace governo del territorio [che] implicherebbe anche un ragionamento su come intrecciare gestione dei processi e disegno di futuro in forme nuove” (p. 243).
L’ultimo capitolo della seconda parte riguarda la gestione dei processi inclusivi e il ridisegno degli assetti spaziali. Per Lanzani non avrebbe più senso parlare di “disegno che prefigura ex ante i suoi esiti con precisione” (p. 245). Piuttosto – sostiene – dovremmo provare a confrontarci “con condizioni crescenti di incertezza che portano ora a una continua ridefinizione – scrive – di ciò che va fatto” (p. 246). Allo stesso tempo, tuttavia, riconosce che “l’assenza di una qualche effettiva dimensione progettuale a favore di un approccio spiccatamente processuale e incrementale sembra talvolta alimentare un agire appiattivo sul presente, incapace – afferma – di pensare a un’idea di futuro che vada oltre gli aggiustamenti del presente” (p. 248). Più in generale, riconosce che il “modello spaziale può dare un contributo essenziale al perseguimento di quegli obiettivi di crescente abitabilità, di maggiore equità sociale e di necessaria riconversione ecologica a cui proprio le pratiche di rigenerazione – unitarie o decentrate, dall’alto o dal basso – vorrebbero dare un contributo decisivo” (p. 265). E il nodo sta proprio qui.
Conclusioni
I molti modi in cui la rigenerazione può essere intesa e i differenti effetti che può provocare ci dicono, prima di tutto, che questo concetto non è interpretabile univocamente in senso positivo e che – a differenza di quanto molta stampa lascia intendere – la rigenerazione non sempre è qualcosa di valido per le città e i cittadini. Sicuramente l’idea di riutilizzare aree urbane dismesse o addirittura edifici abbandonati trasformandoli in qualcosa di utile per la collettività ha in sé un connotato positivo in termini di riduzione del consumo di suolo e di riqualificazione dei contesti urbani. Allo stesso tempo, tuttavia, la gentrificazione che queste operazioni talvolta provocano anche in virtù di una comunicazione tendenziosa e la creazione di contesti inaccessibili a molti cittadini generano non poche perplessità. L’utilizzo delle aree abbandonate per la dotazione di quei servizi di cui la città è priva, di abitazioni accessibili o di spazi verdi è un’occasione che spesso è stata sprecata nel nome della rendita. È invece in quella direzione che bisognerebbe andare, rimettendo al centro dei progetti lo spazio pubblico, elemento di equità tra tutti i cittadini. Anche cercandone la bellezza, quella che storicamente ha caratterizzato molti luoghi della città storica europea arricchendo la vita di tutti i cittadini.
Renzo Riboldazzi © RIPRODUZIONE RISERVATA 23 MAGGIO 2025 |
CITTÀ BENE COMUNE
Ambito di riflessione e dibattito sulla città, il territorio, l'ambiente, il paesaggio e le relative culture interpretative e progettuali
prodotto dalla Casa della Cultura e dal Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano
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